La Repubblica del 6 gennaio ha pubblicato “Uno sguardo sull’istruzione
2005”, il rapporto dell’ Ocse sulla scuola e l’università. Sono dati che
ci consegnano una volta di più un’immagine desolante dello stato dell’istruzione
pubblica in Italia.
Se la spesa per alunno nella scuola dell’obbligo è di 7.747 euro contro i
6.081 degli altri stati, all’Università questo rapporto si rovescia, 8.636 a
10.655.
I ripetenti a quindici anni nella scuola superiore sono l’8,8%, contro il
2% della media dei paesi Ocse. I dati riportati ci dicono come il governo spenda
il 4,9% del Pil nell’istruzione (pubblica e privata) contro il 5,8% della
media Ocse.
Anche i dati del ministero parlano chiaro: il 57% degli edifici senza
agibilità statica, il 57,35% senza certificato di agibilità sanitaria. Sono in
costante aumento gli infortuni nelle scuole: nel 2004 si è registrato un
aumento del 10% rispetto all’anno precedente. Più di un istituto su cinque
non ha mai fatto prove di evacuazione ed è di conseguenza a rischio di fronte a
situazioni di emergenza. A più di tre anni dal disastro di San Giuliano (26
alunni e 3 lavoratori morti nel crollo di una scuola durante un terremoto) ci
sono le basi perché tragedie del genere si ripetano su una scala ancora
maggiore.
In questi edifici ogni giorno studiano o lavorano 10 milioni di persone. Di
questi edifici, il 48% risale a prima del 1965. L’attuale governo ha stanziato
con la finanziaria 2005 10 milioni di euro per l’edilizia scolastica (un euro
a persona), una cifra che è una presa in giro. Dall’altra parte le ultime
finanziarie hanno erogato 190 milioni di euro per il buono scuola nazionale,
più 527 milioni in finanziamenti diretti alle scuole private. Una pioggia di
soldi all’istruzione dei ricchi, mentre la scuola pubblica crolla su se
stessa!
Cosa (ri)propone Prodi?
È un’illusione pensare che la scadenza elettorale possa porre le basi per
una risoluzione dei problemi della scuola e dell’Università. Non solo la
coalizione di centrosinistra è la stessa che dal 1996 in poi aveva iniziato la
privatizzazione dell’istruzione pubblica, ma in questo campo non fà che
lanciare continui e inquietanti segnali di quella che sarà la sua politica
governativa.
Se negli scorsi anni l’Emilia Romagna, regione governata dal
centrosinistra, era stata “all’avanguardia” per quanto riguarda i
finanziamenti alle scuole private, con la legge Bastico, Rutelli ha detto della
Riforma Moratti che “dopo averla sperimentata si dovranno stabilire i punti
precisi su cui intervenire”. Ammissione indiretta di come per questi
politici nella legge Moratti ci siano molti aspetti positivi. A Bologna, “vetrina”
dell’Unione, Cofferati minaccia di tagliare tre corsi di un’importante
istituto tecnico comunale per mancanza di fondi. Quando poi invece sembrano
essere in pericolo i “buoni scuola” per le famiglie che scelgono le scuole d’infanzia
private, si affretta a rassicurare che i 280mila euro per questi servizi “saranno
trovati, faremo di tutto e anche di più.”(L’Unità, 25 gennaio).
L’anno scorso i gruppi parlamentari dell’Unione hanno firmato un
documento che difende l’Autonomia scolastica e universitaria. Autonomia
scolastica che, meglio dirlo una volta di più che una di meno, è la chiave di
volta del processo di privatizzazione dell’istruzione.
Selezione di classe
L’“alternanza scuola-lavoro”, una definizione neutra per nascondere un
disgustoso progetto di selezione classista, trova le sue basi proprio in questi
provvedimenti presi dal precedente governo di centrosinistra.
L’asse fondamentale della riforma Moratti alle superiori, il “doppio
binario” che ci restituisce una scuola pre-68, è figlio dell’autonomia
scolastica. L’Autonomia ha trasformato le scuole in singole unità giuridiche
dotate di un proprio bilancio. Questa bella e virtuosa parola, “Autonomia”,
non spiega che l’autonomia finanziaria verrà applicata in un’epoca di tagli
ai finanziamenti. Perciò gli istituti i soldi per andare avanti se li devono
cercare, e i metodi sono due. Il primo, lo sappiamo tutti, è l’aumento delle
tasse scolastiche. Il secondo è legarsi a banche e imprese, che chiederanno in
cambio di orientare stages, tirocini, corsi. Il tutto ovviamente secondo i loro
interessi e il loro profitto. Nella maggior parte dei casi si tratta di stages
gratuiti o quasi. Le aziende, potendo contare su un ricambio continuo di mano d’opera
gratuita e priva di qualsiasi tutela sindacale, risparmiano sulle assunzioni
incrementando i loro profitti.
Questi criteri determinano una sempre maggiore polarizzazione (nella qualità
dell’insegnamento, delle strutture, ecc.) tra istituti “di serie A” e “di
serie B”. La Moratti in realtà ha solo portato all’estremo il meccanismo
che Prodi e i governi dell’Ulivo avevano impostato.
Questi signori sono anche gli autori della legge sulla parità scolastica,
fatta per compiacere vescovi e capitalisti, che ha aperto la diga dei buoni
scuola e del dilagare di finanziamenti sotto qualsiasi forma alle scuole
private.
Quale risposta?
Non crediamo, al contrario di altre organizzazioni studentesche come l’Uds,
che il compito di collettivi e gruppi di sinistra sia spargere illusioni a piene
mani sull’Unione. Anzi.
Siamo convinti, soprattutto sulla base dell’esperienza e degli interessi
che stanno dietro la compagine di Prodi, che da quella direzione arriveranno
attacchi non meno pesanti.
Per questo non solo bisogna tenere alta la guardia, ma occorre anche dotarsi
di una piattaforma adeguata. Partendo innanzitutto dal fatto che sono i
lavoratori a pagare la scuola di tasca loro, e da un decennio questi soldi
vengono utilizzati per finanziare le scuole private o la guerra in Iraq, ossia
tutti gli “interessi che contano” tranne quelli dei figli dei lavoratori
stessi. Per questo rivendichiamo la fine di qualsiasi taglio di spesa all’istruzione
pubblica e che almeno il 7% del Pil sia destinato alla stessa.
Lo studio non deve essere una merce a pagamento, ma un diritto. Senza la
gratuità dell’iscrizione, dei libri, dei mezzi di trasporto, degli alloggi
per gli studenti fuori sede, il “diritto allo studio” è una parola priva di
significato, valida solo per quei pochi che hanno i mezzi economici per portare
a termine un oneroso corso di studi.
L’università italiana plasmata dal 3+2 introdotto dalla riforma Zecchino
è un esempio lampante di questo fatto: una laurea triennale di basso profilo,
poco spendibile sul mercato del lavoro, e lauree specialistiche con numeri
chiusi e tasse d’iscrizione improponibili per i più.
Di conseguenza bisogna battersi per il ritiro tanto della Riforma Moratti
quanto di tutte quelle riforme che le hanno aperto la strada, come la riforma
Berlinguer per la scuola superiore e la Zecchino per l’università.
Gli stages gratuti presso le aziende stanno diventando la norma in molte
scuole. Anche se ci raccontano che queste forme d’apprendistato ci aiuteranno
a trovare lavoro, è l’esatto contrario: oltre a essere relegati spesso ad
attività di secondo piano e per nulla formative, evitano alle aziende la
necessità di assumere lavoratori. Rivendichiamo stages e tirocini con una
retribuzione regolare, posti sotto il controllo delle rappresentanze sindacali e
studentesche.
Nello stesso tempo, un’istruzione decente è possibile solo con personale
sufficiente e motivato. Questo è possibile solo con l’abolizione del
precariato, l’assunzione di tutti i lavoratori dell’istruzione con contratti
a tempo indeterminato e un tetto massimo di 20 alunni per classe.
A chi ci dice che questo programma è utopistico e irrealizzabile perché
mancano i soldi, rispondiamo che questi ci sono, solamente che vengono dirottati
nelle spese militari per mantenere le truppe in Iraq e Afghanistan, finanziare
le scuole private e speculazioni colossali come la Tav.
La realtà è che dalle elezioni del 9 aprile non uscirà nessun “governo
amico” degli studenti e dei lavoratori. La scuola sarà uno dei primi
obiettivi di una ricetta fatta di tagli e privatizzazioni. Come si legge sul
sito della Margherita (www.margheritaonline.it): “Sostegno all’autonomia.
Va ribadito che questo tema rientra nel principio di sussidiarietà in quanto
riconsegna alla società civile un’istituzione che negli ultimi due secoli era
stata affidata in gestione quasi esclusiva allo Stato per particolari condizioni
storiche (unificazione del paese, laicità dell’istruzione, marxismo)... di
qui la totale insignificanza della distinzione tra statale e non statale
paritaria”. Per questi signori è chiarissimo come l’Autonomia
scolastica sia la chiave per la privatizzazione della scuola pubblica. Per loro
la “laicità dell’istruzione” e decenni di lotte (“marxismo”) sono “condizioni
storiche” da superare. Questo è quello che ci stanno preparando. L’esperienza
di questi anni dimostra come solo la mobilitazione di studenti e lavoratori
possa fermare quest’attacco.
Lo scorso autunno nelle scuole e soprattutto nelle università è esplosa la
rabbia di migliaia di studenti, partita dalla contestazione alla Moratti. C’è
potenziale sufficiente da mettere in discussione non solo le riforme fatte dal
governo Berlusconi, ma tutti i precedenti progetti di privatizzazione dell’istruzione
pubblica.
Ora più che mai è necessario organizzarsi e prepararsi alla lotta!
|