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Produzione
di lusso, gestione autoritaria
La Azimut-Benetti. è un’azienda che produce yachts;
come tutte le aziende che producono articoli per ricchi è florida.
Nei due cantieri di Avigliana sono occupati circa 900 operai (dei quali il
25% con contratto a termine o dipendente da ditta esterna), tra resinisti,
falegnami, allestitori, meccanici, carpentieri, ecc. Nell’ultimo anno, la
proprietà ha registrato un incremento di vendite pari al 21%, che non si è
tradotto, per le maestranze occupate, in alcun miglioramento salariale, ma solo
in un aumento vertiginoso della produttività richiesta. Per ottenere tale
risultato, l’azienda non ha trovato di meglio che moltiplicare i livelli
gerarchici incrementando il numero delle figure intermedie (capi area, capi
settore, team leader, capisquadra) il cui compito principale è controllare
scrupolosamente che i lavoratori non perdano tempo. Siccome normalmente gli
operai non si trastullano troppo, l’azienda ha dovuto anche far ricorso
massicciamente allo straordinario.
Il salario in Azimut è quello previsto dal contratto gomma-plastica, cioè
uno dei meno favorevoli per i lavoratori. Per esempio, lo straordinario normale
è pagato al 18% e non esiste la quattordicesima mensilità. Il contratto
integrativo ha fruttato un premio di risultato intorno ai 500 euro l’anno.
Tuttavia, il meccanismo per il raggiungimento dei risultati che permettono di
accedere a tale formula è di esclusivo appannaggio dell’azienda; il sindacato
può solamente far ingoiare bocconi più o meno amari ai lavoratori. Le appena
effettuate elezioni per il rinnovo delle Rsu hanno confermato la presenza di
Cgil, Cisl, Cobas e la “novità” poco gradita dell’Ugl. Per di più, il recente
cambio della guardia alla dirigenza del personale ha operato una stretta
autoritaria di non poco peso, accanendosi in particolare contro i lavoratori
scomodi che, a qualsiasi titolo, possono essere espulsi dal ciclo produttivo.
Così un operaio particolarmente critico nei confronti del modo di operare
dell’Azienda - e non a caso iscritto ai Cobas nelle cui liste sarebbe stato
inserito - è stato licenziato su due piedi qualche giorno prima della
presentazione delle liste stesse. Anche in questo frangente, la posizione
tenuta dal sindacalismo confederale è stata di completa subordinazione a quella
aziendale; inutile negare che in ciò ha pesato l’intervento del potente
apparato burocratico della triplice, vero regista di ogni presa di posizione
delle Rsu che immiserisce l’azione puntuale in fabbrica, negando in ogni caso
il ricorso alla lotta e privilegiando la contrattazione “in esclusiva” con il
padrone.
Peraltro la schiacciante vittoria della Cgil alle elezioni ha confermato la
scelta della maggioranza dei lavoratori per un sindacato cui delegare le
trattative intendendole come sostitutive della partecipazione e della lotta.
Una speranza che non ha tuttavia alcuna possibilità di realizzarsi, considerata
la realtà aziendale di cui sopra. Resta quindi aperto il problema di creare
un’azione sindacale in fabbrica che risponda innanzitutto alle necessità dei
lavoratori e non alle logiche concertative, a partire dall’urgenza di opporsi a
un licenziamento discriminatorio che colpisce non solo il Cobas, ma i diritti
di tutti.
5 giugno 2006
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