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“Se erano italiani non glielo avrebbero fatto…” Stampa E-mail
Scritto da Daniele Barbieri   

Uno strano corteo a Sassuolo

fra cancro, Casbah, paura e solidarietà

 

In questo sabato 2 luglio Sassuolo appare divisa: da una parte chi è solidale e dall’altra una città disinformata anzi “aizzata” dai giornalisti locali ma che dietro la paura immotivata cela forse un razzismo strisciante. Così fuori dal corteo i commenti sono in prevalenza ostili.
Eppure un anziano si ostina a dire: “State sbagliando e sapete perché? Se erano italiani non dicevate così ma del resto se erano italiani non glielo avrebbero fatto uno sgombero schifoso come questo… Ma quando mai si è visto? Molti avevano comprato le case o stavano pagando i mutui, sono tutti lavoratori onesti”. Parole sagge e non solo perché l’anziano li conosce visto che abita a due passi dall’ormai famoso “palazzo verde” o come amano scrivere i giornalisti locali “la Casbah”.
In tanti chiudono orecchie o occhi: certo un migliaio di persone che sfilano a Sassuolo sono difficili da nascondere ma c’è chi vorrà credere che sono di fuori (un po’ meno della metà sarebbe una stima seria) o estremisti per passione o professione visto che “tutti spacciatori” è difficile da credere persino sotto il sole cocente e la disinformazione battente.
Brevissimo riassunto delle puntate precedenti. Un parziale sgombero il 24 giugno, poi la chiusura totale del palazzo il 27 con tanto di elicottero a far da “Apocalipse Now”.
Partiti e stampa locale “motivano” il tutto con accenni tanto apocalittici quanto confusi al degrado tecnico del palazzo (vecchio di 30 anni) e al “disagio sociale” (intorno girano spacciatori): un corto circuito logico e giuridico ma ad alto tasso emotivo. Accade in viale san Pietro 6 - il palazzo verde - nel quartiere Braida a Sassuolo, provincia modenese. La giunta è di centro-sinistra, sindaco Graziano Pattuzzi, della Margherita. L’assessore alla casa è il giovane Rocco Abbiuso di Rifondazione e non ci sta: con una lunga lettera - presto anche sul sito www.carta.org - motiva le sue dimissioni e l’uscita del partito dalla giunta, “un esecutivo cittadino povero di obiettivi sociali”. Fra la settantina di famiglie sgomberate molti rifiutano i luoghi assegnati - “indecenti” garantisce chiunque li abbia visti - e preferiscono dormire davanti al Duomo. Il comitato di via San Pietro invita a manifestare il 2 luglio.

Josef è del Togo anzi è “togo”

Alle 15 quando il corteo dovrebbe partire ci sono circa 300 persone (lungo la strada il numero triplicherà) e un numero esagerato di “forze dell’ordine”.
È con questa esibizione che se la prende Josef, custode del palazzo e sua “memoria storica” come viene chiamato da tutti. “Quando arrivavano gli spacciatori io chiamavo polizia e carabinieri e loro mi rispondevano: non abbiamo macchine. Poi per lo sgombero però avevano tante auto e persino l’elicottero; e oggi guardate quanti sono… Il sindaco ha detto che i poliziotti avevano paura degli spacciatori; ci devo credere? Invece a sgomberare donne e bambini non c’è timore. E hanno pure preso a calci un ragazzo”. Ad ascoltarlo c’è anche un tipo elegante (è il vice questore) che a questo punto si intromette: “Non dire bugie”. Senza scomporsi Josef chiama a raccolta testimoni. Un fiume in piena. Numeri, nomi, storie. Si incanta solo, con una certa solennità, su una frase che ripete ben 4 volte (anche in latino): “Si accaniscono con le colombe e hanno paura dei corvi”. Josef è del Togo sussurra un ragazzino, strizzando l’occhio, perché qui nel modenese l’aggettivo “togo” è usatissimo per indicare un tipo davvero fico.
Non è solo Josef a testimoniare. Fra i tanti c’è Benel, che abita nel palazzo accanto: “Ero in cucina, ho visto l’elicottero così vicino che avrei potuto offrirgli il caffè. Quella degli spacciatori è una gran balla perché loro sono ancora qui”. E ancora: “Volevano mandare questa gente al san Michele ma 10 mesi fa era stato sgomberato perché inagibile e non c’è stato fatto alcun lavoro, vi rendete conto?”. Ed è su questa frase che interviene un uomo di mezza età dallo smaccato accento modenese che si presenta così: “sono sassolese e oggi me ne vergogno”.
Quando il corteo parte si nota un vessillo de “il manifesto”, quello ormai classico con la “rivoluzione non russa”. Inevitabile chiedere al ragazzo chi è e perché lo sventola. “Sono Davide Marras, mi piace questa bandiera e il manifesto è un bellissimo giornale, anche se finora non ha raccontato le schifezze che stanno succedendo a Sassuolo”.
Tante bambine e bambini in testa. Donne e carrozzine. Gli immigrati sono quasi una metà dei manifestanti: “Siamo lavoratori, non spacciatori” ritmano. A seguire italiani sparsi o dietro striscioni politici. Una buona percentuale di sassolesi, un po’ più forse di modenesi; fra i piccoli gruppi venuti da fuori persino ragazzi di Udine e Pavia che “di questo schifo” hanno appreso in rete.
Spicca lo striscione della Rsu (rappresentanza sindacale unitaria) della Terim: “Siamo qui al completo come la Smalti Modena ma ci sono altri delegati sparsi. Invece Cgil, Cisl e Uil dopo tante promesse non hanno avuto il coraggio di un comunicato solidale, come invece ha fatto l’Arci” chiarisce un delegato. “Palazzo verde, condanna per l’uso della forza” strilla un volantino dei Comunisti italiani; “ma allora perché non uscite anche voi dalla giunta?” chiede una signora senza ottenere risposta. C’è anche un volantino bi-lingue su carta verdina: è delle comunità islamiche di Sassuolo. “Bene ma potevano svegliarsi un po’ prima” commenta un ragazzo arabo.
Lungo la strada un immigrato sviene: “È uno degli sgomberati” spiegano: “da una settimana non chiude occhio”. Una dottoressa modenese che era in corteo lo soccorre. “Un brutto stress psico-fisico ma può superarlo… se ritrova un po’ di serenità”.

Non fa rima però è proprio un bello slogan

Dalla periferia ci si avvicina al centro. Aumenta il protagonismo degli immigrati. “Vogliamo le case, contro il razzismo” urla al megafono una bimbetta. Ma ai più piccoli piace ancor più: “Lotta dura senza paura”. Rimbomba lo slogan: “Italiani, immigrati, operai, uniti nella lotta”. Quasi ossessivo accompagnerà il corteo sino al termine e una signora riflette: “questo non proprio fa rima ma è proprio bello, mi ricorda gli anni ’60 e ’70, quel credere in un mondo migliore per tutti”.

L’arrivo in Piazza Garibaldi

Verso le 17,40 si arriva alla piazza principale. Dal palco si legge una sfilza di adesioni (Titti De Simone, Giorgio Cremaschi, i Cobas dell’Alfa Romeo…). Poi gli interventi. Paolo Brini della Fiom smonta, punto per punto, le verità ufficiali. “C’è ancora un arrestato. Vogliamo Khalid libero” urla Francesco. Un dirigente nazionale di Rifondazione, Claudio Bellotti, ringrazia chi ha rotto il muro del silenzio. “Sono modenese ma ho fratelli e sorelle in tutto il mondo” spiega Colby, avvolto in una bandiera rosso-nera: “Mio padre sta morendo di cancro per colpa dei padroni che ora vi sfruttano e vi tolgono pure le case”. Tocca a Chaid. Con un’ironia tagliente, scegliendo le parole con cura estrema, racconta chi è, parla di suo figlio, ripercorre il cammino di questo inverosimile sgombero: “Oggi è stato bello però abbiamo fatto solo un piccolo passo. Tutti uniti anche domani”. Poi resta sul palco per tradurre Ibrahim che parla di “civiltà” (senza dimenticare le sciocchezze al riguardo di tal Berlusconi) e insiste su questa unità italiani-immigrati.
Per oggi è finita ma c’è ancora tempo per un auspicio racchiuso in una frase dal buon sapore antico: “Resisteremo un minuto più del sindaco”.
Basta girare un angolo per incontrare il Duomo con le tende e i materassi degli sgomberati. Una coppia ben vestita di passaggio aggrotta tutte le sopracciglia possibili. Ma lo sapranno che questi “accampati” una casa l’avevano e pure di proprietà? Alla gente per bene verrà il dubbio che non sia un gioco o una Casbah ma una stupida, cattiva, evitabilissima tragedia? E in sassolese come si traduce “Si accaniscono con le colombe e hanno paura dei corvi”?

4 luglio 2005

(Articolo pubblicato su Carta e Migranews)
 
 
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