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Abbiamo bisogno di una filosofia?
Prima di cominciare, può
sorgere spontanea la domanda: "ma ne vale proprio la pena?". È davvero
indispensabile interessarsi ai complessi problemi della scienza e della
filosofia? A tale domanda si possono dare due risposte: se con essa
intendiamo chiederci se sia proprio necessaria una tale conoscenza per
affrontare al meglio la nostra esistenza quotidiana, la risposta non
può essere che negativa; se invece il nostro scopo è quello di
costruire per noi stessi una comprensione razionale del mondo in cui
viviamo e dei processi fondamentali in atto in natura, nella società e
nel nostro pensiero, allora le cose appaiono sotto una luce diversa.
Può sembrare strano, ma tutti
hanno una propria "filosofia", se definiamo la filosofia come un
particolare modo di vedere il mondo. Tutti noi siamo convinti di saper
distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo; queste sono
invece problematiche talmente complesse da aver impegnato a fondo, nel
corso della storia, le più grandi menti. Molte persone, poste di fronte
alla tremenda realtà di avvenimenti come le guerre fratricide nell’ex
Jugoslavia, la diffusione della disoccupazione di massa o i massacri
del Ruanda, ammetteranno di non essere in grado di comprendere tali
avvenimenti e mostreranno una certa propensione a ricorrere a vaghi
accenni alla "natura umana". Cosa rappresenta dunque questa misteriosa
"natura umana", considerata da molti la suprema fonte dei nostri mali,
inalterabile per l’eternità? Si tratta di una questione profondamente
filosofica, cui non molti si azzarderebbero a rispondere. Quelli dotati
di una mentalità religiosa potrebbero senz’altro rispondere che Dio
nella Sua saggezza ci ha creati così. Perché mai chiunque sia tenuto ad
adorare un’entità capace di perpetrare uno scherzo di tale perfidia
alle proprie creature, questo è un problema completamente diverso.
Si sbaglia chi
si ostina a sostenere di non avere una propria filosofia. La natura
aborrisce il vuoto; chi è sprovvisto di un proprio punto di vista
filosofico elaborato coerentemente è destinato inevitabilmente a
riflettere e a far proprie le idee e con esse i pregiudizi della
società e dell’ambiente in cui vive. Ciò significa, in questo contesto,
che avrà la testa infarcita di idee inculcategli dai giornali, dalla
televisione, dal pulpito o dalla cattedra, idee che sono il riflesso
degli interessi e della morale della società presente.
La maggior
parte della gente riesce, di solito, ad arrangiarsi nel corso della
propria vita, fino al momento in cui un grande sconvolgimento non la
costringe a riconsiderare il tipo di idee e i valori nei quali era
cresciuta e immersa. La crisi della società la costringe a porre in
discussione molte cose che aveva dato per scontate. In tali momenti,
idee che sembravano lontane assumono improvvisamente una urgente
rilevanza. Chiunque desideri comprendere la vita e non concepirla come
una serie di eventi casuali senza significato, o subirla come una
logorante routine a cui non si presta attenzione, deve occuparsi di
filosofia, cioè elevare il pensiero oltre i problemi immediati
dell’esistenza quotidiana. Solo in questa maniera possiamo cominciare a
realizzare il nostro potenziale di esseri umani coscienti, dotati di
volontà e capaci di prendere controllo del proprio destino.
Tutti noi
siamo coscienti del fatto che nella vita le cose che contano richiedano
un certo sforzo. Lo studio della filosofia, per sua stessa natura,
comporta certe difficoltà, in quanto tratta argomenti lontani
dall’esperienza ordinaria; anche la terminologia presenta delle
difficoltà perché le parole assumono un significato che non corrisponde
necessariamente all’uso corrente, ma questo discorso vale per la
filosofia come per gli altri settori specializzati del sapere,
dall’ingegneria alla psicanalisi. Un secondo ostacolo è più rilevante.
Nel secolo scorso, quando Marx ed Engels pubblicarono per la prima
volta i loro scritti sul materialismo dialettico, essi potevano
supporre che molti tra i loro lettori avessero per lo meno una
conoscenza di base della filosofia classica, compresa quella di Hegel.
Oggigiorno non sarebbe possibile partire dallo stesso presupposto: la
filosofia non occupa più il posto che aveva in passato, dato che la
funzione di riflettere sulla natura dell’universo e della vita è da
tempo ricoperto dalle scienze. L’esistenza di potenti radiotelescopi e
di astronavi rende, ad esempio, ridondanti le congetture sulla natura e
sulle dimensioni del nostro sistema solare. Persino i misteri
dell’animo umano vengono messi a nudo, a poco a poco, dai progressi
della neurobiologia e della psicologia. La situazione è molto meno
soddisfacente nel regno delle scienze sociali perché in questo campo
l’amore per la conoscenza esatta non di rado perde d’intensità mano a
mano che i progressi della scienza minacciano d’intaccare i potenti
interessi materiali che governano la vita della gente.
I grandi
progressi compiuti da Marx ed Engels nella sfera dell’analisi sociale,
della storia e dell’economia non rientrano nell’ambito del presente
lavoro. Basti rilevare a questo proposito che le teorie del marxismo in
campo sociale hanno rappresentato il fattore decisivo di sviluppo delle
scienze sociali moderne, nonostante gli attacchi, sferrati con costanza
e non di rado con malignità, a cui esse sono state sottoposte fin
dall’inizio. Per inciso, il fatto che tali attacchi non solo
continuino, ma tendano ad aumentare d’intensità col passare del tempo è
una prova indiretta della vitalità del marxismo.
Nelle epoche
passate lo sviluppo della scienza, sempre legato strettamente allo
sviluppo delle forze produttive, non aveva raggiunto un livello
sufficientemente alto da permettere agli uomini di capire il mondo in
cui vivevano. In mancanza di conoscenze scientifiche, o dei mezzi
materiali per ottenerle, essi erano costretti a fare affidamento
sull’unico strumento che possedevano e che potesse aiutarli a capire il
mondo e quindi ad acquisire potere su di esso: la mente umana. La lotta
per capire il mondo era associata strettamente alla lotta che l’umanità
conduceva per emanciparsi da un livello d’esistenza puramente animale,
impadronirsi delle cieche forze della natura e diventare libera nel
senso reale, e non solo formale, di questa parola. Questa lotta è un
filo rosso che attraversa tutta la storia umana.
Il ruolo della religione
L’uomo è proprio matto; non saprebbe creare un verme,
eppure crea dèi a dozzine (Montaigne).
Tutta la mitologia supera e domina e plasma
le forze della natura nell’immaginazione
e attraverso l’immaginazione; quindi scompare con l’avvento
di una vera padronanza su di esse (Marx, Grundrisse).
Gli animali
non conoscono la religione e nel passato si diceva che questa fosse la
principale differenza fra esseri umani e "bruti", ma questo è solo un
altro modo per dire che solo gli esseri umani possiedono una coscienza
nel pieno senso della parola. In tempi più recenti c’è stata una
generale reazione contro l’idea che l’uomo sia frutto di una Creazione
speciale ed unica. Ciò è indubbiamente corretto, nel senso che gli
esseri umani si sono evoluti dagli animali e, in molti aspetti
importanti, animali rimangono. Molte funzioni biologiche ci accomunano
agli altri animali e la differenza genetica fra l’uomo e lo scimpanzé è
pari a meno del due per cento del corredo genetico. Questo solo fatto
di per sè fornisce una risposta schiacciante alle frottole dei
creazionisti.
Recenti
ricerche sugli scimpanzé bonobo hanno dimostrato oltre ogni dubbio che
i primati più vicini agli esseri umani sono capaci di un livello di
attività mentale simile, sotto certi aspetti, a quello di un bambino. È
una prova rilevante della parentela genetica fra esseri umani e primati
superiori. La validità dell’analogia però si esaurisce entro questi
limiti; nonostante tutti gli sforzi degli sperimentatori, i bonobo in
cattività non sono arrivati a parlare o a formare un attrezzo che
assomigli anche lontanamente ai più semplici utensili creati dagli
ominidi primitivi. Questo due per cento di differenza fra uomo e
scimpanzé segna il salto qualitativo da animale ad essere umano,
conseguito non tanto grazie all’intervento di un supposto Creatore,
quanto in base allo sviluppo del cervello per mezzo del lavoro manuale.
L’abilità di
produrre anche il più semplice utensile di pietra comporta un alto
livello di capacità mentale e di pensiero astratto. La capacità di
selezionare pietre del tipo giusto e di scartarne altre, la scelta
dell’angolo corretto a cui colpire la pietra e l’uso della forza
esattamente necessaria, sono tutte azioni intellettuali di grande
complessità che presuppongono un livello di pianificazione e di
previsione non riscontrabili nemmeno nei primati più avanzati.
Tuttavia, l’uso e la produzione di utensili di pietra non furono
risultato di una pianificazione cosciente ma furono imposti ai remoti
antenati dell’uomo dalla necessità. Non fu la coscienza a generare
l’umanità, semmai furono le condizioni necessarie all’esistenza umana
che condussero ad un cervello più grande, al linguaggio e alla cultura,
religione compresa.
L’esigenza
umana di capire il mondo era intimamente intrecciata alla necessità di
sopravvivere. Quegli uomini primitivi che scoprirono l’uso di
raschiatoi di pietra per macellare animali dalla pelle spessa ottennero
un considerevole vantaggio sulle altre genti cui era negato l’accesso
ad una così ricca fonte di grassi e di proteine. Chi perfezionava i
propri utensili di pietra ed era capace di individuare i giacimenti dei
materiali migliori aveva maggiori probabilità di sopravvivere rispetto
a chi non faceva altrettanto. Allo sviluppo della tecnica si
accompagnarono lo sviluppo della mente e l’esigenza di spiegare i
fenomeni della natura, che governavano l’esistenza di ogni essere
vivente. Nell’arco di milioni di anni, grazie ai tentativi e agli
errori, i nostri antenati iniziarono a stabilire relazioni fra le cose,
cominciando in questo modo a concepire astrazioni, ovvero generalizzazioni a partire dall’esperienza e dalla pratica.
Per molti
secoli il rapporto fra pensiero ed essere è stato il tema centrale
della filosofia. La maggior parte della gente conduce la propria vita
tranquillamente senza neppure porsi questo problema; pensa e agisce,
parla e lavora senza la minima difficoltà; neppure lontanamente
verrebbe a sfiorare la sua mente il pensiero che queste due attività
umane fondamentali, che nella pratica sono tra loro intrecciate
indissolubilmente, siano incompatibili. Anche l’azione più elementare
richiede una certa attività mentale, se escludiamo le reazioni semplici
determinate biologicamente. In una certa misura questo è vero non solo
per gli esseri umani ma anche per gli animali, come un gatto che tende
un agguato ad un topo. Nell’uomo però la natura del pensiero e della
pianificazione hanno un carattere qualitativamente superiore a
qualsiasi altro essere vivente, comprese le scimmie più avanzate.
La capacità di
pensiero astratto consente agli esseri umani di trascendere la
situazione immediata percepita dai sensi. Ciascuno di noi può
visualizzare non soltanto situazioni passate (anche gli animali hanno
memoria, come prova il cane che abbassa la testa per paura quando vede
un uomo prendere un bastone) ma anche future; possiamo prevedere
situazioni complesse, pianificarle e quindi stabilirne l’esito,
possiamo quindi determinare il nostro destino, almeno in una certa
misura: una conquista di portata enorme, tale da creare una distinzione
netta tra l’umanità e il resto della natura.
Quello
che distingue il ragionamento umano - rileva il celebre studioso della
preistoria Gordon Childe - è che può andare immensamente più lontano,
dalla situazione di fatto presente, di quanto pare possa mai giungere
il ragionamento di qualsiasi altro animale.6
Questa
facoltà è la fonte da cui sono scaturite le multiformi creazioni della
civiltà, della cultura, dell’arte, della musica, della letteratura,
della scienza, della filosofia e della religione. Diamo inoltre per
assodato il fatto che tutto ciò non sia caduto dal cielo ma sia il
prodotto di milioni di anni di sviluppo.
Anassagora, un
filosofo greco vissuto tra il 500 e il 428 a.C., enunciò, in base ad
una brillante deduzione, l’idea che lo sviluppo mentale dell’uomo fosse
dipeso dalla possibilità di utilizzare liberamente le mani. Engels
descrisse con precisione il processo con cui tale transizione si era
compiuta e pubblicò le sue idee in un suo articolo di grande
importanza, La parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia,
dimostrando che la postura eretta, il poter disporre liberamente delle
mani per il lavoro, la forma da esse assunta con il pollice opponibile
alle altre dita in modo tale da serrarle in una presa, furono le
precondizioni fisiologiche per la costruzione di utensili il cui uso
rappresentò, a sua volta, lo stimolo principale allo sviluppo
cerebrale. Il linguaggio, inseparabile dal pensiero, sorse esso stesso
dalle esigenze della produzione sociale, ovvero dalla necessità di
realizzare funzioni complesse tramite la cooperazione. Queste teorie
avanzate da Engels sono state confermate dalle più recenti scoperte
della paleontologia, che dimostrano che le scimmie ominidi comparvero
molto tempo prima di quanto si fosse in precedenza ritenuto possibile e
che esse erano dotate di un cervello non più grande di quello dello
scimpanzé moderno. Vale a dire che lo sviluppo del cervello venne dopo
la produzione degli attrezzi e come conseguenza di essa. Non è vero
dunque che "In principio era il Verbo"; al contrario, come dichiarava
il poeta tedesco Goethe, "In principio era il Fatto". La capacità di
affrontare il pensiero astratto è inseparabile dal linguaggio. Il
professor Gordon Childe osserva:
Il
ragionare e tutto ciò che noi chiamiamo pensare, compreso quello dello
scimpanzé, deve implicare le operazioni mentali con ciò che gli
psicologi chiamano immagini. Un’immagine visiva, una pittura
mentale, diciamo, di una banana può sempre diventare l’immagine di una
particolare banana in una particolare posizione. Al contrario, una
parola è, come si è spiegato, più generale e astratta, perché ha
eliminato proprio quegli aspetti accidentali che costituiscono
l’individualità di ogni banana reale. Le immagini mentali delle parole
(rappresentazioni del suono o dei movimenti muscolari necessari per
emetterlo) formano dei gettoni molto adatti per pensare. Il pensare col
loro aiuto possiede necessariamente proprio quelle qualità di
astrattezza e generalizzazione che pare manchino all’animale pensante.
Gli uomini possono pensare, come parlare, della classe di oggetti
chiamati "banane"; lo scimpanzé non va mai oltre "quella banana in quel
tubo". In questo modo, lo strumento sociale denominato linguaggio ha
contribuito a ciò che è stato descritto enfaticamente come
"l’emancipazione dell’uomo dalla schiavitù del concreto".7
Così,
in un arco di tempo molto lungo, gli uomini primitivi furono capaci di
concepire l’idea generica, poniamo, di pianta o di animale, sorta dalla
concreta osservazione di molte piante e di molti animali specifici.
Giunti alla nozione generica di "pianta", non era più possibile
raffigurarsi un determinato fiore o arbusto, bensì ciò che di comune
ogni fiore o arbusto presentano, l’essenza di una pianta, il suo essere
interno. A suo paragone i tratti peculiari delle singole piante
divengono secondari e transitori, mentre ciò che è permanente ed
universale è contenuto nella nozione generale. Dunque possiamo
immaginare la nozione di pianta, ma non la potremmo mai vedere con i
nostri occhi, poiché si tratta di un’astrazione mentale, a differenza
di fiori o arbusti determinati, eppure essa esprime in modo più
profondo e più fedele ciò che di essenziale costituisce la natura della
pianta quando questa è spogliata di tutte le sue caratteristiche
contingenti.
Ad ogni modo
le astrazioni dei primi esseri umani avevano un carattere tutt’altro
che scientifico. Erano il risultato di esplorazioni preliminari,
paragonabili alle impressioni di un bambino, intuizioni ed ipotesi, a
volte sbagliate, ma sempre audaci e fantasiose. Agli occhi dei nostri
remoti progenitori il sole doveva apparire come un grande essere capace
di scaldarli, o di bruciarli.
La Terra era
un gigante addormentato, il fuoco un animale feroce che mordeva chi
osava toccarlo. I primi esseri umani sperimentarono il fenomeno dei
tuoni e dei lampi e da esso saranno stati terrorizzati, come ancora
oggi succede ad animali e persone. Ma, a differenza degli animali, gli
uomini sentivano la necessità di cercare una spiegazione generale del
fenomeno. Sprovvisti di una qualsiasi conoscenza scientifica, la
spiegazione poteva essere solo sovrannaturale, come quella di un
qualche dio che colpiva un’incudine col martello. Alle nostre orecchie
una tale spiegazione suona solo divertente, come le ingenue spiegazioni
dei bambini; tuttavia per l’epoca di cui stiamo parlando si trattava di
ipotesi estremamente importanti, in quanto rappresentavano un tentativo
di individuare una causa razionale del fenomeno. In essa gli uomini
astraevano dalla loro esperienza immediata e vedevano qualcosa di
assolutamente separato da essa. La forma più caratteristica della
religione primitiva è l’animismo, la nozione che ogni cosa,
animata o inanimata, debba essere dotata di uno spirito. Possiamo
riconoscere tale intuizione alla base della reazione spontanea del
bambino che schiaffeggia il tavolo contro il quale ha sbattuto la
testa. Così i primi esseri umani, come certe popolazioni ancora oggi,
erano soliti chiedere perdono allo spirito dell’albero che si
accingevano ad abbattere. L’animismo infatti appartiene ad un periodo
in cui l’umanità non si è ancora separata pienamente dal mondo animale
e dalla natura in generale.
La vicinanza
degli uomini al mondo degli animali è testimoniata dalla freschezza e
dalla bellezza dell’arte delle caverne, in cui cavalli, cervi e bisonti
sono rappresentati con una naturalezza che non può più essere catturata
dall’artista moderno, a simboleggiare l’infanzia della razza umana,
scomparsa per non tornare più. Possiamo solo immaginare la psicologia
di questi nostri antenati remoti; ad ogni modo, unendo le scoperte
dell’archeologia a quelle dell’antropologia è possibile ricostruire,
almeno nelle linee essenziali, il mondo da cui siamo emersi. Nel suo
classico studio antropologico sull’origine del sentimento magico e
della religione, James Frazer scrive:
Il
selvaggio concepisce a malapena la distinzione fra naturale e
sovrannaturale, comune fra i popoli più avanzati. Ai suoi occhi il
mondo appare in gran misura governato da agenti sovrannaturali dotati
di personalità propria, che agiscono in base ad impulsi e a motivazioni
simili a quelli umani e che sono, come lui stesso, sensibili e
vulnerabili e possono essere toccati da appelli ai loro sentimenti di
pietà, di speranza e di paura. Nell’ambito di un mondo così concepito
egli non scorge limiti al potere di influenzare il corso della natura a
proprio vantaggio. Preghiere, promesse o minacce sono le armi a sua
disposizione per assicurarsi il bel tempo e un raccolto abbondante per
opera degli dèi; e se capitasse, come a volte egli crede, che un dio si
incarni nella sua persona, allora non ha bisogno di appellarsi ad un
essere superiore: egli, il selvaggio, possiede in se stesso tutti i
poteri necessari per assicurare il proprio benessere e quello degli
altri uomini.8
La
nozione di anima dotata di esistenza separata dal corpo può essere
ascritta al periodo più remoto dello stato selvaggio. La base razionale
di questa concezione è chiara: nel sonno l’anima sembra lasciare il
corpo per peregrinare tra i sogni. L’analogia tra sonno e morte
(Shakespeare lo definì "il secondo io della morte") suggerì per
estensione l’idea che l’anima potesse continuare ad esistere anche dopo
la morte. Gli esseri umani primitivi conclusero che dovesse esistere
qualcosa posto all’interno dei loro stessi corpi, ma allo stesso tempo
da questi separato: l’anima, dominatore del corpo e capace di cose
incredibili, anche durante il sonno. Essi, notando che dalla bocca
degli anziani scaturivano parole di saggezza, dovevano trarre la
conclusione che mentre il corpo perisce l’anima sopravvive. Nell’animo
di popoli abituati a concepire l’idea della migrazione, la morte era
considerata alla stregua di una migrazione dell’anima e, per
affrontarla, si ritenevano necessarie provviste di cibo ed un adeguato
equipaggiamento per il viaggio.
In una fase
precoce tali spiriti non trovavano una dimora fissa ed erravano, di
solito causando sciagure e guai, obbligando i vivi ad ogni sorta di
pratiche per placarli. Tale dev’essere stata l’origine delle cerimonie
religiose. Infine deve essere sorta l’idea che fosse possibile, con la
preghiera, conquistare l’appoggio di tali spiriti. In questa fase
religione (magia), arte e scienza non erano fra loro distinguibili.
Mancando dei mezzi per esercitare un effettivo potere sull’ambiente,
gli uomini primitivi tentarono di raggiungere il loro scopo intessendo
una rete di relazioni magiche con la natura per assoggettarla alla loro
volontà.
L’atteggiamento
dei primi esseri umani nei confronti di questi dèi, spiriti e feticci
era di natura assai pragmatica: la preghiera era finalizzata ai
risultati. Un uomo, plasmata un’immagine con le proprie mani, vi si
prostrava davanti. Se il risultato desiderato non veniva conseguito,
egli malediceva e colpiva l’idolo, al fine di estorcere con la violenza
quello che non era riuscito ad ottenere con la supplica. In questo
strano mondo popolato da sogni e fantasmi, questo cosmo dominato dalla religione,
la mente primitiva collegava ogni avvenimento all’opera di spiriti
invisibili: ogni cespuglio o torrente era un essere vivente e poteva
essere amichevole o ostile; ogni evento fortuito, sogno, dolore o
sensazione, era prodotto da uno spirito. Le spiegazioni di natura
religiosa colmavano il vuoto lasciato dall’inconsistenza delle
conoscenze delle leggi naturali. Persino la morte non era considerata
un evento naturale, doveva essere il risultato di una qualche offesa
agli dèi.
Nel corso di
gran parte dell’esistenza della razza umana, il pensiero degli uomini e
delle donne è stato dominato da questo genere di concezioni; credenze
superstiziose di tale natura continuano a sopravvivere anche al giorno
d’oggi, nonostante esse appaiano sotto spoglie diverse. Dietro il
sottile velo della civiltà si nascondono tendenze e idee irrazionali e
primitive che affondano le loro radici in un remoto passato quasi
dimenticato, ma non ancora superato, né potranno mai essere sradicate
dalla coscienza umana finché gli uomini e le donne non sapranno
stabilire un saldo controllo sulle proprie condizioni d’esistenza.
Divisione del lavoro
Frazer osserva
che la divisione fra lavoro manuale ed intellettuale nella società
primitiva è accompagnata inevitabilmente dalla formazione di una casta
di sacerdoti, sciamani o maghi:
Il
progresso sociale, lo sappiamo, consiste principalmente in una
progressiva differenziazione di funzioni, ovvero, in parole più
semplici, una divisione del lavoro. Il lavoro, che nella società
primitiva è svolto da tutti senza distinzione, e da ciascuno
altrettanto malamente, o quasi, viene gradualmente distribuito fra
diverse classi di lavoratori ed eseguito in modo sempre più
perfezionato; e, nella misura in cui i prodotti, materiali o
immateriali, del lavoro specializzato sono condivisi fra tutti,
l’intera comunità beneficia della crescente specializzazione. Per
l’appunto, maghi e stregoni sembrano costituire la più antica tra le
classi artificiali o professionali nel corso dell’evoluzione della
società, infatti è possibile incontrare la figura dello stregone in
ogni tribù selvaggia a noi nota e fra i selvaggi più primitivi, gli
aborigeni australiani, questi rappresentano l’unica classe
professionale esistente.9
La concezione dualistica,
che separa l’anima dal corpo, la mente dalla materia, il pensare dal
fare, ricevette un potente impulso in una determinata fase
dell’evoluzione sociale dallo sviluppo della divisione del lavoro. La
separazione del lavoro manuale da quello intellettuale è un fenomeno
che coincide con la divisione della società in classi e segnò un grande
balzo in avanti nello sviluppo umano: per la prima volta era concesso
ad una minoranza della società di liberarsi dalla necessità di lavorare
per esistere. L’appropriazione di questa preziosa merce, il tempo
libero, rese possibile che alcuni uomini potessero dedicare la propria
vita allo studio delle stelle; come già aveva spiegato il filosofo
materialista tedesco Ludwig Feuerbach, la vera scienza teorica nacque
con la cosmologia:
L’animale
è sensibile soltanto a quel raggio di luce che può influire
immediatamente sulla sua vita; l’uomo invece percepisce la luce, a lui
fisicamente indifferente, della stella più remota. Solo l’uomo prova
gioie e passioni puramente intellettuali e disinteressate, solo
l’occhio umano raccoglie il tripudio teoretico. L’occhio rivolto al
cielo stellato fissa quella luce, allo stesso tempo inutile e innocua,
che non ha nulla in comune con la terra e le sue necessità;
quell’occhio riconosce in quella luce la propria natura, la propria
origine. L’occhio è celestiale per sua stessa natura ed è solo grazie
ad esso che l’uomo si innalza al di sopra della terra; ne consegue che
la teoria trae origine dalla contemplazione dei cieli. I primi filosofi
erano astronomi .10
Ciò
significava la nascita della civiltà umana, sebbene nelle sue prime
fasi tale processo si intrecciasse ancora con la religione e le
esigenze e gli interessi di una casta sacerdotale. L’importanza di
questo passaggio era intesa già da Aristotele, che scrisse:
(…)
Solo quando tutte le arti di tal genere si furono sviluppate, vennero
alla luce quelle scienze che non hanno attinenza né col piacere né con
i bisogni, e ciò si riscontrò in primo luogo in quei paesi dove gli
uomini godevano gli agi della libertà; per questo motivo le arti
matematiche fiorirono dapprima in Egitto, giacché colà veniva concessa
un’agiata libertà alla casta dei sacerdoti.11
La
conoscenza è fonte di potere. Qualsiasi società in cui l’arte, la
scienza e il governo sono appannaggio di pochi, vedrà questa minoranza
usare il potere, e abusarne, nel proprio interesse. L’alluvione annuale
del Nilo era questione di vita o di morte per il popolo d’Egitto, le
cui colture da essa dipendevano. La capacità dei sacerdoti egizi di
prevedere, in base ad osservazioni astronomiche, quando le acque del
Nilo sarebbero straripate, deve aver aumentato di molto il loro
prestigio e il loro potere sulla società. L’arte della scrittura
rappresentò un’invenzione estremamente potente e fu il segreto
gelosamente custodito dalla casta dei sacerdoti. Ilya Prigogine e
Isabelle Stengers commentarono a questo proposito:
I
sumeri scoprirono la scrittura; i sacerdoti sumeri congetturavano che
il futuro potesse essere scritto, in un qualche maniera, negli
avvenimenti che ci circondano nel presente. Essi diedero persino una
forma sistematica a questa credenza, mischiando tra loro elementi
magici e razionali.12
L’ulteriore
sviluppo della divisione del lavoro diede origine ad un divario
incolmabile fra l’élite intellettuale e la maggioranza dell’umanità,
condannata a lavorare con le proprie mani. L’intellettuale, che sia un
prete babilonese o un moderno fisico teorico, conosce un solo tipo di
lavoro, quello della propria mente. Nel corso dei millenni, la
superiorità del lavoro intellettuale sul "rozzo" lavoro manuale si è
radicata profondamente ed ha acquisito la forza di un pregiudizio. Al
linguaggio, alle parole e al pensiero vengono attribuiti poteri quasi
mistici, mentre la cultura diventa appannaggio esclusivo di una casta
privilegiata capace di proteggere gelosamente i propri segreti e di
usare ed abusare della propria posizione per perseguire i propri
interessi.
Nell’antichità
l’aristocrazia intellettuale non tentava neppure di nascondere il
proprio disprezzo verso il lavoro fisico. Un testo egizio scritto
intorno al 2000 a.C., noto come Satira sui commercianti è
presumibilmente l’esortazione di un padre al proprio figlio, il quale è
stato mandato in una scuola di scrittura per diventare uno scriba:
Ho
visto quanto lavora l’uomo - tu dovresti impegnare tutto te stesso nel
conseguimento della scrittura. Ed io ho osservato come uno possa esser
salvato dai suoi obblighi [sic!] - bada, non vi è nulla che superi lo
scrivere...
Ho visto il fabbro al lavoro,
davanti alla bocca della sua fornace. Le sue dita parevano quasi
coccodrilli; e puzzava come le uova di pesce...
Il piccolo appaltatore di
costruzioni trasporta fango... È più sporco delle vigne o dei maiali,
per quel suo continuo calpestare fango. I suoi abiti sono irrigiditi
dall’argilla...
Il fabbricante di frecce è
molto infelice, quando s’incammina per il deserto [in cerca di punte di
silice]. Gli costa di più mantenere l’asino, di quanto poi non [gli
renda] il suo lavoro...
Il lavandaio lava sulle sponde [del fiume], un vicino del coccodrillo...
Bada, non esiste un mestiere in cui l’uomo sia libero dal padrone, esclusa la professione dello scriba: il padrone è lui...
Bada, non v’è scriba che
manchi di cibo proveniente dai beni della Casa Reale - vita,
prosperità, salute!... Suo padre e sua madre lodano dio, poiché egli è
deciso a farsi strada nella vita. Osserva tutte queste cose. Io [le ho
stabilite] prima di te e dei figli dei tuoi figli.13
Fra i greci prevaleva lo stesso atteggiamento:
Quelle
che vengono chiamate arti meccaniche" afferma Senofonte "portano con sé
una macchia sociale e non sono giustamente tenute in onore nelle nostre
città. Poiché queste arti danneggiano i corpi di quelli che ad esse
lavorano o che ad esse sovrintendono, obbligandoli a una vita
sedentaria e al chiuso, e anche, in alcuni casi, a passare l’intera
giornata vicino al fuoco. La degenerazione fisica si risolve così in
deterioramento dell’anima. Inoltre, quelli che lavorano a codesti
mestieri si trovano a non poter disporre del tempo necessario a
compiere i loro doveri di amici e di cittadini. Perciò vengono
considerati come cattivi amici e cattivi cittadini, e in alcune città,
specialmente quelle più bellicose, non è legalmente consentito ai
cittadini di dedicarsi a un’occupazione meccanica.14
La
radicale contrapposizione sorta fra lavoro manuale e mentale rende più
forte l’illusione che idee, pensieri e parole abbiano un’esistenza
indipendente dalla materia. Questo equivoco costituisce il cuore di
ogni religione e dell’idealismo filosofico.
Non fu Dio a
creare l’uomo a propria somiglianza bensì, al contrario, furono gli
uomini e le donne a modellare gli dèi a propria immagine e somiglianza.
Ludwig Feuerbach chiosò con una certa ironia che, potendo gli uccelli
concepire una religione, il loro dio avrebbe avuto le ali.
La
religione è un sogno, nel quale le nostre nozioni ed emozioni ci
appaiono come esistenze distinte, al di fuori di noi stessi. La mente
religiosa non distingue fra soggettivo ed oggettivo; non ha dubbi. Essa
non ha tanto la facoltà di discernere ciò che è diverso da essa, quanto
di vedere le proprie nozioni come esseri distinti al di fuori di se
stessa.15
Questo era già compreso da uomini come Senofane di Colofone, vissuto tra il 565 e il 470 a.C., il quale scrisse:
Omero
ed Esiodo hanno attribuito agli dei tutto ciò che per gli uomini è onta
e biasimo: e rubare e fare adulterio e ingannarsi a vicenda (...) Gli
Etiopi dicono che i loro dei hanno il naso camuso e sono neri, i Traci
che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi (...) Se gli animali
potessero dipingere e fare opere come gli uomini, anche i cavalli e le
pecore raffigurerebbero gli dei a loro somiglianza.16
I
miti della Creazione, ricorrenti in quasi tutte le religioni,
invariabilmente traggono le loro immagini, come quella del vasaio che
plasma l’argilla, dalla vita reale. Secondo l’opinione di Gordon
Childe, la versione della Creazione riportata nel primo libro della Genesi riflette
il fatto che nella Mesopotamia la terra venne "in principio" davvero
divisa dalle acque, ma non certo grazie all’intervento divino:
Il
territorio sul quale dovevano poi sorgere le grandi città della
Babilonia dovette essere letteralmente creato dal nulla: il precursore
preistorico della biblica Erech fu costruito su una specie di
piattaforma di canne incrociate su fango alluvionale. Il libro ebraico
del Genesi ci ha reso familiari molte antiche tradizioni risalenti alle
condizioni originarie dei Sumeri: un "caos" nel quale i confini tra
acqua e terraferma erano ancora fluidi. Uno degli eventi essenziali
della "Creazione" è la separazione di questi elementi. Eppure non fu un
dio a creare quella terra, furono i Sumeri: essi scavarono canali per
irrigare i campi o prosciugare le paludi, costruirono dighe e
piattaforme per proteggere uomini e animali dalle acque e sollevarli al
disopra delle piene; aprirono le prime brecce nell’intrico delle felci
e dei canneti, esplorarono i canali che li attraversavano. La tenacia
con cui la tradizione ricorda questa lotta, dà un’idea dello sforzo che
costarono queste opere agli antichi Sumeri. La ricompensa fu costituita
dall’approvvigionamento costante di datteri nutrienti, da un raccolto
abbondante offerto dai campi prosciugati, e da pascoli permanenti per
le greggi e le mandrie.17
I
primi tentativi dell’uomo di spiegare il mondo e di capire quale ruolo
gli fosse riservato in esso si confondevano con la mitologia. I
babilonesi credevano che il dio Marduk avesse fatto scaturire l’Ordine
dal Caos separando la terra dall’acqua e il cielo dalla terra. Gli
ebrei mutuarono il mito biblico della Creazione dai babilonesi e,
successivamente, anche la cultura cristiana. La vera storia del
pensiero scientifico inizia solo quando gli uomini imparano a disfarsi
della mitologia e cercano una comprensione razionale della natura,
senza ricorrere all’intervento degli dèi. Da quel momento inizia la
vera lotta per l’emancipazione dell’umanità dalle proprie catene,
materiali e spirituali.
L’avvento
della filosofia ha rappresentato un’autentica rivoluzione del pensiero
umano; di ciò siamo debitori agli antichi greci, come di tanta parte
degli aspetti caratteristici della civiltà moderna. Anche se è corretto
ricordare che importanti progressi furono realizzati da indiani e
cinesi e successivamente anche dagli arabi, furono i greci a sviluppare
la filosofia e la scienza fino al loro livello massimo prima del
Rinascimento. La storia del pensiero greco nei quattro secoli a partire
dalla metà del VII secolo a.C. costituisce uno dei capitoli più
importanti degli annali della storia umana.
Materialismo e idealismo
Tutta la
storia della filosofia, dai greci fino al giorno d’oggi, consiste in
una lotta fra due scuole di pensiero diametralmente opposte:
materialismo e idealismo. Queste due parole ci forniscono un magnifico
esempio di come i termini usati nella filosofia si discostino
fondamentalmente dal significato loro attribuito nel linguaggio
quotidiano.
Quando diciamo
che una persona è "idealista", di solito abbiamo in mente una persona
di alti ideali e di moralità pura; il materialista è al contrario
concepito come persona senza princìpi, avida di denaro ed egoista,
schiava dei suoi bassi appetiti di cibo e di chissà quant’altre cose…
in breve, un personaggio del tutto deprecabile.
Tali
connotazioni non hanno nulla a che spartire con il materialismo e
l’idealismo filosofici. Nel senso filosofico, l’idealismo parte dal
concetto che il mondo è solo il riflesso delle idee, della mente, dello
spirito, o, più correttamente, dell’Idea, che preesiste al mondo
fisico. Le cose nude e materiali che conosciamo attraverso i nostri
sensi, secondo questa scuola, non sono che copia imperfetta di
questa Idea perfetta. Nell’antichità il fautore più coerente di questa
filosofia fu Platone, anche se l’idealismo non fu concepito per la
prima volta da quest’ultimo, ma esisteva già prima.
I pitagorici
credevano che l’essenza di tutte le cose fosse il Numero (opinione
condivisa, a quanto pare, da alcuni matematici moderni). Essi
mostravano disprezzo verso il mondo in generale e in particolare verso
il corpo umano, che consideravano alla stregua di un carcere nel quale
l’anima era intrappolata. Un tale atteggiamento ricorda in modo
singolare quello dei monaci nel Medioevo, né deve sorprendere che la
Chiesa abbia potuto accogliere nella sua dottrina molte idee propugnate
dalle scuole di pensiero idealiste quali pitagorici, platonici e
neoplatonici, dato che tutte le religioni partono da una visione
idealista del mondo. La differenza risiede nel fatto che la religione
si orienta alle emozioni e pretende di offrire una comprensione mistica
ed intuitiva del mondo ("Rivelazione"), mentre la maggior parte dei
filosofi idealisti tenta di dimostrare la fondatezza delle proprie
teorie per mezzo della logica.
Ad ogni modo,
tutte le forme di idealismo filosofico affondano le proprie radici
nella religione e nella mistica e di esse si alimentano. Il disprezzo
per il "rozzo mondo materiale" e l’innalzamento dell’"Ideale" nascono
direttamente dai fenomeni che abbiamo appena considerato in relazione
alla religione. Non a caso l’idealismo platonico si sviluppò ad Atene
nel momento in cui il sistema schiavista era al suo apice; a quel tempo
il lavoro manuale era considerato letteralmente un segno di schiavitù.
L’unico lavoro degno di rispetto era quello intellettuale.
Essenzialmente l’idealismo filosofico è prodotto dalla divisione
estrema tra lavoro intellettuale e lavoro manuale che è esistita
dall’alba della storia scritta fino al giorno d’oggi.
La storia
della filosofia occidentale però non inizia con l’idealismo ma col
materialismo. Il materialismo afferma l’esatto opposto: il mondo
materiale, che ci è noto ed è esplorato dalla scienza, è reale; l’unico
mondo reale è quello materiale; i pensieri, le idee e le sensazioni
sono prodotto della materia organizzata in un certo modo (sistema
nervoso e cervello); il pensiero non può derivare le proprie categorie
da se stesso, ma solo dal mondo oggettivo che si rivela ai nostri sensi.
I primi tra i
filosofi greci furono chiamati "ilozoisti", dal greco, ovvero "chi
crede che la materia sia viva", una folta schiera di eroi pionieri
nello sviluppo del pensiero. I greci scoprirono che il mondo è rotondo
molto tempo prima di Colombo e sostennero, molto prima di Darwin, che
gli uomini si erano evoluti dai pesci. Fecero scoperte straordinarie
nel campo della matematica, specialmente nella geometria, discipline
che a stento registrarono dopo di allora pochi progressi rilevanti per
i successivi millecinquecento anni. Inventarono la meccanica e
costruirono persino un motore a vapore. Di radicalmente nuovo in questo
modo di vedere il mondo vi era il fatto che esso non era religioso;
in completo contrasto con gli egizi e i babilonesi, dai quali pure
avevano imparato molto, questi pensatori greci non ricorrevano a dèi o
dee per spiegare i fenomeni naturali. Per la prima volta, gli uomini e
le donne cercavano di spiegare i meccanismi della natura puramente nei
termini della natura stessa. Questo fatto rappresentò un punto di
svolta, tra i più importanti nella storia, per tutto il pensiero umano;
qui iniziò la vera scienza.
Aristotele, il
più grande dei filosofi antichi, può essere a ragione considerato un
materialista, sebbene non lo fosse in modo così coerente come gli
ilozoisti che lo avevano preceduto. Egli fece una serie di importanti
scoperte scientifiche che furono le fondamenta delle maggiori conquiste
della scienza greca nel periodo alessandrino.
A confronto il
Medioevo fu un deserto in cui il pensiero scientifico languì per
secoli, un periodo non a caso dominato dalla Chiesa. L’unica filosofia
ammessa era l’idealismo, nella forma di una caricatura del platonismo
o, peggio ancora, di una lettura distorta del pensiero di Aristotele.
Nel periodo
del Rinascimento la scienza riemerse trionfante. Essa fu costretta a
condurre una battaglia feroce contro l’influenza della religione (non
solo quella cattolica, per inciso, ma anche quella protestante). Furono
molti i martiri che pagarono con la vita il prezzo della libertà
scientifica. Giordano Bruno fu messo al rogo; Galileo fu processato due
volte dall’inquisizione e fu costretto sotto minaccia di tortura ad
abiurare le sue idee.
La tendenza predominante del Rinascimento fu il materialismo. In Inghilterra, questo prese la forma dell’empirismo,
quella scuola di pensiero che afferma che tutta la conoscenza deriva
dai sensi. I pionieri di questa scuola furono Francis Bacon
(1561-1626), Thomas Hobbes (1588-1679) e John Locke (1632-1704). La
scuola materialista passò poi dall’Inghilterra in Francia, dove acquisì
un nuovo contenuto rivoluzionario. Nelle mani di Diderot, Rousseau,
Holbach ed Helvetius, la filosofia divenne uno strumento per criticare
tutta la società esistente. Questi grandi pensatori prepararono la
strada all’abbattimento rivoluzionario della monarchia feudale, nel
1789-93.
Le nuove idee
filosofiche stimolarono lo sviluppo della scienza, incoraggiando
l’esperimento e l’osservazione. Il ’700 vide un grande avanzamento
della scienza, specialmente la meccanica. Questo processo presentava un
aspetto negativo a fianco di quello positivo. Il vecchio materialismo
del ’700 era ristretto e rigido e rifletteva lo sviluppo limitato della
scienza stessa. Newton espresse le limitazioni proprie dell’empirismo
con la sua celebre frase: "non faccio ipotesi". Questa visione
meccanicistica e unilaterale risultò infine fatale al vecchio
materialismo e, paradossalmente, dopo il 1700 i grandi progressi nella
filosofia furono realizzati da filosofi idealisti.
Sotto
l’impatto della rivoluzione francese, l’idealista tedesco Immanuel Kant
(1724-1804) sottopose tutta la filosofia precedente ad una critica
esauriente. Kant fece importanti scoperte non solo nel campo della
filosofia e della logica, ma anche nella scienza. La sua ipotesi
nebulare sulle origini del sistema solare (per la quale Laplace
sviluppò in seguito una base matematica) è oggi generalmente accettata
e condivisa. Nel campo della filosofia, il capolavoro di Kant, la Critica della Ragion Pura,
fu la prima opera ad analizzare le forme della logica, praticamente
immutate dalla sistematizzazione di Aristotele. Kant dimostrò le
contraddizioni insite in molte delle proposizioni fondamentali della
filosofia; tuttavia egli non riuscì a risolvere queste contraddizioni
("antinomie") e trasse infine la conclusione che una vera conoscenza
del mondo fosse impossibile. Mentre possiamo conoscere le apparenze,
non possiamo mai sapere come siano le cose "in sé".
L’idea non era
nuova; è un tema che ricorre molto spesso nella filosofia e viene
identificato generalmente con quello che chiamiamo idealismo soggettivo.
Prima di Kant un tale approccio fu proposto dal vescovo e filosofo
irlandese George Berkeley e ripreso dall’ultimo degli empiristi
classici inglesi, David Hume. L’argomentazione fondamentale si può
riassumere così: "Io interpreto il mondo attraverso i miei sensi.
Dunque, l’unica cosa che so che esiste sono le mie impressioni
sensibili. Posso affermare, ad esempio, che questa mela esiste? No.
Posso dire solo che la vedo e che la sento con la mano, il naso e la
lingua. Dunque, non posso affatto affermare che esista il mondo
materiale". La logica dell’idealismo soggettivo è "se chiudo gli occhi,
il mondo cessa di esistere"; una tale concezione è l’anticamera del
solipsismo (dal latino solus ipse - "io solo") cioè l’idea che solo io esisto.
Tali idee
possono sembrarci sciocchezze pure e semplici, ma si sono dimostrate
stranamente persistenti. In un modo o nell’altro, i pregiudizi propri
dell’idealismo soggettivo hanno penetrato non solo la filosofia ma
anche la scienza pervadendole per gran parte del ’900. In seguito
tratteremo più specificamente questa tendenza.
La più grande
innovazione avvenne nei primi decenni dell’800 per opera di George
Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831). Hegel fu un filosofo tedesco di
scuola idealista, un uomo dall’intelletto straordinario, che nei suoi
scritti presentò una summa di tutta l’evoluzione del pensiero filosofico fino ai suoi tempi.
Hegel dimostrò
che l’unico modo per superare le "antinomie" di Kant era quello di
accettare che le contraddizioni effettivamente esistono non solo nel
pensiero, ma anche nel mondo reale. Da idealista oggettivo qual era,
Hegel non perse tempo inutilmente sulla tesi dell’idealismo soggettivo
che la mente umana non potesse conoscere il mondo reale, sostenendo che
le forme del pensiero dovessero riflettere il più fedelmente possibile
il mondo oggettivo. Il processo della conoscenza consiste nel penetrare
sempre più profondamente questa realtà, procedendo dall’astratto al
concreto, dal noto all’ignoto, dal particolare all’universale.
Il metodo di
pensiero dialettico aveva svolto un ruolo importante nell’antichità,
come è possibile riscontrare in particolare negli aforismi ingenui ma
brillanti di Eraclito (c. 500 a.C.), ma anche in Aristotele e in altri.
Esso fu abbandonato nel Medioevo, quando la Chiesa trasformò la logica
formale di Aristotele in un dogma rigido e privo di vita, e non sarebbe
ricomparso finché Kant non gli riattribuì un posto d’onore. Tuttavia,
in Kant, la dialettica non ebbe uno sviluppo sufficiente e toccò ad
Hegel portare la scienza del pensiero dialettico al suo massimo punto
di sviluppo.
La grandezza
di Hegel è dimostrata dal fatto che egli da solo fu disposto a sfidare
la dominante filosofia meccanicistica. La filosofia dialettica di Hegel
si occupa dei processi e non di avvenimenti isolati. Tratta le cose
nella loro vita, non nella loro morte, nei loro rapporti reciproci e
relazioni e non separatamente, una dopo l’altra. Si tratta di un modo
singolarmente moderno e scientifico di guardare il mondo, tanto che,
sotto diversi aspetti, Hegel era chiaramente in anticipo rispetto alla
sua epoca.
Eppure,
nonostante le sue grandi intuizioni, la filosofia di Hegel risultava in
ultima istanza inadeguata; il punto di vista idealista adottato da
Hegel fu precisamente il suo difetto principale, tale da impedirgli di
applicare il metodo dialettico al mondo reale in modo coerentemente
scientifico. Al posto del mondo materiale sorgeva il mondo dell’Idea Assoluta,
dove le cose, i processi e le persone reali sono sostituiti da ombre
inconsistenti. Nelle parole di Friedrich Engels, la dialettica
hegeliana fu il più eclatante aborto di tutta la storia della
filosofia: idee corrette appaiono capovolte. Per porre la dialettica su
fondamenta salde era necessario rovesciare la logica hegeliana come un
guanto per poter trasformare la dialettica idealista in materialismo
dialettico: questa fu precisamente la grande conquista di Karl Marx e
Friedrich Engels. Il nostro studio inizia con un breve resoconto delle
leggi fondamentali della dialettica materialista da essi elaborate.
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