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Le cronache, poche in verità anche sui giornali di sinistra, degli
avvenimenti delle scorse settimane nel paese dell’Everest, in realtà ci
riportano alla luce una battaglia che viene combattuta da più di dieci anni.
Nell’ultimo periodo, lo scontro è
arrivato a un punto di svolta. Dopo 13 giorni di sciopero generale e 17 morti
negli scontri con la polizia locale, il re Gyanedra ha capitolato di fronte
alle pressanti richieste dell’Alleanza dei sette partiti (Asp) e delle masse
che a gran voce chiedevano la sua destituzione e la formazione di una
repubblica democratica in Nepal.
Dalla monarchia all’insurrezione
Per comprendere a fondo questi avvenimenti è necessario conoscere ciò che è avvenuto in Nepal negli anni
precedenti. Raccontare la storia di questo tiranno è come leggere un romanzo
direttamente scritto da Shakespeare.
Nel 2002 in seguito all’“omicidio collettivo” della famiglia reale
all’interno del palazzo reale da parte del figlio del re, ubriaco e drogato,
sale al potere (guarda caso) l’unico superstite scampato all’eccidio, il
principe Gyanedra, che detiene il potere dividendolo con il parlamento.
Sin dai primi mesi di potere è chiaro il suo programma: rafforzamento della
monarchia e azzeramento delle rappresentanze parlamentari.
La situazione nel paese era però tutt’altro che omogenea. La guerriglia
maoista, non solo era attiva nelle zone del sud-est, ma le controllava
direttamente: vengono instaurati “governi del popolo” guidati da “comitati del
popolo” che dettano nuove leggi in materia di amministrazione, economia, affari
sociali, cultura ed educazione. La società viene rimodellata nei dettagli:
favorito il matrimonio tra gli appartenenti alle diverse caste, proibito
l’alcol, il gioco d’azzardo, le celebrazioni religiose e la lingua sanscrita,
definita reazionaria, che viene messa al bando nelle scuole.
Inizia la guerra contro l’esercito ufficiale e la borghesia che lo
appoggia, proprietari terrieri che si vedono obbligati a pagare la “tassa rivoluzionaria”,
tassa che colpisce anche i piccoli contadini, che la vedono come una estorsione
violenta ai loro magri profitti.
Su Il Manifesto del 29 aprile si
può leggere un articolo che rispecchia interamente quello che chiameremmo
“riflesso del pacifismo piccolo-borghese”,
descrivendo come principali responsabili dei disagi della popolazione i
maoisti che con le loro lotte avrebbero portato solo “infiniti patimenti”,
scordando di descrivere che i veri responsabili sono coloro che detengono un
paese in un regime feudale anacronistico ma purtroppo ancora presente in
diversi paesi del terzo mondo.
Le proteste delle settimane scorse hanno portato in piazza migliaia di
nepalesi che hanno avuto l’effetto di avvicinare le richieste dei maoisti - che
da sempre chiedono l’abolizione della monarchia ed il ripristino della
democrazia - a quelle dei partiti dell’Asp, formando cosi un fronte più ampio
di quanto potesse apparire pochi mesi fa.
Negli ultimi anni una crisi economica ha avuto effetti deflagranti sulla
risorsa principale di questo territorio, il turismo, che conta quasi l’80%
delle entrate, segnando il conseguente impoverimento di una fetta enorme di
popolazione.
Cominciano a scarseggiare alcuni generi di prima necessità come sale, riso,
benzina mentre altri hanno decuplicato il loro prezzo. La situazione economica
gioca un ruolo importante nelle protesta della popolazione.
Il leader maoista Prachanda ha dichiarato: “Non è più un movimento di partiti dell’opposizione né di alcun altro ma
è diventato un movimento popolare, forse solo la generazione futura potrà
valutare al meglio lo storico tsunami rivoluzionario che dal 6 aprile scorso
sta attraversando il Nepal. Il grado di partecipazione della gente comune, la
natura di questa partecipazione, il livello della sua motivazione sono
paragonabili solo a quelli delle grandi rivoluzioni della storia. Specialmente
la partecipazione attiva e motivata a questa rivoluzione da parte di persone
estremamente povere, di giovani disoccupati, di studenti, di donne, di minoranze
etniche, di professionisti e operai, ha superato tutte le altre rivoluzioni
nella storia del Nepal dalla rivoluzione del 1950-51.”
Le forze borghesi si sono poste il compito di riportare nell’alveo
“democratico” il partito maoista (il Cpn-ml), proponendo un governo ad interim.
L’alleanza è la classica coalizione di fronte popolare, cioè fra classi
diverse: la parte del leone la fanno il Nepali Congress Party, principale
partito borghese, ed il Partito comunista marxista leninista (unificato),
Pcm-Uml, che con oltre il 30% alle ultime elezioni è il principale
rappresentante a livello parlamentare delle masse oppresse.
Naturalmente è arrivato subito in
soccorso dei sette partiti della coalizione l’establishement dell’imperialismo
statunitense, che con la sua proverbiale abilità diplomatica ha “salvato le
masse nepalesi da un bagno di sangue”. L’ambasciatore USA, James F.Moriarty, ha
affermato che: “la domanda principale in
questo momento riguarda le intenzioni dei maoisti. Il nuovo governo dovrebbe
vincolare i maoisti al cessate il fuoco, per farli entrare nel governo”.
L’intenzione dell’imperialismo Usa è chiara: non è riuscito a distruggere
la guerriglia e quindi cerca di neutralizzarla facendola corresponsabile del
programma che porterà avanti il governo di coalizione. Governo in cui il primo
ministro, Prasad Korala, ha ricoperto la stessa carica ai tempi della monarchia
ben tre volte, una specie di Andreotti dell’Himalaya. I cambiamenti sono solo
di facciata, ma questo non sembra preoccupare né la guerriglia né il Pcm-Uml.
la guerriglia maoista e la posizione dei marxisti
I marxisti sostengono l’insurrezione in Nepal, ciò nonostante non si
sottraggono dal criticare la condotta strategica dei maoisti che, ancora una
volta, perpetuano la tattica dei due tempi: prima la democrazia e poi, in un
futuro lontano, il socialismo. Sembra che la storia non abbia insegnato nulla a
questi compagni. Questa tattica non porterà assolutamente alla formazione di
uno stato guidato dai lavoratori e dai contadini, ma conserverà intatto lo
stato borghese, coprendolo con una patina di vernice “democratica”. In questo
modo, nessuna contraddizione verrà risolta. Qusto risultato è figlio della
concezione tipicamente stalinista fatta propria dalla burocrazia che guida il
Cpn-ml, vale a dire la convinzione che per passare al socialismo occorra
necessariamente un’alleanza con le forze borghesi nazionali per formare una
repubblica democratica borghese e di lì conquistare il potere per il passaggio
successivo alla dittatura del proletariato. La storia ci ha insegnato che
questa tattica, negando ogni ruolo indipendente del proletariato nella lotta
rivoluzionaria porta nel migliore dei casi alla presa del potere da parte di
una burocrazia e la formazione di stato operaio deformato.
Sbagliare è umano, ma perseverare è veramente diabolico e soprattutto si
allontana ancora una volta di più da una strategia marxista.
I maoisti, dopo l’annuncio che il Re dava nuovamente pieni poteri al
parlamento salvandosi letteralmente la pelle,
hanno velocemente annunciato il cessate il fuoco unilaterale di tre mesi
con effetto immediato, facendo di loro un soggetto che può essere considerato
come parte del processo democratico borghese anche dagli stessi Usa che ne sono
stati padrini. Questa scelta non poteva arrivare in un momento più sbagliato.
Totalmente diverso sarebbe stato organizzare uno sciopero generale al fine di
abbattere il potere feudale, sicuri che le masse tra prendere il controllo dei propri destini e la
repubblica borghese avrebbero scelto la prima opzione.
Ancora una volta le forze borghesi ringraziano la condotta dei maoisti.
La situazione instabile e dannosa per le masse continuerà sui tavoli delle
trattative fra politici borghesi, rappresentanti dell’imperialismo e i capi
della guerriglia (che sono rimasti a guardare durante i movimenti di massa
nelle città) piuttosto che nel vivo della lotta di classe.
In base alle prossime azioni vedremo realmente quanto il partito maoista
sia autonomo rispetto all’attuale direzione del Partito Comunista Cinese che ha
intrapreso la strada del capitalismo o se seguirà il riferimento della “grande
madre ideologica” (la Cina di Mao) ed abbatterà il capitalismo.
L’altro gigante economico, l’India, non può certo dormire sonni tranquilli,
visto che la vittoria dei rivoluzionari in Nepal aprirebbe la strada
all’emulazione da parte dei proletari dei paesi vicini come l’India appunto,
dove già esistono movimenti guerriglieri e dove soprattutto vive una classe
operaia forte ed organizzata.
È una situazione che potrebbe (il condizionale è d’obbligo) veramente
destabilizzare completamente l’intero continente asiatico, se la determinazione
delle masse nepalesi venisse trasformata da una vera direzione rivoluzionaria,
in presa di coscienza collettiva rispetto alla necessità del socialismo, non
solo nel piccolo Nepal, ma nell’intero subcontinente indiano. Allora si potrà arrivare alla costruzione di
una società nuova dove l’eguaglianza e la libertà spezzi una volta per tutte il
terribile giogo imperialista che le grandi potenze imperialiste, alleate con le
classi dominanti locali, pongono sul collo dei proletari asiatici.
5 giugno 2006
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