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Il fatto che il nostro pensiero soggettivo e il mondo oggettivo
sono sottoposti alle stesse leggi e quindi, anche,
che in ultima analisi non si possono contraddire
l’un l’altro nei propri risultati, ma essi devono
piuttosto coincidere, governa completamente
il nostro pensiero teoretico nel suo complesso
(Engels).
Il contenuto della matematica
“pura” deriva in ultima analisi dal mondo materiale. L’idea che le
verità matematiche siano un tipo speciale di sapere innato o di
ispirazione divina non regge a un’analisi minimamente seria. La
matematica si occupa di relazioni quantitative del mondo reale. I suoi
cosiddetti assiomi ci sembrano di per sé evidenti, solo perché sono un
prodotto di un lungo periodo di osservazione ed esperienza della
realtà. Purtroppo questo fatto sembra sfuggire a molti matematici
teorici contemporanei che si illudono pensando che il loro oggetto
“puro” di studio non abbia niente a che vedere con il rozzo mondo delle
cose reali. Questo è un chiaro esempio delle conseguenze negative di
una divisione del lavoro portata ai suoi estremi.
Da Pitagora in
poi, le più stravaganti affermazioni sono state fatte sulla matematica,
che è stata dipinta come la regina delle scienze, la chiave magica che
apre tutte le porte dell’universo. Emancipata da ogni contatto col
mondo fisico, la matematica sembrava librarsi verso il cielo, dove
avrebbe acquisito un’esistenza divina, liberandosi dall’obbedienza a
qualsiasi legge che non fosse dettata da lei stessa. Per questo il
grande matematico Henri Poincaré, nei primi anni del secolo, poteva
affermare che le leggi della scienza non hanno nessun rapporto col
mondo reale, ma rappresentano convenzioni arbitrarie destinate a
promuovere una descrizione più comoda e “utile” dei fenomeni
corrispondenti. Certi fisici teorici sostengono ora apertamente che la
validità dei loro modelli matematici non dipende da verifiche empiriche
ma dalle qualità estetiche delle loro equazioni.
Le teorie
matematiche sono state, da un lato, fonte di incredibili progressi
scientifici e, dall’altro, sono state l’origine di numerosi errori e
malintesi che ebbero, e tuttora hanno, conseguenze fortemente negative.
L’errore
principale è il tentativo di ridurre il procedere complesso, dinamico e
contraddittorio della natura in formule quantitative statiche ed
ordinate. La natura è presentata in modo formalistico, come nel caso
del punto che diventa una linea monodimensionale, che diventa a sua
volta un piano, un cubo, una sfera e così via. Tuttavia, l’idea che la
matematica pura sia pensiero assoluto, incontaminata dal contatto con
le cose materiali, è ben lontana dal vero. Usiamo il sistema decimale
non per deduzione logica o per “libero arbitrio”, ma perché abbiamo
dieci dita. Lo stesso termine “digitale” viene dalla corrispondente
parola latina. E anche oggi, uno scolaro conterà segretamente le sue
dita reali sotto il banco, prima di arrivare alla giusta soluzione di
un problema matematico astratto. Così facendo, il ragazzo sta
inconsapevolmente ripercorrendo la strada attraverso cui i primi uomini
impararono a contare.
Le origini materiali delle astrazioni della matematica non erano un segreto per Aristotele:
Il
matematico - scriveva - compie i suoi studi su cose che risultano da
astrazione (egli infatti esegue la propria indagine dopo aver eliminato
tutto ciò che è sensibile - ad esempio, il peso e la leggerezza, la
durezza e il suo contrario, e, ancora, il caldo e il freddo e le altre
coppie di contrari sensibili - e lascia solo la quantità e ciò che è
continuo o ad una o a due o a tre dimensioni) (...). - E ancora: - È
ovviamente impossibile anche l'esistenza di enti matematici separati
dagli oggetti sensibili - e - Nessun corpo può essere composto di linee
o di superfici o di punti, laddove, se questi fossero una determinata
sostanza materiale, noi vedremmo con evidenza corpi capaci di ricevere
una siffatta composizione. Le linee, i piani, e così via, nella loro
definizione concettuale possono precedere il corpo, ma ciò non comporta
che essi lo precedono materialmente.1
Lo
sviluppo della matematica è il risultato proprio dei bisogni materiali
umani. Gli uomini avevano all’inizio solo dieci parole per indicare i
numeri proprio perché contavano sulle dita come i bambini. Le
popolazioni Maya del Centroamerica costituiscono un’eccezione perché
avevano un sistema in base venti anziché dieci, probabilmente perché
contavano anche con le dita dei piedi. Vivendo in una società semplice
di cacciatori-raccoglitori, senza denaro né proprietà privata, i nostri
antenati non necessitavano di numeri elevati. Per formare un numero
maggiore di dieci, era sufficiente combinare alcuni dei dieci suoni che
corrispondevano alle dieci dita. Perciò, uno più dieci si dice
“un-dici” (undecim, in latino, Ein-lifon - sopra di uno - nell'antico
tedesco, che diventa eleven nell'inglese moderno). Tutti gli altri
numeri sono semplicemente combinazioni di quelle prime dieci parole,
tranne quattro numeri aggiunti: cento, mille, milione, miliardo, ecc.
La vera origine dei numeri era già stata compresa da Thomas Hobbes, grande filosofo materialista inglese del Settecento:
A
quanto pare c’è stato un tempo in cui i numeri non avevano un nome e
gli uomini erano costretti a porre le dita di una o entrambe le mani
sulle cose che volevano contare e da questo è seguito che ora le parole
che indicano numeri sono dieci in ogni nazione, e in alcune solo
cinque, e poi ricominciano.2
Come spiega Alfred Hooper,
Proprio
perché gli uomini primitivi inventarono lo stesso numero di parole
equivalenti alle dita che avevano, la nostra scala numerica è di tipo
decimale, ovvero basata sul dieci, e consiste di una infinita
ripetizione delle prime dieci parole base (…) Se gli uomini avessero
avuto dodici dita anziché dieci avremmo avuto senz’altro un sistema
duodecimale oggi, basato su una ripetizione delle dodici parole base.3
In
effetti, un sistema duodecimale ha certi vantaggi rispetto a quello
decimale. Mentre dieci può essere diviso esattamente solo per due e
cinque, dodici può essere diviso per due, tre, quattro e sei.
I numeri
romani sono una rappresentazione figurata delle dita. Probabilmente il
simbolo del cinque rappresentava lo spazio tra il pollice e le altre
dita. La parola calcolo deriva dal latino calculus, che significa
sasso, il che è connesso al metodo di contare utilizzando le perline
dell’abaco. Questi, e innumerevoli altri, esempi mostrano come la
matematica non sia venuta fuori da libere elucubrazioni della mente, ma
è il prodotto di un lungo processo di evoluzione sociale per prove ed
errori, osservazioni ed esperimenti, che gradualmente si è andato
staccando dal resto divenendo un corpo di conoscenze separato, di
carattere apparentemente astratto.
Allo stesso
modo il nostro sistema di pesi e misure trova la sua origine nel mondo
materiale. L’origine dell’unità di misura anglosassone “piede” è ovvia,
come quella del “pollice”. Lo stesso può dirsi per le varie misure
agricole (la “pertica”, ecc.). L’origine dei simboli matematici più
elementari, “+” e “–”, non ha niente a che vedere con la matematica
pura; essi erano i segni usati dai mercanti del Medioevo per calcolare
eccedenze e carenze di merci nei depositi.
La necessità
di costruire abitazioni per proteggersi dagli elementi naturali
costrinse gli uomini a trovare il metodo più pratico per tagliare pezzi
di legno in modo che le sue estremità s’incastrassero bene. Questo
portò alla scoperta dell’angolo retto e della squadra del muratore. La
necessità di costruire una casa in piano portò all’invenzione di una
specie di strumento di livellamento, rappresentato nelle tombe egizie e
romane, costituito da tre pezzi di legno uniti in modo da formare un
triangolo isoscele, da una corda legata all’apice. Questo semplice e
pratico strumento veniva usato per costruire le piramidi. I sacerdoti
egizi accumularono un gran numero di conoscenze matematiche derivate
alla fine da queste attività pratiche.
La stessa
parola “geometria” tradisce la sua origine pratica. Essa significa
semplicemente “misura della terra”. Il merito dei greci è stato quello
di aver dato una base teorica a queste scoperte pratiche. Tuttavia,
presentando questi teoremi come prodotto di deduzioni logiche, essi
fuorviarono se stessi e le generazioni a venire. In ultima analisi, la
matematica deriva dalla realtà materiale e, effettivamente, non
potrebbe avere alcuna applicazione se non fosse così. Lo stesso famoso
teorema di Pitagora, noto a ogni studente, che stabilisce che il
quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati
costruiti sui due cateti, veniva già utilizzato, come pratica comune,
dagli egizi.
Le contraddizioni nella matematica
Engels, e
prima di lui Hegel, mise in evidenza le numerose contraddizioni che
abbondano in matematica. È stato sempre così, malgrado le pretese di
perfezione e l’infallibilità quasi papale difesa dai matematici per la
loro “scienza sublime”. Questo costume venne inaugurato dai pitagorici,
con la loro concezione mistica del numero e dell’armonia dell’universo.
Molto presto, però, scoprirono che il loro armonioso e ordinato
universo matematico era affetto da contraddizioni, la cui soluzione li
portò allo sconforto. Per esempio scoprirono che era impossibile
esprimere la lunghezza della diagonale di un quadrato in numeri
naturali.
Gli ultimi
pitagorici scoprirono che c’erano molti numeri di questo tipo, come la
radice quadrata di due; questo è infatti un “numero irrazionale”. Ma
anche se la radice quadrata di due non si può esprimere come frazione,
è utile poter calcolare la lunghezza di un lato del triangolo. La
matematica contemporanea contiene uno zoo di questi strani animali,
ancora non addomesticati nonostante tutti gli sforzi, ma che, una volta
che si accettano per quello che sono, rendono notevoli servizi. Così
abbiamo i numeri irrazionali, immaginari, trascendentali, transfiniti,
tutti dotati di proprietà strane e contraddittorie e tutti
indispensabili all’operare della scienza moderna. Il misterioso _ (pi
greco) era ben noto agli antichi greci e generazioni di studenti hanno
imparato ad identificarlo come il rapporto tra circonferenza e diametro
del cerchio. Seppur strano, il suo valore esatto non si può trovare.
Archimede aveva calcolato il suo valore approssimato con il metodo
detto della “esaustione”. Questo valore era tra 3,14085 e 3,14286. Ma
se tentiamo di scrivere il valore preciso, otteniamo questo strano
risultato: _ = 3,14159267358979323846264338327950… e così via
all’infinito. Pi (_), che oggi è definito un numero trascendentale, è
assolutamente necessario per trovare la circonferenza del cerchio, ma
non può essere espresso come soluzione di un’equazione algebrica.
Abbiamo poi la
radice quadrata di –1 che non è neanche un numero aritmetico. I
matematici lo chiamano un “numero immaginario”, dato che nessun numero
reale, moltiplicato per se stesso, può dare come risultato –1, poiché
meno per meno dà più. Una creatura veramente peculiare, questa, eppure
non il frutto dell’immaginazione, a dispetto del suo nome.
Nell’Anti-Dühring, Engels fa notare che
È
una contraddizione che una grandezza negativa debba essere il quadrato
di qualche cosa: infatti ogni grandezza negativa, moltiplicata per se
stessa, dà un quadrato positivo. La radice quadrata di meno uno,
quindi, non solo è una contraddizione assurda, un vero controsenso. E
tuttavia _–1 è un risultato in molti casi necessario di operazioni
matematiche esatte; anzi c'è di più: dove sarebbe la matematica, sia
elementare che superiore se fosse interdetto di operare con _–1?4
L’osservazione
di Engels è ancor più giusta oggi. Questa combinazione contraddittoria
di più e meno gioca un ruolo assolutamente cruciale nella meccanica
quantistica, dove appare in una grossa serie di equazioni, fondamentali
per la scienza moderna.
Che queste parti della matematica comportino
allarmanti contraddizioni è fuori dubbio. Ecco che cosa Hoffman ha da
dire in proposito:
Che
una tale formula abbia una qualsiasi connessione col mondo
dell’esperimento stretto che è quello della fisica è in sé difficile da
credere. Che questo dovesse essere il fondamento profondo della nuova
fisica, e che abbia penetrato, più profondamente che qualsiasi cosa
prima, il nucleo centrale della scienza e della metafisica risulta
incredibile come doveva una volta sembrare la dottrina della sfericità
della Terra.5
Al giorno
d’oggi, l’uso dei numeri cosiddetti “immaginari” è dato per scontato.
La radice quadrata di meno uno è usata per molte operazioni necessarie,
come la costruzione di circuiti elettrici. I numeri transfiniti, a loro
volta, sono necessari per capire la natura del tempo e dello spazio. La
scienza moderna, e in particolare la meccanica quantistica, non
potrebbe procedere senza l’uso di concetti matematici che hanno un
carattere palesemente contraddittorio. Paul Dirac, uno dei fondatori
della meccanica quantistica, scoprì i numeri “Q” i quali negano la
legge dell’aritmetica ordinaria che considera a moltiplicato b come la stessa cosa di b moltiplicato per a.
Esiste l’infinito?
L’idea di
infinito sembra difficile da afferrare, perché a prima vista va oltre
ogni esperienza umana. La mente umana è abituata a trattare solo cose
finite, riflesse in idee finite. Ogni cosa ha un inizio e una fine; è
un pensiero familiare. Ma ciò che è familiare non è necessariamente
vero. La storia del pensiero matematico ha qualche lezione molto
istruttiva a riguardo. Per molto tempo i matematici, almeno in Europa,
cercarono di bandire il concetto di infinito. Le ragioni per farlo
erano abbastanza ovvie; oltre l’evidente difficoltà di concettualizzare
l’infinito, in termini puramente matematici esso comporta una
contraddizione; la matematica tratta grandezze definite, mentre
l’infinito per la sua natura intrinseca non può essere contato o
misurato. Questo significa che c’è un vero conflitto tra i due. Per
questa ragione, i grandi matematici dell’antica Grecia evitarono
l’infinito come la peste. Ciononostante, dagli albori della filosofia,
gli uomini hanno ragionato sull’infinito. Anassimandro (610-547 a.C.)
lo prese a fondamento della propria filosofia.
I paradossi di
Zenone (450 a.C. circa) s’incentrano sulla difficoltà inerente all’idea
di quantità infinitesime come costituenti di grandezze continue,
cercando di dimostrare che il moto è un’illusione. Zenone “confutò” il
moto in vari modi; sostenne che un corpo in movimento, prima di
giungere in un certo punto, deve prima percorrere metà della distanza
data. Ma prima di ciò deve percorrere metà di questa metà e così via.
Così, se due corpi si muovono nella stessa direzione a una certa
distanza l’uno dall’altro e quello che segue si muove più velocemente
di quello che precede, noi deduciamo che a un certo punto lo supererà.
Non è così per Zenone: “Il più lento non potrà mai essere superato dal
più veloce”.
Questo è il
famoso paradosso del “piè veloce Achille”. Immaginiamo una corsa tra
Achille e una tartaruga. Supponiamo che Achille corra dieci volte più
veloce della tartaruga, che ha mille metri di vantaggio. Nel tempo in
cui Achille ha percorso questi mille metri, la tartaruga avrà percorso
cento metri. Quando Achille avrà varcato il traguardo di questi cento,
la tartaruga si sarà spinta più in là di altri dieci metri. Quando
Achille sarà balzato a tale distanza essa sarà ancora un metro avanti e
così via all’infinito. I paradossi di Zenone non provano che il
movimento è un’illusione, o che Achille in pratica non supererà la
tartaruga, ma mostrano brillantemente i limiti del modo di pensare ora
conosciuto come logica formale. Il tentativo di eliminare ogni
contraddizione dalla realtà, come fecero gli eleatici, porta
inevitabilmente a questi insolubili paradossi, o antinomie, come Kant
le definì successivamente. Per provare che una linea non può essere
costituita da un numero infinito di punti, Zenone sostenne che, se
fosse così, Achille non avrebbe mai potuto superare la tartaruga. C’è
davvero un problema logico. Come spiega Alfred Hooper:
Questo
paradosso lascia ancora perplessi anche quelli che sanno come sia
possibile trovare la somma di una serie infinita di numeri che formano
una progressione geometrica il cui coefficiente è minore di 1, e i cui
termini divengono conseguentemente sempre più piccoli e quindi
“convergono” a qualche valore limite.6
Di
fatto, Zenone aveva scoperto una contraddizione nel pensiero matematico
che dovette aspettare duemila anni prima di avere soluzione. La
contraddizione è legata all’uso dell’infinito. Da Pitagora fino alla
scoperta del calcolo differenziale e integrale nel diciassettesimo
secolo, i matematici fecero di tutto per evitare l’uso del concetto di
infinito. Solo Archimede, col suo grande genio, affrontò l’argomento,
ma anche lui evitò il concetto usando un metodo indiretto. I primi
atomisti, a cominciare da Leucippo, che fu probabilmente un allievo di
Zenone, asserirono che gli atomi, “indivisibili e infiniti, si muovono
incessantemente nello spazio vuoto di estensione infinita”.
La fisica
moderna accetta che il numero di istanti tra due secondi è infinito,
come il numero di istanti di un lasso di tempo che non ha inizio né
fine. L’universo stesso consiste di una catena infinita di cause ed
effetti, che mutano senza sosta, muovendosi e sviluppandosi. Questo non
ha nulla a che fare con la rozza e unilaterale visione di infinito
contenuta nelle serie infinite di numeri dell’aritmetica semplice, in
cui l’“infinito” “comincia” sempre con il numero uno! È quello che
Hegel chiamava “cattivo infinito”.
Il più grande
matematico greco Archimede (287-212 a.C.) fece effettivamente uso di
indivisibili in geometria, ma considerò l’idea di infinitamente grande
e infinitamente piccolo senza fondamento logico. Allo stesso modo,
Aristotele sostenne che, dato che un corpo deve avere forma, deve
essere limitato e dunque non può essere infinito. Pur accettando che
c’erano due tipi di “potenziali” infiniti - addizioni successive in
aritmetica (infinitamente grande), e divisioni successive in geometria
(infinitamente piccolo) - polemizzò contro i teorici della geometria
che ritenevano un segmento composto da molti infinitesimi fissi, o
indivisibili.
Questo rifiuto
dell’infinito costituì una barriera potente allo sviluppo della
matematica classica greca. Per contrasto, i matematici indiani non
ebbero queste remore e fecero grandi passi avanti che, attraverso gli
arabi, arrivarono in Europa successivamente.
Il tentativo
di bandire le contraddizioni dal pensiero, in accordo con lo schema
rigido della logica formale, arrestò lo sviluppo della matematica. Ma
lo spirito di rinnovamento del Rinascimento aprì le menti a nuove
possibilità, che erano in verità infinite. Nel suo libro La nuova
scienza (1638), Galileo fece notare che ogni numero intero ha un solo
quadrato e che ogni quadrato perfetto è il quadrato di un solo numero
intero positivo. Così abbiamo in un certo senso tanti quadrati quanti
numeri interi. Questo ci conduce immediatamente a una contraddizione
logica. Ciò infatti contraddice l’assioma che l’insieme totale è
maggiore di ognuna delle sue parti, dato che non tutti i numeri interi
sono quadrati di altri numeri interi e l’insieme dei quadrati perfetti
è parte dell’insieme dei numeri interi.
Questo è solo
uno dei tanti paradossi che hanno investito la matematica dal
Rinascimento quando gli uomini cominciarono a sottoporre i propri
pensieri e le proprie assunzioni a un’analisi critica. Di conseguenza,
lentamente e contro la resistenza accanita delle menti conservatrici,
uno ad uno gli assiomi supposti inattaccabili, le “verità eterne” della
matematica, sono state rovesciate. Siamo arrivati al punto in cui
l’intero edificio si è mostrato inadeguato e bisognoso di una
ricostruzione complessiva su fondamenta più solide ma più flessibili;
queste fondamenta si stanno già ponendo e avranno inevitabilmente un
carattere dialettico.
Il calcolo differenziale e integrale
Molti di
quelli che si chiamano assiomi della matematica classica greca erano
già stati screditati dalla scoperta del calcolo differenziale e
integrale, il più grande progresso della matematica dal Medioevo. È un
assioma in geometria che linee rette e curve sono totalmente opposte e
non sono commensurabili, ovvero, una non può essere espressa nei
termini dell’altra. Eppure, in ultima analisi, curve e linee rette per
il calcolo differenziale sono considerate uguali. Come Engels fece
notare, la base di questo venne posta molto tempo prima che fosse
elaborato da Leibniz e Newton:
Il
punto critico nella matematica fu la grandezza variabile di Descartes.
Con essa il movimento e con essa la dialettica nella matematica e con
essa anche subito, necessariamente, il calcolo differenziale e
integrale, che anch'esso subito ha inizio, e che viene non inventato,
ma completato nelle sue grandi linee, da Newton a Leibniz.7
La
scoperta di questo calcolo aprì tutta una serie di nuovi orizzonti per
la matematica e la scienza in generale. Una volta che i vecchi tabù e i
divieti vennero eliminati, i matematici furono liberi di ricercare in
nuove aree. Tuttavia essi fecero uso di numeri infinitamente grandi e
piccoli in modo acritico, senza considerare le implicazioni logiche e
concettuali. L’uso dell’infinitamente piccolo e di quantità grandissime
venne considerato come una “finzione utile” che, per qualche ragione
per niente chiara, dava sempre risultati corretti. Nel capitolo sulla
Quantità nel primo volume della Scienza della Logica Hegel nota che,
sebbene l’introduzione dell’infinito matematico aprisse nuovi orizzonti
per questa disciplina, e conducesse a importanti risultati, esso rimase
senza spiegazione, perché cozzava con metodi e tradizioni esistenti:
Ma
nel metodo del suo infinito essa [la matematica] trova la
contraddizione capitale nel metodo particolare stesso sul quale, come
scienza, in generale riposa. Poiché il calcolo dell'infinito permette e
richiede procedimenti che nelle operazioni con grandezze finite la
matematica deve assolutamente rigettare, mentre tratta poi le sue
grandezze infinite come quanti finiti e vuole applicare a quelle i
medesimi procedimenti che valgon per questi.8
Il
risultato è stato un lungo periodo di controversie concernenti la
validità del calcolo differenziale. Berkeley denunciò l’aperta
contraddizione con le leggi della logica. Newton, che fece uso del
nuovo metodo nei Principia, si sentì obbligato a nascondere il fatto al
pubblico, per paura di reazioni negative. All’inizio del diciottesimo
secolo, Bernard Fontenelle ebbe finalmente il coraggio di asserire
categoricamente che, poiché ci sono infiniti numeri naturali, esistono
i numeri infiniti proprio come quelli finiti, e che il reciproco
dell’infinito è l’infinitesimo. Tuttavia egli venne contraddetto da
Georges de Buffon, che rigettò l’infinito come mera illusione. Anche la
grande mente di D’Alembert non fu capace di accettare questa idea.
Nella definizione del differenziale sulla sua Enciclopedia, negò
l’esistenza dell’infinito, tranne nel senso negativo di limite per
quantità finite.
Il concetto di
“limite” venne in effetti introdotto nel tentativo di aggirare la
contraddizione inerente all’infinito. Esso fu grandemente popolare nel
diciannovesimo secolo, quando i matematici non erano più disposti ad
accettare semplicemente il calcolo differenziale senza una riflessione,
come invece avevano fatto i loro predecessori. Il calcolo differenziale
postulava l’esistenza di grandezze infinitamente piccole di vari
ordini: il differenziale primo, il differenziale secondo e così via
all’infinito. Introducendo il concetto di “limite” essi crearono almeno
l’apparenza che non si trattava di un vero infinito. L’intenzione era
di considerare l’infinito un concetto soggettivo, per negare la sua
oggettività. Le variabili venivano definite potenzialmente
infinitamente piccole; così facendo esse diventavano più piccole di
qualsiasi data quantità, così come il potenzialmente infinito che
diventava più grande di ogni quantità data. In altre parole “grandi e
piccoli a piacere”! Questo gioco di prestigio non eliminò le
difficoltà, semplicemente fornì una foglia di fico per coprire le
contraddizioni logiche implicite nel calcolo differenziale.
Il grande
matematico tedesco Karl Friedrich Gauss (1777-1855) era disposto ad
accettare l’infinito matematico, ma si scandalizzava all’idea di un
infinito reale. Tuttavia, il suo contemporaneo Bernhard Bolanzo,
partendo dai paradossi di Galileo, cominciò un approfondito studio dei
paradossi impliciti nell’idea di un “infinito completo”. Questo lavoro
venne sviluppato ancora da Richard Dedekind (1813-1914) che
caratterizzò l’infinito come qualcosa di positivo, e notò che di fatto
l’insieme dei numeri positivi può essere considerato come negativo
(ovvero come un insieme che non è infinito). Alla fine, George Cantor
(1845-1918) andò ben oltre la definizione di insiemi infiniti e
sviluppò un’aritmetica completamente nuova definita dei “numeri
transfiniti”. Gli scritti di Cantor, a partire dal 1870, sono
un’analisi dell’intera storia dell’infinito a partire da Democrito. Da
questo essi svilupparono un intero nuovo filone della matematica basato
sulla teoria degli insiemi. Cantor mostrò che i punti in un’area, per
quanto grande, o in un volume o in un continuo con anche più
dimensioni, possono essere rapportati ai punti su un segmento, non
importa quanto piccolo. Come non ci può essere un ultimo numero finito,
così non ci può essere un ultimo numero transfinito. Così, dopo Cantor,
non ci possono essere obiezioni sul fatto che l’infinito occupa un
posto centrale nella matematica. Inoltre il suo lavoro ha rivelato una
serie di paradossi che hanno tormentato la matematica moderna e non
sono ancora stati risolti.
Tutta
l’analisi scientifica moderna si basa sul concetto di continuità,
ovvero sul fatto che tra due punti nello spazio ci sono un numero
infinito di altri punti e anche che tra due punti nel tempo ci sono un
numero infinito di altri momenti. Senza fare queste assunzioni la
matematica moderna semplicemente non potrebbe funzionare. Eppure questi
concetti così contraddittori sarebbero stati rigettati con sdegno, o
almeno guardati con sospetto, dalle generazioni precedenti. Solo lo
spirito dialettico di Hegel (per inciso un grande matematico) fu capace
di anticipare tutta questa analisi di finito e infinito, spazio, tempo
e movimento.
Ma, nonostante
ogni evidenza, molti matematici moderni persistono nel negare
l’oggettività dell’infinito pur accettandone la validità come fenomeno
della matematica “pura”. Questa divisione non ha assolutamente senso.
Se infatti la matematica non fosse in grado di riflettere il mondo
reale e oggettivo, a cosa servirebbe? C’è una certa tendenza nella
matematica moderna (e, per estensione, addirittura nella fisica
teorica) al ritorno all’idealismo nella sua forma più mistica,
sostenendo che la validità di un’equazione è puramente una questione di
valore estetico, senza riferimento al mondo reale.
Il fatto che
le operazioni matematiche si possono applicare al mondo reale ottenendo
risultati sensati indica che c’è un’affinità tra i due. Altrimenti, la
matematica non avrebbe applicazioni pratiche, come invece chiaramente
accade. La ragione per cui l’infinito può e deve essere usato nella
matematica moderna è che esso esiste in natura, che si è imposta alla
matematica, come un ospite non invitato, nonostante tutti gli sforzi
per sbarrargli la porta. La ragione per cui la matematica ci ha messo
così tanto tempo per accettare l’infinito venne spiegato molto bene da
Engels:
È
chiaro che l'infinità che ha una fine, ma non ha un principio, non è né
più né meno infinita di quella che ha un principio ma non ha una fine.
L'intuito dialettico più modesto avrebbe dovuto dire al sig. Dühring
che principio e fine sono necessariamente legati l'uno all'altro, come
il polo nord e il polo sud, che, se si omette la fine, il principio
diventa precisamente la fine, l'unica fine che la serie ha, e
viceversa. Tutta l'illusione sarebbe impossibile senza la consuetudine
propria della matematica di operare con serie infinite. Poiché nella
matematica si deve partire dal determinato, dal finito, per arrivare
all'indeterminato, all'infinito, tutte le serie matematiche, positive o
negative, devono cominciare da uno, altrimenti sarebbe impossibile
servirsene per calcolare. Ma l'esigenza ideale del matematico è molto
lontana dall'essere una legge obbligatoria per il mondo reale.9
Crisi nella matematica
Sin dai banchi
di scuola ci hanno insegnato a considerare la matematica, con le sue
verità evidenti, gli “assiomi”, e le sue deduzioni logiche rigorose,
come l’ultima parola in tema di esattezza scientifica. Nel 1900, tutto
questo sembrava sicuro, sebbene al congresso internazionale dei
matematici tenuto quell’anno, David Hilbert presentò una lista dei
ventitré più significativi problemi matematici irrisolti. Da allora le
cose si sono molto più complicate, al punto che è possibile parlare di
una vera crisi nella matematica teorica. Nel suo libro ampiamente
diffuso Mathematics: The Loss of Certainty (Matematica: la perdita
della certezza), pubblicato nel 1980, Morris Klein descrive così la
situazione:
Le strane
geometrie e strane algebre, creazioni dell’inizio del diciannovesimo
secolo, costrinsero i matematici, sebbene riluttanti e a malincuore, a
capire che la matematica vera e propria e le sue leggi di scienza non
erano verità assolute. Per esempio essi trovarono che varie geometrie,
diverse tra loro, si adattano all’esperienza spaziale altrettanto bene.
Non potevano essere tutte verità. A quanto pareva il modello matematico
non era intrinseco alla natura o, se lo era, la matematica dell’uomo
non era necessariamente il riflesso di questo modello. Si era persa la
chiave d’interpretazione della realtà. La comprensione di ciò è stata
la prima calamità che si è abbattuta sulla matematica.
La
realizzazione di queste nuove geometrie e algebre mise di nuovo e in un
diverso modo in crisi i matematici. La convinzione che stessero
scoprendo delle verità li aveva incantati a tal punto da spingerli a
difenderle strenuamente a scapito di un sano modo di ragionare. La
comprensione che la matematica non era un corpo di verità eterne scosse
la loro fiducia in ciò che avevano creato ed essi cominciarono a
riesaminare le loro creazioni. Rimasero attoniti nel rilevare che la
logica della matematica era in questa ben triste situazione.
All’inizio del
ventesimo secolo, si misero all’opera per cercare di risolvere i
problemi insoluti, rimuovere le contraddizioni ed elaborare un nuovo e
inattaccabile sistema matematico. Come spiega Klein:
Verso la fine
del secolo scorso i matematici credettero di aver raggiunto il proprio
scopo. Sebbene dovessero accontentarsi di una matematica che fosse una
descrizione approssimata della natura e molti avessero abbandonato
l’idea del modello matematico della natura, pure si compiacevano della
loro ricostruzione della struttura logica della matematica. Ma, prima
che avessero finito di brindare al presunto successo, vennero scoperte
delle contraddizioni nella matematica appena ristrutturata. Comunemente
queste contraddizioni venivano definite paradossi, un eufemismo che
evita di affrontare il fatto che le contraddizioni viziano la logica
della matematica.
La soluzione
delle contraddizioni venne intrapresa quasi subito dai maggiori
matematici e filosofi del tempo. In effetti vennero concepiti,
formulati e proposti quattro diversi approcci alla matematica, ciascuno
sostenuto da molti aderenti. Tutte queste scuole, la cui dottrina
faceva riferimento ai fondamenti, tentavano non solo di risolvere le
contraddizioni note, ma volevano anche assicurare che nuove
contraddizioni non potessero nemmeno comparire, ovvero volevano
rifondare la matematica su basi coerenti. Altri problemi sorsero negli
sforzi di fondazione. L’accettabilità di qualche assioma e principio di
logica deduttiva divenne anch’esso oggetto di contesa su cui le scuole
avevano posizioni differenti.
Il tentativo
di eliminare le contraddizioni dalla matematica condusse solo a nuove e
insolubili contraddizioni. Il colpo finale venne inferto nel 1930
quando Kurt Gödel pubblicò i suoi famosi teoremi che provocarono una
crisi, rimettendo in gioco anche i metodi fondamentali della matematica
classica:
Fino
al 1930 un matematico poteva forse accontentarsi di accettare una o
l’altra delle molte fondazioni della matematica e dichiarare che queste
prove matematiche erano almeno in accordo con i princìpi della scuola.
Ma sopraggiunse un altro disastro nella forma di un famoso scritto di
Kurt Gödel nel quale egli provò, tra gli altri significativi e
fastidiosi risultati, che i princìpi logici accettati dalle varie
scuole non potevano provare la coerenza della matematica. Questo,
dimostrò Gödel, non può essere ottenuto senza utilizzare princìpi
logici così dubbi da mettere in discussione quello che si era raggiunto.
Il teorema di Gödel provocò
una débâcle. Gli sviluppi successivi portarono a ulteriori
complicazioni. Per esempio, anche il metodo assiomatico-deduttivo così
altamente considerato nel passato come unico approccio alla conoscenza
esatta mostrò le sue crepe. L’effetto finale di questi ultimi sviluppi
fu di aumentare la varietà dei possibili approcci matematici e di
dividere i matematici in un numero ancora più vasto di fazioni.10
L’impasse
della matematica ha prodotto diverse correnti e scuole, nessuna delle
quali accetta le teorie delle altre. Ci sono i platonici (ebbene sì),
che considerano la matematica come una verità assoluta (“Dio è un
matematico”). Ci sono i concettualisti, la cui concezione della
matematica è completamente differente dai platonici, ma è solo la
differenza tra l’idealismo oggettivo e quello soggettivo. Essi vedono
la matematica come una serie di strutture, modelli e simmetrie che le
persone hanno inventato per propri scopi… in altre parole, la
matematica non ha basi oggettive, ma è puramente il prodotto della
mente umana! A quanto pare questa teoria trova parecchi consensi in
Gran Bretagna.
Abbiamo poi la
scuola formalista, creata all’inizio del secolo, con il compito
specifico di eliminare le contraddizioni dalla matematica. David
Hilbert, uno dei fondatori della scuola, vedeva nella matematica
nient’altro che una manipolazione di simboli che seguivano regole
specifiche per produrre un sistema di asserzioni tautologiche, aventi
coerenza interna, ma senza altro significato. Qui la matematica è
ridotta a un gioco intellettuale, come gli scacchi, ancora, con un
approccio totalmente soggettivo.
La scuola
intuizionista è altrettanto determinata a separare la matematica dalla
realtà oggettiva. Una formula matematica, secondo questi, non deve
rappresentare niente che esista indipendentemente dall’atto del calcolo
in sé. Questo è stato paragonato al tentativo di Bohr di usare le
scoperte della meccanica quantistica per introdurre nuove visioni sulle
quantità fisiche e matematiche come separate dalla realtà oggettiva.
Tutte queste
scuole hanno in comune un approccio interamente idealista alla
matematica. L’unica differenza è che i neoplatonici sono idealisti
oggettivi, che pensano che la matematica si origini nella mente di Dio,
mentre gli altri - intuizionisti, formalisti e concettualisti - credono
che la matematica sia una creazione soggettiva della mente umana priva
di ogni significato oggettivo. Questo è dunque il triste spettacolo
presentato dalle principali scuole matematiche nell’ultimo decennio del
secolo. Ma questa non è la fine della storia.
Caos e complessità
Negli ultimi
anni, le limitazioni dei modelli matematici per esprimere il vero
operare della natura sono state oggetto di intensa discussione. Le
equazioni differenziali, per esempio, rappresentano la realtà come un
continuum, nel quale i cambiamenti di tempo e di luogo accadono
dolcemente e senza discontinuità. Non c’è posto qui per fratture
improvvise e cambiamenti qualitativi, eppure in natura queste cose
accadono. La scoperta del calcolo differenziale e integrale nel
diciottesimo secolo rappresentò un grande passo avanti. Ma anche il
modello matematico più avanzato è solo una rozza approssimazione della
realtà, valido solo entro certi limiti. Il recente dibattito su caos e
anticaos si è incentrato in quelle aree che riguardano rotture nella
continuità, bruschi cambiamenti “caotici” che non possono essere
adeguatamente espressi dalle formule della matematica classica.
La differenza
tra ordine e caos ha a che vedere con relazioni lineari e non lineari.
Una relazione lineare è facile da descrivere matematicamente; si può
esprimere, in una forma o nell’altra, in un grafico come una linea
continua. La matematica può essere complessa, ma la soluzione si può
calcolare e prevedere. Una relazione non lineare, invece, non si può
risolvere semplicemente con la matematica; non si può esprimere
graficamente con una linea. Le relazioni non lineari sono state sempre
difficili o impossibili da risolvere e sono state spesso accantonate
come errori sperimentali. Parlando del noto esperimento con il pendolo,
James Gleick scrive che la regolarità vista da Galileo era solo
un’approssimazione. Il cambiamento dell’angolo di movimento del corpo
crea una leggera non linearità nelle equazioni. Per ampiezze piccole,
l’errore è insignificante, ma c’è. Per ottenere i suoi risultati
"puri", Galileo dovette anche trascurare le non linearità che già
conosceva: attrito e resistenza dell’aria.
Molta parte
della meccanica classica è costruita attorno a relazioni lineari che
sono astratte dalla vita reale come leggi scientifiche. Essendo il
mondo reale governato da relazioni non lineari, queste leggi sono
spesso nient’altro che approssimazioni che vengono costantemente
migliorate attraverso la scoperta di “nuove” leggi. Queste leggi sono
modelli matematici, costruzioni teoriche la cui sola giustificazione
sta nella capacità di approfondimento che danno e nella loro utilità
nel controllare le forze naturali.
Negli ultimi
venti anni la rivoluzione nella tecnologia informatica ha trasformato
la situazione rendendo accessibile la matematica non lineare. Questo ha
consentito, in molte facoltà e centri di ricerca, piuttosto separati
tra loro, a matematici e ad altri scienziati di fare calcoli per
sistemi “caotici” che non si potevano fare in passato.
Il libro Caos,
la nascita di una nuova scienza di James Gleick descrive come i sistemi
caotici sono stati esaminati da diversi ricercatori usando modelli
matematici molto differenti, eppure tutti gli studi sono giunti alla
stessa conclusione: c’è “ordine” in ciò che prima si pensava fosse puro
“disordine”. La storia comincia con studi su modelli meteorologici, in
una simulazione al computer fatta da un meteorologo americano, Edward
Lorenz. Usando all’inizio dodici e dopo solo tre variabili in rapporti
non lineari, Lorenz riuscì a produrre nel suo computer una serie di
condizioni in continuo cambiamento, ma che non ripeteva mai le stesse
condizioni. Usando regole matematiche relativamente semplici aveva
creato il “caos”.
Iniziando con
un parametro qualunque scelto da Lorenz, il computer ripeteva
meccanicamente gli stessi calcoli centinaia di volte, senza mai
ottenere lo stesso risultato. Questa “aperiodicità” (ovvero l’assenza
di un ciclo regolare) è caratteristica di tutti i sistemi caotici. Allo
stesso tempo, Lorenz notò che, sebbene i risultati fossero sempre
differenti, c’era almeno l’accenno a schemi che si ripetevano con
frequenza: condizioni che si approssimavano a quelle osservate prima,
sebbene non fossero esattamente le stesse. Questo corrisponde,
naturalmente, all’esperienza che ognuno di noi ha del tempo reale, a
confronto con quello simulato al computer; ci sono degli “schemi” ma
non ci sono due giorni o due settimane del tutto uguali.
Anche altri
scienziati scoprirono “schemi” in sistemi apparentemente caotici, in
campi così diversi come lo studio delle orbite galattiche e la
rappresentazione matematica di oscillatori elettronici. In questi ed
altri casi, Gleick nota, c’era “l’emergere di una struttura all’interno
di un comportamento apparentemente casuale”. Diventava sempre più
evidente che i sistemi caotici non erano necessariamente instabili o a
durata indefinita. La ben nota macchia rossa visibile sulla superficie
del pianeta Giove è un esempio di un sistema permanentemente caotico ma
stabile. Inoltre, è stata simulata con studi al computer e modelli
sperimentali. Così, “un sistema complesso può dar luogo a turbolenze e
coesione nello stesso tempo”.
Intanto, altri
scienziati usavano differenti modelli matematici per studiare fenomeni
apparentemente caotici in biologia. Uno in particolare, Robert May,
fece uno studio matematico sui cambiamenti della popolazione in diverse
condizioni. Variabili standard note ai biologi venivano usate insieme a
relazioni calcolate al computer che erano, come sarebbero in natura,
non lineari. Questa non linearità potrebbe corrispondere, per esempio,
a una caratteristica unica della specie che potrebbe definirla come una
tendenza al riprodursi, la sua “capacità di sopravvivenza”.
Questi
risultati vennero espressi su un grafico che riportava l’ampiezza della
popolazione sull’asse verticale, e il valore delle componenti non
lineari sull’asse orizzontale. Si trovò che come la non linearità
diventava più rilevante, aumentando quel particolare parametro, così la
popolazione prevista attraversava numerose fasi distinte. Sotto un
certo livello cruciale, non ci sarebbe una popolazione in grado di
sostenersi e, qualsiasi fosse il punto di partenza, l’estinzione
sarebbe il risultato inevitabile; la linea sul grafico semplicemente
seguiva un percorso orizzontale che corrispondeva a popolazione zero.
La fase successiva era una condizione stazionaria, rappresentata
graficamente da una curva ascendente. Questa è l’equivalente della
popolazione stabile, a un livello che dipendeva dalle condizioni
iniziali.
Nella fase
successiva c’erano due popolazioni differenti ma fisse, due condizioni
stazionarie. Questa situazione veniva rappresentata nel grafico come
una ramificazione, una “biforcazione”. Sarebbe l’equivalente nella
popolazione reale di una oscillazione regolare periodica, in un ciclo
biennale. Quando il grado di non linearità cresceva di nuovo, c’era un
rapido incremento delle biforcazioni, dapprima fino al punto che
corrispondeva a quattro stadi stazionari (ovvero un ciclo regolare di
quattro anni) e dopo, molto velocemente, divenne in successione di 8,
16, 32 e così via.
Dunque, con
una ridotta variabilità nel valore dei parametri non lineari, si
sviluppava una situazione che, per ogni scopo pratico, non aveva stato
stazionario o periodicità riconoscibile; la popolazione era diventata
“caotica”. Venne anche trovato che se la non linearità veniva
ulteriormente incrementata attraverso la fase “caotica”, c’erano
periodi in cui ritornavano apparenti stati stazionari, basati su cicli
di 3 o 7 anni, ma in ogni caso quando la non linearità cresceva, questo
conduceva ad altre biforcazioni che rappresentavano cicli di 6, 12, 24
anni o, nell’altro caso, di 14, 28 e 56 anni. Così, con precisione
matematica, era possibile modellare un passaggio dalla stabilità, con
un solo stato stazionario o un comportamento periodico regolare, a uno
stato che era, per ogni scopo di misurazione, casuale o aperiodico.
Questo
potrebbe indicare una possibile risoluzione al dibattito nel campo
della scienza della popolazione tra i teorici che credono che le
variazioni imprevedibili della popolazione siano un’aberrazione della
“regola dello stato stazionario” e quelli che credono che lo stato
stazionario sia un’aberrazione della “regola del caos”. Queste diverse
interpretazioni possono sorgere perché i vari ricercatori hanno preso
praticamente una singola “fetta” verticale del grafico, corrispondente
ad un solo particolare valore della non linearità. In questo modo, una
specie potrebbe avere una popolazione che oscilla periodicamente,
oppure è stazionaria, mentre altre specie potrebbero mostrare
variabilità caotica. Questi sviluppi in biologia sono un’altra
indicazione, come spiega Gleick, che “il caos è stabile, è
strutturato”. Si inizia a scoprire simili risultati in una vasta gamma
di fenomeni diversi. “Il caos deterministico è stato trovato nel
registro delle epidemie di morbillo di New York e nelle fluttuazioni
nella popolazione di linci in Canada negli ultimi due secoli, come è
stato annotato dai cacciatori della Hudson’s Bay Company”. In tutti
questi casi di processi caotici, emerge un certo “raddoppiamento di
periodo” che è la caratteristica di questo particolare modello
matematico.
I frattali di Mandelbrot
Un altro
pioniere della teoria del caos, Benoit Mandelbrot, matematico dell’Ibm,
ha utilizzato ancora un’altra tecnica matematica. In qualità di
ricercatore dell’azienda, egli ricercò, e trovò, “schemi” in una grande
varietà di processi naturali “casuali”. Trovò, per esempio, che il
rumore di fondo, che è sempre presente nelle trasmissioni telefoniche,
segue un modello che è completamente imprevedibile, o caotico, ma è
cionondimeno definibile matematicamente. Usando un computer all’Ibm,
Mandelbrot fu in grado di produrre sistemi caotici per via grafica,
usando le più semplici regole matematiche. Queste figure, conosciute
come gli “insiemi di Mandelbrot”, mostrano una complessità infinita e
quando un disegno del computer viene ingrandito per mostrare i dettagli
più piccoli, l’enorme varietà, apparentemente senza limiti, continua.
È stato detto
che gli insiemi di Mandelbrot sono gli oggetti o modelli matematici
forse più complessi mai visti. Ma anche in questo caso hanno comunque
una struttura riconoscibile. Aumentando senza sosta la scala e
osservando dettagli sempre più piccoli (cosa che il computer poteva
fare senza limiti perché tutta la struttura era basata su un dato
insieme di regole matematiche) si poteva osservare che c’erano
ripetizioni regolari, similarità, a scale diverse. Il “grado di
irregolarità” era la stessa a scale diverse. Mandelbrot usò
l’espressione “frattale” per descrivere la struttura evidente
nell’irregolarità. Egli costruì una varietà di forme frattali,
modificandone leggermente le regole matematiche. Fu così in grado di
produrre al computer una simulazione di una costa che, a qualsiasi
scala (a qualsiasi ingrandimento) mostra sempre lo stesso grado di
“irregolarità” o “rugosità”.
Mandelbrot
confrontò il suo sistema indotto via computer con esempi tratti dalla
geometria, che avevano anch’essi forma di frattali, ripetendo lo stesso
schema sempre uguale per ogni scala. Nella cosiddetta spugna di Menger,
per esempio, la superficie interna tende ad infinito, mentre il volume
reale del solido tende a zero. Qui è come se il grado di irregolarità
corrispondesse all’“efficienza” della spugna nell’occupare lo spazio.
Questo non dovrebbe sembrare poi così azzardato, perché, come mostrò
Mandelbrot, ci sono molti esempi di geometria dei frattali in natura.
La ramificazione della trachea che va a formare due bronchioli e la
loro ramificazione successiva giù fino al livello del più piccolo
passaggio d’aria nei polmoni si conforma ad una struttura che risulta
frattale. Allo stesso modo si può mostrare che è frattale la
ramificazione dei vasi sanguigni. In altre parole, c’è una
“autosimilarità”, un modello geometrico che si ripete nella
ramificazione, qualunque sia la scala esaminata.
Gli esempi di
geometria frattale in natura sono senza fine e nel suo libro La
geometria frattale della natura Mandelbrot tentò di dimostrare proprio
questo. È stato trovato che lo spettro del periodo del normale battito
cardiaco segue una legge frattale, forse a causa della natura frattale
delle fibre nervose nel muscolo cardiaco. Lo stesso è vero nei rapidi
movimenti involontari dell’occhio che sono un sintomo di schizofrenia.
Così, la matematica frattale è ora usata correntemente in una varietà
di campi scientifici, tra cui la fisiologia e discipline così distanti
tra loro come la sismologia e la metallurgia.
Altre
indicazioni delle basi deterministiche del caos sono state mostrate
negli studi delle transizioni di fase e attraverso l’uso di quello che
i modellisti matematici definiscono “attrattori”. Ci sono molti esempi
di transizioni di fase. Può trattarsi del cambiamento da un flusso
liscio “laminare” di un fluido a un flusso turbolento, la transizione
dallo stato solido a quello liquido, a quello gassoso o il cambiamento
in un sistema da conduttività a “superconduttività”. Queste transizioni
di fase possono avere conseguenze cruciali nella progettazione
tecnologica e nella costruzione. Un aereo, per esempio, potrebbe
perdere portanza se il flusso laminare d’aria sulle ali diventasse
turbolento; allo stesso modo, la pressione necessaria per pompare
l’acqua dipende dal fatto che il flusso nella conduttura sia turbolento
o meno.
L’uso dei
diagrammi di fase-scala e degli attrattori rappresenta un altro
strumento matematico che ha trovato un vasto campo di applicazioni in
sistemi apparentemente casuali. Come nel caso degli altri studi sul
caos, c’è stata la scoperta di strutture comuni, in questo caso
“attrattori strani”, in una serie di programmi di ricerca tra cui
oscillatori elettrici, la dinamica di fluidi e perfino la distribuzione
delle stelle in alcuni ammassi globulari.
Tutti questi
vari strumenti matematici, raddoppiamento del periodo, geometria dei
frattali, attrattori strani, sono stati sviluppati in tempi diversi da
ricercatori differenti per studiare le dinamiche caotiche. Ma tutti i
loro risultati giungono alla stessa conclusione: c’è una logica
matematica sottostante in ciò che prima era considerato essere casuale.
Il matematico
Mitchell Feigenbaum, riannodando diversi filoni, ha sviluppato quella
che ha definito una “teoria universale” del caos. Come dice Gleick:
Egli
credeva che la sua teoria esprimesse una legge naturale sui sistemi,
nel punto di transizione tra ordine e turbolenza (…) la sua
universalità non era solo qualitativa, era quantitativa (…) si
estendeva non solo ai modelli, ma ai numeri precisi.
I marxisti
riconoscerebbero qui l’analogia con la legge dialettica della
trasformazione della quantità in qualità. Questa idea descrive la
transizione tra un periodo di cambiamenti più o meno graduali, quando
il cambiamento può essere misurato, “quantificato”, e dopo, quando il
cambiamento è così “rivoluzionario”, c’è un tale “salto”, che l’intera
“qualità” del sistema ne viene alterata. L’uso che qui Gleick fa dei
termini in un certo senso simile è un’altra indicazione del modo in cui
la moderna teoria scientifica sta avanzando a tentoni vero il
materialismo dialettico. Il punto centrale sulla nuova scienza è che
essa ha a che fare con il mondo così come esso è veramente: un sistema
dinamico in perenne cambiamento. La matematica lineare classica è come
la logica formale che si occupa di categorie fisse e immutabili. Questo
va sufficientemente bene come approssimazione, ma non riflette la
realtà. La dialettica, invece, è la logica del cambiamento, dei
processi e come tale rappresenta un progresso sul formalismo. Alla
stessa maniera, la matematica del caos è un passo avanti rispetto alla
scienza alquanto “irreale” che ignorava le scomode irregolarità della
vita.
Quantità e qualità
L’idea della
trasformazione della quantità in qualità è implicita nella moderna
matematica che studia continuità e discontinuità. Questo processo era
già presente in una nuova branca della geometria, la topologia,
inventata agli inizi del secolo dal grande matematico francese Jules
Henri Poincaré (1854-1912). La topologia è la matematica della
continuità. Come spiega Ian Stewart:
La
continuità è lo studio di mutamenti costanti graduali, la scienza
dell’ininterrotto. Le discontinuità sono brusche, vistose: luoghi in
cui un minuscolo mutamento nella causa produce un mutamento enorme
nell’effetto.11
I
comuni libri di testo di matematica forniscono un’impressione sbagliata
di come il mondo è veramente, di come procede la natura realmente.
L’intuizione
matematica che così si sviluppa - scrisse Robert May - è per lo
studente uno strumento inadeguato a confrontarsi con il comportamento
bizzarro presentato dal più semplice dei sistemi non lineari.12
Mentre
la geometria impartita a scuola ci insegna a considerare quadrati,
cerchi, triangoli e parallelogrammi come cose del tutto separate, in
topologia (“la geometria del foglio di gomma”), essi sono trattati come
fossero la stessa cosa. La geometria tradizionale ci insegna che la
quadratura del cerchio è impossibile; non così in topologia.
Le rigide
linee di demarcazione vengono meno; un quadrato può essere trasformato
(“deformato”) in un cerchio. Nonostante gli spettacolari progressi
della scienza di questo secolo, è sorprendente notare che un gran
numero di quelli che sembrerebbero fenomeni abbastanza semplici non
sono compresi in modo appropriato e non si possono esprimere in forma
matematica: per esempio, il clima, il flusso dei liquidi, la
turbolenza. Le forme della geometria classica sono inadeguate a
esprimere la superficie estremamente complessa e irregolare che si
trova in natura, come nota Gleick:
La
topologia studia le proprietà che rimangono immutate quando si
deformano delle figure sottoponendole a torsione, stiramento o
compressione. Che una figura sia quadrata o rotonda, grande o piccola,
è irrilevante in topologia, poiché lo stiramento può modificare tali
proprietà. I topologi chiedono se una forma sia connessa, se abbia dei
buchi, se sia aggrovigliata. Essi immaginano superfici non solo negli
universi a una, due e tre dimensioni di Euclide, ma anche in spazi di
molte dimensioni, impossibili da visualizzare. La topologia è una
specie di geometria su fogli di gomma. Essa concerne gli aspetti
qualitativi più che quelli quantitativi.13
Le
equazioni differenziali si occupano del tasso di cambiamento di
posizione. Questo è più difficile e complesso di quanto appaia a prima
vista. Molte equazioni differenziali non hanno neanche soluzione.
Queste equazioni possono descrivere un movimento, ma solo come leggero
cambiamento di posizione, da un punto all’altro, senza salti improvvisi
o interruzioni. Ma in natura i cambiamenti non avvengono solo in questo
modo. Periodi di lento, graduale, ininterrotto mutamento sono
punteggiati da brusche svolte, rotture nella continuità, esplosioni,
catastrofi. Questo fatto può essere illustrato da innumerevoli esempi
tratti dal mondo organico e inorganico, dalla storia della società e
del pensiero umano. Nelle equazioni differenziali si suppone che il
tempo sia diviso in una serie di piccolissimi “gradini”. Questo
fornisce una approssimazione della realtà, ma nei fatti non esistono
questi “gradini”. Come disse Eraclito, “tutto scorre”.
L’incapacità
della matematica tradizionale nell’affrontare questioni qualitative
viste come opposte ai cambiamenti meramente quantitativi rappresenta
una grave limitazione. Entro certi limiti essa può bastare. Ma quando i
cambiamenti quantitativi graduali improvvisamente si interrompono e
diventano “caotici”, per usare l’espressione corrente, le equazioni
lineari della matematica classica non sono sufficienti. Questo è il
punto di partenza per la nuova matematica non lineare, le cui basi sono
state poste da Benoit Mandelbrot, Edward Lorenz e Mitchell Feigenbaum.
Senza saperlo, loro stavano seguendo le orme di Hegel, la cui linea
nodale di misura esprimeva la stessa idea, centrale per la dialettica.
Il nuovo
atteggiamento verso la matematica si è sviluppato come reazione ai
binari morti cui avevano condotto le scuole esistenti. Mandelbrot era
stato un membro della scuola francese di formalismo matematico nota
come il gruppo di Bourbaki, che sosteneva un approccio puramente
formale, che procedesse dai princìpi e deducesse ogni cosa da questi.
Essi erano veramente fieri del fatto che il loro lavoro non aveva
niente a che fare con la scienza o il mondo reale. Ma l’avvento dei
computer ha introdotto un elemento completamente nuovo nella
situazione. È un altro esempio di come lo sviluppo della tecnica
condiziona quello della scienza. L’enorme numero di calcoli che si
poteva compiere spingendo un bottone rese possibile la scoperta di
strutture e regolarità dove prima sembravano regnare solo il caso e
fenomeni caotici.
Mandelbrot
cominciò studiando fenomeni inspiegati del mondo naturale, come le
scariche, apparentemente casuali, di interferenza nelle trasmissioni
radio, gli straripamenti del Nilo e le crisi delle borse valori. Capì
che la matematica tradizionale non poteva adeguatamente trattare questi
fenomeni.
Studiando
l’infinito, nell’ultimo secolo, George Cantor creò l’insieme che porta
da allora il suo nome. Questo implica una linea divisa in un numero
infinito di punti (la “polvere” di Cantor) la cui lunghezza totale è
zero. Una contraddizione così evidente irritò molti matematici del
secolo XIX, ma servì come punto di partenza per la nuova teoria di
Mandelbrot sulla matematica frattale, che ha giocato un ruolo chiave
nella teoria del caos:
Discontinuità,
scariche di rumori, polveri di Cantor: fenomeni come questi non avevano
avuto posto nelle geometrie degli ultimi duemila anni. Le forme della
geometria classica sono linee e piani, cerchi e sfere, triangoli e
coni. Esse rappresentano una potente astrazione dalla realtà e
ispirarono la potente filosofia platonica dell’armonia. Euclide costruì
con esse una geometria durata due millenni, l’unica geometria che
impara ancor oggi la maggior parte delle persone. Gli artisti trovarono
in tali forme una bellezza ideale, gli astronomi tolemaici costruirono
su di esse una teoria dell’universo. Ma, per la comprensione della
complessità, esse risultano essere il tipo di astrazione sbagliato.14
Tutta
la scienza comporta un grado di astrazione dal mondo reale. Il problema
con le misure euclidee classiche, che si occupano di lunghezza,
profondità e larghezza, è che esse non catturano l’essenza delle forme
irregolari che si trovano nella realtà. La matematica è la scienza
della grandezza. Le astrazioni della geometria euclidea quindi lasciano
da parte tutto tranne il lato quantitativo delle cose. La realtà è
ridotta a piani, linee e punti. Queste astrazioni, nonostante le
esagerazioni fatte su di loro, rimangono solo una rozza approssimazione
del mondo reale, con le sue forme irregolari e i cambiamenti costanti e
improvvisi. Nelle parole del famoso poeta latino Orazio: “Puoi cacciare
la natura con un forcone, essa tornerà sempre indietro”. James Gleick
descrive la differenza tra la matematica classica e la teoria del caos
con le seguenti parole:
Le
nuvole non sono sfere, ama dire Mandelbrot. Le montagne non sono coni.
Il fulmine non si propaga in linea retta. La nuova geometria riflette
un universo che è irregolare, non arrotondato; scabro, non liscio. È
una geometria del bucherellato, butterato e rotto, del contorto,
aggrovigliato e intrecciato. Per comprendere la complessità della
natura era necessario che prendesse forma il sospetto che la
complessità non fosse solo qualcosa di casuale, di accidentale. Si
doveva credere che l'aspetto interessante nella traiettoria di un
fulmine, per esempio, non fosse la sua direzione, ma piuttosto la
distribuzione degli zigzag. L’opera di Mandelbrot fece un’affermazione
sul mondo, e l’affermazione fu che tali strane forme avevano un
significato. I buchi e i grovigli non sono solo imperfezioni che
distorcono le forme classiche della geometria euclidea. Sono spesso le
chiavi dell’essenza di una cosa.15
Queste cose
erano viste dai matematici tradizionali come mostruose aberrazioni. Ma
per un dialettico, suggeriscono che l’unità di finito e infinito, come
la divisibilità infinita della materia, possa trovare un’espressione in
termini matematici. L’infinito esiste in natura. L’universo ha
dimensioni infinite. La materia può essere divisa in particelle di
dimensione infinitamente piccola. Perciò ogni discussione sull’“inizio
dell’universo” e la ricerca dei “mattoni della materia” e delle
“particelle finali” si basa su presupposti del tutto scorretti.
L’esistenza dell’infinito matematico è una mera riflessione di questo
fatto.
Allo stesso tempo è una contraddizione dialettica
che l’universo infinito sia composto di corpi finiti. Così, finito e
infinito formano un’unità dialettica degli opposti. L’uno non può
esistere senza l’altro. La questione non è dunque se l’universo sia
finito o infinito; è sia finito che infinito, come aveva spiegato Hegel
molto tempo fa.
I progressi della scienza moderna ci hanno permesso
di penetrare sempre più a fondo nel mondo della materia. A ogni stadio,
si è fatto un tentativo di “dare un altolà”, di erigere barriere, oltre
le quali non sarebbe stato possibile andare. Ma a ogni stadio, il
limite è stato superato, rivelando nuovi straordinari fenomeni. Ogni
nuovo e più potente acceleratore di particelle ha svelato nuove e più
piccole particelle che esistono in scale di tempo sempre più minuscole.
Non c’è ragione di supporre che la situazione sarà diversa con i quark,
che attualmente vengono presentati come le particelle ultime.
Similmente il tentativo di stabilire l’inizio
dell’universo e del “tempo” risulterà un’impresa disperata. Non ci sono
limiti all’universo materiale e tutti gli sforzi di imporne fallirà
inevitabilmente. La cosa più incoraggiante della nuova matematica della
teoria del caos è che rappresenta un rifiuto delle sterili astrazioni e
del riduzionismo e un tentativo di tornare verso la natura e il mondo
dell’esperienza quotidiana. E nella misura in cui la matematica
riflette la natura, comincia a perdere il suo carattere unilaterale e
acquista una dimensione tutta nuova che esprime il carattere dinamico,
contraddittorio, in una parola, dialettico del mondo.
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