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Le intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali
nell’ultimo mese hanno fatto emergere un gigantesco caso di corruzione nel
mondo del calcio, con il coinvolgimento di Ministri, Dirigenti della Guardia di
Finanza e delle altre istituzioni dello stato, politici a vario livello e le
più grandi società.
Non è questo il primo scandalo, nel calcio
“moderno” degli ultimi vent’anni, ma è sicuramente il più clamoroso; quello che
sta distruggendo definitivamente la minima credibilità rimasta al gioco del pallone.
Viene da chiedersi, ora, come sia stato possibile per un
dirigente di una società, sia pure fra le più importante, poter accentrare su
di sé un tale potere di controllo su tutto quello che succedeva nel campionato,
corrompendo arbitri, dirigenti della federazione del Calcio e di quella di
tutti gli sport professionistici, funzionari dello stato e membri del
precedente governo di destra.
La risposta risiede nell’enorme concentrazione di capitali
in poche mani, che si è verificata negli ultimi 25 anni.
Il calcio, infatti, è diventato un’industria, un settore
economico come tanti altri, dove quindi si cerca esclusivamente la
massimizzazione dei profitti. Per ottenere maggiori profitti, ogni mezzo è
lecito: la corruzione nella società capitalista non è un bubbone ma ha nei
fatti piena legittimità. Inoltre come si è visto in diversi altri rami
dell’economia, anche nel calcio si è verificata una spaventosa concentrazione
dei capitali investiti e dei ricavi, con la creazione di tre blocchi di potere
dominanti, che finora si sono divisi la parte più grossa della torta. Troviamo
così il gruppo che si raccoglie attorno alla Juventus di Moggi, con a capo i
brandelli rimasti della famiglia Agnelli ma soprattutto le banche che hanno in
mano la Fiat e che hanno in Montezemolo il loro referente; il gruppo che ruota
attorno a Capitalia; ed infine il Milan di Berlusconi.
Questi tre blocchi dominanti hanno via via asservito a sè
tutte le società di calcio, stravolto ogni regola, arrivando a decretare a
tavolino, attraverso minacce, pressioni, l’uso della Guardia di Finanza e di
altre ‘istituzioni’ dello Stato, chi dovesse partecipare o no ai campionati di
calcio. La maggior parte dei capitali investiti nel calcio vengono, di fatto,
per vie più o meno traverse da Capitalia, il che assicura un potere di
controllo e una capacità di ricatto infiniti a chi ne ha il controllo o
collabora con questa banca.
Il calcio è sempre stato oggetto di interessi economici e
teatro di scandali più o meno grandi. Ricordiamo ai più giovani lo scandalo del
“calcioscommesse” che nel 1980 relegò il Milan e la Lazio in serie B. Ma il
salto di qualità che porta alla situazione attuale si delinea con l’avvento
delle televisioni a pagamento. In 20 anni il giro d’affari creato dalle
televisioni passa, in maniera stupefacente, da 2 miliardi di lire a 1.000
miliardi di lire.
Soldi che vanno in una direzione sola. Nel 1990-2000 infatti
le prime tre società di calcio (Juve, Milan e Inter) hanno un introito di 280
miliardi di Lire, di gran lunga superiore a quello delle restanti 15.
Ma come si è arrivati a questa spaventosa concentrazione
delle risorse?
All’inizio degli anni 2000, quattro società (Roma, Lazio,
Fiorentina e Parma) hanno provato a mettere in piedi un cartello alternativo,
con una propria televisione a pagamento, che potesse reagire allo strapotere
delle prime tre. Questo cartello ha avuto vita breve. I responsabili di questo
progetto hanno intrapreso le più spericolate operazioni finanziarie e ne sono
usciti nella maggior parte dei casi distrutti economicamente, dopo aver provato
a riciclare nel calcio una quantità ingente di denaro sporco, travolti da
scandali finanziari dei quali, nei casi di Parma e Lazio, con il crollo di
Parmalat e Cirio, ne hanno fatto le spese principalmente i lavoratori di queste
aziende e quelli che avevano investito i loro risparmi nelle loro azioni.
Caduto questo cartello, sono tutti rientrati sotto il blocco
di potere dominante guidato da Milan e Juventus che hanno definitivamente
assoggettato tutte le restanti società di calcio, avendo agio a piazzare
giocatori a piacimento e a creare delle vere e proprie succursali. È così che
si è arrivati alla spartizione degli ultimi 14 campionati che, tranne rare
eccezioni, hanno visto esclusivamente due vincitori.
Da molti punti di vista, quello che si è verificato nel
calcio, è un caso da manuale della crisi in cui versa il capitalismo e del
baratro in cui spinge tutti i settori della società la concorrenza selvaggia
che si sprigiona in un mercato che è sempre più avaro di spazi e di profitti.
Abbiamo così assistito ad un boom di cartapesta non molto
diverso da quello che si è visto nel settore immobiliare e della finanza
nell’ultima estate. I profitti che si attendevano con le televisioni a
pagamento sono arrivati solo in parte e così sono saltati tutti i programmi che
erano stati fatti non su profitti reali ma su profitti attesi.
Nel 2001/2002, a fronte di investimenti per 800 miliardi di
Lire, arrivano alla televisione a pagamento, ricavi per soli 200 miliardi di
Lire. Questo costringe a ridiscutere i contratti con le società di calcio che
però, in attesa dei profitti preventivati, avevano ricoperto d’oro i propri
calciatori, elargendo stipendi d’oro a mani basse.
È interessante che la stessa crisi si sia verificata anche
in Inghilterra, dove una più solida struttura economica e non, come sostiene
anche Liberazione, una diversa legge sui diritti televisivi, hanno permesso di
evitare il baratro in cui invece stanno sprofondando i padroni del calcio in
Italia.
Le società di calcio, anche le più grosse, con la riduzione
degli introiti che arrivano dalle televisioni, cominciano piano piano ad
affogare nei debiti e qui si verificano altri scandali, come quello delle
fideiussioni false o del decreto che permette alle società di calcio di
spalmare i propri debiti con il fisco anche in 20 o 30 anni. Tutte le
finanziarie degli ultimi dieci anni hanno tagliato lo Stato sociale, ma a
spericolati speculatori che hanno messo i loro capitali nel calcio si è
permessa ogni dilazione dei propri pagamenti delle tasse. Uno scandalo
ignobile.
Piene di debiti, anche le società che si sono spartiti la
fetta più consistente della torta, hanno rotto, di recente, la loro alleanza,
scontrandosi sulle prospettive future di un mercato ormai saturo, dove anche la
merce ‘partita di calcio’ è andata in contro ad una rapida svalutazione. Il
monopolista della Tv satellitare, Sky,
ora, non è più disposta a pagare cifre astronomiche per i diritti di partite che
ormai si possono vedere dappertutto, sulla televisione digitale terrestre, su
Internet e tra poco anche sui telefonini cellulari.
Oggi si parla di rifondare il calcio, di anno “zero”. Sono
pie illusioni. Dopo un periodo “moralizzatore”, dove colpiranno le mele più
marce, ricomincerà tutto come prima. In questo contesto, lo scandalo che ha
travolto Moggi non fa altro che eliminare un concorrente e costringe gli altri,
più o meno colpiti anche loro, a ridisegnare la loro strategia.
Ultima ciliegina sulla torta, lo scandalo del doping, un
giro di miliardi di euro ogni anno per le multinazionali farmaceutiche, che ora
riemerge anche nel calcio, con questo ultimo scandalo, dopo aver travolto un
altro sport come il ciclismo.
Il sistema capitalista ha massacrato e privatizzato la
scuola pubblica, la sanità, le pensioni. Non c’è da stupirsi se avvelena e
snatura il passatempo preferito di milioni di lavoratori e giovani italiani. La
lotta per uno sport pulito e accessibile a tutti non può che far parte della lotta
più generale per la trasformazione della società.
18/05/2006
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