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La cosmologia
Per molte
persone, che non sono abituate a pensare in modo dialettico, è
difficile accettare il concetto di infinito. Esso contrasta col mondo
finito degli oggetti quotidiani, in cui tutto ha un inizio e una fine,
al punto di sembrare strano ed incomprensibile. Inoltre è in
contraddizione con gli insegnamenti di gran parte delle principali
religioni. Molte religioni antiche avevano il proprio mito della
Creazione. Gli studiosi ebraici del Medioevo fissarono la data della
creazione al 3760 a.C. e infatti il calendario ebraico parte da quella
data. Nel 1658 il vescovo Ussher calcolò che l’universo era stato
creato nel 4004 a.C e per tutto il XVIII secolo si pensò che l’universo
avesse al massimo 6 o 7mila anni.
Si potrebbe
obiettare che la scienza del XX secolo non ha nulla a che fare con
tutti questi miti sulla Creazione e che con i moderni metodi
scientifici possiamo ottenere un quadro preciso delle dimensioni e
delle origini dell’universo. Purtroppo le cose non sono così semplici.
In primo luogo, nonostante gli enormi progressi, la nostra conoscenza
dell’universo osservabile è limitata dalla capacità persino dei
telescopi più potenti, dei segnali radio e delle sonde spaziali. In
secondo luogo, cosa più grave, questi risultati e osservazioni vengono
interpretati in una maniera altamente speculativa, spesso confinante
col vero e proprio misticismo. Troppo spesso si ha veramente
l’impressione di essere tornati al mondo del mito della Creazione (il
"Big Bang", il grande scoppio), insieme al suo compagno inseparabile,
il Giorno del Giudizio Universale (il "Big Crunch", il grande crollo).
Progressivamente,
a partire dall’invenzione del telescopio, il progresso della tecnologia
ha allontanato sempre di più i confini dell’universo. Le sfere celesti,
che dal tempo di Aristotele e di Tolomeo avevano limitato la mente
degli uomini, vennero finalmente infrante, insieme a tutte le altre
barriere che i pregiudizi del Medioevo avevano posto sulla strada del
progresso.
Nel 1755, Kant
postulò l’esistenza di remoti ammassi di stelle, che egli chiamò
"universi isola". Eppure ancora nel 1924 si pensava che l’intero
universo avesse un diametro di soli 200.000 anni luce e fosse composto
da tre sole galassie, cioè la nostra e due vicine. In seguito
l’astronomo statunitense Edwin Powell Hubble, usando il telescopio da
cento pollici di Mount Wilson, dimostrò che la nebulosa di Andromeda è
ben al di là della nostra galassia. Successivamente furono scoperte
altre galassie ancora più lontane. L’ipotesi di Kant sugli "universi
isola" risultò esatta. Di conseguenza l’universo fu rapidamente
"espanso" - nel pensiero degli uomini - e da allora continua ad
espandersi, man mano che vengono scoperti oggetti sempre più distanti.
Invece che di 200.000 anni luce, si ritiene ora che il diametro sia di
decine di miliardi di anni luce e col tempo si vedrà che nemmeno i
calcoli attuali si avvicinano alla verità, poiché l’universo è
infinito, come pensavano Niccolò Cusano ed altri. Prima della Seconda
guerra mondiale si calcolava che l’età dell’universo fosse solo di due
miliardi di anni, risultato leggermente migliore di quello ottenuto dal
vescovo Ussher, pur rimanendo un calcolo totalmente errato. Attualmente
infuria un dibattito tra i fautori del Big Bang riguardo la presunta
età dell’universo. A questo torneremo in seguito.
In realtà la teoria del Big Bang è il mito della Creazione (proprio come quello del primo libro della Genesi).
Essa afferma che l’universo ebbe origine circa 15 miliardi di anni fa.
Prima di allora, secondo questa teoria, non c’erano né universo, né
materia, né spazio, né, a quanto pare, il tempo. Si suppone che allora
tutta la materia dell’universo fosse concentrata in un unico punto.
Questo punto invisibile, chiamato singolarità dagli
appassionati, sarebbe poi esploso con una forza tale da riempire
istantaneamente l’universo, che di conseguenza è ancora in espansione.
A proposito, questo fu il momento in cui "iniziò il tempo". Se state
pensando a una presa in giro, vi sbagliate. È proprio quanto afferma la
teoria del Big Bang ed è quanto crede la maggioranza dei professori
universitari con tanto di lauree e dottorati. Negli scritti di un
settore della comunità scientifica compaiono chiari segni di una deriva
verso il misticismo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a
un’inondazione di libri sulla scienza che, camuffati da testi
divulgativi delle più recenti teorie sull’universo, tentano di
contrabbandare nozioni religiose di ogni genere, particolarmente in
relazione alla cosiddetta teoria del Big Bang.
Il 7 maggio del 1994 il New Scientist di Londra pubblicò un articolo dal titolo In principio era il Big Bang.
L’autore, Colin Price, ex scienziato e attualmente pastore di una
Chiesa protestante, inizia l’articolo ponendo la domanda: "Può essere,
forse, che la teoria del Big Bang sia sorprendentemente biblica? Oppure
che, in altri termini, il libro della Genesi sia,
paradossalmente, scientifico?" e conclude dichiarando fiducioso che
"nessuno avrebbe apprezzato il racconto del Big Bang più degli autori
dei primi due capitoli della Genesi". Questo è assai tipico
della filosofia mistica che sta dietro a quello che Price, forse
ironicamente, ma in modo preciso, definisce come racconto del Big Bang.
L’effetto Doppler
Nel 1915
Albert Einstein avanzò la sua teoria generale della relatività. Prima
di allora, la visione generale dell’universo si basava sul modello
meccanicista classico elaborato nel XVIII secolo da Isaac Newton. Per
Newton l’universo era come un enorme meccanismo ad orologeria, che
obbediva ad una serie di leggi del moto preordinate. Nella sua
estensione era infinito, ma essenzialmente immutabile. Questa visione
dell’universo era caratterizzata dal limite comune a tutte le teorie
non dialettiche: la staticità.
Nel 1929 Edwin
Hubble, servendosi di un potente telescopio, mostrò che l’universo era
molto più grande di quanto si fosse pensato in precedenza. Inoltre,
egli notò un fenomeno fino ad allora inosservato: quando la luce
raggiunge i nostri occhi da una fonte in moto, subisce un cambiamento
di frequenza. Questo può essere espresso in termini di colori dello
spettro. Quando una sorgente luminosa si muove verso di noi, si osserva
che la sua luce si sposta verso l’estremità dello spettro che
corrisponde alle frequenze più alte (violetto). Quando invece si
allontana, osserviamo uno spostamento verso l’estremità rossa, cioè
quella delle frequenze più basse. Questa teoria, elaborata per la prima
volta dall’austriaco Christian Doppler e chiamata appunto "effetto
Doppler", ebbe notevoli implicazioni in campo astronomico. Le stelle
appaiono all’osservazione come un insieme di luci su uno sfondo nero.
Dato che la maggior parte delle stelle mostravano uno spostamento verso
l’estremità rossa dello spettro, le osservazioni di Hubble suggerirono
l’idea che le galassie si stanno allontanando da noi a una velocità
proporzionale alla distanza delle galassie stesse. Questa si conosce
come legge di Hubble, sebbene lo stesso Hubble non ritenesse che
l’universo fosse in espansione.
Hubble constatò che esisteva una relazione fra il redshift
(lo spostamento verso il rosso) e la distanza, stimata quest’ultima in
base alla luminosità apparente delle galassie. Pareva all’epoca che le
galassie più distanti allora osservabili si allontanassero a 40.000 km
al secondo. Con il nuovo telescopio da 200 pollici negli anni ‘60
furono individuati molti più oggetti, alcuni dei quali si allontanavano
a ben 240.000 km/s. In base a queste osservazioni si è costruita
l’ipotesi dell’Universo in espansione". Inoltre le "equazioni di campo"
della teoria della relatività generale di Einstein potevano essere
interpretate in modo tale da conformarsi a tale ipotesi. Per estensione
si sosteneva che, se l’universo è in espansione, doveva essere molto
più piccolo in passato rispetto a oggi. La conseguenza di questo
ragionamento era l’ipotesi che l’universo avesse avuto inizio come un
singolo denso nucleo di materia. Questa idea non era originariamente
quella di Hubble; era già stata avanzata nel 1922 dal matematico russo
Aleksandr Friedmann. Poi nel 1927 il prelato belga George Lemaître
presentò la sua idea dell’"uovo cosmico". Dal punto di vista del
materialismo dialettico, l’idea di un universo eternamente statico e
chiuso, è evidentemente erronea, quindi abbandonarla era senza dubbio
un passo avanti.
Le teorie di
Friedmann ricevettero un notevole impulso dalle osservazioni di Hubble
e di Wirtz. Queste sembravano indicare che l’universo, o almeno quella
parte di esso che possiamo osservare, fosse in espansione. Lemaître,
basandosi su di esse, tentò di dimostrare che, se l’universo era finito
nello spazio, lo doveva essere anche nel tempo: doveva avere avuto un inizio.
L’utilità di una tale teoria per la Chiesa cattolica è indubbia; essa
spalanca le porte all’idea di un Creatore il quale, dopo essere stato
espulso ignominiosamente dall’universo dalla scienza, ora prepara il
proprio trionfale ritorno nelle vesti del mago cosmico.
"Ritenni
allora," avrebbe ricordato Hannes Alfvén anni dopo, "che la teoria di
Lemaître fosse motivata dal bisogno di conciliare la sua fisica con la
dottrina ecclesiastica della creazione ex nihilo".54
Lemaître fu premiato in seguito con la nomina alla carica di direttore dell’Accademia pontificia della scienza.
Come si è evoluta la teoria
Non è esatto
parlare della "teoria del Big Bang", poiché ce ne sono state almeno
cinque, ognuna delle quali ha incontrato difficoltà. La prima, come
abbiamo visto, fu avanzata da Lemaître nel 1927. Questa fu presto
confutata per una serie di motivi: conclusioni erronee tratte dalla
relatività generale e dalla termodinamica, una teoria sbagliata sui
raggi cosmici e sull’evoluzione delle stelle, ecc.
Dopo la
Seconda guerra mondiale, la screditata teoria fu riportata in vita in
una forma nuova da George Gamow e altri. Questi presentarono vari
calcoli per spiegare i diversi fenomeni che sarebbero risultati dal Big
Bang (non senza una certa fantasia contabile): la densità della
materia, la temperatura, i livelli delle radiazioni e così via. Il
brillante stile espositivo di George Gamow garantì che il Big Bang
colpisse la fantasia popolare. Ma anche questa teoria incontrò dei seri
problemi.
Venne rilevata
tutta una serie di incongruenze che invalidarono non solo il modello di
Gamow, ma anche quello dell’"universo oscillante" elaborato
successivamente da Robert Dicke e altri che, nel tentativo di aggirare
il problema di cosa fosse successo prima del Big Bang, volevano far
oscillare l’universo in un ciclo eterno. Ma Gamow aveva fatto una
previsione importante: che un’esplosione così immensa avrebbe lasciato
il proprio segno sotto forma di "radiazione di fondo", una specie di
eco del Big Bang nello spazio. Questo fu utilizzato qualche anno dopo
per rispolverare la teoria.
Fin
dall’inizio quest’idea venne osteggiata. Nel 1928 Thomas Gold e Hermann
Bondi proposero come alternativa lo "stato stazionario", reso popolare
in seguito da Fred Hoyle. Pur accettando l’idea dell’espansione
dell’universo, essi cercavano di motivarla con la "creazione continua
di materia dal nulla". Ritenevano che questo succedesse di continuo, ma
ad un ritmo troppo lento per essere rilevato dalla tecnologia odierna.
Ciò significa che l’universo rimarrebbe essenzialmente immutato per
tutto il tempo, da cui il nome di "stato stazionario". Così le cose
andarono di male in peggio; dall’uovo cosmico alla materia creata dal
nulla! Le due teorie rivali fecero a pugni per oltre un decennio.
Il fatto
stesso che così tanti scienziati seri fossero disposti ad accettare la
nozione fantastica di Hoyle per cui la materia sia stata creata dal
nulla è già di per sé veramente sbalorditivo. Alla fine la teoria si
dimostrò errata. Lo stato stazionario presupponeva un universo omogeneo
nel tempo e nello spazio. Se l’universo fosse costantemente in uno
"stato stazionario", la densità di un oggetto radioemittente dovrebbe
essere costante, poiché più guardiamo lontano nello spazio e più
vediamo indietro nel tempo. Invece dalle osservazioni risultò che non
era così: più si guardava lontano nello spazio e più le onde radio
erano intense. Questo dimostrò in modo conclusivo che l’universo è in
uno stato continuo di cambiamento e di evoluzione; non è sempre stato
uguale. La teoria dello stato stazionario era sbagliata.
Nel 1964
questa teoria ricevette il colpo di grazia in seguito alla scoperta di
due giovani astronomi statunitensi, Arnas Penzias e Robert Wilson,
della radiazione di fondo nello spazio. In un primo tempo si suppose
che si trattasse dell’eco del Big Bang, come prevista da Gamow.
Tuttavia persistevano alcune incongruenze; si osservò che la
temperatura della radiazione era solo 3,5°K, non i 20°K previsti da
Gamow, né i 30°K previsti dal suo successore P.J.E. Peebles. Il
risultato è ancora più lontano dalla teoria di quanto sembri; visto che
la quantità di energia in un campo è proporzionale alla quarta potenza
della sua temperatura, l’energia osservata di questa radiazione era in
realtà parecchie migliaia di volte inferiore a quella prevista.
Robert Dicke e
P.J.E. Peebles ripresero la teoria dal punto in cui l’aveva lasciata
Gamow. Dicke si rese conto che c’era un modo comodo per aggirare il
problema spinoso di cosa fosse successo prima del Big Bang recuperando
l’idea einsteiniana di un universo chiuso. Si poteva sostenere che
l’universo si sarebbe espanso per un certo tempo, per poi collassare
fino a diventare un punto (una "singolarità"), o qualcosa del genere, e
poi rimbalzare verso una nuova fase di espansione, in una specie di
interminabile ping-pong cosmico. Il problema era che secondo i calcoli
di Gamow il rapporto tra l’energia e la densità dell’universo era
insufficiente, anche se di poco, per fermare l’espansione
dell’universo. La densità era circa di due atomi per metro cubo di
spazio, mentre l’energia, espressa come la temperatura prevista della
radiazione di fondo, che si supponeva rappresentasse i resti del Big
Bang, era 20°K, cioè 20 gradi sopra lo zero assoluto. In realtà Gamow
aveva fissato convenzionalmente questi dati per dimostrare che il Big
Bang aveva prodotto gli elementi pesanti, cosa che ormai nessuno
accettava. Così Dicke li buttò a mare, scegliendone di nuovi e
altrettanto arbitrari, che si sarebbero adattati alla sua teoria di universo chiuso.
Dicke e
Peebles previdero che l’universo fosse pieno di radiazioni,
principalmente onde radio, con una temperatura di 30°K. Successivamente
Dicke proclamò che il suo gruppo di scienziati aveva previsto una
temperatura di 10°K, ma questa cifra non compare affatto nei suoi
appunti pubblicati e comunque corrisponde ad un livello di energia 100
volte superiore al risultato osservato. Questo dimostrò che l’universo
era meno denso di quanto avesse pensato Gamow e dunque con minore
gravità, il che accentuava il problema di base della provenienza di
tutta l’energia del Big Bang. A questo proposito, Eric Lerner fa notare
che "lungi dal confermare il modello Peebles-Dicke, la scoperta
Penzias-Wilson escludeva recisamente la possibilità del modello chiuso
oscillante.55
Così
nacque una terza versione del Big Bang, la quale acquisì il nome di
modello standard: un universo aperto in uno stato di espansione
continua.
Fred Hoyle
fece calcoli dettagliati e annunciò che un Big Bang avrebbe prodotto
solo elementi leggeri: elio, deuterio e litio (gli ultimi due sono in
realtà assai rari). Calcolò che se la densità dell’universo fosse circa
un atomo ogni otto metri cubi, le quantità di questi tre elementi
leggeri sarebbero abbastanza vicine a quelle osservate. Così venne
esposta una nuova versione della teoria che non assomigliava affatto a
quelle precedenti. Non si accennava più ai raggi cosmici di Lemaître,
né agli elementi pesanti di Gamow; questa nuova teoria si fondava
invece sulla radiazione di fondo di microonde e su questi tre elementi
leggeri. Eppure niente di tutto ciò costituisce una prova conclusiva
del Big Bang. Un problema importante era l’estrema omogeneità del fondo
a microonde. Le cosiddette irregolarità della radiazione di fondo sono
così piccole che tali fluttuazioni non avrebbero avuto tempo di
crescere di intensità per originare le galassie, a meno che non ci
fosse stata molta più materia (e quindi molta più gravità) di quanto
non apparisse.
C’erano anche
altri problemi. Come può succedere che frammenti di materia che si
muovono in direzioni opposte riescano tutti a raggiungere la stessa
temperatura, tutti allo stesso momento (il problema "orizzonte")? I
fautori della teoria indicano le presunte origini dell’universo come un
modello di perfezione matematica, tutto perfettamente regolare, un vero
e proprio "Eden di simmetria le cui caratteristiche si conformano alla
pura ragione", come dice Lerner. Ma l’universo di oggi è tutt’altro che
perfettamente simmetrico: è irregolare, contraddittorio, "grumoso".
Niente affatto la stoffa di cui sono fatte le educate equazioni di
Cambridge! Uno dei problemi è capire perché il Big Bang non abbia
prodotto un universo omogeneo. Perché la materia e l’energia semplici
dell’origine non si sono diffuse in modo uniforme nello spazio come
un’immensa nube di polvere e gas? Da dove provengono tutte queste
stelle e galassie? Dunque, come siamo passati da A a B? Come è potuto
succedere che la pura simmetria dell’universo primitivo abbia dato
origine a quello irregolare che vediamo davanti ai nostri occhi?
La "teoria inflazionaria"
Per aggirare
questo e altri problemi, il fisico statunitense Alan Guth ha esposto la
sua teoria dell’"universo inflazionario" (forse non è una coincidenza
che questa idea sia stata proposta negli anni ’70, quando il mondo
stava attraversando una crisi inflazionistica!). Secondo questa teoria,
la temperatura diminuì in modo talmente rapido che non ci fu tempo
sufficiente per la separazione dei diversi campi o la formazione delle
diverse particelle. La differenziazione avvenne solo più tardi, quando
l’universo era molto più esteso. Ecco, dunque, la versione più recente
del Big Bang. Essa afferma che, quando si verificò il Big Bang,
l’universo subì un’espansione esponenziale, nel corso della quale
raddoppiò di grandezza ogni 10-35 secondi (di qui "inflazione"). Mentre
le versioni precedenti del "modello standard" immaginavano tutto
l’universo compresso in un volume pari alle dimensioni di un pompelmo,
Guth andò oltre: stimò che l’universo non è iniziato come un pompelmo,
bensì miliardi di volte più piccolo del nucleo di un atomo di idrogeno.
In seguito si sarebbe espanso ad una velocità incredibile - molte volte
superiore a quella della luce, che è 300.000 km al secondo - fino a
raggiungere 1090 volte il volume originario, cioè 1 seguito da 90 zeri!
Consideriamo
le implicazioni di questa teoria. Come tutte le altre teorie sul Big
Bang, essa parte dall’ipotesi che tutta la materia dell’universo fosse
concentrata in un unico punto. In merito a ciò, l’errore fondamentale è
immaginare che l’universo sia uguale a quello osservabile e che sia
possibile ricostruire tutta la storia dell’universo come un processo
lineare, senza tener conto di tutte le diverse fasi, transizioni e
stati che attraversa la materia.
Il
materialismo dialettico concepisce l’universo come infinito, ma non
statico o in uno stato permanente di "equilibrio", come lo
raffigurarono Einstein e Newton. La materia e l’energia non possono
essere né create né distrutte ma subiscono un processo continuo di moto
e di cambiamento, che comporta periodiche esplosioni, espansione e
contrazione, attrazione e repulsione, vita e morte. Non c’è nulla di
intrinsecamente improbabile nell’idea di una o di molte grandi
esplosioni. Il problema è un altro: un’interpretazione mistica di certi
fenomeni osservati, come il redshift di Hubble, e il tentativo di
introdurre nella scienza, per la porta di servizio, l’idea religiosa
della creazione dell’universo.
Innanzitutto,
è impensabile che tutta la materia dell’universo fosse stata
concentrata in un unico punto, di "densità infinita". Per chiarire cosa
ciò implichi, in primo luogo è impossibile mettere una quantità
infinita di materia in uno spazio finito. È sufficiente porsi la
questione per avere la risposta. "Ah - dicono i bigbanghisti - ma
l’universo non è infinito bensì finito, secondo la teoria della
relatività generale di Einstein". Nel suo libro Eric Lerner fa presente
che le equazioni di Einstein ammettono un numero infinito di universi,
diversi fra loro. Friedmann e Lemaître dimostrarono che molte di queste
equazioni si traducevano in un universo in espansione, ma non è
assolutamente vero che tutte queste comportavano uno stato di
"singolarità". Eppure Guth e compagnia proposero dogmaticamente solo
questa variante.
Anche se
ammettessimo che l’universo è finito, la nozione di "singolarità" ci
porta a conclusioni di carattere evidentemente fantastico. Se
consideriamo come l’intero universo quel piccolissimo angolo che noi
siamo in grado di vedere - una supposizione arbitraria senza alcuna
base logica o scientifica - stiamo sempre parlando di oltre 100
miliardi di galassie, di cui ognuna contiene circa 100 miliardi di
stelle della sequenza principale (come il nostro Sole). Secondo Guth,
tutta questa materia era concentrata in uno spazio più piccolo di un
singolo protone. Quando esisteva da 10-24
di secondo, con una temperatura di miliardi di miliardi di gradi, c’era
un solo tipo di campo e un solo tipo di interazione fra le particelle.
Quando l’universo si espanse ulteriormente e diminuì la temperatura, i
diversi campi si sarebbero "condensati" dallo stato originario di
semplicità.
Sorge la
domanda della provenienza di una tale quantità di energia necessaria
per alimentare un’espansione di dimensioni così incredibili. Per
risolvere questo rompicapo, Guth ricorse a un ipotetico campo di forza
onnipresente (il "campo di Higgs"), la cui esistenza è ipotizzata da
alcune teorie quantistiche delle particelle, ma che non ha ricevuto una
verifica sperimentale diretta.
Nella
teoria di Guth - osserva Eric Lerner - il campo di Higgs, che esiste
nel vuoto, genera tutta l’energia necessaria dal nulla, ex nihilo. L’universo, secondo l’espressione di Guth, è un enorme "pranzo gratuito", gentile concessione del campo di Higgs.56
Materia oscura?
Ogni volta che
l’ipotesi del Big Bang incontra problemi, i suoi sostenitori, invece di
abbandonarla, cambiano semplicemente le regole del gioco: introducono
supposizioni nuove e sempre più arbitrarie per puntellare la loro
teoria. Ad esempio, la teoria richiede che nell’universo ci sia una
certa quantità di materia. Se, come prevede il modello, l’universo fu
creato 15 miliardi di anni fa, non c’è stato tempo sufficiente per
consentire alla materia che osserviamo di coagularsi in galassie come
la Via Lattea, senza l’ausilio di un’invisibile "materia oscura".
Secondo i cosmologi del Big Bang, affinché le galassie siano state
formate dal Big Bang, ci deve essere stata materia sufficiente
nell’universo per fermare prima o poi l’espansione per mezzo della
legge di gravitazione. Questo comporterebbe una densità di circa dieci
atomi per metro cubo di spazio. In realtà, la quantità di materia
presente nell’universo osservabile è circa un atomo ogni dieci metri
cubi, ossia un centesimo della densità prevista dalla teoria.
I cosmologi
hanno denominato omega il rapporto tra la densità dell’universo e la
densità necessaria per fermare l’espansione. Così, se omega fosse pari
a 1, sarebbe appena sufficiente per bloccarla. Purtroppo, il rapporto
(omega) osservato realmente è tra 0,01 e 0,02. In qualche modo "manca
all’appello" il 99% circa della materia necessaria. Come hanno risolto
il rompicapo? Molto semplice: visto che la teoria richiedeva una
determinata quantità di materia, hanno fissato arbitrariamente il
valore di omega prossimo a 1 e poi si sono messi a cercare
freneticamente la materia mancante! Il primo problema posto di fronte
alle teoria del Big Bang era l’origine delle galassie. Come ha potuto
una radiazione di fondo estremamente uniforme produrre un universo così
irregolare e "grumoso"? Le cosiddette "increspature" (anisotropie)
della radiazione sarebbero il riflesso della formazione degli ammassi
di materia intorno ai quali si aggregarono le prime galassie. Ma le
irregolarità osservate erano troppo piccole per essere state
responsabili della formazione delle galassie, a meno che non ci fosse
stata molta più materia, e quindi gravità, di quanto sembra esserci.
Per essere precisi, serviva l’altro 99% della materia, la quale
semplicemente non c’era.
Nasce così la
nozione di "materia fredda e oscura". Va precisato che nessuno l’ha mai
osservata; la sua esistenza è stata ipotizzata poco più di un decennio
fa allo scopo di rattoppare un imbarazzante buco nella teoria. Visto
che solo l’1-2% dell’universo è visibile, si presume che il restante
99% sia costituito da materia invisibile, che è oscura e fredda in
quanto non emette alcuna radiazione. Queste singolari particelle dopo
un decennio di ricerche rimangono inosservate; ciò nonostante occupano
una posizione centrale nella teoria, semplicemente perché essa richiede
la loro esistenza.
Fortunatamente
è possibile calcolare con una certa precisione la quantità di materia
nell’universo osservabile. È circa un atomo ogni dieci metri cubi di
spazio, un centesimo appunto di quanto richiesto dalla teoria. Ma, come
dicono i giornalisti, non lasciamo che la verità rovini un buon
servizio! Se non rileviamo sufficiente materia nell’universo per far
quadrare la teoria, allora ce ne deve essere un bel po’ che non
vediamo. Brent Tully osserva che "è preoccupante constatare come ogni
nuova osservazione dà luogo ad una nuova teoria".
A questo
punto, i difensori del Big Bang decidono di chiedere soccorso al
Settimo Cavalleria, i fisici delle particelle, impegnati ad indagare
sui misteri del mondo subatomico; il loro compito è trovare quel 99% di
materia che è "andata perduta". Finché non risolvono questo mistero, le
equazioni non quadreranno e il modello standard dell’origine
dell’universo sarà nei pasticci!
Nel suo libro Il Big Bang non c’è mai stato,
Eric Lerner avanza una serie di osservazioni i cui risultati sono stati
pubblicati su riviste scientifiche e confutano completamente l’idea
della materia oscura. Eppure, anche di fronte all’evidenza, i difensori
del Big Bang continuano a comportarsi come quel dotto che rifiutò di
guardare nel telescopio per verificare l’esattezza delle teorie di
Galileo. La materia oscura deve esistere, perché la nostra teoria lo
richiede!
La
teoria scientifica - dice Lerner - trova un collaudo nella
corrispondenza fra previsioni e osservazione e il Big Bang lo ha
mancato. Prevede che nell’universo non ci siano oggetti di un’età
superiore ai venti miliardi di anni o di una grandezza superiore ai
centocinquanta milioni di anni luce di diametro. Invece esistono.
Prevede che l’universo, su una scala sufficientemente grande, dovrebbe
essere uniforme e omogeneo. Ma non lo è. La teoria prevede che per
produrre le galassie che vediamo intorno a noi a partire dalle
fluttuazioni minime evidenziate dal fondo a microonde deve esserci
cento volte più materia oscura che materia visibile. Invece non vi è
nessuna prova che esista una benché minima quantità di materia oscura.
E se non esiste materia oscura, secondo la teoria, non si formerà
nessuna galassia. Eppure le galassie ci sono, sparse per tutto il
cielo; noi ne abitiamo una.57
Alan Guth
riuscì ad eliminare alcune delle obiezioni al Big Bang, ma solo
proponendo la versione più fantastica e arbitraria della teoria vista
finora. La teoria non diceva cosa fosse la "materia oscura", si
limitava a fornire ai cosmologi una giustificazione teorica. Il
significato reale era stabilire il legame fra cosmologia e fisica delle
particelle, legame che dura fin da allora. Il problema è che la
tendenza generale della fisica teorica, così come della cosmologia, è
ricorrere sempre più a presupposti matematici a priori per giustificare
le teorie, facendo poche previsioni verificabili nella pratica. Le
teorie risultanti hanno un carattere sempre più arbitrario e fantastico
e frequentemente ricordano più che altro la fantascienza.
In effetti, i fisici delle particelle che corsero in
aiuto della cosmologia avevano già abbastanza problemi per conto loro.
Alan Guth ed altri erano alla ricerca di una Grande Teoria Universale
(GUT) che unificasse le tre forze che operano su piccola scala in
natura - l’elettromagnetismo, la forza debole (che causa il decadimento
radioattivo) e la forza forte (che tiene insieme il nucleo atomico ed è
responsabile della liberazione dell’energia nucleare). Speravano di
replicare il successo di Maxwell, che cent’anni prima aveva dimostrato
che l’elettricità e il magnetismo sono la stessa forza. I fisici delle
particelle erano fin troppo disposti ad entrare in un’alleanza con i
cosmologi, nella speranza di trovare nel cosmo la soluzione alle
difficoltà in cui si trovavano. In realtà i loro metodi erano simili.
Con ben pochi riferimenti alle osservazioni, si basavano su una serie
di modelli matematici e di assunti completamente arbitrari, che erano
spesso poco più di semplici speculazioni. In poco tempo sono state
formulate molte teorie, l’una meno credibile dell’altra. La teoria
dell’"inflazione" ne è un esempio.
Salvati dal neutrino?
La
determinazione con cui i sostenitori del Big Bang si aggrappano alle
loro posizioni li porta spesso a fare singolari salti mortali. Avendo
cercato invano quel 99% mancante di "materia oscura e fredda", non
riuscirono a trovare la benché minima quantità di materia necessaria,
secondo la teoria, per impedire un’espansione perpetua dell’universo.
Il 18 dicembre 1993 il New Scientist di Londra ha pubblicato un articolo dal titolo L’universo si espanderà per sempre,
nel quale si ammetteva che "un gruppo di galassie nella costellazione
di Cefeo contiene molta meno materia invisibile di quanto si sosteneva
qualche mese fa" e che le dichiarazioni fatte in precedenza da
astronomi statunitensi erano "basate su un’analisi difettosa". Sono in
gioco molte reputazioni scientifiche, per non parlare delle centinaia
di milioni di dollari di sovvenzioni alle ricerche. Forse che ciò ha a
che fare col fanatismo con cui viene difeso il Big Bang? Come al
solito, hanno visto quello che vogliono vedere. I fatti devono
assolutamente conformarsi alla teoria!
L’evidente
insuccesso nella ricerca della "materia oscura e fredda", la cui
esistenza è essenziale per la sopravvivenza della teoria, provocava
disagio nei settori più seri della comunità scientifica. Un editoriale
del New Scientist, pubblicato il 4 giugno 1994 con il titolo suggestivo Una follia dei nostri tempi?,
paragonava l’idea della materia oscura al concetto ottocentesco
dell’"etere", un mezzo invisibile in cui si credeva che le onde di luce
si propagassero nello spazio:
Era
invisibile e onnipresente e nel tardo ‘800 ogni scienziato credeva
nella sua esistenza. Si trattava, naturalmente, dell’etere, il mezzo in
cui credevano che si propagasse la luce, ma che risultò un fantasma. La
luce, a differenza del suono, non ha bisogno di un mezzo attraverso cui
propagarsi.
Ora, sul finire del XX secolo,
i fisici si trovano in una situazione curiosamente simile a quella dei
loro omologhi vittoriani. Ancora una volta, ripongono la loro fede in
qualcosa che è invisibile e onnipresente. Questa volta è la materia
oscura.
A
questo punto lo scienziato serio dovrebbe chiedersi se non ci sia
qualcosa di fondamentalmente sbagliato nella sua teoria. Lo stesso
editoriale aggiunge:
Nella
cosmologia, i parametri arbitrari sembrano moltiplicarsi come conigli.
Se le osservazioni non si adeguano alle teorie, i cosmologi sembrano
contenti semplicemente di aggiungere nuove variabili. Ma rattoppando
continuamente la teoria, forse stiamo perdendo una qualche "Big Idea"
("Grande Idea", Ndt).
Certo,
ma non lasciamo che i "fatti" ci blocchino la strada. Come il mago che
tira fuori un coniglio da un cilindro, hanno scoperto improvvisamente… il neutrino!
Il neutrino, che è una particella subatomica, è descritto da Hoffmann
come "fluttuante nell’incertezza fra esistenza e non esistenza"; cioè,
nel linguaggio della dialettica, "è e non è". Come conciliare tale
fenomeno con la legge d’identità, la quale afferma categoricamente che
una cosa è o non è? Di fronte a tali dilemmi, che capitano a più
riprese nel mondo delle particelle subatomiche descritto dalla
meccanica quantistica, c’è spesso la tendenza a ricorrere a
formulazioni quali l’idea per cui il neutrino sia una particella senza
massa né carica. L’opzione iniziale, tuttora sostenuta da molti
scienziati, era che il neutrino non fosse dotato di massa e, poiché una
carica elettrica non può esistere senza massa, la conclusione
ineluttabile era che il neutrino non possedesse né l’una né l’altra.
I neutrini
sono particelle estremamente piccole ed è quindi difficile rilevare la
loro presenza. L’esistenza del neutrino fu postulata inizialmente per
spiegare una discrepanza nella quantità di energia presente nelle
particelle emesse dal nucleo. Sembrava che andasse persa una certa
quantità di energia per cause inesplicabili. Dato che la legge della
conservazione dell’energia precisa che essa non può essere né creata né
distrutta, il fenomeno richiedeva un’altra spiegazione. Sembra che il
fisico idealista Niels Bohr nel 1930 fosse pronto a buttare a mare la
legge della conservazione dell’energia, ma in seguito ciò risultò
alquanto prematuro! La discrepanza venne spiegata con la scoperta di
una particella fino ad allora sconosciuta, il neutrino appunto.
I neutrini
formatisi nel nucleo del Sole ad una temperatura di 15 milioni di gradi
viaggiano alla velocità della luce, raggiungendo la superficie in tre
secondi. Quantità enormi di queste particelle si riversano
nell’universo e passano attraverso la materia solida apparentemente
senza interagire con essa. Queste elusive particelle sono così piccole
che attraversano direttamente la Terra e la loro interazione con altre
forme di materia è di entità minima. Possono attraversare la Terra e
persino il piombo senza lasciare traccia; anzi, miliardi di neutrini
stanno attraversando il vostro corpo mentre leggete queste righe. Ma
non preoccupatevi, è molto improbabile che qualcuno di essi vi rimanga
intrappolato. È stato stimato che un neutrino può attraversare piombo
solido con uno spessore di cento anni luce, con solo un 50 per cento di
probabilità di essere assorbito. Per questo motivo è rimasto celato
alla nostra osservazione così a lungo. È difficile immaginare come una
tale particella possa mai essere rivelata. Invece è stata trovata.
Pare che certi
neutrini possano essere "imprigionati" dall’equivalente di due
millimetri di piombo. Nel 1956, per mezzo di un esperimento ingegnoso,
scienziati statunitensi riuscirono ad intrappolare un antineutrino.
Poi, nel 1968, scoprirono neutrini provenienti dal Sole, anche se solo
un terzo della quantità prevista dalle teorie dell’epoca. Indubbiamente
il neutrino possedeva caratteristiche non rilevabili ai consueti mezzi
di indagine. Date le sue dimensioni estremamente ridotte, questo non
sorprende. Ma l’idea di una forma di materia a cui mancassero anche le
proprietà fondamentali della materia era chiaramente una
contraddizione. Il problema sembra essere stato risolto da due fonti
completamente diverse. Uno degli scopritori del neutrino, Frederick
Reines, annunciò nel 1980 di aver scoperto nel corso di un esperimento
l’esistenza di oscillazioni nei neutrini. Ciò indicherebbe che il
neutrino possiede una massa, anche se i risultati non furono
considerati conclusivi.
Tuttavia,
alcuni fisici sovietici che compivano un esperimento assolutamente
diverso, dimostrarono che i neutrini-elettroni hanno una massa, che
poteva equivalere ad un’energia di fino a 40 eV. Visto che tale valore
corrisponde a solo 1/13.000 della massa di un elettrone, che a sua
volta è solo 1/2.000 della massa di un protone, c’è poco da stupirsi se
per tanto tempo si è ritenuto che il neutrino non avesse massa. Fino a
poco tempo fa l’establishment scientifico riteneva che il neutrino non
avesse né massa né carica. Ora, d’improvviso, hanno cambiato parere,
dichiarando che il neutrino ha davvero una massa, e forse di una certa
entità. È la conversione più stupefacente da quando San Paolo fu
fulminato sulla via di Damasco! Anzi, una tale fretta deve sollevare
seri dubbi sui motivi di questa conversione miracolosa. Sono forse
disperati perché non riescono a trovare la "materia oscura fredda" e
per questo hanno fatto marcia indietro sul neutrino? Possiamo
immaginare cosa avrebbe detto Sherlock Holmes al dottor Watson.
Nonostante gli
enormi progressi realizzati nel campo della ricerca sulle particelle,
la situazione attuale è confusa. Sono state scoperte centinaia di
particelle nuove, ma finora non esiste una soddisfacente teoria
generale in grado di mettervi un po’ d’ordine, come fece Mendeleev
nella chimica. Attualmente è in atto un tentativo di classificazione
delle forze fondamentali della natura, raggruppandole sotto quattro
voci: gravità, elettromagnetismo e le forze nucleari "forte" e debole",
ognuna delle quali opera a un livello diverso.
La
gravitazione agisce su scala cosmica, legando insieme stelle, pianeti e
galassie. L’elettromagnetismo lega gli atomi nelle molecole, trasporta
i fotoni dal Sole e dalle stelle e attiva le sinapsi del cervello. La
forza forte lega insieme i protoni e i neutroni nei nuclei atomici. La
forza debole si esprime nella trasmutazione di atomi instabili durante
il processo di decadimento radioattivo. Le ultime due operano
unicamente su scala atomica. Tuttavia, non c’è motivo di supporre che
questa configurazione rappresenti l’ultima parola sull’argomento; sotto
certi aspetti si tratta di un concetto arbitrario.
Ci sono grosse
differenze fra queste forze. La gravitazione influisce su tutte le
forme di materia e di energia, mentre la forza forte interessa solo una
classe di particelle. Eppure la gravitazione è 1044 volte più debole
della forza nucleare forte. Più importante, non è evidente perché non
debba esistere una forza opposta alla gravità, mentre
l’elettromagnetismo si manifesta come carica elettrica sia positiva che
negativa. Questo problema, malgrado gli sforzi di Einstein, rimane
irrisolto ed è di importanza vitale per tutto il dibattito sulla natura
dell’universo. Ogni forza è descritta dal proprio gruppo di equazioni,
per un totale di 19 parametri. Queste danno risultati, anche se nessuno
sa perché.
Le cosiddette
Grandi Teorie Unificate ipotizzano che la materia stessa sia solo una
fase transitoria nell’evoluzione dell’universo. Tuttavia, la previsione
che i protoni decadano non è stata confermata, smentendo così almeno la
versione più semplice delle GUT. Nel tentativo di dare coerenza alle
proprie scoperte, alcuni fisici si sono aggrovigliati in teorie sempre
più bizzarre e fantastiche, come quella della cosiddetta
"supersimmetria" ("SUSY") secondo cui l’universo si basava
originariamente su più di quattro dimensioni. Secondo questa ipotesi,
l’universo avrebbe potuto cominciare, ad esempio, con dieci dimensioni,
ma purtroppo tutte tranne quattro di queste crollarono durante il Big
Bang e ora sono troppo piccole per essere rilevabili.
A quanto pare,
questi oggetti sarebbero le stesse particelle subatomiche, dei quanti
di materia e di energia che si condensarono dallo spazio puro. Così si
vacilla da una speculazione metafisica all’altra in un vano tentativo
di spiegare i fenomeni fondamentali dell’universo. La supersimmetria
postula che l’universo sia iniziato in uno stato di assoluta
perfezione. Con le parole di Stephen Hawking, "l’universo in origine
era più semplice, ed era molto più attraente proprio perché era molto
più semplice". Certi scienziati cercano addirittura di giustificare
questo tipo di speculazioni mistiche su basi estetiche; si ritiene che
la simmetria assoluta sia bella. Così ci ritroviamo nell’atmosfera
rarefatta dell’idealismo di Platone.
In realtà, la
natura non è caratterizzata da una simmetria assoluta, ma è piena di
contraddizioni, irregolarità, cataclismi e improvvise interruzioni
della continuità. La vita stessa è prova di questa affermazione; per
qualsiasi sistema dotato di vita, l’equilibrio assoluto significa la
morte. La contraddizione che qui osserviamo è vecchia come il pensiero
umano; è la contraddizione fra le astrazioni "perfette" del pensiero e
le necessarie irregolarità ed "imperfezioni" che caratterizzano il
mondo materiale. Tutto il problema sorge dal fatto che le astratte
formule della matematica, siano o non siano belle, certamente non
rappresentano in modo adeguato il mondo reale della natura. Supporre
una cosa del genere è un grave errore metodologico e necessariamente ci
porta a trarre conclusioni sbagliate.
La costante di Hubble: un rompicapo
Attualmente è
in corso un acceso dibattito fra i sostenitori del Big Bang riguardo la
presunta età dell’universo. Di fatto, tutto il "modello standard" è in
crisi. Assistiamo ad uno spettacolo in cui rispettabili uomini di
scienza si attaccano in pubblico con un linguaggio non certo da
gentiluomini. L’oggetto del dibattito è una cosa chiamata costante di
Hubble; questa fa parte della formula per misurare la velocità alla
quale i corpi si muovono nell’universo. È una cosa di grande importanza
per chi vuole scoprire l’età e le dimensioni dell’universo; il problema
è che nessuno ne conosce l’entità!
Edwin Hubble
affermò che la velocità con cui le galassie si allontanano l’una
dall’altra è proporzionale alla distanza fra esse; più sono lontane e
più velocemente si muovono. Questo è espresso dalla legge di Hubble:
v(velocità) = H x d(distanza), dove H rappresenta la costante di
Hubble. Per quantificarla, è necessario conoscere due dati: la velocità
e la distanza di una determinata galassia. La velocità si può calcolare
con il redshift, ma la distanza fra le galassie non può essere misurata
con un regolo calcolatore. In realtà non esistono strumenti affidabili
per misurare distanze talmente immense. E qui sta il guaio! Gli esperti
non riescono a raggiungere un consenso sul valore effettivo della
costante di Hubble, come viene rivelato in modo divertente da un
recente programma del Canale 4 inglese:
Michael Pierce dichiara che, senza dubbio,
la costante di Hubble è 85. Invece Gustaf Tamman afferma che è 50,
George Jacoby 80, Brian Schmidt 70, Michael Rowan Robinson 50 e John
Tonry 80. La differenza fra 50 e 80 può sembrare minima - dice
l’opuscolo pubblicato da Canale 4 - ma è cruciale per il calcolo
dell’età dell’universo. Se la costante risultasse avere un valore
alto, gli astronomi potrebbero essere in procinto di smontare la loro
teoria più importante.
L’importanza
di ciò è che quanto più è alta la costante di Hubble, tanto più
velocemente le galassie si stanno muovendo e più siamo vicini a quel
momento del passato in cui si sarebbe verificato il Big Bang. Negli
ultimi anni sono state applicate nuove tecniche per misurare la
distanza delle galassie, il che ha portato gli astronomi a rivedere
drasticamente le loro stime precedenti. Questo ha provocato
costernazione nella comunità scientifica, poiché le stime della
costante di Hubble aumentano di continuo. L’ultimo calcolo fissa l’età
dell’universo a soli 8 miliardi di anni. Ciò significherebbe che ci
sono stelle più vecchie dell’universo stesso! È una contraddizione
lampante, non di carattere dialettico, ma di semplice buon senso.
Ebbene,
- osserva Carlos Frank, citato nello stesso opuscolo - se risulta che
l’età delle stelle è antecedente al momento in cui viene datata
l’espansione dell’universo, come suggeriscono la misura della costante
di Hubble e la misura della densità dell’universo, allora ci troviamo
in un’autentica crisi. Rimane una sola alternativa: abbandonare gli
assunti fondamentali su cui si basa il modello dell’universo. Ciò significa lasciar cadere alcuni, forse tutti, i presupposti di base su cui poggia la teoria del Big Bang.58
Esistono
ben pochi dati empirici a sostegno della teoria del Big Bang. Gran
parte del lavoro svolto per sostenerla ha un carattere puramente
teorico e poggia prevalentemente su formule matematiche astruse e
preconcette. Le numerose contraddizioni fra questo schema preconcetto e
l’evidenza delle osservazioni vengono appianate cambiando continuamente
le regole, al fine di conservare a tutti i costi una teoria sulla quale
si sono costruite tante reputazioni accademiche.
Secondo la
teoria, nell’universo non può esistere nulla che abbia più di 15
miliardi di anni. Ma disponiamo di dati che contraddicono tale
affermazione. Nel 1986 Brent Tully dell’Università delle Hawaii scoprì
enormi agglomerati di galassie ("superammassi") lunghi circa un
miliardo di anni luce, larghi trecento milioni di anni luce e di circa
cento milioni di spessore. Per la formazione di oggetti talmente vasti
sarebbe occorso un periodo fra gli ottanta e i cento miliardi di anni,
vale a dire quattro o cinque volte il tempo concesso dai sostenitori
del Big Bang. Da allora ci sono stati altri risultati che tendono a
confermare queste osservazioni.
Il New Scientist
(5 febbraio 1994) riportava un servizio sulla scoperta di un ammasso di
galassie da parte di Charles Steidel del Massachusetts Institute of
Technology e Donald Hamilton del California Institute of Technology di
Pasadena, con importanti implicazioni per la teoria del Big Bang:
La
scoperta di un tale ammasso causa problemi alle teorie sulla materia
fredda e oscura, le quali sostengono che una considerevole parte della
massa dell’universo risieda in oggetti freddi e oscuri come i pianeti e
i buchi neri. Secondo le teorie, il materiale dell’universo primitivo
si raggruppò "dal basso in alto", in modo che si costituirono per prime
le galassie, che si raggrupparono solo successivamente per formare gli
ammassi.
Come al
solito, la reazione iniziale degli astronomi è modificare la teoria per
aggirare i dati scomodi. Mauro Giavalisco del Baltimore Space Telescope
Science Institute "crede che sia appena possibile spiegare la nascita
del primo ammasso di galassie ad un redshift di 3,4 con una messa a
punto della teoria della materia fredda e oscura. Ma aggiunge un
monito: "Se trovaste dieci ammassi ad un redshift di 3,5, questo
annienterebbe le teorie sulla materia fredda e oscura"".
Possiamo dare per scontato che non solo dieci, ma un
numero molto maggiore di tali vasti ammassi esistono e saranno rivelati
e che questi, a loro volta, rappresenteranno solo una piccola parte
della materia che si estende ben oltre i limiti dell’universo
osservabile. Ogni tentativo di porre un limite all’universo materiale è
destinato a fallire, poiché la materia non ha limiti, sia a livello
subatomico, sia nel tempo e nello spazio.
"Big Crunch" e Supercervello
Dies irae, dies illa
Solvet saeclum in favilla
(Giorno dell’ira, quel giorno,
Scioglierà l’universo in ceneri)
Tommaso da Celano
Così come non
riescono ad accordarsi su come nacque l’universo, così non sono
d’accordo su come finirà, anche se sono tutti d’accordo che finirà
male! Secondo una scuola di pensiero, l’espansione dell’universo sarà
arrestata prima o poi dalla forza di gravità, dopodiché tutta la
baracca crollerà su se stessa, portando ad un "Big Crunch", un grande
crollo, in cui finiremo tutti dove avevamo cominciato, dentro l’uovo
cosmico. Invece no! - dice un’altra scuola di bigbanghisti - la gravità
non è abbastanza forte per opporsi all’espansione; l’universo
semplicemente continuerà ad espandersi indefinitamente, dirandandosi
sempre più, fino ad estinguersi in una nera notte di nulla.
Diverse decine
di anni fa, alla luce del materialismo dialettico, uno di noi (Ted
Grant) ha parlato della mancanza di basi serie sia della teoria del Big
Bang sia di quella dello stato stazionario avanzata da Hoyle e Bondi.
Successivamente la teoria dello stato stazionario, che prevedeva la
creazione continua di materia (dal nulla) si dimostrò falsa. Il Big
Bang quindi prevalse per esclusione e viene difeso tuttora dalla
maggioranza dell’establishment scientifico. Dal punto di vista del
materialismo dialettico, è una sciocchezza parlare dell’"inizio del
tempo" o della "creazione della materia". Tempo, spazio e moto sono il
modo di esistere della materia, la quale non può essere né creata né
distrutta. L’universo esiste dall’eternità, come materia - ed energia,
che è la stessa cosa - in cambiamento, moto ed evoluzione continui.
Tutti i tentativi di individuare un "inizio" o una "fine" dell’universo
materiale inevitabilmente falliranno. Ma come si spiega questa strana
regressione verso una visione medievale del destino dell’universo?
Non ha senso
cercare un legame diretto e causale fra i processi in atto nella
società, nella politica e nell’economia e lo sviluppo della scienza,
poiché il rapporto non è né automatico né diretto, ma molto più
sottile. Tuttavia, è difficile resistere alla conclusione che la
visione pessimistica di certi scienziati in merito al futuro
dell’universo non sia fortuita, ma si colleghi in qualche modo ad una
sensazione generale che la società sia giunta ad un vicolo cieco: "La
fine del mondo è vicina".
Non è un
fenomeno nuovo; la stessa tetra prospettiva era presente nel periodo
del declino dell’Impero romano e alla fine del primo millennio. In
entrambi i casi, l’idea che il mondo stesse finendo rifletteva il fatto
che un determinato sistema di sociale si era esaurito ed era sul punto
di estinguersi. Quello che era imminente non era la fine del mondo, ma
solo il crollo della schiavitù o del feudalesimo.
Consideriamo il seguente brano tratto da I primi tre minuti del premio Nobel Steven Weinberg:
Per
noi esseri umani è quasi irresistibile credere che intratteniamo
qualche speciale rapporto con l’universo, che la vita umana non è solo
l’esito più o meno farsesco d’una catena di casi risalente ai primi tre
minuti, ma che eravamo in qualche modo previsti sin dal principio.
Mentre scrivo mi trovo su un aereo a 30.000 piedi sopra il Wyoming in
volo verso casa da San Francisco a Boston. Sotto, la Terra appare molto
dolce e confortevole; qua e là soffici nuvole, neve che volge al rosa
sotto i raggi del sole al tramonto, strade che corrono da una città
all’altra per tutto il paese. È assai difficile rendersi conto che
tutto questo non è che un’infima parte di un universo indicibilmente
ostile. È ancora più difficile comprendere che l’attuale universo si è
evoluto da una primitiva condizione ineffabilmente aliena e ha dinanzi
a sé un’estinzione futura d’interminabile gelo o d’intollerabile
calore. Quanto più l’universo sembra comprensibile, tanto più appare
insensato.59
Abbiamo
già visto come la teoria del Big Bang apra le porte alla religione e ad
ogni genere di idee mistiche. Offuscare la distinzione fra scienza e
misticismo significa far tornare indietro l’orologio di 400 anni;
riflette l’attuale stato d’animo pessimista della società. E
invariabilmente porta a conclusioni di carattere totalmente
reazionario. Consideriamo una questione apparentemente remota e oscura:
"I protoni decadono?" Come abbiamo detto, questa è una previsione di
una delle branche della moderna fisica delle particelle detta GUT. Sono
stati condotti numerosi esperimenti sofisticati per verificarlo, ma
sempre senza successo. Eppure si persiste nell’avanzare la stessa idea.
Ecco un esempio del tipo di letteratura pubblicata da fautori della teoria del Big Crunch:
Negli
istanti finali la gravità diventa la forza dominante in senso assoluto,
che schiaccia inesorabilmente la materia e lo spazio. La curvatura
dello spazio-tempo aumenta in modo sempre più rapido. Sempre più vaste
regioni dello spazio vengono compresse entro volumi sempre più piccoli.
Secondo la teoria convenzionale, l’implosione diventa infinitamente
forte, schiacciando tutta la materia e annientando ogni realtà fisica,
compresi lo spazio e il tempo, in una singolarità spazio-temporale. È
la fine.
Il Big Crunch, nella misura in cui siamo in grado di intenderlo, non è soltanto la fine della materia. È la fine di tutto.
Poiché il tempo stesso finisce al momento del Big Crunch, è privo di
significato domandarsi che cosa possa accadere dopo, così come è privo
di significato chiedersi che cosa accadeva prima del Big Bang. Non
esiste nessun "dopo" nel quale possa accadere alcunché; non vi è nessun
tempo neppure per l’inattività, nessuno spazio neppure per il vuoto. Un
universo nato dal nulla al momento del Big Bang scomparirà nel nulla al
momento del Big Crunch: dei suoi gloriosi zillioni di anni di vita non
resterà neppure il ricordo.
La
domanda che segue esprime un inconscio umorismo: "Dovremmo lasciarci
deprimere da una simile prospettiva?" chiede Paul Davies, che a quanto
pare si aspetta una risposta seria! Egli tenta poi di tirarci su di
morale speculando sui vari mezzi coi quali l’umanità potrebbe sfuggire
alla distruzione. Ci troviamo inevitabilmente in un mondo bizzarro a
metà strada fra religione e fantascienza:
Ci
si può domandare se un super-essere il quale si trovasse a vivere gli
ultimi istanti di un universo in stato di collasso potrebbe avere un
numero infinito di esperienze e di pensieri diversi nel tempo finito a
sua disposizione.
Dunque,
prima che finiscano gli ultimi tre minuti, l’umanità getta il suo rozzo
corpo materiale per diventare puro spirito, in grado di sopravvivere
alla fine di tutto, trasformandosi in un Supercervello.
Qualunque
supercervello dovrebbe, con eccezionale prontezza e acutezza, inviare
rapide comunicazioni da una direzione all’altra, mentre le oscillazioni
provocano un più rapido collasso prima in una direzione e poi in
un’altra. Se il super-essere fosse in grado di tenere il ritmo, le
oscillazioni stesse potrebbero fornire l’energia necessaria ad
alimentare i processi di pensiero. Inoltre, nei modelli matematici
semplici appare un infinito numero di oscillazioni nel tempo finito che
si conclude con il Big Crunch. Ciò fornisce al super-essere un’infinita
quantità di processi informativi, e quindi, per ipotesi, un tempo
soggettivo infinito. In questo modo, anche se il Big Crunch mette
bruscamente fine al mondo fisico, il mondo mentale può non aver mai
fine.60
Occorre
davvero un Supercervello per venire a capo di quanto sopra! Vorremmo
pensare che l’autore stia scherzando, ma non ne siamo sicuri; purtroppo
abbiamo letto di recente troppi brani del genere. Se il Big Crunch
comporta "la fine di tutto", dove troverà posto il nostro amico
Supercervello? In primo luogo, solo un idealista irriducibile potrebbe
concepire un cervello senza corpo. Beninteso, abbiamo di fronte non un
cervello qualsiasi, ma un Supercervello. Tuttavia, supponiamo che
l’esistenza di una colonna vertebrale e di un sistema nervoso centrale
gli possa essere in qualche modo utile; che tale sistema nervoso, in
tutta giustizia, disponga di un corpo e che tale corpo (anche un
Supercorpo) abbia generalmente bisogno di un qualche sostentamento,
dato che in particolare il cervello è assai vorace, in quanto assorbe
un’alta percentuale delle calorie totali consumate da un mero essere
mortale. Logicamente il Supercervello sarebbe dotato di un
Superappetito! Purtroppo, visto che il Big Crunch è la fine di tutto,
il nostro malcapitato Supercervello dovrà seguire una dieta piuttosto
severa per il resto dell’eternità. Possiamo solo sperare che, essendo
svelto di pensiero, abbia tempo per farsi uno spuntino prima che
scadano i tre minuti. Con questo pensiero edificante, ci congediamo dal
nostro Supercervello per tornare alla realtà.
Non stupisce
forse che, dopo duemila anni di enormi progressi della cultura umana e
della scienza, ci ritroviamo nel mondo del libro delle Rivelazioni?
Engels avvertì cent’anni fa che gli scienziati, voltando le spalle alla
filosofia, sarebbero finiti inevitabilmente nel "mondo degli spiriti".
Purtroppo la sua previsione si è dimostrata fin troppo esatta.
Un universo di plasma?
Il modello
standard dell’universo ci ha portati in una strada senza uscita, dal
punto di vista scientifico, filosofico e morale. La teoria stessa fa
acqua da tutte le parti. Eppure rimane in piedi, sebbene gravemente
scossa, più che altro per mancanza di un’alternativa. Tuttavia,
qualcosa si muove nel mondo della scienza; cominciano a prendere corpo
nuove idee che non solo rifiutano il Big Bang ma partono dall’idea di
un universo infinito in continuo mutamento. È troppo presto per dire
quale di queste teorie si dimostrerà corretta. Un’ipotesi interessante,
quella dell’"universo di plasma", è stata avanzata dal premio Nobel
svedese Hannes Alfvén. Non possiamo trattare nel dettaglio questa
teoria, ma ci sembra opportuno fare almeno un cenno ad alcune sue idee.
Alfvén passò
dallo studio del plasma in laboratorio ad una ricerca su come si evolve
l’universo. Il plasma è composto da gas fortemente riscaldati al punto
di diventare conduttori di elettricità. Ora si sa che il 99% della
materia nell’universo è plasma. Mentre nei gas normali gli elettroni
sono legati ad un atomo e non possono muoversi facilmente, nel plasma
gli elettroni vengono scissi dal nucleo da un calore intenso, il che
permette loro di muoversi liberamente. I cosmologi del plasma
concepiscono un universo "intersecato da vaste correnti elettriche e
potenti campi magnetici, governato dal contrappunto cosmico di
elettromagnetismo e gravità".61. Negli anni ’70, le sonde Pioneer e Voyager
rilevarono la presenza intorno a Giove, Saturno ed Urano di correnti
elettriche e di campi magnetici contenenti filamenti di plasma.
Scienziati
come Alfvén, Anthony Peratt e altri hanno elaborato un modello
dell’universo che è dinamico, non statico, e che non richiede un inizio
del tempo. Il fenomeno dell’espansione di Hubble richiede una
spiegazione, ma non è necessariamente quella del Big Bang; un Big Bang
produrrebbe certamente un’espansione, ma non per questo un’espansione
richiede un Big Bang. Alfvén pone la seguente analogia: "È come dire
che, essendo tutti i cani animali, tutti gli animali sono cani." Il
problema non risiede nell’idea di un’esplosione che ad un certo punto
ha dato origine a un’espansione di una parte dell’universo - in questo
non c’è nulla di intrinsecamente improbabile - ma nell’idea che tutta
la materia dell’universo fosse concentrata in un solo punto e che
l’universo e il tempo stesso siano nati da un singolo evento chiamato
Big Bang.
Il modello
alternativo suggerito da Hannes Alfvén e Oskar Klein ammette che può
essersi verificata un’esplosione, provocata dalla combinazione di
enormi quantità di materia ed antimateria in un piccolo angolo
dell’universo visibile, la quale ha generato enormi quantità di
elettroni e protoni ad alta energia. Intrappolate nei campi magnetici,
queste particelle hanno sparso il plasma lontano per centinaia di
milioni di anni.
L’esplosione
di questa epoca, dieci o venti miliardi di anni fa, scagliò verso
l’esterno il plasma da cui quindi si formarono le galassie:
nell’espansione di Hubble. Però questo non fu assolutamente un Big Bang
in grado di generare la materia, lo spazio e il tempo. Fu solamente un
"big bang", un’esplosione in una parte dell’universo. Alfvén per primo
ammette che questa spiegazione non è la sola possibile. "Il punto
significativo" egli sottolinea "è che vi sono alternative al Big Bang".
In un’epoca in cui quasi tutti gli altri scienziati ritenevano che il
cosmo fosse semplicemente uno spazio vuoto, Alfvén dimostrò il
contrario. Egli spiegò che l’intero universo è pervaso da correnti di
plasma e da campi magnetici. Svolse un lavoro pionieristico nello
studio delle macchie solari e dei campi magnetici. In seguito dimostrò
con un esperimento in laboratorio che quando una corrente elettrica
attraversa un plasma, essa assume la forma di un filamento per muoversi
lungo le linee del campo magnetico. Partendo da questa osservazione,
concluse poi che lo stesso fenomeno si verifica nel plasma dello
spazio; si tratta di una proprietà generale del plasma in tutto
l’universo. In tal modo, abbiamo immense correnti elettriche che
fluiscono lungo filamenti di plasma, formati naturalmente, che
intersecano il cosmo.
Aggregandosi
per formare le strutture filamentose osservate sia su scala molto
piccola che molto grande, materia ed energia possono essere compresse
nello spazio. Ma è chiaro che l’energia può inoltre essere compressa
nel tempo; l’universo si colma improvvisamente di subitanee ed
esplosive liberazioni di energia. Un esempio familiare ad Alfvén è il
brillamento solare (solar flare), l’improvvisa liberazione di
energia sulla superficie del Sole, la quale genera le correnti di
particelle che causano le tempeste magnetiche sulla Terra. I suoi
modelli di "generatori" di fenomeni cosmici mostravano come l’energia
potesse essere prodotta in modo graduale, come in una centrale
elettrica ben funzionante, ma non in modo esplosivo come nei
brillamenti solari. Comprendere il fenomeno della liberazione esplosiva
di energia era la chiave della dinamica del cosmo.
Alfvén
aveva dimostrato la correttezza dell’"Ipotesi Nebulosa" di
Kant-Laplace. Allora, se le stelle e i pianeti possono essere formati
dall’azione di enormi correnti filamentose, non c’è motivo per cui
interi sistemi solari non possano formarsi allo stesso modo:
Anche
in questo caso il processo è identico, ma immensamente più grande: i
filamenti che percorrono una nebulosa protogalattica comprimono il
plasma per ottenere i "materiali da costruzione" del Sole e delle altre
stelle. Quando il materiale abbia inizialmente subìto la compressione,
la gravità aggrega parte di esso, specialmente polvere e particelle di
ghiaccio a moto più lento, che formeranno un nucleo per la crescita di
un corpo centrale. Inoltre, il moto vorticoso di un filamento fornirà
momento angolare a ciascuno degli agglomerati minori al suo interno,
generando un nuovo e più piccolo insieme di filamenti portatori di
correnti e un nuovo ciclo di compressione che forma un sistema solare
(nel 1989 tale ipotesi, ora ampiamente accettata, fu definitivamente
confermata quando gli scienziati osservarono che gli assi di rotazione
di tutte le stelle in una data nube sono allineati con il campo
magnetico della nube; chiaramente una formazione stellare controllata
da un campo magnetico).
Le
teorie di Alfvén vennero naturalmente respinte dai cosmologi, poiché
non solo mettevano in discussione il modello standard, ma anche
l’esistenza dei buchi neri, che proprio allora erano in auge. Egli
aveva già interpretato correttamente l’origine dei raggi cosmici, non
come resti del Big Bang, bensì come prodotti dell’accelerazione
elettromagnetica.
In
tal modo, nello scenario di Alfvén e Klein solo una piccola parte
dell’universo - quella che noi vediamo - avrebbe prima subìto un
collasso e poi sarebbe esplosa. L’esplosione, anziché provenire da una
singolarità, giunge da una vasta zona del cosmo, larga centinaia di
milioni di anni luce, e impiega, per svilupparsi, centinaia di milioni
di anni; non è necessaria nessuna "origine dell’universo".62
Solo
col tempo si saprà se questa particolare teoria è corretta.
L’importante, come osserva Alfvén, è che sono possibili ipotesi
alternative a quella del Big Bang. Qualunque cosa accada, siamo certi
che il modello di universo che sarà infine avvalorato dalla scienza non
avrà niente a che fare con l’universo chiuso che parte da un Big Bang e
finisce con un Big Crunch. L’invenzione del telescopio nel 1609 fu un
punto di svolta decisivo nella storia dell’astronomia. Da allora
l’orizzonte dell’universo è stato spinto sempre più lontano. Oggi,
potenti radiotelescopi penetrano sempre più profondamente nello spazio;
vengono scoperti sempre nuovi oggetti, più grandi e più lontani, senza
fine. Eppure l’ossessione dell’uomo per il "finito" alimenta il
desiderio di porre un "limite ultimo" a tutto. Vediamo che questo
fenomeno si presenta a più riprese nella storia dell’astronomia.
È un’ironia il
fatto che, in un’epoca in cui la tecnologia ci consente di penetrare
sempre di più la vastità dell’universo, assistiamo ad una regressione
psicologica verso il mondo medievale di un universo finito, che parte
dalla Creazione e finisce con l’annientamento totale di spazio, tempo e
materia. A questo punto si traccia una linea, oltre la quale la mente
umana non deve indagare, poiché "non possiamo sapere" cosa vi si trova.
È l’equivalente nel XX secolo delle vecchie mappe che mostravano l’orlo
del mondo, contrassegnato dal severo monito: "Hic sunt Leones".
Einstein e il Big Bang
Negli ultimi
decenni si è radicato sempre più profondamente il pregiudizio che la
scienza "pura", specialmente la fisica teorica, sia il prodotto
esclusivo del pensiero astratto e della deduzione matematica. Come
spiega Eric Lerner, Einstein fu parzialmente responsabile di questa
tendenza. Diversamente dalle teorie precedenti, come le leggi
dell’elettromagnetismo di Maxwell o la legge della gravitazione di
Newton, che avevano solide basi nella sperimentazione e vennero ben
presto confermate da centinaia di migliaia di osservazioni
indipendenti, le teorie di Einstein ebbero conferma inizialmente sulla
base di soli due esperimenti, la deviazione della luce da parte del
campo gravitazionale solare e una lieve precessione dell’orbita di
Mercurio. Il fatto che la teoria della relatività si dimostrò
successivamente corretta ha portato altri, probabilmente non
all’altezza del genio di Einstein, a ritenere che si dovesse procedere
allo stesso modo. Perché annoiarsi con esperimenti e tediose
osservazioni che portano via tempo? E allora perché affidarsi alle
prove empiriche, quando possiamo giungere dritti alla verità con il
metodo della deduzione pura?
Si osserva una
tendenza crescente verso un approccio puramente astratto e teorico alla
cosmologia, basato quasi esclusivamente sui calcoli matematici e sulla
teoria della relatività.
Il
numero annuo di riviste cosmologiche pubblicate salì alle stelle,
passando da sessanta nel 1965 a oltre cinquecento nel 1980, e pur
tuttavia questo aumento consisteva quasi esclusivamente in lavori
puramente teorici; entro il 1980 circa il novantacinque per cento di
queste memorie scientifiche erano dedicate a vari modelli matematici,
come "l’universo Bianchi tipo XI". Entro la metà degli anni ‘70 i
cosmologi provavano una tale sicurezza in se stessi da ritenersi in
grado di descrivere minuziosamente eventi che risalivano al primo
centesimo di secondo di tempo, parecchi miliardi di anni fa. La teoria
assunse sempre più le caratteristiche del mito: conoscenza assoluta ed
esatta intorno ad eventi del remoto passato, ma comprensione sempre più
nebulosa sul modo in cui quegli eventi avevano condotto al cosmo che
ora vediamo, e un crescente rifiuto dell’osservazione.
Il
tallone di Achille dell’universo chiuso e statico di Einstein è che
esso inevitabilmente crollerebbe su se stesso a causa della forza di
gravità. Per aggirare questo problema, egli avanzò l’ipotesi della
"costante cosmologica", una forza repulsiva che poteva controbilanciare
quella della gravità, impedendo così un tale collasso. Per un certo
periodo l’idea di un universo statico, mantenuto per l’eternità in uno
stato di equilibrio dalle forze gemelle della gravità e della "costante
cosmologica", trovò consensi, per lo meno da parte dell’esiguo numero
di scienziati che ritenevano di capire le teorie estremamente astratte
e complicate di Einstein.
Nel 1970, in un articolo su Science,
Gerard de Vaucouleur mostrò che più sono grandi gli oggetti
nell’universo e minore è la loro densità. Ad esempio, un corpo di
dimensioni dieci volte maggiori di un altro avrà un centesimo della
densità di quest’ultimo. Ciò pone serie implicazioni al fine di
determinare la densità media dell’universo, dato indispensabile per
poter determinare se c’è gravità sufficiente per fermare l’espansione
di Hubble. Se la densità media si riduce con l’aumento delle
dimensioni, sarà impossibile definire la densità complessiva
dell’universo. Se de Vaucouleur ha ragione, la densità dell’universo
osservato sarà molto minore rispetto a quanto si era pensato e il
valore di omega potrebbe essere non più di 0,0002. In un universo con
così poca materia, gli effetti della gravità saranno così deboli che la
differenza fra la relatività generale e la gravità newtoniana sarà
trascurabile, quindi, "ai fini pratici la relatività generale, base
della cosmologia convenzionale, può essere ignorata!" Eric Lerner prosegue:
La
scoperta di De Vaucouleur mostra che in nessuna parte dell’universo -
tranne forse nei pressi di poche stelle di neutroni iperdense - la
relatività generale è qualcosa di più che una lieve correzione.63
Sono
ben note le difficoltà che si incontrano quando si cerca di afferrare
quello che Einstein "voleva dire veramente". Si racconta che quando un
giornalista chiese allo scienziato inglese Eddington se fosse vero che
solamente tre persone al mondo capivano la relatività, quest’ultimo
rispose: "Ah, davvero? E chi è il terzo?". Tuttavia, all’inizio degli
anni ‘20 Aleksandr Friedmann mostrò che il modello einsteiniano
dell’universo era solo uno di un numero infinito di possibili
cosmologie, alcune in espansione, altre in contrazione, a seconda del
valore della costante cosmologica e delle "condizioni iniziali"
dell’universo. Questo era un risultato puramente matematico, che
derivava dalle equazioni di Einstein; ma il reale valore del lavoro di
Friedmann era mettere in discussione l’idea di un universo chiuso e
statico e mostrare che erano possibili altri modelli.
Stelle di neutroni
Contrariamente
all’idea dell’antichità per cui le stelle erano eterne ed immutabili,
l’astronomia moderna ha dimostrato che le stelle e gli altri corpi
celesti hanno una storia, una nascita, vita e morte: gigantesche,
rarefatte e rosse nella loro gioventù; azzurre, calde e raggianti nella
mezz’età; rimpicciolite, dense e di nuovo rosse nella vecchiaia.
Con le
osservazioni astronomiche effettuate mediante potenti telescopi si è
accumulata una quantità enorme di dati. Già prima della Seconda Guerra
Mondiale, solo all’università di Harvard, un quarto di milione di
stelle erano già state classificate in quaranta classi per opera di
Annie J. Cannon. Oggi si sa molto di più come risultato
dell’esplorazione spaziale e dell’introduzione dei radiotelescopi.
L’astronomo
inglese Fred Hoyle ha svolto un’indagine dettagliata sulla vita e la
morte delle stelle. Queste sono alimentate dalla fusione dell’idrogeno
nel loro nucleo con formazione di elio. Una stella nelle prime fasi
cambia poco di dimensione e temperatura; è la condizione attuale del
nostro Sole. Ma, prima o poi, l’accumulazione continua di elio nel
caldo nucleo stellare raggiunge una certa entità e la quantità si
trasforma in qualità. Avviene un mutamento drastico, che comporta
un’improvvisa variazione di dimensione e di temperatura. La stella
subisce un’enorme espansione, mentre la superficie perde calore.
Diventa una gigante rossa.
Secondo questa
teoria, il nucleo di elio si contrae, innalzando la temperatura fino al
punto in cui i nuclei degli atomi possono fondersi per formare
carbonio, liberando nuova energia. Mentre si riscalda, si contrae
ulteriormente. A questo stadio, la vita della stella va rapidamente
verso la conclusione, poiché la fusione dell’elio genera molto meno
calore di quella dell’idrogeno. Ad un certo punto, l’energia che
occorre per mantenere l’espansione della stella contro la forza del suo
campo gravitazionale comincia a venir meno. La stella si contrae
rapidamente, crollando su di sé per diventare una nana bianca
circondata da un alone di gas, i resti degli strati esterni espulsi dal
calore della contrazione. Questi ultimi sono la base delle nebulose
planetarie. Le stelle possono rimanere in questo stato per un lungo
periodo, raffreddandosi lentamente, fino al punto in cui non possiedono
più energia sufficiente per emettere luce; allora cessano la loro
esistenza come nane nere.
Tuttavia, tali
processi sembrano relativamente tranquilli in confronto allo scenario
delineato da Hoyle per le stelle di dimensioni maggiori. Quando una
stella gigante raggiunge una fase avanzata di sviluppo, in cui la sua
temperatura interna è di 3-4 miliardi di gradi, inizia a formarsi ferro
nel nucleo. Ma ad un certo punto, la temperatura raggiunge un livello
in cui gli atomi di ferro esplodono per formare elio. A questo stadio,
la stella crolla su di sé nel giro di un secondo. Un collasso così
tremendo provoca una violenta esplosione che getta tutto il materiale
esterno lontano dal centro della stella. Questo fenomeno è noto come supernova ed è lo stesso che sbalordì gli astronomi cinesi nell’XI secolo.
Sorge la
domanda riguardo al destino di una stella che continuasse a collassare
sotto la pressione della propria gravità. Forze gravitazionali di
potenza inimmaginabile costringerebbero gli elettroni dentro gli spazi
già occupati dai protoni. Secondo una legge della meccanica
quantistica, il principio di esclusione di Pauli, due elettroni non
possono occupare lo stesso stato energetico in un atomo. È questo
principio, che agisce sui neutroni, ad impedire un crollo ulteriore. A
questo punto la stella è composta per la maggior parte di neutroni, da
cui la denominazione. Questo tipo di stella ha un raggio molto piccolo,
forse solo 10 km, ovvero circa 1/700 del raggio di una nana bianca, ed
è oltre 100 milioni di volte più densa di quest’ultima, la quale è già
estremamente densa. Una scatola di fiammiferi riempita di tale materia
peserebbe come un asteroide di un paio di chilometri di diametro.
Con una
concentrazione di massa così sbalorditiva, l’attrazione gravitazionale
di una stella di neutroni assorbirebbe tutto quello che c’è nello
spazio circostante. L’esistenza di tali stelle fu prevista a livello
teorico nel 1932 dal fisico sovietico Lev Landau e studiata
successivamente in modo più approfondito da J. R. Oppenheimer e altri.
Per un certo periodo si dubitò che tali stelle potessero esistere, ma
nel 1967 la scoperta di pulsar all’interno dei resti di supernove come
la nebulosa del Granchio diede luogo alla teoria che tali pulsar
fossero effettivamente stelle di neutroni. In tutto questo non c’è
nulla di incongruente con i principi del materialismo.
Le pulsar sono
stelle pulsanti caratterizzate da brevi ed intense emissioni di energia
ad intervalli regolari. Si stima che solo nella nostra galassia ne
possano esistere circa centomila, di cui centinaia sono già state
individuate. Si riteneva che la fonte di queste potenti onde radio
fosse appunto una stella di neutroni. Secondo la teoria, dovrebbe
possedere un campo magnetico immensamente forte. Nella stretta del
campo gravitazionale della stella di neutroni, gli elettroni potrebbero
emergere solo dai poli magnetici, perdendo energia sotto forma di onde
radio durante il processo. Le brevi emissioni di onde radio potrebbero
essere spiegate da un moto rotatorio della stella. Nel 1969, si osservò
che la luce di una stella poco luminosa nella nebulosa del Granchio
lampeggiava in modo intermittente, all’unisono con le pulsazioni delle
microonde. Era il primo avvistamento di una stella di neutroni. In
seguito nel 1982 fu scoperta una pulsar veloce, con pulsazioni 20 volte
più frequenti di quelle nella nebulosa del Granchio, cioè 642 volte al
secondo.
Negli anni ‘60
furono scoperti con i radiotelescopi dei nuovi oggetti, le quasar. Alla
fine del decennio ne erano state individuate ben 150, di cui alcune a
una distanza di nove miliardi di anni luce, se consideriamo corretti i
calcoli in base al redshift. Per essere visibili ad una tale distanza,
questi oggetti devono essere da 30 a 100 volte più luminosi di una
galassia comune. Eppure sembravano di dimensioni molto limitate. Questa
impressione ha posto difficoltà che hanno indotto alcuni astronomi a
respingere la stima della loro distanza da noi, giudicandola eccessiva.
La scoperta
delle quasar ha fornito un sostegno inatteso alla teoria del Big Bang.
L’esistenza di stelle collassate con un campo gravitazionale
enormemente forte poneva problemi che non si potevano risolvere con
l’osservazione diretta. Questo fatto ha dato il via ad un’ondata di
speculazioni, incluse le interpretazioni più singolari della teoria
della relatività generale di Einstein. Osserva Eric Lerner:
Il fascino delle misteriose quasar attirò rapidamente i giovani
ricercatori verso i calcoli arcani della relatività generale e dunque
verso i problemi cosmologici, specialmente quelli di natura matematica.
Dopo il 1964 il numero di pubblicazioni cosmologiche aumentò
rapidamente, ma la crescita in questione riguardava quasi interamente
studi di carattere teorico, studi matematici di talune problematiche
legate alla relatività generale in cui mancava totalmente la volontà di
confronto tra i risultati e le osservazioni. Già nel 1964 forse quattro
su cinque pubblicazioni cosmologiche erano teoriche, mentre solo un
decennio prima esse non costituivano che un terzo degli scritti
pubblicati.64
È
necessario distinguere chiaramente fra i buchi neri, la cui esistenza
si desume da un’interpretazione particolare della teoria generale della
relatività, e le stelle di neutroni, che sono state effettivamente
osservate. L’idea dei buchi neri ha colpito la fantasia di milioni di
persone attraverso gli scritti di autori come Stephen Hawking. Eppure
l’esistenza dei buchi neri non è accettata da tutti, né è stata
dimostrata definitivamente.
Roger Penrose,
in un saggio basato su un discorso radiofonico trasmesso nel 1973 dalla
BBC, descrive la teoria dei buchi neri come segue:
Cos’è
un buco nero? Per scopi astronomici, esso si comporta come un "corpo"
piccolo e scuro ad altissima densità. Ma non è realmente un corpo
materiale nel senso che viene comunemente attribuito al termine. Non ha
una superficie definita. Il buco nero è una regione di spazio vuoto
(sebbene singolarmente distorta) che agisce come nucleo di attrazione
gravitazionale. Un tempo il corpo materiale esisteva, ma collassò verso
l’interno vittima della propria attrazione gravitazionale. Più il corpo
si concentrava verso il nucleo, più forte diventava il campo
gravitazionale e meno il corpo era in grado di impedire un crollo
ulteriore. Ad un certo stadio si raggiunse il punto di non ritorno e il
corpo entrò nel suo "orizzonte assoluto degli eventi".
Di questo parlerò ancora più
avanti, ma per i nostri scopi immediati si può dire che è l’orizzonte
assoluto degli eventi che agisce come superficie limite del buco nero.
Questa superficie non è materiale; è semplicemente una linea di
demarcazione che separa una regione interna da una regione esterna
dello spazio. La regione interna - in cui è caduto il corpo - è
caratterizzata dal fatto che né materia, né luce, né alcun tipo di
segnale possono sfuggire, mentre la regione esterna è quella in cui è
ancora possibile che segnali o particelle materiali sfuggano verso lo
spazio esterno. La materia il cui collasso formò il buco nero è caduta
nel profondo di esso e raggiunge densità incredibili, per essere
apparentemente schiacciata fino a scomparire in quella che è nota come
"singolarità spazio-temporale", ovvero un luogo in cui le leggi
fisiche, come oggi le intendiamo, non sono più applicabili.65
Stephen Hawking
Nel 1970
Stephen Hawking avanzò la teoria per cui il contenuto energetico di un
buco nero potesse occasionalmente produrre una coppia di particelle
subatomiche, una delle quali potesse sfuggire. Questo implica che un
buco nero può evaporare, anche se ciò richiederebbe un tempo
infinitamente lungo. Infine, secondo questa visione, esso esploderebbe,
producendo una grande quantità di raggi gamma. Le teorie di Hawking
hanno suscitato molta attenzione; il suo avvincente best-seller Dal Big Bang ai buchi neri, breve storia del tempo
è stato forse il libro che più di ogni altro ha portato le nuove teorie
cosmologiche all’attenzione del pubblico. Lo stile chiaro e lineare
dell’esposizione fa apparire le complicate nozioni come semplici e
attraenti. Ma si può dire altrettanto per molte opere di fantascienza e
purtroppo sembra che sia diventato di moda per gli autori di opere
divulgative sulla cosmologia sembrare il più mistici possibili e
avanzare le teorie più bizzarre, basate su una quantità massima di
speculazione e una quantità minima di dati. I modelli matematici hanno
sostituito quasi interamente l’osservazione. La filosofia centrale di
questa scuola di pensiero è riassunta nell’aforisma di Hawking: "Non è
possibile opporsi veramente a un teorema matematico". Hawking afferma
di aver dimostrato (matematicamente), insieme a Roger Penrose, che la
teoria generale della relatività "implica che l’universo debba avere un
inizio e, forse, una fine". Alla base di tutto ciò è l’accettazione
della teoria della relatività come verità assoluta. Eppure,
paradossalmente, al momento del Big Bang la relatività generale diventa
improvvisamente irrilevante; non vale più, così come non è applicabile
nessuna delle leggi della fisica, cosicché non si può dire assolutamente niente in proposito. Niente, cioè, tranne le speculazioni metafisiche della peggiore specie. Ma a questo torneremo in seguito.
Secondo questa
teoria, il tempo e lo spazio non esistevano prima del Big Bang, momento
in cui tutta la materia dell’universo sarebbe stata concentrata in un
singolo punto infinitamente piccolo, chiamato singolarità dai
matematici. Lo stesso Hawking spiega le dimensioni in gioco in questa
notevole transazione cosmologica:
Noi
oggi sappiamo che la nostra galassia è solo una delle centinaia di
milioni di galassie che possiamo osservare con i moderni telescopi,
contenenti ciascuna qualche centinaio di milioni di stelle… Noi viviamo
in una galassia… che ha un diametro di circa centomila anni-luce e
compie un lento movimento di rotazione; le stelle situate nelle braccia
della spirale orbitano attorno al suo centro con un periodo di varie
centinaia di milioni di anni. Il Sole è soltanto una comune stella
gialla, di dimensioni medie, in prossimità del bordo interno di un
braccio della spirale. Abbiamo certamente percorso un bel tratto di
strada dal tempo di Aristotele e Tolomeo, quando si pensava che la
Terra fosse il centro dell’universo!66
In
realtà, le strabilianti quantità di materia di cui si parla non danno
un’idea precisa sulla quantità di materia nell’universo. Vengono
scoperte di continuo nuove galassie e superammassi, e il processo non
ha limiti. Avremmo pure percorso un bel tratto di strada dal tempo di
Aristotele sotto certi aspetti, ma in altri sensi sembra che siamo
molto arretrati rispetto al filosofo greco, che non avrebbe mai
commesso l’errore di parlare di un tempo prima che esistesse il tempo o
di affermare che l’intero universo fosse stato creato praticamente dal nulla.
Per ritrovare idee come queste si dovrebbe tornare indietro di
parecchie migliaia di anni fino al mito giudaico-babilonese della
Creazione.
Se qualcuno
tenta di protestare contro questo modo di procedere, viene
immediatamente condotto alla presenza del grande Albert Einstein, come
lo scolaretto indisciplinato che viene portato nell’ufficio del
preside, per ricevere una severa predica sulla necessità di avere un
maggiore rispetto per la relatività generale, sentirsi dire che non è
possibile opporsi a un teorema matematico ed essere mandato a casa
debitamente castigato.
Solo che molti
presidi sono vivi, mentre Einstein è morto e quindi non può commentare
questa particolare interpretazione delle sue teorie. Di fatto, in tutti
gli scritti di Einstein si cercherebbe invano qualsiasi riferimento al
Big Bang, ai buchi neri e simili. Lo stesso Einstein, sebbene tendesse
inizialmente verso l’idealismo filosofico, si oppose implacabilmente al
misticismo nella scienza e passò gli ultimi decenni della sua vita
lottando contro le idee idealiste soggettive di Heisenberg e di Bohr e
in realtà si avvicinò ad una posizione materialista. Sarebbe rimasto
senz’altro inorridito per il fatto che dalle sue teorie si traggano
conclusioni mistiche. Il seguente passo ne è un buon esempio:
Tutte
le soluzioni di Friedmann sono accomunate dal presupposto che in
qualche momento del passato (fra dieci e venti miliardi di anni fa) la
distanza fra galassie vicine deve essere stata nulla. A quel tempo, che
noi chiamiamo il Big Bang, la densità dell’universo e la curvatura
dello spazio-tempo devono essere state infinite. Poiché la matematica
non può trattare in realtà numeri infiniti, ciò significa che la teoria
generale della relatività (su cui si fondano le soluzioni di Friedmann)
predice che nell’universo esiste un punto in cui la teoria stessa viene
meno. Tale punto è un esempio di quella che i matematici chiamano una
singolarità. In verità tutte le nostre teorie scientifiche sono
formulate sulla base dell’assunto che lo spazio-tempo sia regolare e
quasi piatto, cosicché esse cessano di essere valide in presenza della
singolarità del Big Bang, dove la curvatura dello spazio-tempo è
infinita. Ciò significa che, quand’anche ci fossero stati degli eventi
prima del Big Bang, non li si potrebbe usare per determinare che cosa
sarebbe accaduto dopo, poiché la predicibilità verrebbe meno proprio in
corrispondenza del Big Bang. Analogamente, se - come si dà il caso -
noi conoscessimo solo ciò che è accaduto dopo il Big Bang, non potremmo
determinare che cosa è accaduto prima. Per quanto ci riguarda, gli
eventi anteriori al Big Bang non possono avere conseguenze, cosicché
non dovrebbero formare parte di un modello scientifico dell’universo.
Noi dovremmo perciò escluderli dal modello e dire che il tempo ebbe un
inizio col Big Bang.
Passaggi
come questo ci ricordano fortemente la ginnastica intellettuale degli
Scolastici del Medioevo, che discutevano su quanti angeli potessero
danzare sulla punta di uno spillo. Questo non è da intendersi come un
insulto; se la validità di un’argomentazione è determinata dalla sua coerenza interna,
allora le argomentazioni degli Scolastici erano tanto valide quanto
questa. Essi non erano degli imbecilli, bensì logici e matematici
estremamente capaci, che ergevano costruzioni teoriche elaborate e
perfette come le cattedrali medievali. Bastava solo accettare le loro
premesse e ogni tassello andava al suo posto. Il problema è se le
premesse originali sono valide o meno. Questo è un problema generale
della matematica nel suo complesso e ne è una debolezza di fondo. E
questa teoria poggia fortemente sulla matematica.
"A quel tempo, che noi chiamiamo il Big Bang…" Ma se non c’era tempo, come facciamo a parlare di un "tempo"? Si dice che il tempo sia iniziato
a quel punto. Allora, cosa c’era prima del tempo? Un tempo in cui non
c’era tempo! È lampante il carattere contraddittorio di questa idea. Il
tempo e lo spazio sono il modo di esistere della materia. Se non
c’erano né tempo, né spazio, né materia, cosa c’era? Energia? Ma
l’energia, come spiega Einstein, è solo un’altra manifestazione della
materia. Un campo di forza? Ma anche questo è energia, quindi il
problema rimane e si può rimuovere solo se diciamo che prima del Big
Bang non c’era… niente.
Il problema è:
come è possibile passare dal nulla a qualcosa? Per i credenti, non c’è
problema; Dio creò l’universo dal nulla. Questa è la dottrina della
Chiesa cattolica, della creazione ex nihilo. Hawking se ne rende conto, come afferma proprio nella riga successiva:.
A
molte persone l’idea che il tempo abbia avuto un inizio non piace,
probabilmente perché questa nozione sa un po’ di intervento divino (la
Chiesa cattolica, d’altra parte, si impadronì del modello del Big Bang
e nel 1951 dichiarò ufficialmente che esso è in accordo con la Bibbia).
Hawking
stesso non vuole accettare questa conclusione, ma è inevitabile farlo.
Tutto il pasticcio nasce da una concezione filosoficamente scorretta
del tempo. Ne fu in parte responsabile Einstein, poiché sembrava
introdurre un elemento soggettivo confondendo la misurazione del tempo
col tempo stesso. Anche qui la reazione contro la vecchia fisica
meccanica di Newton è stata portata all’estremo. La questione non è se
il tempo sia "relativo" o "assoluto". Il problema è se sia oggettivo o
soggettivo, cioè se il tempo è il modo di esistere della materia,
oppure un concetto del tutto soggettivo che esiste nella mente ed è
determinato dall’osservatore. Hawking adotta chiaramente una visione
soggettiva del tempo quando scrive:
Le
leggi del moto di Newton misero fine all’idea di una posizione assoluta
nello spazio. La teoria della relatività si è liberata anche del tempo
assoluto. Consideriamo due gemelli e supponiamo che uno vada a vivere
sulla cima di una montagna, mentre l’altro rimanga al livello del mare.
Il primo gemello invecchierà più rapidamente del secondo, cosicché,
quando essi torneranno a incontrarsi, uno dei due sarà più vecchio
dell’altro. In questo caso la differenza di età sarebbe molto piccola.
Si avrebbe invece una differenza di età molto maggiore (…) se uno dei
due gemelli partisse per un lungo viaggio su un’astronave lanciata
nello spazio interstellare a una velocità prossima a quella della luce.
Al suo ritorno, l’astronauta sarebbe molto più giovane del suo gemello
rimasto sulla Terra. Questo caso è noto come il paradosso dei gemelli,
ma è un paradosso solo se nel fondo della propria mente non si riesce
ad andare oltre l’idea di un tempo assoluto. Nella teoria della
relatività non esiste un’unica assoluta misura del tempo, ma ogni
individuo ha la propria, che dipende da dove si trova e da come si sta
muovendo.67
Che
ci sia un elemento soggettivo nella misurazione del tempo non è in
discussione. Misuriamo il tempo secondo un determinato punto di
riferimento che può variare, ed effettivamente varia, da un luogo
all’altro; l’ora di Londra è diversa dall’ora di Sidney o di New York.
Ma ciò non significa che il tempo è puramente soggettivo. I processi
oggettivi nello spazio si svolgono indipendentemente dal fatto che noi
li possiamo misurare o meno. Il tempo, lo spazio e il moto sono
oggettivi per la materia e non hanno né inizio né fine.
Qui è interessante notare quanto aveva da dire Engels in proposito:
Andiamo
avanti. Dunque il tempo ha avuto un principio. Che cosa c’era prima di
questo principio? Il mondo che si trovava in uno stato uguale a se
stesso, immutabile. E poiché in questo stato non abbiamo mutamenti
successivi, anche il concetto più specifico di tempo si trasforma
nell’idea più generale dell’essere. In primo luogo, qui a noi non interessa affatto quali concetti si trasformino in testa a Dühring. Non si tratta del concetto di tempo, ma del tempo reale
e di questo Dühring non si libererà tanto a buon mercato. In secondo
luogo, per quanto il concetto di tempo possa trasformarsi nell’idea più
generale dell’essere, non perciò noi faremo un passo avanti. Infatti,
le forme fondamentali di tutto l’essere sono spazio e tempo, e un
essere fuori del tempo è un assurdo altrettanto grande quanto un essere
fuori dello spazio.
L’"essere trascorso senza
tempo" di Hegel, il neo-Schellingiano "essere impensabile in
precedenza" sono idee razionali in confronto a questo essere fuori del
tempo. Perciò Dühring si mette all’opera con molta cautela: parlando
con precisione, probabilmente c’è un tempo, ma è un tempo tale che in
fondo non si può chiamare tempo; il tempo, invero, in se stesso, non
consta di parti reali e solo dal nostro intelletto viene
arbitrariamente diviso; solo un tempo realmente riempito di fatti
distinguibili appartiene alla sfera del numerabile. Che cosa possa
significare l’accumularsi di un vuoto durare è cosa che non si può
assolutamente pensare. Che cosa possa significare questo accumularsi è
qui assolutamente indifferente; ci si chiede se il mondo, nello stato
che qui è presupposto, dura, ha una durata nel tempo. Che a misurare
una tale durata priva di contenuto, non si ricavi niente, precisamente
come a misurare lo spazio vuoto senza scopo, e senza meta, è cosa che
sappiamo già da lungo tempo ed anzi, proprio per via dell’insulsaggine
di questo procedere, Hegel questa infinità la chiama anche la cattiva infinità.68
Esistono le singolarità?
Un buco nero e
una singolarità non sono la stessa cosa. Non c’è niente in via di
principio che escluda la possibile esistenza di buchi neri stellari,
intesi come stelle di grandi dimensioni collassate in cui la forza di
gravità è così immensa che nemmeno la luce può sfuggire dalla loro
superficie. L’idea non è nemmeno nuova; fu prevista nel XVIII secolo da
John Mitchell, il quale osservò che una stella sufficientemente
massiccia avrebbe intrappolato la luce. Egli giunse a questa
conclusione in base alla teoria classica della gravitazione di Newton;
la relatività generale non c’entrava.
Tuttavia, la
teoria di Hawking e Penrose va ben oltre i fatti osservati e, come
abbiamo visto, trae delle conclusioni che si prestano ad ogni genere di
misticismo, anche se non era questa la loro intenzione. Eric Lerner
considera poco fondata l’idea di buchi neri supermassicci al centro
delle galassie. Insieme ad Anthony Peratt, ha dimostrato come tutte le
caratteristiche associate a questi buchi neri supermassicci, quasar
ecc. possono essere meglio interpretati come fenomeni elettromagnetici.
Tuttavia, ritiene che siano più consistenti i dati a favore
dell’esistenza di buchi neri di dimensioni stellari, poiché questo si
basa sulla rilevazione di fonti di raggi X troppo intense per essere
stelle di neutroni. Ma anche in questo caso le osservazioni non
costituiscono affatto una prova definitiva.
Le astrazioni
della matematica sono utili strumenti per capire l’universo, a una
condizione: che non perdiamo di vista il fatto che anche il miglior
modello matematico è solo una rozza approssimazione della realtà. I
problemi cominciano quando si inizia a confondere il modello con il
fenomeno reale. Hawking rivela inconsciamente la debolezza di questo
metodo nel brano già citato; egli suppone che la densità
dell’universo al momento del Big Bang fosse infinita, senza spiegarne
il motivo, e poi aggiunge, con un ragionamento più strano, che, "poiché
la matematica non può trattare in realtà numeri infiniti", la teoria
della relatività a questo punto viene meno. A questo bisogna aggiungere
"e tutte le leggi note alla fisica", poiché col Big Bang viene meno non
solo la relatività generale, bensì tutta la scienza. Non è solo che non
sappiamo cosa avvenne prima di questo punto, ma che non possiamo saperlo.
Qui si torna alla teoria di Kant sull’inconoscibilità della cosa in sé.
In passato era il ruolo della religione e di certi filosofi idealisti,
come Hume e Kant, a porre un limite alla comprensione umana. Si
permetteva alla scienza di andare solo fino ad un certo punto e non
oltre. Oltre il limite posto al procedere dell’intelligenza umana
cominciavano il misticismo, la religione e l’irrazionalità. Eppure
tutta la storia della scienza è la storia di come è stata abbattuta una
barriera dopo l’altra; quello che per una generazione sembrava
inconoscibile diventava un libro aperto per quella successiva. Tutta la
scienza si basa sul presupposto che l’universo può essere conosciuto.
Ora, per la prima volta, sono degli scienziati a porre limiti alla
conoscenza, una situazione straordinaria e un triste commento alla
condizione attuale della fisica teorica e della cosmologia.
Consideriamo
le implicazioni del brano citato: a) visto che le leggi della scienza,
compresa la relatività generale (la quale dovrebbe costituire la base
di tutta la teoria), vengono meno al momento del Big Bang, è
impossibile sapere che cosa, se qualcosa, avveniva prima di esso; b)
anche se ci fossero stati eventi precedenti al Big Bang, non hanno
rilevanza per quello che avvenne dopo; c) non ne possiamo sapere
niente, e quindi d) dobbiamo semplicemente "escluderli dal modello e
dire che il tempo ebbe inizio col Big Bang".
La sicurezza
con cui si fanno queste affermazioni è davvero sbalorditiva. Ci viene
chiesto di accettare un limite assoluto alla nostra capacità di capire
i problemi fondamentali della cosmologia, in pratica di non porre
domande (perché tutte le domande sul tempo prima del tempo sono senza
senso) e che dobbiamo accettare senza discussioni il fatto che il tempo
iniziò col Big Bang. In questo modo, Hawking semplicemente suppone ciò
che sarebbe da dimostrare. Alla stessa maniera, i teologi affermano che
Dio creò l’universo e, quando si chiede chi creò Dio, rispondono che
tali domande non rientrano nelle competenze dei mortali. Su una cosa
però siamo d’accordo: tutta la faccenda infatti "sa un po’ di
intervento divino". Anzi, lo implica necessariamente.
Nella sua polemica contro Dühring, Engels osserva che è impossibile che il moto nasca dall’immobilità, che qualcosa nasca dal nulla:
"Senza un atto di creazione non possiamo mai arrivare dal nulla a
qualcosa, anche se il qualcosa fosse tanto piccolo quanto un
differenziale matematico"69.
Pare
che la difesa principale di Hawking sia che la teoria alternativa al
Big Bang proposta da Fred Hoyle, Thomas Gold e Hermann Bondi - quella
del cosiddetto stato stazionario - risulta falsa. Dal punto di vista
del materialismo dialettico non è stata mai una questione di scelta fra
queste due teorie; l’una era cattiva quanto l’altra. Anzi, la teoria
dello stato stazionario, che ipotizzava la creazione continua di
materia dal nulla nello spazio, era semmai ancora più mistica della sua
rivale. Il fatto stesso che una tale idea potesse essere presa sul
serio dagli scienziati è in sé un’amara dimostrazione della confusione
filosofica che tormenta la scienza da lungo tempo.
Gli antichi
già comprendevano che "dal nulla non viene nulla". Questo fatto è
espresso da una delle leggi fondamentali della fisica, quella della
conservazione dell’energia. L’affermazione di Hoyle per cui si
tratterebbe solo di una quantità minima non cambia niente e ricorda
l’ingenua signorina che, rimasta incinta, cerca di calmare l’ira di suo
padre rassicurandolo che si tratta di un bambino "piccolo piccolo".
Nemmeno la più infima particella di materia (o di energia, che è la
stessa cosa) può essere mai creata né distrutta e quindi la teoria
dello stato stazionario era condannata fin dall’inizio.
Inizialmente
la teoria di Penrose della "singolarità" non aveva nulla a che fare con
l’origine dell’universo; prevedeva semplicemente che una stella che
collassa sotto la propria gravità sarà intrappolata in una regione la
cui superficie si riduce prima o poi a zero. Tuttavia, nel 1970 Penrose
e Hawking pubblicarono un documento nel quale ritennero di aver
dimostrato che lo stesso Big Bang era una tale "singolarità", a
condizione "che la relatività generale sia corretta e che l’universo
contenga tanta materia quanta ne osserviamo".
Ci
furono molte opposizioni al nostro lavoro, sia da parte dei russi in
conseguenza della loro fede marxista nel determinismo scientifico, sia
da parte di persone che ritenevano che l’idea di singolarità fosse
ripugnante e che deturpasse la bellezza della teoria di Einstein. In
realtà, però, non è possibile opporsi veramente a un teorema
matematico, cosicché infine il nostro lavoro fu generalmente accettato
e oggi quasi tutti ammettono l’ipotesi che l’universo abbia avuto
inizio con la singolarità del Big Bang.
La
relatività generale ha dimostrato di essere uno strumento molto
potente, ma ogni teoria ha i propri limiti e in questo caso si ha
l’impressione che essa venga spinta appunto al limite. È impossibile
dire quanto tempo passerà prima che la relatività generale sia
sostituita da un insieme di idee più ampio e comprensivo, ma è chiaro
che questa particolare applicazione ci ha condotti a un vicolo cieco.
Per quanto riguarda la quantità di materia presente nell’universo, non
si avrà mai un dato definitivo, poiché non ha limite. È tipico di
questa gente essere talmente immersa nelle equazioni matematiche da
dimenticare la realtà. Di fatto le equazioni hanno sostituito la realtà.
Essendo
riuscito a convincere molta gente, in base al fatto che "non è
possibile opporsi veramente a un teorema matematico", Hawking ha
cominciato a ripensarci:
È
forse un’ironia che, avendo cambiato parere, io cerchi ora di
convincere altri fisici che in realtà non ci fu alcuna singolarità
all’inizio dell’universo; come vedremo, tale singolarità potrà
scomparire qualora si tenga conto degli effetti quantistici.
La
natura arbitraria di questo metodo nel suo complesso è dimostrata dallo
straordinario mutamento d’opinione da parte di Hawking. Ora afferma che
l’universo non è iniziato con una singolarità. Perché? Cosa è cambiato?
Non disponiamo di una maggiore quantità di dati rispetto al passato;
tutte queste svolte e contorsioni avvengono nel mondo dell’astrazione
matematica.
La teoria di
Hawking dei buchi neri rappresenta un’estensione dell’idea della
singolarità a particolari regioni dell’universo. È piena di elementi
contraddittori e mistici. Consideriamo il seguente brano, che descrive
l’eccezionale scenario in cui un astronauta precipita in un buco nero:
Le
ricerche compiute fra il 1965 e il 1970 insieme a Roger Penrose
dimostrarono che, secondo la relatività generale, in un buco nero deve
esserci una singolarità di densità e di curvatura dello spazio-tempo
infinite. Un buco nero è un po’ come il Big Bang all’inizio del tempo,
solo che sarebbe la fine del tempo per l’astro che subisce il collasso
e per l’astronauta. In questa singolarità le leggi della scienza e la
nostra capacità di predire il futuro verrebbero meno.Tuttavia, un
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