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Scritto da Maria Lucia Bisetti   

Produzione di lusso, gestione autoritaria

 

La Azimut-Benetti. è un’azienda che produce yachts; come tutte le aziende che producono articoli per ricchi è florida.


Nei due cantieri di Avigliana sono occupati circa 900 operai (dei quali il 25% con contratto a termine o dipendente da ditta esterna), tra resinisti, falegnami, allestitori, meccanici, carpentieri, ecc. Nell’ultimo anno, la proprietà ha registrato un incremento di vendite pari al 21%, che non si è tradotto, per le maestranze occupate, in alcun miglioramento salariale, ma solo in un aumento vertiginoso della produttività richiesta. Per ottenere tale risultato, l’azienda non ha trovato di meglio che moltiplicare i livelli gerarchici incrementando il numero delle figure intermedie (capi area, capi settore, team leader, capisquadra) il cui compito principale è controllare scrupolosamente che i lavoratori non perdano tempo. Siccome normalmente gli operai non si trastullano troppo, l’azienda ha dovuto anche far ricorso massicciamente allo straordinario.

Il salario in Azimut è quello previsto dal contratto gomma-plastica, cioè uno dei meno favorevoli per i lavoratori. Per esempio, lo straordinario normale è pagato al 18% e non esiste la quattordicesima mensilità. Il contratto integrativo ha fruttato un premio di risultato intorno ai 500 euro l’anno. Tuttavia, il meccanismo per il raggiungimento dei risultati che permettono di accedere a tale formula è di esclusivo appannaggio dell’azienda; il sindacato può solamente far ingoiare bocconi più o meno amari ai lavoratori. Le appena effettuate elezioni per il rinnovo delle Rsu hanno confermato la presenza di Cgil, Cisl, Cobas e la “novità” poco gradita dell’Ugl. Per di più, il recente cambio della guardia alla dirigenza del personale ha operato una stretta autoritaria di non poco peso, accanendosi in particolare contro i lavoratori scomodi che, a qualsiasi titolo, possono essere espulsi dal ciclo produttivo. Così un operaio particolarmente critico nei confronti del modo di operare dell’Azienda - e non a caso iscritto ai Cobas nelle cui liste sarebbe stato inserito - è stato licenziato su due piedi qualche giorno prima della presentazione delle liste stesse. Anche in questo frangente, la posizione tenuta dal sindacalismo confederale è stata di completa subordinazione a quella aziendale; inutile negare che in ciò ha pesato l’intervento del potente apparato burocratico della triplice, vero regista di ogni presa di posizione delle Rsu che immiserisce l’azione puntuale in fabbrica, negando in ogni caso il ricorso alla lotta e privilegiando la contrattazione “in esclusiva” con il padrone.

Peraltro la schiacciante vittoria della Cgil alle elezioni ha confermato la scelta della maggioranza dei lavoratori per un sindacato cui delegare le trattative intendendole come sostitutive della partecipazione e della lotta. Una speranza che non ha tuttavia alcuna possibilità di realizzarsi, considerata la realtà aziendale di cui sopra. Resta quindi aperto il problema di creare un’azione sindacale in fabbrica che risponda innanzitutto alle necessità dei lavoratori e non alle logiche concertative, a partire dall’urgenza di opporsi a un licenziamento discriminatorio che colpisce non solo il Cobas, ma i diritti di tutti.

5 giugno 2006

 

 
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