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Il capitalismo in un vicolo cieco
Nel periodo
che va dal 1948 al 1973/4 abbiamo assistito a un’esplosione senza
precedenti di innovazioni industriali e tecnologiche. Ma i grandi
successi del sistema capitalistico si stanno ora trasformando nel loro
opposto. Mentre scriviamo esistono ufficialmente 22 milioni di
disoccupati nei paesi capitalisti avanzati dell’Ocse, senza considerare
le centinaia di milioni di disoccupati e sottoccupati distribuiti tra
Africa, Asia e America Latina. Questa non è la disoccupazione ciclica
temporanea del passato; è un’ulcera cronica che divora le viscere della
società. Come una spaventosa epidemia affligge anche settori della
società che fino a poco tempo fa si ritenevano al sicuro.
Nonostante
tutti i progressi della scienza e della tecnologia, la società si
ritrova in balìa di forze che non può controllare. Alle soglie del XXI
secolo l’uomo guarda al futuro con ansia crescente. Al posto della
sicurezza di un tempo guadagna terreno l’incertezza e un malessere
generalizzato colpisce in primo luogo e principalmente la classe
dominante e i suoi strateghi, che si rendono sempre più conto che il
loro sistema è in seria difficoltà. La crisi del sistema si riflette in
una crisi ideologica che si riscontra nei partiti, nelle chiese
ufficiali, nella morale, nella scienza e perfino in quella che oggi
viene spacciata per filosofia.
La proprietà
privata e lo Stato nazionale sono le due camicie di forza che
imbrigliano lo sviluppo della società. Da un punto di vista oggettivo
le premesse per un mondo socialista esistono da decenni. Il fattore
decisivo che ha permesso al capitalismo di superare parzialmente le sue
contraddizioni fondamentali è stato lo sviluppo del commercio mondiale.
Dopo il 1945 il ruolo di poliziotto mondiale assunto dagli Usa per
tenere a bada le spinte rivoluzionarie in Europa e in Giappone e per
contenere il blocco sovietico, gli diede l’opportunità, per mezzo degli
accordi di Bretton Woods e del Gatt, di costringere le altre potenze
capitaliste ad abbassare le tariffe doganali e di rimuovere gli altri
ostacoli al libero commercio.
Questa nuova
situazione era in totale contrasto con il caos economico del periodo
tra le guerre quando l’intensificarsi delle rivalità nazionali si
esprimeva attraverso svalutazioni competitive e guerre commerciali che
avevano condotto al soffocamento delle forze produttive entro i
ristretti confini della proprietà privata e dello Stato nazionale. Come
conseguenza di questo, il periodo tra le due guerre fu caratterizzato
da crisi, rivoluzioni e controrivoluzioni e culminò nel nuovo massacro
imperialista del 1939-45. Nel periodo postbellico i capitalisti
riuscirono in parte a superare la crisi fondamentale del proprio
sistema attraverso un’integrazione del commercio mondiale e crearono un
mercato in gran parte unificato. Questo fornì le premesse basilari per
la crescita massiccia dell’economia tra il 1948 e il 1973, che a sua
volta avrebbe portato a un incremento nel tenore di vita, almeno per
una parte importante della popolazione dei paesi a capitalismo
avanzato. Una persona in fin di vita può, ad un certo punto, ritrovare
improvvisamente le energie, al punto da far sperare in un completo
recupero; poi, altrettanto improvvisamente, subentra una nuova crisi,
che prelude a un crollo decisivo.
Periodi di
questo genere sono non solo possibili, ma inevitabili, anche in
un’epoca di declino del capitalismo, se l’ordine sociale esistente non
viene abbattuto. Tuttavia, gli abbaglianti fuochi d’artificio
dell’espansione economica, non hanno in nessun modo cambiato la natura
del capitalismo o cancellato le sue contraddizioni. Il lungo periodo di
crescita economica del 1948-73 è passato. Piena occupazione, tenori di
vita in continua crescita e stato sociale sono persi. Al posto della
crescita ci troviamo ora di fronte la stagnazione, la recessione e una
generale crisi delle forze produttive.
I capitalisti
non sono più interessati agli investimenti in attività produttive.
Negli anni ’80, poco prima di morire, il presidente della Sony
Corporation, Akio Morita, avvertiva insistentemente del pericolo
mortale per il sistema capitalistico rappresentato dal progressivo
spostamento degli investimenti dall’industria produttiva verso il
terziario. Dal 1950 a oggi gli Stati Uniti hanno perso metà
dell’occupazione industriale di allora, e ormai tre quarti dei posti di
lavoro sono nei servizi. Una simile tendenza esiste in Inghilterra,
relegata al rango di potenza di terz’ordine. In un articolo apparso
sulla rivista Director (febbraio 1988), Morita sosteneva:
Quello
che vorrei far capire è che, lungi dall’essere il procedere adulto di
un’economia in via di maturazione e qualcosa da incoraggiare questa
tendenza, è distruttiva. Nel lungo periodo un’economia che ha perso la
sua base industriale ha perso il suo centro vitale; un’economia basata
sui servizi non ha una forza motrice. Così, il compiacersi per questo
spostamento dalla manifattura al paradiso dei servizi ad alta
tecnologia dove i lavoratori stanno seduti di fronte a un terminale e
passano la giornata a scambiarsi informazioni, è assolutamente fuori
luogo.
Questo perché è solo
l’industria che crea qualcosa di nuovo, trasformando le materie prime e
convogliandoli in prodotti che possiedono più valore dei materiali di
cui sono fatti. Dovrebbe essere ovvio che i servizi sono accessori e
dipendono dall’industria.
Invece
di creare lavoro e aumentare la ricchezza della società, i grandi
monopoli stanno dedicando immani risorse a speculare sui mercati
valutari, organizzando scalate predatorie e altri tipi di attività
parassitarie. Morita faceva notare che:
Gli
uomini d’affari si sono fatti incantare dal gioco dei tassi di cambio.
Hanno scoperto che questo gioco può dare rapidamente profitti senza
bisogno di investire in un’impresa produttiva. Anche qualche azienda
manifatturiera è passata all’impero dei cambi valutari.
Quelli
che passano tutta la vita di fronte a un monitor che mostra l’ultima
quotazione azionaria o dei cambi vivono in un mondo tutto loro; non
sono fedeli a nessuno, non producono niente, non creano nessuna idea
nuova, ma scambiano 200 miliardi di dollari ogni giorno tra Londra, New
York e Tokyo. Sono come tante fiches da casinò, che però hanno un
valore nominale molto più alto delle merci vendute in un giorno. "È
come tanta acqua che fa disastri nella sala macchine", ha scritto
Morita.
Egli
paragonava la situazione del capitalismo mondiale a una partita di
poker giocata su una nave che sta affondando e concludeva:
È
un gioco inebriante, pieno di emozioni, ma le vincite e le perdite al
tavolo da gioco non oscurano lo spaventoso fatto che la nave sta
affondando e nessuno lo capisce.
Da
quando Morita ha scritto queste righe la situazione è molto peggiorata.
Il gigantesco mercato mondiale dei "derivati" ha raggiunto la
sbalorditiva cifra di 25mila miliardi di dollari ed è assolutamente
fuori controllo. È un gioco d’azzardo di proporzioni immani; fa
sembrare la speculazione nella Borsa di New York prima del 1929 come un
semplice giochetto. Tutto ciò mostra l’instabilità di fondo del
capitalismo mondiale, che potrebbe terminare in un crack finanziario
del tipo 1929.
Le contraddizioni rimangono
Nel 1848, Marx
ed Engels avevano previsto che il capitalismo si sarebbe sviluppato
fino a diventare un sistema mondiale. Nel ventesimo secolo questo è
stato confermato nei minimi dettagli. Il dominio assoluto del mercato
mondiale è il fattore decisivo di quest’epoca. Abbiamo
un’economia mondiale, una politica mondiale, una diplomazia mondiale,
una cultura mondiale, guerre mondiali. Ma globalizzazione dell’economia
non significa diminuzione dei problemi; al contrario, ha comportato
un’enorme intensificazione delle contraddizioni.
Nell’ultimo
decennio del ventesimo secolo, nonostante tutte le meraviglie della
scienza moderna, due terzi dell’umanità vivono sull’orlo della
barbarie. Malattie comuni, come la diarrea e il morbillo, uccidono
sette milioni di bambini all’anno. Basterebbe, per prevenirle, una
migliore alimentazione o un semplice ed economico vaccino. 500mila
donne l’anno muoiono per complicazioni durante la gravidanza e circa
200mila muoiono per essersi sottoposte ad un aborto. I paesi ex
coloniali spendono solo il 4% del loro Pil per la sanità, una media di
41 dollari pro capite, rispetto ai 1900 delle economie avanzate.
Secondo le
Nazioni Unite, entro il 2000 saremo 6 miliardi, la metà dei quali avrà
meno di 20 anni. Ma la maggior parte di questi dovrà subire la
disoccupazione, la mancanza di un’istruzione elementare e di assistenza
sanitaria, il sovraffollamento e pessime condizioni di vita. Si stima
che 100 milioni di bambini tra i 6 e gli 11 anni non vanno a scuola.
Due terzi sono femmine. Per inciso, anche negli Usa, l’Unicef stima che
il 20% dei bambini viva sotto la soglia di povertà. Tuttavia la
situazione dei paesi del Terzo Mondo ha raggiunto un livello da incubo.
Non meno di 100 milioni di bambini vivono per la strada. In Brasile
stanno "risolvendo" questo problema con una campagna terroristica
condotta da polizia e squadroni della morte, che fanno strage di
bambini colpevoli solo di essere poveri. Atrocità del genere vengono
perpetrate contro i senzatetto in Colombia, dove non molto tempo fa è
stato scoperto che un gran numero di uomini, donne e bambini che
vivevano per le strade sono stati uccisi e i loro corpi venduti
all’università di Bogotà per la dissezione nei laboratori di medicina.
Tali storie riempiono di orrore tutte le persone civili, ma sono solo
l’estrema conseguenza della moralità di una società che tratta gli
uomini come merce.
Come risultato
delle guerre in questi ultimi dieci anni, un milione di bambini sono
stati uccisi, quattro milioni gravemente feriti e cinque milioni sono
profughi o orfani. In molti paesi ex coloniali possiamo osservare il
fenomeno del lavoro minorile: spesso, in realtà, una vera e propria
schiavitù. Le proteste ipocrite dei nostri media non impediscono che i
prodotti di questo lavoro raggiungano i mercati occidentali e aumentino
il capitale di "rispettabili" compagnie occidentali. Un tipico esempio
è il caso recentemente pubblicizzato di una fabbrica di fiammiferi dove
bambini, per la maggior parte femmine, lavorano per 6 giorni e un
totale di 60 ore la settimana, immerse in prodotti chimici tossici, per
tre dollari settimanali. Una lettera all’Economist del 15
settembre 1993 diceva che "i genitori capiscono certamente il valore
dell’istruzione per il futuro dei propri figli, ma spesso sono così
disperatamente poveri, che non possono fare a meno dei salari dei
propri figli lavoratori."
La ragione
principale dell’opprimente povertà del Terzo Mondo è il doppio
saccheggio delle risorse attraverso uno scambio commerciale comunque
iniquo e l’indebitamento degli stati nei confronti delle banche
occidentali per migliaia di miliardi di dollari. Soltanto il pagamento
degli interessi su questi debiti comporta per queste nazioni la
necessità di esportare cibo che servirebbe alla propria popolazione e
di sacrificarne la salute e l’istruzione.
Secondo
l’Unicef il pagamento dei debiti ha causato, nel Terzo Mondo, una
caduta dei redditi di un quarto, delle spese sanitarie del 50% e delle
spese per l’istruzione del 25%. Nonostante l’ipocrita coro di proteste
che si leva nei paesi ricchi contro la distruzione delle foreste
pluviali dell’Amazzonia, gli economisti brasiliani hanno dimostrato che
questa è dovuta in gran parte alla necessità di ottenere entrate dalle
esportazioni agroalimentari, principalmente in base alla carne allevata
su terre strappate alla foresta. I finanziamenti per questi progetti di
esportazione vengono dalla Banca Mondiale e da altre organizzazioni
finanziarie internazionali.
L’umanità è
letteralmente a un bivio. Da un lato ci sono tutte le potenzialità per
costruire un paradiso su questa terra; dall’altro, elementi di barbarie
minacciano di inghiottire l’intero pianeta. La foresta pluviale
tropicale viene devastata al ritmo di 75mila chilometri quadrati
l’anno, un’area grande come la Scozia, un quarto dell’Italia. Si può
speculare sulla causa dell’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni
fa, ma non c’è dubbio su quale sia la causa della catastrofe
incombente: la ricerca incontrollata del profitto e l’anarchia della
produzione capitalistica. Anche scienziati che non c’entrano nulla con
il socialismo sono arrivati alla conclusione (perfettamente logica, se
ci si pensa un momento) che l’unica soluzione è da ricercarsi in un
qualche tipo di economia pianificata a livello mondiale. Tuttavia, ciò
è del tutto impossibile sotto il capitalismo. 41 nazioni hanno
formalmente sottoscritto la "World Conservation Strategy" (strategia
mondiale per la conservazione) ma, in assenza di una federazione
socialista mondiale, esso è un mero elenco di buoni propositi, mentre a
decidere sono gli interessi dei grandi monopoli.
Eppure non c’è
niente di inevitabile in tutto ciò. Tutte le tetre previsioni sul
futuro senza uscita dell’umanità, a cominciare da Malthus, si sono
dimostrate false. Il potenziale dello sviluppo umano non ha limiti. Già
ora ci sono le risorse per eliminare la fame dal pianeta, dato che
nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti la produttività agricola ha
raggiunto tali vette che i contadini vengono pagati per non produrre e
ottimi terreni non vengono più lavorati. Il grano è buttato a mare o
mischiato a coloranti per renderlo immangiabile. Ci sono depositi che
contengono montagne di carne, burro, latte in polvere. Gli olivi della
Spagna vengono sradicati di proposito; vengono abbattute vacche da
latte in tutta Europa. E intanto 450 milioni di persone nel mondo sono
denutrite o stanno morendo di fame.
Per il
principio del prossimo secolo i paesi che si affacciano sull’oceano
Pacifico saranno con ogni probabilità responsabili della metà della
produzione mondiale. L’economia mondiale sarà compiuta. Per secoli gli
europei si sono considerati al centro del mondo. In termini oggettivi
questa convinzione non ha basi più solide dell’idea di Tolomeo che la
Terra fosse al centro dell’universo. Già negli anni venti Trotskij
aveva previsto che il baricentro della storia del mondo si sarebbe
spostato dall’oceano Atlantico a quello Pacifico. Il prossimo stadio
della storia umana vedrà le enormi masse dell’Asia realizzare il loro
pieno potenziale come partecipanti a una federazione mondiale di stati
socialisti.
Il flagello della disoccupazione
Lavorare è la
nostra principale attività. Dall’età più precoce ci prepariamo a
questo. La nostra istruzione scolastica è fondata sul lavoro. Il lavoro
è la base su cui si regge tutta la società. Senza di esso, non ci
sarebbe cibo, non ci sarebbero vestiti, né abitazioni, né scuole, né
cultura, e nemmeno arte o scienza. Nel vero senso della parola, il
lavoro è vita. Negare a una persona il diritto di lavorare non
significa solo negarle il diritto a un minimo livello di vita,
significa privarla di dignità umana, tagliarla fuori dalla società
civile, rendere la sua vita futile e priva di senso. La disoccupazione
è un crimine contro l’umanità. La creazione di una specie di
sottoclasse nei sobborghi delle città americane e di altri paesi è una
sentenza di condanna contro questa società. Quelli fra gli strateghi
del capitale dotati di maggiore lungimiranza tradiscono una crescente
paura nei confronti della tendenza verso la disintegrazione sociale
dell’occidente:
La
concentrazione nelle città di una crescente popolazione di gente
scontenta e immiserita, che dipende da infrastrutture fragili, è densa
di pericoli, non ultimo fra questi è la forte probabilità che la
solidarietà alla base dello stato sociale venga distrutta negli anni a
venire. I costi, ogni volta maggiori, degli aiuti alla popolazione
dipendente metteranno a dura prova la pazienza dei più fortunati nel
caso di una recessione economica… Ma questo è un problema per il
prossimo secolo.
In termini evolutivi lo Stato
sociale ha reso proficuo il fallimento. Le donne della classe inferiore
sono il 60% più prolifiche di quelle della piccola borghesia, bianca o
nera. Ma anche questo dato sottovaluta l’impatto sulla popolazione. Le
donne sottoproletarie non solo fanno più figli, ma li fanno prima,
portando nel tempo a una crescita geometrica della popolazione
sottoproletaria.
Rees-Mogg, che
si fa coraggio con l’illusione che "il marxismo è morto", dà voce alle
politiche apertamente reazionarie che richiamano fortemente le
affermazioni dei maltusiani del secolo scorso:
[I
poveri] vengono incoraggiati a sprecare la propria vita dai perversi
incentivi dei programmi sociali che impongono aliquote reali di
tassazione pari al 100% del reddito o più su chi rifiuta l’assistenza
per ottenere un impiego. In molti casi, il valore totale dei buoni
pasto, dei sussidi, dei pagamenti dell’assistenza sociale, dei sostegni
al reddito, e delle cure mediche gratuite e di altri servizi eccedono
il reddito lordo di un lavoratore non specializzato. E l’assistenza
pubblica, per definizione, può essere ottenuta senza sforzi o quasi.
Non devi alzarti al mattino e precipitarti in mezzo agli altri
pendolari per assicurarti il pane (…) la scarsa applicazione delle
leggi rende più attraenti perfino l’analfabetismo, la pigrizia e
l’illegalità. Ragazzi che possono fare cento dollari l’ora come ladri o
spacciatori saranno probabilmente meno attratti dai vantaggi di
imparare a leggere o avere un lavoro al minimo salariale, cose che
possono migliorarti la vita solo in futuro.43
Sull’altra
costa dell’Atlantico, la percezione degli stessi presagi si va
diffondendo tra gli strateghi del capitale. Il noto economista John
Kenneth Galbraith ha posizioni più moderate di Rees-Mogg, ma è giunto a
conclusioni analoghe. Nel suo libro The Culture of Contentment (La cultura dell’appagamento) lancia un duro monito sul pericolo di conflitti sociali esplosivi generati dalle divisioni di classe della società americana:
Ma la possibilità di una rivolta del sottoproletariato, che turberebbe profondamente l’appagamento,
esiste e cresce velocemente. Ci sono state esplosioni nel passato, come
i disordini nei sobborghi delle grandi città alla fine degli anni ’60
ed esistono oggi molti fattori che potrebbero portare a un ripetersi di
eventi simili.
In particolare, è chiaro, la
tranquillità finora è dipesa dal paragone con la vita disagevole del
periodo precedente ma, col tempo, la differenza svanisce, e col tempo
diminuisce anche la possibilità di fuggire dalle privazioni relative,
ovvero l’impossibilità di mobilità verso l’alto della scala sociale.
Questa, in particolare, potrebbe essere la conseguenza di un’economia
in fase di rallentamento o di contrazione e a maggior ragione in caso
di prolungata recessione o di depressione. I lavoratori che, a ondate
successive, hanno lavorato nell’industria automobilistica e nelle
fabbriche di Detroit, i profughi delle campagne del Michigan e
dell’Ontario e, in seguito, i bianchi poveri degli Appalachi, tutti
loro hanno avuto la possibilità di ascendere stabilmente la scala
sociale. Molti di quelli che vennero dal sud per sostituirli
sperimentano ora una disoccupazione endemica. Nessuno si sorprenderebbe
se , un giorno o l’altro, si scatenasse una violenta reazione. È sempre
stato uno dei cardini della società dei ricchi che i disagiati
accettino pacificamente, perfino con gioia, il proprio destino. Un tale
convincimento oggi potrebbe essere improvvisamente e bruscamente
confutato.44
Alienazione
"Il mondo non è un insieme di individui isolati;
tutto è connesso con ogni cosa in qualche modo" (Aristotele)
"Nessun uomo è un’isola, tutto da solo;
ogni uomo è un pezzo del continente, una parte dell’insieme;
se una zolla viene spazzata via dal mare, l’Europa ne è diminuita,
come se fosse un promontorio, o un maniero tuo o dei tuoi amici;
la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io sono parte dell’Umanità;
per questo non chiedere mai per chi suona la campana; suona per te."
(John Donne, Devotions upon Emergent Occasions, no. xvii.)
Gli esseri
umani divennero tali separandosi dalla propria natura puramente
animale, ovvero inconscia. Persino l’animale più sviluppato non può
competere con le conquiste dell’umanità, che le hanno permesso di
sopravvivere e prosperare nelle condizioni e nei climi più diversi,
nelle profondità oceaniche, in cielo e anche nello spazio. Gli esseri
umani si sono sollevati a tal punto dal proprio stato "naturale",
ovvero zoologico, che hanno modificato il proprio ambiente a un livello
come mai in passato. Eppure, paradossalmente, gli uomini sono ancora
controllati da forze cieche che sfuggono al loro controllo. La
cosiddetta "economia di mercato" è basata sulla premessa che le persone
non controllano la propria vita e i propri destini, ma sono pupazzi
nelle mani di forze invisibili che, come gli dèi dell’antichità,
capricciosi e insaziabili, governano tutto e tutto dispongono senza
ragione coerente. Questi dèi hanno sacerdoti che dedicano la propria
vita al loro servizio. Essi popolano le banche e le borse, hanno
rituali complicati, ma ne ricavano anche grossi profitti. Ma quando le
divinità si arrabbiano i sacerdoti si fanno prendere dal panico, come
un branco di bestie impaurite, e come esse privi di coscienza.
Gli antichi romani definivano lo schiavo "strumento con la voce" (instrumentum vocalis).
Al giorno d’oggi molti lavoratori potranno constatare che tale
descrizione potrebbe essere applicata bene anche a loro. Ci dicono che
viviamo in un mondo postmoderno, postindustriale, post-fordista. Ma
cosa è cambiato delle condizioni della classe lavoratrice? Dappertutto
le conquiste del passato sono sotto attacco. Nei paesi occidentali il
tenore di vita della maggior parte della popolazione, si sta riducendo
fortemente. Lo Stato sociale è minato mentre la piena occupazione è
ormai un ricordo del passato.
In tutti i
paesi la società è afflitta da un fortissimo disagio, che parte dalla
testa e scende fino a investire ogni parte del corpo. La sensazione di
insicurezza provocata dalla disoccupazione di massa permanente si è
diffusa in settori della forza-lavoro che prima si sentivano al sicuro;
insegnanti, medici, infermieri, impiegati statali, quadri, nessuno è
più al riparo. Gli stessi risparmi della piccola borghesia, il valore
delle loro case, sono minacciati dai movimenti incontrollabili dei
mercati finanziari e valutari. La vita di miliardi di esseri umani è
alla mercé di forze cieche che operano così a casaccio da far apparire
le divinità antiche esseri razionali.
Decenni fa si
sentiva dire con fiducia che i progressi della scienza e della
tecnologia avrebbero risolto tutti i problemi dell’umanità. Nel futuro,
uomini e donne non si sarebbero più dovuti occupare della lotta di
classe ma di gestire il loro tempo libero. Queste previsioni non erano
del tutto fuori luogo; da un punto di vista prettamente scientifico non
c’è ragione per cui non potremmo essere in grado di ridurre
drasticamente l’orario di lavoro, aumentando simultaneamente la
produzione e i tenori di vita, sulla base di grandiosi aumenti di
produttività grazie all’applicazione delle nuove tecnologie. La
situazione reale è però ben diversa.
Marx spiegò
molti anni fa che, su basi capitaliste, l’introduzione delle macchine,
anziché ridurre la giornata lavorativa, tende ad allungarla. In tutti i
principali paesi capitalistici si registra una pressione spietata sui
lavoratori per portarli ad allungare la giornata lavorativa, riducendo
al tempo stesso i salari. Nel numero del 24 ottobre 1994, Time annunciava una forte svolta positiva dell’economia americana, con i profitti alle stelle:
(…)
ma i lavoratori lamentano che per loro espansione significa
esaurimento. Nell’industria americana, le aziende stanno ricorrendo
allo straordinario per spremere al massimo la forza-lavoro: la
settimana lavorativa in fabbrica in questo periodo è mediamente di
circa 42 ore, quasi un record, incluse 4,6 ore in media di
straordinari. "Sono gli americani", osserva Audrey Freedman,
un’economista del lavoro, membro della redazione del Time,
"quelli che lavorano di più al mondo". Le tre più grandi case
automobilistiche hanno portato questa tendenza all’estremo. I loro
lavoratori stanno lavorando una media di 10 ore straordinarie alla
settimana e lavorano anche, mediamente, 6-8 sabati all’anno.
Lo
stesso articolo cita molti esempi sia di operai che di impiegati di
varie industrie, che lamentano un uso cronico dello straordinario:
Sto
facendo il lavoro di tre persone", dice Joseph Kelterborn, 44 anni, che
lavora nella compagnia telefonica Nynex di New York. Il suo reparto,
che installa e fa la manutenzione delle reti di fibre ottiche, è stato
ridotto da 27 a 20 persone, in parte unendo quelle che prima erano tre
mansioni separate - cablatore, addetto all’avviamento e collaudatore -
nel suo lavoro di cablatore-portatore. Come risultato, dice Kelterborn,
spesso deve lavorare quattro ore oltre il normale al giorno e un fine
settimana su tre. "Quando arrivo a casa", dice lamentandosi, "ho giusto
il tempo per una doccia, la cena e un sonnellino; poi è già tempo di
alzarsi e ricominciare da capo.
Come
notò Marx, l’intensificazione nell’uso delle macchine sotto il
capitalismo significa più ore di fatica per quelli che conservano il
posto. Dall’inizio della ripresa che cominciò nel marzo del 1991,
l’economia statunitense ha creato almeno sei milioni di nuovi posti di
lavoro, ma in modo tale da fare a meno di altri due milioni di posti;
se le aziende americane avessero assunto allo stesso ritmo delle
precedenti fasi espansive, l’aumento dei posti di lavoro sarebbe stato
di almeno otto milioni.
L’articolo di Time aggiunge:
Ci
sono molti dati che suggeriscono, effettivamente, che negli Stati Uniti
si stia sviluppando una specie di società su due livelli. Mentre i
profitti delle grandi aziende e gli stipendi dei dirigenti aumentano
rapidamente, i salari reali (ovvero i salari al netto dell’inflazione)
non crescono affatto. Anzi il governo ha dichiarato che il reddito
medio di una famiglia negli Usa è sceso l’anno scorso di 312 dollari,
mentre un altro milione di persone è caduto nella povertà; quelli che
secondo la definizione ufficiale sono poveri costituiscono il 15,1%
della popolazione statunitense contro il 14,8% del 1992. Questi sono
dati incredibili per il quarto anno di ripresa economica che sta
acquistando sempre più vigore.
Nel Manifesto del partito comunista, Marx ed Engels dicono:
Il
lavoro dei proletari, con l’estendersi dell’uso delle macchine e con la
divisione del lavoro ha perduto ogni carattere d’indipendenza e quindi
ogni attrattiva per l’operaio. Questi diventa un semplice accessorio a
cui non si chiede che un’operazione estremamente semplice, monotona,
facilissima da imparare. Le spese che l’operaio procura si limitano
perciò quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza necessari per il
suo mantenimento e per la propagazione della sua specie. Ma il prezzo
di una merce, e quindi anche il prezzo del lavoro è uguale al suo costo
di produzione. Così, a misura che il lavoro si fa più ripugnante, più
discende il salario. Più ancora: a misura che crescono l’uso delle
macchine e la divisione del lavoro, cresce anche la quantità del
lavoro, sia per l’aumento delle ore di lavoro, sia per l’aumento del
lavoro richiesto in una data unità di tempo, per l’accresciuta celerità
delle macchine, ecc.45
In uno dei film più famosi di Charlie Chaplin, Tempi moderni,
abbiamo una rappresentazione vivida della vita in catena di montaggio
in un grande stabilimento degli anni trenta. Un lavoro lungo, faticoso
e ingrato che costituisce una ripetizione senza fine dello stesso
monotono compito trasforma di fatto un essere umano in un’appendice
della macchina, uno "strumento con la voce". Nonostante tutte le
chiacchiere sulla "partecipazione", le condizioni in molte fabbriche
rimangono le stesse. Di fatto la pressione sugli operai è aumentata
costantemente negli ultimi anni. Le piccole cose che rendono la vita un
po’ più sopportabile vengono crudelmente spazzate via. In Inghilterra,
dove la forza dei sindacati aveva permesso molte conquiste in passato,
l’ora del pranzo è per lo più passata alla storia. Il cancelliere Kohl
informa i lavoratori tedeschi che devono cominciare a lavorare nei fine
settimana. È la stessa situazione ovunque.
Invece di
migliorare le condizioni della maggioranza degli operai nell’industria,
le nuove tecnologie sono state usate per peggiorare le condizioni degli
impiegati. Nella maggioranza delle banche, degli ospedali e dei grandi
uffici, la posizione dei dipendenti assomiglia sempre di più a quella
di chi si trova nelle grandi fabbriche. La stessa insicurezza, la
stessa pressione asfissiante sul sistema nervoso, lo stesso stress che
porta a problemi di salute, alla depressione, ai divorzi.
Negli ultimi
anni alcuni scienziati sono tornati all’idea della "macchina-uomo", in
relazione alla robotica e alle questioni dell’intelligenza artificiale.
Quest’idea è penetrata anche nell’immaginazione popolare, come
dimostrato dalla serie di film tipo Terminator, dove esseri
umani combattono contro automi altamente sofisticati. Questo fenomeno
recente la dice lunga sulla psicologia di questo periodo,
caratterizzato dalla generale disumanizzazione della società, unita a
una sensazione che gli esseri umani non guidano il proprio destino e
una paura delle forze incontrollabili che dominano la vita della gente.
Per contrasto, il tentativo di creare l’intelligenza artificiale
rappresenta un ulteriore avanzamento della scienza della robotica che,
in una società autenticamente razionale, aprirebbe un orizzonte
meraviglioso per il progresso dell’umanità.
La
sostituzione dei lavori più pesanti con macchine avanzate è la chiave
per la più grande rivoluzione culturale della storia, sulla base di una
riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Tuttavia, non si potrà
mai riprodurre esattamente il pensiero umano in una macchina, sebbene
essa sia capace di svolgere più efficientemente alcune specifiche
operazioni. Questo non per una qualche ragione mistica, o per via di
un’anima immortale che ci renderebbe un prodotto unico della Creazione,
ma per la natura stessa del pensiero che non può essere separata
dall’intero complesso delle attività del corpo, a cominciare dal lavoro.
Marx e l’alienazione
Anche per i
fortunati che hanno un lavoro, nove volte su dieci il lavoro è una
sfacchinata lunga e senza senso. Le ore di lavoro non sono considerate
come parte della vita di ognuno. Non hanno niente a che fare con noi
come esseri umani. Il prodotto del nostro lavoro appartiene a qualcun
altro, per il quale si è solo un "fattore della produzione". La vita
comincia nel momento in cui si esce dal posto in cui si lavora e cessa
nel momento in cui vi si rientra. Questo fenomeno venne ben spiegato da
Marx nei suoi Manoscritti economici e filosofici del 1844:
In che cosa consiste ora l’espropriazione del lavoro?
Primieramente in questo: che il lavoro resta esterno
all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi
non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma
infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì
mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente
quindi con se stesso soltanto fuori dal lavoro, e fuori di sé nel
lavoro. Come a casa sua è solo quando non lavora; e quando lavora non
lo è. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo
per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. La sua estraneità risalta
nel fatto che, appena cessa di esistere una costrizione fisica o di
altro genere, il lavoro è fuggito come la peste. Il lavoro esterno, il
lavoro in cui l’uomo si espropria, è un lavoro-sacrificio, un lavoro di
mortificazione. Finalmente l’esteriorità del lavoro al lavoratore si
palesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro; che non
gli appartiene, e che in esso egli non appartiene a sé, bensì a un
altro. Come nella religione l’attività spontanea dell’umana fantasia,
dell’umano cervello e del cuore umano, opera indipendentemente
dall’individuo, cioè come un’attività estranea, divina o diabolica,
così l’attività del lavoratore non è attività spontanea. Essa
appartiene ad un altro, è la perdita del lavoratore stesso.46
Così, per la
grande maggioranza, la vita è per lo più occupata da un’attività che ha
ben poco significato per l’individuo; al più è tollerabile, nel caso
peggiore è un tormento senza sosta. Anche quelli che hanno un lavoro
come insegnare ai bambini o curare gli ammalati stanno constatando che
la soddisfazione che provavano sta svanendo, visto che le leggi di
mercato stanno facendo la propria comparsa nelle aule e nelle corsie.
La sensazione che la società abbia raggiunto
un’impasse non è confinata ai settori più sfruttati della popolazione.
Anche nella classe dominante c’è una crescente sensazione di malessere
e pessimismo nel futuro. Si cercherebbero invano le grandi idee del
passato, la fiducia, l’ottimismo. I continui vanti sulle presunte
meraviglie dell’"economia di libero mercato" hanno un fascino sempre
minore tra loro, ora che la gente sta prendendo coscienza della vera
situazione, i milioni di disoccupati, gli attacchi ai livelli di vita,
le fortune favolose costruite su speculazioni, l’avidità, la
corruzione. È un’ironia che i difensori dell’ordine esistente accusino
il marxismo di essere improntato a un "gretto materialismo" quando gli
stessi borghesi praticano il più grossolano e volgare tipo di
materialismo, non nel senso filosofico, ma in quello volgare, da loro
assegnato alla parola.
La ricerca insensata della ricchezza, l’elevazione
dell’avidità a principio fondamentale di tutte le cose sono il centro
di tutta la loro cultura, la loro vera religione. Nel passato, però,
stavano attenti a nascondere questa propensione il più possibile,
celandola dietro uno schermo di ipocriti moralismi sul dovere, il
patriottismo, l’onesto impegno nel lavoro e tutto il resto; ora è tutto
allo scoperto. In ogni angolo del mondo vediamo un’epidemia senza
precedenti di corruzione, truffe, menzogne, imbrogli, ladrocini; non
piccoli furti, come quelli dei criminali comuni, ma rapine su larga
scala perpetrate da imprenditori, politici, capi della polizia e
giudici. E perché no? Non è nostro dovere diventare ricchi? Il credo
del monetarismo eleva l’egoismo e l’avidità a princìpi. Arraffa tutto
quello che puoi e che il diavolo si porti l’ultimo. Questa è l’essenza
distillata del capitalismo; la legge della giungla tradotta nel
linguaggio di teorie economiche degne della stregoneria. Almeno un tale
approccio ha il merito della semplicità, in quanto dice brutalmente e
chiaramente in cosa consiste questo sistema.
Ma che vuota filosofia! Che miserabile concezione
della vita umana! Anche se loro stessi non lo sanno i signori del mondo
sono anch’essi schiavi, servi ciechi di forze che non controllano. Non
hanno più controllo su questo sistema di quello che le formiche hanno
sul formicaio. Il fatto è però che essi sono soddisfatti di questa
situazione che è il fondamento della loro posizione, del loro potere e
della loro ricchezza. E resistono accanitamente a ogni tentativo di
trasformare radicalmente la società.
Se c’è un filo conduttore della storia umana questo
è la lotta degli uomini e delle donne per acquisire il controllo sulle
proprie vite, per liberarsi nel vero senso della parola. Con tutti i
progressi della scienza e della tecnica, con tutto quello che gli
uomini hanno imparato sulla natura e su se stessi, ora esiste la
possibilità di prendere in mano le redini della nostra vita. Invece
nell’ultimo decennio del ventesimo secolo il mondo sembra attanagliato
da una strana follia; gli esseri umani sentono di avere ora meno
controllo di prima sul proprio destino. L’economia, l’ambiente, l’aria
che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, tutto sembra
minacciato. L’antico senso di fiducia è sparito; è sparita l’idea che
la storia sia una marcia ininterrotta verso qualcosa di meglio del
presente. In queste circostanze interi settori della società cercano
una via di uscita in cose come la droga o l’alcool. Quando la società
non si mostra più razionale, gli uomini e le donne cercano consolazione
nell’irrazionale. La religione, come disse Marx, è l’oppio dei popoli,
e i suoi effetti non sono meno dannosi di altre droghe. Abbiamo visto
come idee religiose e mistiche sono penetrate anche nel mondo della
scienza. Questo è un riflesso della natura del periodo che stiamo
attraversando.
La morale
"Mira a rafforzare il tuo impegno morale e la tua fede religiosa. Rileggi I dieci comandamenti e il libro degli Ecclesiaste.
La Bibbia non è un cattivo insegnante di storia né una guida malvagia per sopravvivere in tempi difficili"
(Rees-Mogg)
"Chi non desidera tornare a Mosé, Gesù Cristo o Maometto.
Chi è insoddisfatto dell’eclettico guazzabuglio, deve riconoscere che la morale è un prodotto dello sviluppo sociale,
che non c’è niente di immutabile in essa, che serve interessi
sociali, che questi interessi sono contraddittori, che la morale, più
di ogni altra forma di ideologia, ha un carattere di classe."
(Trotskij)
"Il marxismo
nega la morale!". Quante volte abbiamo sentito espressioni di questo
tipo che semplicemente rivelano l’ignoranza di ciò che è abc del
marxismo. Certo, il marxismo nega l’esistenza di una moralità
aprioristica. Ma non ci vuole molto per mostrare che i codici morali
che hanno regolato il comportamento umano sono variati in modo
sostanziale da un periodo storico all’altro. Si è avuto un periodo
nella storia della società umana in cui non era considerato immorale
mangiare i prigionieri di guerra. In seguito il cannibalismo venne
considerato con disprezzo, però i prigionieri di guerra potevano essere
fatti schiavi. Anche il grande Aristotele fu pronto a giustificare la
schiavitù, sulla base del fatto che gli schiavi non avrebbero posseduto
anima e dunque non sarebbero stati del tutto umani (la stessa tesi
veniva applicata alle donne). In una fase successiva venne considerato
moralmente scorretto che qualcuno possedesse un’altra persona come sua
proprietà, ma perfettamente accettabile che i signori feudali avessero
servi che erano incatenati alle terre, completamente assoggettati al
signore, al punto da consegnargli la sposa nella prima notte di nozze.
Al giorno d’oggi tutte queste cose vengono considerate barbare e immorali, ma l’istituzione del lavoro salariato,
nella quale un uomo si vende pezzo per pezzo a un padrone che impiega
la sua forza-lavoro come meglio gli aggrada, non è mai messa in
discussione. In fondo, si argomenta, quello è lavoro libero.
Diversamente dai servi e dagli schiavi, operai e padroni arrivano a un
accordo di propria volontà e nessuno obbliga il lavoratore a lavorare
per un certo padrone e, se non gli piace, può andarsene e cercare un
altro posto. In più in un’economia di libero mercato la legge è uguale
per tutti. Lo scrittore francese Anatole France parlò
dell’"ugualitarismo meraviglioso della legge, che proibisce ai ricchi
come ai poveri di dormire sotto i ponti, di chiedere l’elemosina e di
rubare il pane".
Nella società
di oggi invece delle vecchie forme dichiarate di sfruttamento, troviamo
uno sfruttamento camuffato, ipocrita, in cui la vera relazione tra
uomini e donne è trasferita in un rapporto tra cose, un pezzo di carta
che dà al suo possessore il potere di vita e di morte, che può rendere
meraviglioso ciò che è brutto, forte ciò che è debole, intelligente ciò
che è stupido, giovane ciò che è vecchio. Trotskij scrisse che le
relazioni monetarie sono penetrate così nel profondo della mente degli
uomini che quando parliamo di un uomo diciamo che "vale" un tot di
miliardi. Questo è una misura del grado di alienazione che esiste in
questa società in cui tali modi di dire sono molto diffusi. Né stupisce
quando durante una crisi valutaria la televisione parla delle varie
monete come se fossero persone che stanno guarendo da una malattia ("il
dollaro/marco/franco oggi va un po’ meglio…"). Esseri umani considerati
cose, mentre le cose, specialmente la moneta, sono guardate con un
timore superstizioso che richiama alla memoria gli atteggiamenti
religiosi dei selvaggi verso i propri totem e feticci. Le ragioni di
questo feticismo delle merci vennero spiegate da Marx nel primo volume del Capitale.
La ricerca di
una morale assoluta risulta assolutamente futile. Ancora una volta in
questo caso le leggi immutabili della logica non ci possono aiutare. La
logica formale si basa su una antitesi fissa tra verità e falsità.
Un’idea è giusta o sbagliata. Ma la verità, come il poeta tedesco
Lessing osservò, non è come una moneta coniata che è uscita pronta
dalla zecca per essere usata in ogni circostanza. Ciò che è vero in un
momento e in determinate circostanze diviene falso in un altro momento.
Lo stesso dicasi per i concetti come "bene" e "male". Ciò che è "buono"
e lodevole in una società è abominevole in un’altra. Inoltre, anche in
una stessa società, il concetto di cosa sia buono e cattivo cambia
spesso, secondo le circostanze e gli interessi delle varie classi. Se
escludiamo l’incesto che, a quanto pare, è stato tabù in praticamente
tutte le società, ci sono pochissime ingiunzioni morali che si mostrano
eterne e assolute. "Non rubare" non ha molto senso in società non
basate sulla proprietà privata. "Non desiderare la donna d’altri"
significa qualcosa solo in una società dominata dall’uomo, dove il
capofamiglia vuole la sicurezza che la proprietà privata venga
tramandata ai propri figli. "Non uccidere" è un comandamento che è
sempre stato circondato da così tante eccezioni che si è subito
trasformato in qualcosa di diverso o anche opposto; per esempio: non
uccidere, se non per legittima difesa, o non uccidere se non quegli
individui membri di altre tribù/nazioni/religioni ecc.
In ogni guerra
i preti benedicono gli eserciti quando questi si avviano a massacrare i
soldati di altri paesi. L’ingiunzione morale assoluta di non
uccidere immediatamente si rivela subordinata ad altre considerazioni
che, a un più attento esame, risultano funzionali agli interessi
strategici, economici, territoriali o politici dello Stato coinvolto
nello scontro. L’ipocrisia di tutto ciò è ottimamente espressa da una
breve poesia del grande poeta scozzese Robert Burns, Sul ringraziamento per una vittoria nazionale:
Ye hypocrites! are these your pranks?
To murder men, and give God thanks?
Desist for shame! Proceed no further:
God won’t accept your thanks for Murther.
Ipocriti! son questi i vostri scherzi?
Uccidete uomini e poi ringraziate Iddio?
Desistete per la vergogna! Non andate oltre;
Dio non accetta il vostro ringraziamento di assassini.
La
guerra è una componente della vita (e della morte), innumerevoli nella
storia dell’umanità, il che può essere deplorato ma non negato. Inoltre
tutti i problemi più importanti tra le nazioni si sono risolti in
ultima analisi con la guerra. Il pacifismo non è mai stato una dottrina
che ha trovato molti sostenitori nei governi, se non come spiccioli di
cambio nella diplomazia, il cui unico scopo è ingannare il prossimo
sulle vere intenzioni del governo che essa rappresenta. Mentire è il
lavoro quotidiano dei diplomatici ed è per questo che sono pagati. In
questo campo il comandamento "non dire falsa testimonianza"
semplicemente non si applica. Un comandante in capo che non facesse
qualsiasi cosa in suo potere per nascondere al nemico i propri intenti
verrebbe considerato un folle o un traditore. In questo caso una bugia
diventa qualcosa di encomiabile, uno stratagemma militare. Un
generale che dicesse al nemico la verità sui suoi piani verrebbe
fucilato alla schienas; un lavoratore che rivelasse i dettagli di uno
sciopero al padrone verrebbe considerato come un crumiro dai suoi
compagni.
Da questi
pochi esempi è chiaro che la morale non è un’astrazione metastorica, ma
un qualcosa che si è evoluto storicamente e ha subito considerevoli
cambiamenti. Nel medioevo, la Chiesa cattolica condannava l’usura come
un peccato mortale. Oggi il Vaticano ha perfino una banca e raccoglie
grandi somme di denaro prestando soldi a interesse. In altre parole la
morale ha una base di classe. Essa riflette i valori, gli interessi e i
modi di vedere della classe sociale dominante. Naturalmente essa non
riesce a mantenere il necessario grado di coesione sociale se non è
accettata dalla grande maggioranza dei cittadini. Perciò deve apparire
come composta di verità assolute e insindacabili, la cui violazione
deve necessariamente condurre al crollo dell’intero edificio sociale.
Ci sono poche
scene più repellenti che il vedere ricchi benpensanti arringare il
pubblico sul bisogno di moralità, religione, pianificazione familiare e
frugalità. Gli stessi individui, la cui avidità egoistica si manifesta
ogni giorno negli enormi aumenti salariali per i dirigenti d’azienda,
spiegano ai lavoratori che bisogna fare sacrifici. Gli stessi
speculatori che non esitano a gettare la valuta del proprio paese nel
caos per aumentare i propri conti in banca già spropositati ci spiegano
che è necessario essere patriottici. Le stesse banche, le
multinazionali e i governi responsabili dello sfruttamento più indegno
di milioni di persone in Africa, Asia e America Latina levano alte
grida di sdegno e di orrore quando contadini e operai si armano per
combattere per i propri diritti. Spiegano al mondo che c’è bisogno di
pace, ma scorte di armamenti micidiali, su cui continuano a lucrare
favolosi profitti, mostrano quanto sia relativo il loro pacifismo. La
violenza è un crimine solo quando a ricorrervi sono i poveri e gli
oppressi. Tutta la storia mostra che la classe dominante ha difeso e
difenderà sempre il suo potere e i suoi privilegi con i mezzi più
brutali, se necessario.
Famiglia,
ordine, proprietà privata e religione sono sempre state le parole
scritte sulle bandiere dei conservatori difensori dell’ordine
esistente. Ma di queste, che sarebbero inviolabili istituzioni, solo
una, la proprietà privata, interessa veramente alla classe dominante.
La religione è, come Rees-Mogg osserva schiettamente, un’arma
necessaria per tenere a bada i poveri. La maggior parte della classe
dominante non crede a una parola di essa e va in chiesa o al tempio
come andasse a teatro, per fare sfoggio di abiti all’ultima moda. La
loro comprensione della teologia è scarsa quanto il loro interesse per L’anello
di Wagner. Nella vita di tutti i giorni i borghesi mostrano un
interesse ben misero per le "leggi eterne della morale". L’epidemia di
scandali che ha colpito il sistema politico in Italia, Francia, Spagna,
Inghilterra, Belgio, Giappone e Stati Uniti è solo la punta
dell’iceberg. Eppure continuano a predicare le "eterne verità morali" e
sono sorpresi quando ricevono come risposta una fragorosa risata.
Con ciò si può
dire che non esiste la morale? O significa forse che i marxisti non
hanno una morale? Niente affatto. La morale esiste e svolge un ruolo
necessario nella società. Ogni società ha un codice etico che serve
come un potente cemento, nella misura in cui è riconosciuto e
rispettato da quasi tutti. In ultima analisi, la morale esistente e il
codice civile che tenta di metterla in pratica sono supportati
dall’apparato dello Stato, dato che riflette gli interessi della classe
o della casta dominante, sebbene in modo non limpido. Finché l’ordine
socioeconomico esistente porta avanti la società, i valori, le idee e i
modi di vedere di chi comanda, sono accettati senza discussione dalla
grande maggioranza. Le basi di classe della morale venne spiegata da
Trotskij:
La
classe dominante impone i propri scopi alla società e la abitua a
considerare immorali tutti quei mezzi che contraddicono tali scopi.
Questa è la funzione principale della morale ufficiale. Essa persegue
l’idea della "massima felicità possibile" non per la maggioranza, ma
per una minoranza piccola e sempre più ristretta. Un tale regime non
potrebbe durare nemmeno per una settimana solo con la forza. Ha bisogno
del cemento della morale.47
Quei
pochi individui che osano metterla in discussione sono bollati come
eretici e perseguitati. Sono considerati gente "immorale", non perché
non abbiano una propria posizione sulla morale, ma perché non si
conformano alla morale dominante. Socrate fu accusato di avere
una nefasta influenza sulla gioventù ateniese e dunque condannato a
bere la cicuta. I primi cristiani vennero accusati di ogni specie di
atti immorali dallo Stato schiavista che li perseguitava senza pietà
prima di convincersi che sarebbe stato meglio riconoscere la nuova fede
per corrompere i dirigenti della Chiesa nascente. Lutero venne
denunciato come uomo malvagio quando attaccò la corruzione della Chiesa
medievale.
Il crimine del
marxismo è di far notare che la società capitalistica è entrata in
conflitto con le necessità dello sviluppo sociale, che è divenuta un
ostacolo inaccettabile al progresso umano, che è lacerata dalle
contraddizioni, che è economicamente, politicamente, culturalmente e
moralmente in sfacelo e che i suoi sforzi per sopravvivere mettono in
pericolo il futuro del pianeta. Dal punto di vista di quelli che
possiedono e controllano le ricchezze della Terra, queste idee sono
"cattive". Invece dal punto di vista di coloro che cercano una via
d’uscita dall’impasse, queste idee sono corrette, necessarie e buone.
La crisi
protratta del capitalismo ha gli effetti più nefasti sulla morale e la
cultura. Dovunque i sintomi della disintegrazione sociale si toccano
con mano. La famiglia borghese si disgrega e, in assenza di qualcosa
che la sostituisca, ciò inesorabilmente conduce milioni di famiglie
bisognose a un inferno di povertà e degrado. Interi quartieri allo
sbando nelle città americane ed europee, con enormi concentrazioni di
disoccupazione e di privazioni, costituiscono l’humus in cui prosperano
lo spaccio e l’abuso di droga, il crimine e altre attività di questo
tipo.
In questa
società le persone sono considerate alla stregua di beni sacrificabili.
Le merci che non possono essere vendute restano inutilizzate finché non
marciscono; perché dovrebbe essere diverso con gli uomini? Purtroppo
per la classe dominante non è altrettanto semplice con le persone, che
non si possono lasciare deperire in massa fino alla morte , per paura
delle conseguenze sociali. Così vediamo emergere una nuova
contraddizione del capitalismo:invece di fare profitti facendo lavorare
i disoccupati, la borghesia è costretta a nutrirli. Una situazione
davvero folle, in cui uomini e donne che vorrebbero lavorare, che
potrebbero accrescere la ricchezza della società, non possono farlo a
causa delle "leggi del mercato".
Questa è una
società inumana, dove le persone sono subordinate alle cose. Bisogna
stupirsi che qualcuno si comporti in modo disumano? Ogni giorno la
stampa sensazionalistica è piena di storie dell’orrore e di abusi
terrificanti commessi sui più deboli, i più indifesi della comunità
umana, donne, bambini, anziani. È un preciso barometro dello stato
morale della società. A volte la legge punisce questi reati, sebbene in
generale i delitti contro la (grande) proprietà siano perseguiti dalla
polizia con più energia che i crimini contro la persona. In ogni caso,
le profonde radici sociali della criminalità sono al di là del potere
dei tribunali e della polizia. La disoccupazione genera crimini di ogni
genere.
Ma ci sono
altri fattori, più inponderabili. La cultura dell’egoismo, dell’avidità
e dell’indifferenza verso le sofferenze altrui è fiorita,
particolarmente negli ultimi vent’anni, quando essa è stata elevata al
rango di politica economica da Reagan, dalla Thatcher e da tutti i
governi conservatori del mondo ed ha avuto un effetto, difficile da
quantificare, ma sicuramente notevole. Questo è il vero volto del
capitalismo, o più precisamente dei monopoli, del capitale finanziario,
un volto spietato, rozzo, avido e cinico.
Questo è il
capitalismo nel suo periodo di decadenza senile, che tenta di ritornare
al vigore della gioventù. È un capitalismo parassitario, in cui si
preferisce speculare sui pezzi di carta della finanza piuttosto che
produrre ricchezza vera. Si preferiscono i "servizi" all’industria; si
chiudono le fabbriche come se niente fosse, distruggendo crudelmente
intere comunità e industrie, e si consiglia ai minatori e agli operai
siderurgici di trovare lavoro nei fast food, l’equivalente odierno di
quello che disse la regina Maria Antonietta al popolo affamato di
Parigi poco prima della rivoluzione: "Se non c’è pane mangino le
brioches".
Oltre a
provocare conseguenze mostruose sul piano sociale ed economico, questa
dottrina è portatrice di una morale che è un veleno per la società.
Gente che non ha neanche la speranza di trovare un lavoro, si trova
davanti lo spettacolo della "società dei consumi", in cui fare soldi e
sperperarli viene presentato come l’unica attività degna di essere
svolta.
I modelli di
comportamento di questa società sono gli arrivisti presuntuosi, quelli
che si arricchiscono in poco tempo, il furbo che fa i soldi facilmente,
disposto a tutto pur di "farsi strada". Questo è il vero volto della
"libera impresa", della reazione monetarista; è il volto di un
avventuriero senza scrupoli, un truffatore imbroglione, un ignorante
superficiale, un bullo col vestito costoso, la personificazione
dell’avarizia e dell’egoismo. Sono queste le persone che applaudono
quando vengono chiusi scuole e ospedali, quando si tagliano le pensioni
e altre fonti di spesa "improduttive", mentre fanno soldi alzando un
telefono, senza neanche darsi pena di produrre qualcosa che serva a
qualcuno.
Si sente
spesso dire che le persone, "per natura", agiscono secondo i propri
interessi. Questo poi viene interpretato in modo ristretto, come
egoismo. Una tale interpretazione fa comodo ai difensori di questo
sistema in cui la taccagneria e la ricerca del proprio tornaconto
vengono innalzati a princìpi morali, equivalenti all’esercizio della
"libertà personale". Ma se così fosse, la società umana non avrebbe mai
potuto svilupparsi.
La stessa parola "interesse" deriva dal latino interesse,
che significa prendere parte. Tutta la base dell’evoluzione
intellettuale e morale del bambino è un procedere dall’"egoismo" verso
una capacità maggiore di comprendere le necessità e le richieste
altrui. La società umana è basata sulle esigenze della produzione
sociale, della cooperazione e della comunicazione.
È l’impasse
del capitalismo che minaccia di riportare indietro la cultura a un
livello puerile nel peggior senso della parola, la puerilità di un
sistema in fase di decadenza senile. Una società atomizzata, in cui
ognuno pensa a sé, senza una prospettiva, senza una morale, senza una
filosofia, senza un’anima.
Possibilità senza limiti
Ogni sistema
sociale pensa di esserel’ultima fase dello sviluppo storico. Tutta la
storia precedente costituirebbe solo la preparazione a questo
particolare modo di produzione e a tutte le forme legali, il codice
morale, la religione e la filosofia che lo accompagnano. Ma qualsiasi
sistema sociale esiste solo finché è capace di soddisfare i bisogni
della popolazione e di dare ad essa una speranza per il futuro. Nel
momento in cui fallisce in questo compito, esso entra in un processo
irreversibile di declino, non solo economico, ma anche morale e
culturale. Una tale società è morta, anche se i suoi difensori non lo
ammetterebbero mai.
Con
l’avvicinarsi della fine del secolo, si avverte nella società
capitalistica una sensazione palpabile e pervasiva di stanchezza ed
esaurimento. È come se un intero modo di vivere fosse diventato
vecchio, decrepito. Non è solo quello che gli scrittori chiamano mal du siècle;
è una vaga percezione che l’"economia di mercato" ha raggiunto i suoi
limiti. Ma, se una data forma di società è sopravvissuta a se stessa,
non significa che lo sviluppo dell’umanità sia altrettanto limitato. La
storia non solo non è finita; non è nemmeno cominciata. Se consideriamo
la storia come un calendario in cui il 1° gennaio rappresenta la
nascita della Terra e il 31 dicembre il presente, dato che l’età della
Terra è di circa 5 miliardi di anni, ogni secondo rappresenterebbe
circa 167 anni, ogni minuto 10mila anni. Il precambriano sarebbe dunque
cominciato il 18 novembre e l’uomo sarebbe apparso venti minuti prima
di mezzanotte del 31 dicembre. Tutta la storia umana scritta non
comprenderebbe che quaranta secondi dell’ultimo minuto dell’anno.
Ilya
Prigogine ha saggiamente osservato che "la comprensione scientifica del
mondo attorno a noi è appena cominciata". La civiltà umana, nel senso
di una società in cui gli uomini coscientemente controllano la propria
vita e possono vivere un’esistenza veramente umana, opposta alla lotta
per sopravvivere all’opposto della lotta per sopravvivere degli
animali, non è ancora nata. Quel che è vero è che questa particolare
forma di società è decrepita e decadente. Si aggrappa alla vita anche
se non ha più nulla da offrire. Il pessimismo sul futuro, mescolato con
superstizione e ingiustificate speranze di salvezza, sono le
caratteristiche tipiche di un tale periodo.
Nel 1972 il
Club di Roma (organismo internazionale dedito allo studio di uno
sviluppo sostenibile, Ndt) pubblicò un tetro rapporto dal titolo I limiti dello sviluppo,
che prevedeva che le riserve di carburanti fossili del mondo si
sarebbero esaurite in pochi decenni. Questo provocò panico, aumento dei
prezzi del petrolio e una frenetica ricerca di fonti alternative di
energia. Dopo oltre vent’anni, non c’è nessun segnale di carenza di gas
o petrolio e pochi si disturbano a cercare alternative. La miopia è una
caratteristica del capitalismo; è la conseguenza della ricerca dei
profitti immediati.Tutti sanno che prima o poi le scorte di carburante
fossile finiranno; un piano a lungo termine è assolutamente necessario
per trovare un’alternativa economica e pulita. La natura fornisce
risorse letteralmente illimitate di energia il sole: il vento, il mare
e, soprattutto, la materia stessa che contiene considerevoli riserve
non sfruttate di energia. La fusione nucleare (diversamente dalla
fissione) fornisce un potenziale di risorse infinito, pulito e a costi
infimi. Ma lo sviluppo di una fonte alternativa non rientra negli
interessi dei grandi monopoli del petrolio; ancora una volta la
proprietà privata dei mezzi di produzione opera come una gigantesca
barriera sul cammino dello sviluppo dell’uomo. Il futuro del pianeta
viene sempre dopo l’arricchimento di pochi.
La soluzione
agli stringenti problemi del mondo si può trovare solo in un sistema
controllato coscientemente da tutti. Il problema non è dei limiti
intrinseci dello sviluppo, ma di un sistema di produzione sorpassato e
anarchico che brucia vite e risorse, distrugge l’ambiente e impedisce
che le potenzialità scientifiche e tecnologiche vengano completamente
sviluppate. "Non c’è una connessione necessaria tra grande scienza e
grandi opportunità di profitto", ha scritto di recente un commentatore,
"la teoria generale della relatività si deve ancora tramutare in un
investimento per fare soldi".
Ma anche nella
nostra epoca, le potenzialità implicite nella tecnologia sono
straordinarie. Le innovazioni tecnologiche aprono la porta a
un’autentica rivoluzione culturale. La televisione interattiva è già
una realtà. La possibilità di partecipare attivamente all’elaborazione
dei programmi televisivi è illimitata, molto più che decidere
semplicemente che programma vedere. Essa apre la porta alla
partecipazione democratica della gestione della società e dell’economia
con modalità che una volta potevano solo essere sognati.
La nascita del
capitalismo venne caratterizzata dall’abbattimento dei vecchi rapporti
provinciali e la nascita degli Stati nazionali. Ora la crescita delle
forze produttive, della scienza e della tecnica ha reso superfluo lo
stesso Stato nazionale. Come Marx aveva previsto, anche il più grande
Stato nazionale è costretto a partecipare al mercato mondiale. La
vecchia unilateralità nazionale è divenuta insostenibile.
Ritorno al futuro?
I primi uomini
erano molto vicini alla natura. Questo legame venne gradualmente
distrutto con lo sviluppo della vita urbana, con la divisione fra città
e campagna, che sotto il capitalismo ha raggiunto dimensioni mostruose.
La separazione degli esseri umani dalla natura ha creato un mondo di
alienazione. Un’altra manifestazione di questo è il completo divorzio
tra attività mentale e attività manuale, questo dannoso apartheid
sociale che separa la moderna casta di "dotti" sacerdoti dalla massa
dei lavoratori. Non è solo l’alienazione degli uomini dalla natura, è
l’alienazione dell’umanità da se stessa. Uscire fuori dalla condizione
di completa dipendenza dalla natura, sollevarsi dal livello
dell’animale, acquisire coscienza: è questo che permette di definirci
uomini, ma questo guadagno costituisce anche una perdita, che si fa
sentire sempre più fortemente col passare del tempo.
Il processo ha
raggiunto uno stadio in cui si trasforma nel suo contrario. Quando le
città diventano troppo vaste, così affollate, così inquinate, si crea
un inferno. In pochi decenni, agli attuali ritmi, Shanghai da sola
arriverà a contare più abitanti dell’Italia. Pessime condizioni
abitative, la criminalità, la droga e un processo generale di
disumanizzazione è quanto miliardi di persone si trovano di fronte
all’alba del ventunesimo secolo.
Il carattere
soffocante, unilaterale, artificiale di questa "civiltà" diventa sempre
più oppressivo, anche per chi non si trova nelle condizioni peggiori.
Il desiderio di una forma di vita più semplice, dove uomini e donne
possano vivere in modo più naturale, liberi dalle pressioni
intollerabili della concorrenza e dal conflitto si esprime tra strati
di giovani con la tendenza a "tirarsi fuori" dalla società nel
tentativo di riscoprire un paradiso perduto,sul quale è necessario
essere chiari. Innanzitutto la vita degli uomini primitivi non era
idilliaca come qualcuno la immagina. Il mito del "buon selvaggio" fu
sempre una metafora degli scrittori romantici, che non aveva alcun
rapporto con la realtà. I nostri primi antenati vivevano in contatto
con la natura solo perché ne erano schiavi.
Tuttavia, c’è
un altro fatto da considerare. Questi "primitivi" vivevano serenamente
senza affitti da pagare, interessi e profitti. Le donne non venivano
considerate proprietà privata, ma occupavano una posizione altamente
rispettata nella comunità. La moneta era sconosciuta, come pure lo
Stato, con la sua mostruosa burocrazia e i suoi corpi speciali di
uomini armati, soldati, poliziotti, secondini e giudici. Nel comunismo
tribale primitivo non c’era Stato nel senso di un apparato di
coercizione, ma i più anziani avevano il rispetto di tutti e la loro
parola era legge. Successivamente il capotribù governò attraverso una
sottomissione volontaria della comunità. Non c’era bisogno di
coercizione perché tutti avevano gli stessi interessi. Questa era la
base per un legame sociale profondo di unità e cooperazione. Nessun
governante di oggi potrebbe mai conoscere il rispetto di cui godevano i
capi delle antiche comunità, sottoscritto da un senso di mutua identità
e dovere che era "codificato" nella tradizione orale come legame
tribale, noto a tutti e universalmente accettato. Questo rispetto
doveva essere simile a quello dei figli per i propri genitori.
Nella nostra
epoca, che dovrebbe essere illuminata, molte persone, tra cui quelle
che si ritengono istruite, trovano inconcepibile che uomini e donne
possano fare a meno di fenomeni come moneta, polizia, prigioni,
eserciti, mercanti, agenti del fisco, giudici e vescovi. E se lo
concepiscono, se lo spiegano col fatto che, essendo "primitivi", non
avevano ancora compreso la "benedizione di queste istituzioni per
l’umanità." Anche alcuni antropologi, pur non avendo questa mentalità,
non si sono astenuti dall’introdurre nelle antiche civiltà umane
concetti ad esse del tutto estranee, come la prostituzione, derivata
dal mondo "civile" dove tutto è in vendita, comprese le persone.
Chiunque abbia
visto scene di vita di tribale di comunità che ancora vivono nell’età
della pietra, in Amazzonia, non può non rimanere impressionato dalla
loro spontaneità e naturalezza, che assomiglia a quella dei bambini,
prima che la frenesia della vita a cui il capitalismo li sottopone
gliela distrugga. Nel Vangelo di Matteo, Gesù dice: "In verità vi dico,
che se non muterete e non vi farete come i fanciulli, voi non entrerete
nel regno dei Cieli". Nel processo di crescita, si perde qualcosa di
importante che non si recupera più. È l’abbandono dell’innocenza che
nel libro della Genesi viene identificato con il momento in cui
l’uomo e la donna trovano la conoscenza. La società moderna non può
tornare indietro al comunismo tribale primitivo, come un uomo cresciuto
non può tornare bambino.
È considerato
innaturale e insano che un adulto desideri di tornare all’infanzia. La
parola "infantile" è usata come un insulto, un sinonimo di un’ignoranza
incoerente. In ogni caso, è un desiderio futile perché irrealizzabile.
Ma sebbene poco istruito, un bambino ha altre qualità, una gaiezza
spontanea, una naturalezza che è estranea alla maggior parte dei
grandi. Lo stesso vale per i popoli "primitivi", prima dell’avvento
della società di classe e della unilaterale, avvilente divisione del
lavoro che distorce la natura umana dentro di noi. Quale pittore
moderno non vorrebbe poter dipingere con l’immediatezza stupefacente e
la bellezza naturale che si evidenzia nei lavori degli artisti delle
caverne di Lascaux e Altamira?
Non si tratta
di tornare indietro, ma di guardare avanti. Non si tratta di un ritorno
al comunismo primitivo, ma di andare avanti verso la futura
confederazione socialista mondiale. La negazione della negazione ci
porta indietro al punto di partenza dello sviluppo umano, ma solo in
apparenza. Il socialismo del futuro si baserà sulle meravigliose
scoperte del passato e le metterà a disposizione dell’umanità. Per
usare le parole di Hegel, si tratta di "un universale riempito della
ricchezza del particolare". Marx ha scritto:
Un
uomo non può tornare fanciullo, altrimenti diviene puerile. Ma non si
compiace forse dell’ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso
aspirare a riprodurne, a un più alto livello, la verità? Nella natura
infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella
sua verità primordiale? E perché mai la fanciullezza storica
dell’umanità, nel momento più bello del suo sviluppo, non dovrebbe
esercitare un fascino eterno come stadio che più non ritorna? Vi sono
fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti. Molti dei popoli
antichi appartengono a questa categoria. I greci erano fanciulli
normali. Il fascino che la loro arte esercita su di noi non è in
contraddizione con lo stadio sociale poco o nulla evoluto in cui essa
maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il
fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse e solo
poteva sorgere, non possono mai più ritornare.48
Socialismo ed estetica
In questa
società l’architettura è il parente povero delle arti. La gente è
abituata a vivere in quartieri brutti, in pessime case, in città
affollate, circondata da rumori e inquinamento. Nei fine settimana,
qualcuno va in un museo dove, per qualche ora, può fissare quadri
appesi al muro, isole di bellezza in un mare di squallore monotono. La
bellezza è così chiusa fuori dalla vita, un sogno irrealizzabile, una
finzione, remota dalla realtà come una galassia dalla Terra. L’arte si
é allontanata così tanto dalla vita che molte persone la considerano
inutile. Un senso di ostilità verso l’arte, che viene vista come un
privilegio per borghesi, è un’altra conseguenza dell’estrema divisione
tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Condizioni barbare creano
atteggiamenti barbari.
Non è stato
sempre così. Nelle prime società umane, la musica, la poesia epica e
l’oratoria erano proprietà di tutti. Il monopolio della cultura da
parte di una piccola minoranza è il prodotto della società di classe,
che priva la gran parte della gente non solo della proprietà, ma del
diritto ad un libero sviluppo della propria mente e della propria
personalità. Ma se scaviamo un po’ sotto la superficie, troviamo un
gran desiderio di apprendere, di sperimentare nuove idee, di
raggiungere orizzonti più vasti. La sete di cultura delle masse,
profondamente repressa in condizioni "normali", emerge in ogni
rivoluzione. La rivoluzione russa del 1917, quest’atto di presunta
barbarie, fu in realtà il punto di partenza per una grande esplosione
di cultura, poesia, arte e musica. Non può essere taciuto questo, solo
perché il fiore venne poi schiacciato sotto il tallone della reazione
stalinista. Nella rivoluzione spagnola del 1931-37, si verificò un
simile rinascimento artistico; le poesie di Lorca, Machado, Alberti e
soprattutto di Miguel Hernandez furono ispirate dalla lotta e insieme
vennero ascoltate con grande attenzione da un pubblico di milioni di
persone che non avevano mai avuto accesso al mondo meraviglioso
dell’arte e della cultura.
In una
rivoluzione, uomini e donne comuni cominciano a sentirsi come esseri
umani, capaci di controllare il proprio destino, e non solo "strumenti
con la voce". Con la vera umanità viene la dignità, un senso di
rispetto per se stessi e di necessaria fraternità, di rispetto per gli
altri. Nel 1936 nei ristoranti di Barcellona i camerieri misero degli
avvisi che dicevano "Solo perché un uomo lavora qui, non significa che
dovete insultarlo offrendogli una mancia". Questa è la nascita della
cultura, la vera cultura umana, che è parte della vita stessa. Lo
stesso fenomeno, in embrione, può essere visto in ogni sciopero, quando
gli uomini rivelano qualità che non avevano nemmeno immaginato di
possedere. Naturalmente, se il movimento non porta a una completa
trasformazione della società, il peso morto delle abitudini e della
routine prende il sopravvento un’altra volta. Le condizioni materiali
determinano la coscienza. Ma una società socialista basata su un alto
livello di tecnologia e di cultura trasformerebbe completamente il modo
che la gente ha di vedere le cose.
È spesso
sostenuto da logici e matematici che la perfetta simmetria che essi
ammirano possiede un valore estetico intrinseco. Qualcuno si spinge
fino a dire che la cosa più importante in un’equazione non è se ci dica
qualcosa sulla realtà, ma se sia esteticamente piacevole. Anche se
nessuno negherebbe la bellezza della simmetria, c’è simmetria e
simmetria. I palazzi armoniosi dell’Atene classica sono considerati da
molti come uno dei punti più alti della storia dell’architettura. C’è
sicuramente una simmetria molto appagante in essi, una simmetria che
richiama le relazioni lineari della geometria euclidea. L’importanza
dell’architettura nell’Atene di Pericle è un’espressione visiva
dell’approccio pubblico della democrazia ateniese (basata, ovviamente,
sul lavoro degli schiavi, che ne erano totalmente esclusi). Le grandi
costruzioni dell’Acropoli e dell’Agorà erano, senza eccezione, palazzi pubblici,
non residenze private. Nella nostra epoca simili splendori sono
estremamente rari. La scarsa priorità data all’architettura rispetto ad
altre arti non è un caso.
Nel nome
dell’"utilità", educato sinonimo di spilorceria, la gente è costretta a
vivere in scatole di cemento tutte uguali, prive di ogni fascino
artistico o calore umano. Questi obrobri sono progettati da architetti,
ispirati da princìpi puramente geometrici, che però preferiscono vivere
in un maniero del quindicesimo secolo in campagna, ben lontani dalla
desolazione urbana che hanno aiutato a creare. Ma gli esseri umani di
solito non amano vivere in scatole. E la natura conosce simmetrie molto
lontane dalle linee diritte e dalle semplici circonferenze.
È l’altro lato
dell’idiozia meccanizzata della catena di montaggio, dove gli esseri
umani, nelle parole di Marx, vengono trattati come appendici delle
macchine. Perché, allora, non dovrebbero anche vivere pigiati insieme
in casermoni di cemento costruiti secondo gli stessi principi
"industriali"? Lo stesso arido riduzionismo, lo stesso vuoto
formalismo, lo stesso approccio lineare ha caratterizzato la maggior
parte del secolo. L’alienazione del tardo capitalismo si esprime qui
nel trattamento disumano dei più basilari bisogni umani, il bisogno di
avere un ambiente pulito, attraente e veramente umano in cui vivere.
Quando alla vita stessa è negato ogni briciolo di umanità, quando essa
viene resa innaturale in centinaia di modi, come sorprendersi se i
prodotti della nostra cosiddetta civiltà si comportano in modo
innaturale e inumano?
Anche qui
assistiamo a una rivolta contro il conformismo e la rigidità senza
cuore. I palazzoni e i grattacieli, giustamente descritti da uno
scrittore inglese come "le torri dell’idiozia senza fine", hanno perso
l’attrattiva iniziale. Ciò non deve sorprendere; sono un monumento
all’alienazione su larga scala, uno scivolamento progressivo verso
condizioni disumane di vita, che generano tutti i tipi di mostruosità.
Perché
- ha chiesto il fisico tedesco Gert Eilenberger - il profilo di un
albero spoglio piegato dal vento impetuoso contro un cielo serale viene
percepito come bello, mentre il profilo di un edificio universitario
funzionale non viene percepito come tale, nonostante tutti gli sforzi
dell’architetto? La risposta, anche se un po’ speculativa, mi sembra
venire dalla nuova comprensione dei sistemi dinamici. Il nostro senso
della bellezza è ispirato dalla combinazione armonica di ordine e
disordine quale si presenta in oggetti naturali: in nuvole, alberi,
catene di montagne o cristalli di neve. Le forme di tutti questi
oggetti sono processi dinamici consolidati in forme fisiche e
particolari combinazioni di ordine e disordine sono tipiche di tali
forme.
Come osserva giustamente James Gleick,
Le
forme semplici sono disumane. Non sono in risonanza col modo in cui la
natura organizza se stessa o col modo in cui la percezione umana vede
il mondo.49
Molto
tempo fa Karl Marx indicò le disastrose conseguenze dell’estrema
divisione tra città e campagna. Non si tratta di "tornare alla natura",
nel senso utopico inteso da certi ecologisti, che sognano di sfuggire
alla bruttezza del presente ritirandosi nel presunto fascino di un
paradiso rurale inesistente, di un mitico passato. Non c’è possibilità
di tornare indietro. Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di
lottare contro il suo abuso finalizzato al guadagno privato, che
distrugge l’ambiente e crea disastri, dove dovrebbe già esistere un
paradiso terrestre. Questo è l’obiettivo fondamentale che l’umanità
deve affrontare negli ultimi anni del ventesimo secolo.
"Pensatori" ed "esecutori"
"Nec manus, nisi intellectus, sibi permissus, multum valent".
(Né la mano né l’intelletto, separati l’uno dall’altro,
servono a molto), Francis Bacon.
Il totale
divorzio tra teoria e pratica nella società odierna è diventato
estremamente dannoso. Il carattere sempre più fantastico di molte
"teorie" messe in circolazione da certi cosmologi e fisici teorici è
senza dubbio una conseguenza di questo. Liberi dall’obbligo di dover
fornire una qualsiasi prova concreta delle proprie teorie e facendo
affidamento sempre più su complicate equazioni e arcane interpretazioni
della teoria della relatività, i risultati di questi ragionamenti
puramente speculativi diventano sempre più bizzarri.
È ora di
rivedere tutto il sistema scolastico e la società di classe su cui si
regge. È ora di rivedere la validità della divisione dell’umanità tra
"chi pensa" e "chi fa", non dal punto di vista di una qualche giustizia
morale astratta, ma semplicemente perché questa divisione è diventata
un intralcio allo sviluppo della cultura e della società. Il futuro
sviluppo dell’umanità non si può basare sulle vecchie rigide divisioni.
Nuove complesse tecnologie richiedono una forza-lavoro qualificata
capace di un approccio creativo verso il lavoro. Questo non può essere
ottenuto in una società spezzata in due dall’apartheid di classe. Con
grande perspicacia, Margaret Donaldson descrive la situazione
insoddisfacente che oggi esiste nelle università:
Considera
le facoltà di ingegneria delle nostre università. Insegnano matematica
e fisica e così dovrebbe essere. Ma non insegnano agli studenti a fare
le cose. Ci si può laureare in ingegneria meccanica senza aver mai
usato un tornio o una fresa, che sono considerate solo roba da tecnici.
Invece per la maggior parte di questi ultimi, matematica e fisica,
oltre un livello elementare semplicemente non sono alla loro portata.
Il filosofo e pedagogo inglese Alfred North Whitehead era profondamente turbato da questa situazione e nel suo articolo L’istruzione tecnica e le sue relazioni con la scienza e la letteratura scrisse che
(…)
nell’insegnare si va a rotoli non appena si dimentica che gli studenti
hanno un corpo (…) - e aggiunse - (…) è una questione controversa se fu
la mano dell’uomo a creare il cervello o viceversa. Sicuramente la
connessione è stretta e reciproca.
La
Donaldson giustamente osserva che, sebbene il pensiero astratto (che
chiama "ragionamento incorporeo") richieda la capacità di guardare la
vita a distanza di qualche passo, esso conduce ai suoi risultati
maggiori quando è legato al fare. Tutta la storia del Rinascimento è
una prova di questa affermazione. Certo, lo spettro d’azione della
scienza moderna è infinitamente più vasto e complicato di una volta, ma
questo significa che è veramente impossibile per gli scienziati
apprendere da differenti discipline? Piuttosto che essere il risultato
della complessità crescente della materia, lo stato attuale di
apartheid intellettuale non è forse il prodotto del modo in cui la
società è strutturata, degli atteggiamenti, dei pregiudizi e degli
interessi materiali che ne derivano e cercano a tutti i costi di
preservarlo?
I reazionari
tentano di giustificare lo stato odierno delle cose con riferimenti
ormai obbligatori al determinismo genetico: se qualcuno di "noi" è
bravo, ha un bel lavoro e fa un sacco di soldi, è perché è nato sotto
una buona stella (oppure si potrebbe dire che è nato "con i geni
giusti", che è più o meno lo stesso concetto). Il fatto che il resto dell’umanità non sia tanto fortunata deve dipendere dai suoi scarsi geni. Rispondendo a queste frottole, la Donaldson scrive:
Forse
che soltanto pochi di noi sono in grado d’imparare a muoversi oltre i
confini del senso comune, e ad agire con successo in tale direzione? Io
ne dubito. Mentre può avere un certo senso il supporre che ognuno di
noi possieda un certo "potenziale intellettuale" geneticamente
determinato (e in tal caso gli individui sarebbero sicuramente diversi
sotto questo aspetto come in altre cose), non c’è motivo di credere che
la maggior parte di noi - o ognuno di noi, se vogliamo - non riesca ad
avvicinarsi all’attuazione di quanto noi siamo capaci di fare. E non è
nemmeno certo che abbia molto senso il ragionare nei termini di limiti
massimi. Infatti, come fa osservare Jerome Bruner, vi sono strumenti
della mente, come strumenti delle mani - e in entrambi i casi lo
sviluppo di un nuovo strumento potente comporta la possibilità di
liberarsi dalle vecchie limitazioni. Secondo una linea di pensiero
simile, David Olson dice: "L’intelligenza non è qualcosa che noi
abbiamo, ed è immutabile; è qualcosa che noi coltiviamo agendo per
mezzo di una tecnologia, o qualcosa che noi creiamo inventando una
nuova tecnologia".50
Il
grande pedagogo sovietico Vygotsky non credeva affatto che l’insegnante
dovesse operare un rigido controllo su cosa esattamente i bambini
stessero imparando. Come Piaget, egli considerava l’attività
svolta dai bambini la parte centrale della loro educazione. Invece di
incatenare i bambini ai banchi, dove essi meccanicamente cercano di
imparare cose che per loro non hanno nessun senso, Vygotsky
sottolineava il bisogno di un autentico sviluppo intellettuale. Ma
questo non può essere concepito in un vuoto sociale. In una società
autenticamente socialista, l’istruzione verrebbe legata all’attività
creativa pratica sin dall’inizio, rompendo così le avvilenti barriere
tra lavoro intellettuale e manuale. In molti modi, Vygotsky era in
anticipo sul proprio tempo. I suoi metodi educativi mostravano una
grande immaginazione, per esempio, nel permettere ai bambini di
imparare l’uno dall’altro:
Vygotsky
dichiarava di usare un bambino più avanzato per insegnare a un bambino
rimasto indietro. Per molto tempo questo venne usato come base di
un’istruzione marxista egalitaria nell’Unione Sovietica. Il principio
socialista era che tutti i bambini lavoravano insieme per il bene di
tutti, invece di quello capitalista in cui ogni bambino tenta di avere
più benefici possibili dalla scuola senza contribuire per nulla. Il
bambino più brillante aiuta la società aiutando il bambino meno
brillante, dato che quest’ultimo sarà più utile (si spera) alla società
avendo imparato a leggere e scrivere piuttosto che diventando un adulto
analfabeta. Vygotsky sosteneva che questo atto non presuppone un
sacrificio da parte del bambino più avanzato; spiegando e aiutando
altri bambini, anche lui poteva arrivare a una comprensione molto più
profonda del suo proprio sapere, su linee metacognitive. E insegnando
un argomento, consolidava il proprio sapere.51
Una società
socialista democratica abolirebbe la differenza tra lavoro
intellettuale e manuale attraverso un aumento generale del livello
culturale della società. Condizioni necessarie sarebbero la riduzione
dell’orario di lavoro e la pianificazione razionale della produzione.
L’istruzione verrebbe trasformata unendo l’insegnamento all’attività
creativa e al gioco. Lo sviluppo di ogni sorta di nuove tecniche verrà
usato appieno. I congegni della realtà virtuale, che al momento sono
solo sofisticati giocattoli, hanno un potenziale incredibile, non solo
per la produzione e la progettazione, ma anche per l’istruzione. Essi
permetteranno di ricevere lezioni dalla vita stessa, stimolando
l’immaginazione e la creatività del bambino, non solo per imparare la
storia e la geografia, ma per imparare l’ingegneria meccanica, o per
dipingere e per suonare uno strumento. La libertà dalla lotta umiliante
per le necessità della vita, l’accesso alla cultura e il tempo per
sviluppare se stessi come esseri umani, queste sono le basi su cui
l’umanità può realizzare il suo potenziale.
L’umanità e l’universo
Egli disse, "Cos’è il tempo? Lascia l’immediato ai cani
e alle scimmie! L’uomo ha il sempre"
(Robert Browning, Il funerale di un grammatico)
Le conquiste
dei programmi spaziali sovietici e statunitensi ci hanno fornito solo
un assaggio di quanto sarebbe possibile. Ma i programmi spaziali delle
superpotenze erano solo un sottoprodotto della corsa agli armamenti
durante la guerra fredda. Dopo il crollo dell’Urss, la questione dei
viaggi spaziali non ha più occupato un posto centrale, anche se è
possibile che si costruisca una stazione spaziale in orbita attorno al
pianeta, per facilitare i viaggi verso la Luna. In una comunità
socialista mondiale, i viaggi spaziali cesseranno di essere argomento
per fumetti di fantascienza e diventeranno un fatto comune come i voli
aerei oggi. L’esplorazione del sistema solare, e quindi di altre
galassie, fornirà le stesse sfide, gli stessi stimoli all’umanità di
quanto accadde in Europa con la scoperta dell’America.
La possibilità
di viaggi spaziali su lunghe distanze oltre i confini del nostro
sistema solare non resterà sempre nel regno della fantascienza. Non
dimentichiamo che cento anni fa l’idea di viaggiare più velocemente del
suono sembrava oltre i confini dell’immaginabile, per non parlare di un
viaggio sulla Luna. La storia della specie umana in generale, e quella
degli ultimi quaranta anni in particolare, mostra che non esiste un
problema così grande da non poter essere risolto prima o poi.
Fra circa
quattro miliardi di anni il sole comincerà a espandersi, col lento
restringersi del suo nucleo di elio. I pianeti vicino al sole saranno
sottoposti a temperature spaventose. La vita sulla Terra diverrà
impossibile, dato che gli oceani evaporeranno e l’atmosfera sarà
distrutta. Ma la fine della vita in un angolo dell’universo non
concluderà la storia. Anche se la nostra stella morirà, ne nasceranno
altre. Tra i miliardi di galassie nell’universo visibile, ci sono
sicuramente moltissimi pianeti con condizioni simili al nostro in cui
si può sviluppare la vita. Senza dubbio, molti di questi saranno
abitati da forme di vita intelligenti, comprese forme di vita come la
nostra. Ben pochi scienziati dubitano ora di questa affermazione, e
ancor meno da quando le complicate molecole che compongono la vita sono
state trovate anche nello spazio.
Alla fine della Introduzione alla Dialettica della natura, Engels esprime un esultante ottimismo sul futuro della vita:
La
materia si muove in un eterno ciclo. È un ciclo che si conclude in
intervalli di tempo per i quali il nostro anno terrestre non è
assolutamente metro sufficiente; un ciclo, nel quale il periodo dello
sviluppo più elevato - quello della vita organica e anzi della stessa
vita - occupa un posto ristretto quanto lo spazio nel quale si fanno
strada la vita e la coscienza; un ciclo, nel quale tutte le
manifestazioni della materia - sole o nebulosa, animale o specie,
combinazione o separazione chimica - sono ugualmente caduche. In esso
non vi è nulla di eterno se non la materia che eternamente si
trasforma, eternamente si muove, e le leggi secondo le quali essa si
trasforma e si muove. Ma per quanto spesso, per quanto inflessibilmente
questo ciclo si possa compiere nello spazio e nel tempo, per quanti
milioni di soli e di terre possano nascere e perire; per quanto tempo
possa trascorrere finché su un solo pianeta di un sistema solare si
stabiliscano condizioni necessarie alla vita organica; per quanti
innumerevoli esseri organici debbano sorgere e scomparire prima che tra
di essi si sviluppino animali dotati di un cervello pensante e trovino
per un breve intervallo di tempo condizioni atte alla vita, per essere
poi anche essi distrutti senza pietà, noi abbiamo la certezza che la
materia in tutti i suoi mutamenti rimane eternamente la stessa, che
nessuno dei suoi attributi può mai andare perduto e che perciò essa
deve di nuovo creare, in altro tempo e altro luogo, il suo più alto
frutto, lo spirito pensante, per quella stessa ferrea necessità che
porterà alla scomparsa di esso sulla terra. 52
Ora,
però, possiamo andare anche oltre queste affermazioni. In base agli
strabilianti progressi della scienza nel secolo successivo a quello in
cui visse Engels, la fine del Sole non comporterà necessariamente
l’estinzione della nostra specie. Lo sviluppo di astronavi potenti,
capaci di viaggiare a velocità che adesso sembrano impossibili,
potrebbe preparare il terreno per l’ultima avventura, l’emigrazione
verso altri sistemi solari e, alla fine, verso altre galassie. Anche
andando all’un per cento della velocità della luce, un obiettivo
chiaramente raggiungibile, sarebbe possibile raggiungere pianeti
abitabili nell’arco di qualche secolo.
Se sembra un
tempo lungo, occorre ricordarsi che i primi uomini ci misero milioni di
anni per colonizzare il mondo, partendo dall’Africa. Inoltre
l’esplorazione avverrà probabilmente per gradi, stabilendo colonie e
avamposti lungo la strada, come facevano i primi polinesiani che
colonizzarono il Pacifico, isola per isola, lungo il corso di molti
secoli. I problemi tecnologici saranno immensi, ma abbiamo almeno tre
miliardi di anni per risolverli. Se consideriamo che l’Homo sapiens
esiste da soli centomila anni, che la civiltà esiste da soli circa
cinquemila, e che il ritmo del progresso tecnologico tende a crescere
sempre di più, non c’è nessuna ragione per trarre conclusioni
pessimistiche sul futuro dell’umanità, a una condizione: che la società
divisa in classi, questa atroce reliquia di barbarie, venga sostituito
da un sistema di cooperazione e pianificazione, che unisca tutte le
risorse del globo per una causa comune.
Engels
descrisse il socialismo come il salto dell’umanità dal regno della
necessità al regno della libertà. Per la prima volta sarà possibile per
la maggioranza dell’umanità sfuggire alla lotta umiliante per
l’esistenza e affacciarsi a più vasti orizzonti. L’eliminazione delle
malattie, dell’analfabetismo e dei problemi di chi non ha la casa, in
sé importanti obiettivi, saranno solo il punto di partenza. Unendo
tutte le risorse del pianeta che ora vengono vergognosamente sprecate,
l’umanità può letteralmente raggiungere le stelle.
Ultimo, ma non
meno importante, gli uomini diventeranno infine padroni di se stessi,
della propria vita, del proprio destino, perfino della propria
conformazione genetica. I rapporti tra uomini e donne saranno relazioni
tra esseri umani liberi, non tra schiavi. Aristotele osservò che l’uomo
comincia a "filosofare" dopo aver soddisfatto le necessità della vita.
Il grande pensatore capì che lo sviluppo della cultura era fortemente
connesso alle condizioni materiali della vita. In un passaggio
veramente notevole, dimostra come l’umanità comincia a filosofare, per
dedicarsi alla ricerca della conoscenza per il gusto di farlo, solo
quando è libera dalla necessità di lottare per i bisogni dell’esistenza:
Ne
è testimonianza anche il corso degli eventi, giacché solo quando furono
a loro disposizione tutti i mezzi indispensabili alla vita e [quelli]
che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi
ad una tale sorta di indagine scientifica. È chiaro, allora, che noi ci
dedichiamo a tale indagine senza mirare ad alcun bisogno che ad essa
sia estraneo, ma, come noi chiamiamo libero un uomo che vive per sé e
non per un altro, così anche consideriamo tale scienza come la sola che
sia libera, giacché essa soltanto esiste di per sé [9, III].53
Per
tutta la storia della civiltà fino ad oggi, la cultura è stata
monopolio di una piccola minoranza. In una società socialista
autenticamente democratica, sarebbe possibile assicurare una riduzione
generale dell’orario di lavoro e accrescere il tenore di vita per tutti
sulla base di una crescita vertiginosa della produzione. Liberati dalle
pressioni della necessità, uomini e donne possono dedicare la propria
vita a uno sviluppo pieno e completo della propria personalità, del
proprio intelletto e del proprio fisico. Gli accesi dibattiti politici
di oggi dovuti alle laceranti divisioni di classe lasceranno il posto
ad altrettanto accese discussioni sull’arte, la letteratura, la musica,
la scienza e la filosofia.
Sulla base di
un’economia razionale, pianificata e gestita democraticamente, le
possibilità colossali della scienza e della tecnica potrebbero essere
messe a disposizione dell’umanità. Nell’ultimo secolo, la dieta e le
cure sanitarie hanno raddoppiato la speranza di vita in molti paesi
industrializzati. Ulteriori miglioramenti nello stile di vita
potrebbero prolungarla ancora di più. Vivere un secolo di vita
pienamente attiva diventerà normale. L’uso appropriato dell’ingegneria
genetica potrebbe perfino permettere agli scienziati di contrastare il
processo di invecchiamento e di prolungare la vita oltre quella che è
considerata "la sua lunghezza naturale". Le possibilità per il futuro
dell’umanità saranno senza limiti come l’universo stesso.
Nel
modo più greve la cieca spontaneità si è stabilita nei rapporti
economici, ma anche di lì l’uomo la sta cacciando con l’organizzazione
socialista dell’economia. Si rende così possibile una ricostruzione
radicale della struttura familiare tradizionale. Infine, nell’angolo
più profondo e buio dell’inconscio, dello spontaneo e del sotterraneo
si è celata la natura dell’uomo. Non è chiaro che saranno diretti là i
massimi sforzi del pensiero indagatore e dell’iniziativa creatrice? Il
genere umano smetterà di strisciare carponi davanti a Dio, ai re e al
capitale, non per piegarsi docilmente davanti alle leggi oscure
dell’ereditarietà e della cieca selezione sessuale! L’uomo liberato
vorrà raggiungere un maggior equilibrio nel lavoro dei suoi organi e
uno sviluppo e un logorio più regolare dei suoi tessuti affinché già
così il terrore della morte sia portato nei limiti di una reazione
razionale dell’organismo di fronte a un pericolo. Non vi può essere
dubbio, infatti, che proprio l’estrema disarmonicità, anatomica,
fisiologica, dell’uomo e la straordinaria irregolarità dello sviluppo e
del logorio degli organi e dei tessuti conferiscano all’istinto vitale
la forma isterica, morbosa, frustrata del terrore della morte, terrore
che oscura la ragione e nutre le fantasie umilianti e sciocche sulla
vita d’oltretomba.
L’uomo si porrà il fine di
diventare padrone dei propri sensi, di elevare gli istinti alla vetta
della coscienza, di renderli limpidi, di portare i fili della volontà
fin dentro la sfera dell’occulto e del sotterraneo e così elevarsi a un
nuovo livello e creare un tipo biologico-sociale superiore, un
superuomo, se volete. Dire fino a quali limiti di autodirezione si
porterà l’uomo del futuro è altrettanto difficile che predire le
altezze cui egli porterà la sua tecnica. L’edificazione sociale e
l’autoeducazione psicofisica diventeranno due lati di uno stesso
processo. Le arti - quella letteraria, teatrale, figurativa, musicale e
architettonica - conferiranno a questo processo una forma perfetta. O
meglio: l’involucro di cui si rivestirà il processo di edificazione
culturale e di autoeducazione dell’uomo comunista, dispiegherà al più
alto grado tutti gli elementi vitali delle arti odierne. L’uomo
diventerà infinitamente più forte, più intelligente, più raffinato; il
suo corpo più armonioso, i suoi movimenti più ritmici, la sua voce più
musicale. Le forme della vita quotidiana acquisteranno una teatralità
dinamica. Il tipo umano medio si eleverà al livello di Aristotele,
Goethe, Marx. Su questo crinale si eleveranno nuove cime.54
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