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Le proposte di Ichino sul lavoro Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

Tutti precari in nome dell’uguaglianza?

 

Non passa giorno senza che padroni, economisti e “esperti” delle questioni del lavoro ci presentino una nuova ricetta per riorganizzare il mondo del lavoro per il bene del paese salvaguardando gli interessi delle aziende e ovviamente quello dei lavoratori. Uno tra i più gettonati “esperti” delle problematiche del lavoro è senza dubbio Petro Ichino. Ex sindacalista della Cgil, ex deputato del Pci, giurista del lavoro che trova spesso e volentieri ampi spazi sul Corriere della sera per propagandare le sue inesauribili proposte su come peggiorare le condizioni dei lavoratori che già tanti passi indietro hanno fatto in questi anni.


Ichino in una intervista al Corriere della sera del 1° maggio sostiene che il lavoro in questi anni è cambiato a grande velocità e che se i lavoratori e il sindacato non si fanno carico di coraggiose innovazioni ne pagheranno gravi conseguenze.

Per lui il problema principale non è che c’è troppa precarietà, ma il suo opposto. Il fatto che nelle stesse aziende, sia pubbliche che private, continuano a convivere lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori precari è fonte di profonde ingiustizie. Secondo Ichino, i lavoratori a tempo indeterminato sono dei privilegiati, inamovibili dal proprio posto di lavoro che approfittano dei lavoratori precari scaricando su di loro tutte le esigenze produttive dell’azienda. Dall’altra i lavoratori precari non solo si devono fare carico di tali esigenze aziendali, quindi svolgendo le identiche mansioni dei dipendenti, ma devono farlo senza nessuna forma di protezione sociale.

Come propone di risolvere questa ingiustizia?

Ovviamente non estendendo ai precari i diritti, a partire da un contratto a tempo indeterminato, che a dir suo provocherebbe solo centinaia di migliaia se non addirittura milioni di licenziamenti, ma precarizzando definitivamente tutto il mondo del lavoro dipendente.

Per Ichino bisogna ripensare un nuovo Statuto dei lavoratori che contenga meno “rigidità”, uno Statuto che renda tutti precari, sia lavoratori pubblici che privati, dove elementi di stabilità salariali, sociali o diritti sul lavoro vengano dati un poco alla volta in base a un sistema meritocratico deciso dai padroni in base al servilismo e alla fedeltà dimostrata dai lavoratori.

Per fare ciò ovviamente il primo soggetto che deve avere un comportamento responsabile deve essere il sindacato, che deve rivedere il proprio ruolo. Secondo Ichino il sindacato non può più pensare di rappresentare tutta l’intera categoria dei lavoratori nella vecchia forma proteggendoli con vecchi metodi. Non più un sindacato che difende tutti ma un sindacato che prende per mano i più deboli, cioè i più sfortunati, che li assiste, li informa, li orienta con corsi di formazione e riqualificazione. Un sindacato che abbia il coraggio (nella terminologia corrente, coraggioso è chi propone di demolire i diritti dei lavoratori) di rivedere i contratti nazionali svuotandoli di contenuti, contratti che si devono occupare solo dell’aumento salariale per quanto riguarda il recupero dell’inflazione, e che deleghi ai contratti integrativi tutto il resto.

Posizioni che coincidono perfettamente con quelle di Confindustria e che perciò trovano tanto spazio sul principale giornale della borghesia italiana.

Idee che sono la naturale continuazione di quanto fatto in questi anni con gli accordi di luglio nel 1992-93, col pacchetto Treu del primo governo Prodi nel 1997, con la legge 30 del governo Berlusconi, per continuare a garantire ai padroni uno sfruttamento sempre più esasperato dei lavoratori.

Le uscite di Ichino in se lasciano il tempo che trovano, del resto è solo uno dei tanti “esperti” al soldo dei padroni. Il problema vero è che le sue idee sono valorizzate anche nel sindacato. A partire dalla Cgil e dalla Camera del lavoro di Milano, la più grande d’Italia, con oltre 250mila iscritti, che per dare risalto a queste posizioni non ha esitato recentemente ha organizzare un’iniziativa pubblica col giuslavorista a Milano.

A oltre dieci anni dell’introduzione delle prime controriforme, parole come flessibilità buona, che crea occupazione, che permette ai giovani di inserirsi nel mondo del lavoro, o che permette di uscire dal lavoro nero sono, a dieci anni dall’introduzione delle prime controriforme, falsità che ormai sono più che chiare alla maggioranza dei lavoratori. Il lavoro nero è aumentato, (una ricerca Istat dell’anno scorso diceva che il lavoro nero non solo è cresciuto ma costituisce il 25% della ricchezza che produce il paese e coinvolge circa 4 milioni di lavoratori), migliaia di disoccupati, soprattutto donne, sono usciti dalla liste di disoccupazione non perché hanno trovato un lavoro ma perché hanno smesso di cercarne uno, sopraffatti dalla sfiducia.

 

Cinque milioni di precari

 

Oggi in Italia tra collaboratori, lavoratori con contratto a termine, apprendistato e interinali, ci sono oltre 5 milioni di lavoratori precari.

Dicevano che la flessibilità sarebbe servita per permettere ai giovani di inserirsi nel mondo del lavoro, altrimenti precluso per le troppe rigidità che regolamentano il mercato. Il problema è che i padroni assumono lavoratori per poter produrre qualcosa che gli permetta un ritorno in termini di profitto. Nessuno assume per beneficenza. I lavoratori che sono stati assunti in questi anni coi contratti precari sarebbero comunque stati assunti, la differenza è che sono più ricattati, e quindi costretti ad accettare condizioni sempre più basse, permettendo al padrone di aumentare ulteriormente i propri profitti.

Non regge neanche l’argomento secondo cui la flessibilità offre più possibilità professionali, perché il fenomeno che abbiamo visto è proprio l’opposto. Con l’inserimento della precarietà sono aumentati esponenzialmente i lavoratori precari non solo nelle mansioni più umili, ma anche tra gli insegnanti, i ricercatori, nella sanità, nell’amministrazione pubblica.

Allo stesso modo, è falso che la precarietà sia una fase iniziale dell’inserimento nel mondo del lavoro: nel pubblico come nel privato il fenomeno a cui assistiamo è quello di lavoratori che restano precari a vita passando da un contratto precario all’altro nello stesso posto con la stessa mansione. Questo vale tanto per l’amministrazione pubblica, quanto per la scuola, per le fabbriche e le aziende private. Né è dimostrabile che crei occupazione. Una ricerca pubblicata alcuni mesi fa dall’Unità spiega che il 62% del totale dei contratti precari sono al nord (di questi la metà esatta sono in Lombardia) il 31,2% nel centro Italia e soltanto il 7,6% nel sud o nelle isole. Questo dato ci dice che è proprio nelle aree dove c’è più lavoro che si fa maggior ricorso agli strumenti di flessibilità. Evidenziando che la precarizzazione serve alle esigenze delle imprese e non alle persone che cercano lavoro.

Ichino si spinge a dire che i precari stanno male perché sfruttati dai propri colleghi a tempo indeterminato, ma la realtà è ben diversa, la precarizzazione del lavoro ha peggiorato le condizioni di tutti i lavoratori, precari e non. Il ricatto esercitato su quelli contrattualmente più deboli ha permesso ai padroni di sfondare su molti fronti tra cui le condizioni di lavoro e salari. Da qui viene una fetta consistente del reddito nazionale che è passata in questi anni dal lavoro dipendente ai profitti. A causa di questa precarizzazione la produttività è aumentata nell’ultimo anno del 3%, ma il costo del lavoro è sceso del 3%.

Su una cosa però Ichino ha ragione: il sindacato così com’è non va bene. Abbiamo bisogno non di un’ente di beneficenza, come desidera il giurista, ma di un sindacato che difenda gli interessi dei lavoratori su basi di classe.

Se i padroni hanno potuto godere in questi anni di così tanti regali la responsabilità principale ricade sul sindacato, e in primo luogo la Cgil.

Una Cgil che ancora recentemente è riuscita a regalare ai padroni nuove e significative concessioni in termini di precarietà come nel contratto dei chimici (vedi articolo in questo numero) o ad Atesia, il più grande Call center del paese con oltre 3mila dipendenti precari, dove la Cgil ha da poco firmato un contratto interno in cui si peggiora la legge 30 e dove si è rifiutata di sottoporre l’accordo al voto lavoratori.

Sempre più lavoratori si rendono conto che la precarietà va combattuta. Sempre di più assistiamo a vertenze importanti che portano i lavoratori a rivendicare condizioni di lavoro e contratti dignitosi. Solo negli scorsi mesi non si contano le mobilitazioni dei ricercatori, dei lavoratori di importanti call center e decine di altre mobilitazioni importanti. Ad Atesia i lavoratori non sono stati consultati perché la burocrazia sindacale sapeva che l’accordo sarebbe respinto, dimostrando che se in quell’azienda non si fanno passi avanti nella difesa dei diritti la responsabilità è esclusivamente dei vertici sindacali.

Rivendicare l’abolizione di tutte le leggi che precarizzano il lavoro e lottare per il contratto a tempo indeterminato oggi più che mai rappresenta l’unica vera strada per aprire una nuova stagione di conquiste.

 

 
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