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Romano Prodi ha avuto a malapena il tempo di insediarsi come primo ministro
che già, puntuali ed inevitabili come la morte e le tasse, si sono levati alti
i moniti delle tre grandi sorelle del rating mondiale (Moody’s, Fitch e
Standard And Poor) sullo stato dell’economia italiana. Sotto la lente
d’ingrandimento sono i conti pubblici: il deficit statale è fuori controllo,
ben al di là della fatidica soglia del 3% in proporzione al prodotto interno
lordo (Pil) prevista dal Patto di stabilità. Secondo le stime ufficiose del
ministro Padoa Schioppa sarà tra il 4,3% e il 5%.
I metodi da finanza creativa di Tremonti, i tagli fiscali ai ricchi voluti
da Berlusconi hanno bruciato nell’arco degli ultimi cinque anni un margine di
67,5 miliardi di euro dell’avanzo primario (ovvero l’attivo di bilancio
calcolato al netto della spesa per gli interessi sul debito), ormai ridotto ad
un misero 0,5% del Pil. Il debito pubblico cresce in proporzione al Pil per la
prima volta dal 1995 avvicinandosi al 108%. In termini assoluti non è mai stato
così grande: quasi 1.600 miliardi di euro.
Un bel problema per un governo che vorrebbe traghettare l’economia italiana
fuori dalle paludi della stagnazione in cui si è impantanata negli ultimi
cinque anni e che neppure la ripresa mondiale sembra scuotere. L’indicatore più
attendibile della reale situazione è l’andamento della produzione industriale
che nel 2005 chiude in recessione per il quinto anno consecutivo (-0,8%, -5%
rispetto al 2000).
In realtà gli attuali dati non dovrebbero essere una sorpresa per nessuno.
Le politiche di lacrime e sangue inaugurate negli anni ‘90 – i tagli alle spese
sociali, la massiccia svendita del patrimonio pubblico (per un valore di oltre 110
miliardi di euro tra il 1993 e il 2003) – hanno prodotto solo un peggioramento
delle condizioni di vita, ma non hanno risolto il problema del debito pubblico.
Non è bastata neppure la situazione favorevole sul fronte dei tassi d’interesse
(lo Stato italiano ha pagato in media nel 2004 sulle nuove emissioni di titoli
del debito pubblico il 2,66% a fronte del 14% del 1992).
Le grandi sorelle del Rating
Chi sono questi signori che lanciano alte grida d’allarme? Moody’s, Fitch e
Standard&Poor sono le monopoliste del Rating mondiale, ovvero le
multinazionali che stabiliscono il livello di rischio del debito di Stati e
compagnie quotate in borsa.
Queste stesse compagnie sono da anni al centro di una bufera innescata nel
dicembre del 2001 dalle bancarotte di Enron, Worldcom ed altre società di cui
hanno coperto il dissesto finanziario ritardando per mesi la comunicazione del
reale rischio ai risparmiatori. Il 6 febbraio del 2005 l’analista finanziario
del New York Times Gretchen Morgenson
commentava: “Per anni le agenzie di rating nazionali hanno prosperato,
ipotecando grassi profitti da attività rese indecifrabili da contraddizioni e
protette da una reale competizione”. Il monopolio è sancito per decisione del
governo statunitense: queste società sono le uniche certificate dalla “National
Recognized Statistical Rating Organisation”.
Le agenzie di Rating sono il cuore pulsante della speculazione
internazionale. Come le multinazionali che certificano i bilanci delle società
quotate in borsa (ricordiamo fra tutte Arthur Andersen che certificò i bilanci
truccati di Enron) sono parte integrante del sistema che devono controllare.
Vengono pagate dalle compagnie stesse che certificano e non di rado si prestano
a coprire le manovre dei “furbetti del quartierino”, solo che i “furbetti” loro
clienti hanno raggiunto le dimensioni di potenti multinazionali e scorazzano
per il mondo come branchi di locuste.
Nel settembre del 1992, con Amato neopresidente del consiglio, fu Moody’s a
retrocedere la classe di affidabilità dei Buoni del Tesoro italiani scatenando
l’attacco speculativo che portò in pochi giorni a bruciare oltre 40mila
miliardi di lire e ruppe il sistema monetario europeo con la svalutazione della
Lira del 30%.
Questo non è lo scenario attuale, soprattutto per il fatto che la garanzia
di un debito denominato in euro ricade oggi sulla Banca centrale europea che
non è un boccone così facile per la speculazione internazionale come lo era la
Banca d’Italia nel 1992, ma lo Stato italiano potrebbe tuttavia essere costretto
ad aumentare i tassi d’interesse per le prossime emissioni di Buoni del Tesoro,
soprattutto sapendo che, a differenza del passato, gran parte del debito
pubblico italiano è in mano a investitori esteri (il 49% nel 2003 a fronte del
22% nel 1997), ovvero grandi operatori abituati a spostare i propri
investimenti con grande disinvoltura. La prospettiva di una fuga di capitali
non è quindi da escludere.
Qual è dunque la ragione di tanto clamore a pochi giorni dall’insediamento
del nuovo governo? Leggendo tra le righe della scheda-paese stilata dalle tre
“sorelle” appare evidente l’intenzione di vincolare il nuovo governo ad una
politica di “rigore” nel bilancio, che tradotto significa nuovi tagli alle
spese sociali, nuove privatizzazioni e maggiore deregolamentazione dei mercati
produttivi, a partire dalla “liberalizzazione” del mercato dell’energia (che
negli Usa ha prodotto aumenti vertiginosi delle tariffe al consumo, l’ascesa
mostruosa di Enron e il catastrofico black-out della California di alcuni anni
fa, ma in compenso ha permesso alle compagnie elettriche di accumulare profitti
inauditi).
L’Unione prigioniera del Patto di stabilità
La crisi del capitalismo italiano ha ragioni profonde. Il crollo degli
investimenti, la sottocapitalizzazione delle imprese italiane nei confronti dei
competitori, la conseguente perdita di competitività sono legate al fatto che
per anni i padroni hanno preferito scaricare sui lavoratori il peso della
competizione, cercando di ottenere margini di competitività con la precarizzazione,
l’erosione salariale da un lato, l’elusione e l’evasione fiscale e contributiva
e gli sgravi fiscali dall’altro, ovvero impoverimento della maggioranza delle
famiglie e contemporaneamente dissesto della finanza pubblica.
Gli ingenti profitti di questi anni hanno preso la strada della
speculazione finanziaria e immobiliare piuttosto che degli investimenti
produttivi. Una prosecuzione delle politiche di privatizzazione, tagli alle
spese sociali e compressione dei salari non farebbe che proseguire questa
tendenza provocando un approfondimento, non l’uscita dalla crisi.
Il governo dell’Unione sembra ben avviato nella direzione contraria a
quella che sarebbe necessaria. Proposte come il taglio del cuneo fiscale non
avranno altro effetto che quello di gonfiare i profitti temporaneamente
trasferendo nelle tasche dei padroni una parte dei contributi a danno del
bilancio statale e del sistema pensionistico. Questa misura da sola richiederà
una spesa aggiuntiva da 10 miliardi di euro che si andrà a sommare alla manovra
finanziaria 2007 che assume dimensioni inquietanti (attorno a 35 miliardi fra
tagli e nuove entrate).
Come pensa di far fronte alla situazione Prodi? Misure come la tassazione
delle rendite finanziarie (che oggi sulle plusvalenze per le società di
capitali è pari a zero!) e la lotta all’evasione fiscale (oltre 200 miliardi di
euro), il ripristino della tassa di successione abolita da Berlusconi
permetterebbero il reperimento di risorse ma aprirebbero uno scontro frontale
con la borghesia, principale beneficiaria dell’attuale situazione.
In un interessante articolo (Liberazione,
9 ottobre 2005) l’economista del Prc Andrea Ricci sottolinea che “la disparità di trattamento tributario
esistente tra i redditi da lavoro e i redditi da capitale rappresenta la
principale fonte di ingiustizia fiscale”.
“Dall’indagine sulla
ricchezza delle famiglie italiane, effettuata dalla Banca d’Italia - continua Ricci - emerge che ben il 55% dei titoli finanziari
sono posseduti dal 10% delle famiglie più ricche, che in media hanno un
patrimonio netto superiore al milione di euro, mentre il 50% delle famiglie
italiane possiede appena il 12% della ricchezza finanziaria totale, con un
patrimonio netto di circa 12.000 euro. Inoltre, mentre le famiglie più ricche
investono prevalentemente in azioni e obbligazioni, tassate al 12,5%, le
famiglie più povere detengono i loro pochi risparmi soprattutto nella forma di
depositi bancari e postali, tassati oggi al 27%. Se prendiamo i soli titoli
pubblici (Bot e Cct), ci accorgiamo che le famiglie dei lavoratori dipendenti e
dei pensionati posseggono complessivamente soltanto il 10% del debito pubblico
italiano, che per la restante parte è nelle mani delle famiglie più abbienti e,
soprattutto, delle imprese e delle istituzioni finanziarie”. Da questi dati
emerge chiaramente quanto sia lontano dalla realtà lo spauracchio agitato da
Berlusconi che ad essere colpiti sarebbero i risparmi delle famiglie italiane.
Queste considerazioni diventano invece verosimili quando l’Unione per non
scontentare la Confindustria invece di proporre misure che colpiscano
seriamente il grande capitale si limita a balbettare cose confuse come quelle
dette in campagna elettorale, che hanno alimentato i timori di lavoratori,
pensionati, ceti medi, preoccupati alla fine di essere chiamati a pagare il
conto. Con questa linea l’Unione ha permesso la rimonta di Berlusconi,
continuando su questa strada apre le porte al ritorno di una destra demagogica
e aggressiva.
Le speranze fin qui alimentate in particolare dalla maggioranza del Prc e
in generale dalla sinistra dell’Unione, di poter risanare i conti senza uno
scontro frontale con il profitto e la rendita (ben rappresentati nei vertici
governativi) e senza danneggiare i lavoratori, sono destinate ad infrangersi
sulla dura realtà. Lo scontro è inevitabile e lo ha ben capito Montezemolo, che
ha già presentato il conto al governo. Al contrario, chi dovrebbe difendere i
lavoratori e prepararsi a sua volta a un conflitto frontale, continua a
spargere illusioni.
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