|
Un ostacolo insormontabile
La burocrazia,
come lo zarismo, credeva di poter governare per mille anni. Ma in breve
tempo tutti i suoi sogni andarono in fumo. Nell’arco di due generazioni
e mezza, la burocrazia aveva già completamente esaurito il ruolo
progressista che poteva aver giocato in passato. Da freno allo sviluppo
della società, ne era diventata un ostacolo insormontabile. Quello che
sembrava un ordine delle cose stabile ed eterno appariva ora quello che
era sempre stato: un’aberrazione storica momentanea destinata ad essere
spazzata via in breve tempo. Alla fine degli anni ’70 tutti i nodi
erano arrivati al pettine.
Prendiamo solo
un esempio da un settore chiave dell’economia sovietica. I giacimenti
di petrolio e di gas naturale cominciavano ad esaurirsi; nella sola
Siberia occidentale l’Urss aveva risorse quasi illimitate, che però non
riusciva a sviluppare. Per quale motivo? Nel 1983, il 20% dei pozzi
petroliferi sovietici era fuori uso per mancanza di riparazioni,
cattiva gestione e carenza di manodopera. Questo problema interessava
2.000 pozzi in più rispetto alle previsioni. Perché scarseggiava la
manodopera per i pozzi? La pianificazione burocratica concentrava tutto
sulla produzione, spesso trascurava gli alloggi e le possibilità di
svago per gli operai; a queste cose generalmente si dava poca
importanza. Dato che il petrolio e il carbone in Russia sono situati
prevalentemente nelle regioni più remote e inospitali, non sorprende
che pochi lavoratori ci volessero andare. Nonostante gli alti salari
c’era un forte ricambio della forza lavoro.
Negli ultimi
decenni la cricca dominante aveva provato ogni genere di soluzioni tra
cui il decentramento, la centralizzazione e di nuovo il decentramento.
Ma tutto inutilmente. Alcuni, come Isaac Deutscher, immaginavano che la
burocrazia si sarebbe autoestinta attraverso le riforme. Vana speranza!
La casta dominante era disposta a fare qualsiasi cosa per la classe
operaia, tranne scendere dalle sue spalle. Un’economia moderna, che
produceva milioni di merci differenti, non si poteva organizzare
adeguatamente senza il controllo e la partecipazione cosciente della
maggioranza della società. Ma l’introduzione di un regime di democrazia
operaia avrebbe significato la fine immediata del potere e dei
privilegi della burocrazia.
Più di
trent’anni fa chi scrive spiegò che, ogni anno, andava perduto fra il
30 e il 50 per cento della ricchezza prodotta dai lavoratori sovietici,
a causa della malgestione burocratica, dei furti e della corruzione. A
metà degli anni ’70, come abbiamo visto, il tasso di crescita economica
era più basso di quello della maggior parte dei paesi capitalisti. Nel
1979 il Pil crebbe dello 0,9 per cento, nel 1980 dell’1,5 per cento e
di circa il 2,5 per cento nel 1981 e nel 1982. La burocrazia agiva da
enorme freno sull’economia, che rallentava da decenni soffocata dal
parassitismo, dal caos e dall’aperto sabotaggio.
La corruzione
e la criminalità dilagante rappresentavano un cancro che corrodeva
l’organismo della società sovietica da cima a fondo. Il vergognoso
saccheggio dello Stato era ben documentato da numerosi esempi che
apparivano sulla stampa sovietica. Nel 1984 il direttore del Gastronom
Numero Uno, un negozio alimentare di alta classe nel centro di Mosca,
venne fucilato per corruzione. La polizia, scavando nel suo giardino,
trovò pacchi di banconote marcite, che egli non aveva avuto il tempo di
spendere. Negli ultimi anni ’70 le cose erano andate così avanti che
esisteva un mercato nero non solo per i jeans o le penne a sfera, ma
anche per l’acciaio, il carbone e il petrolio. Questo in Occidente
veniva chiamato “mercato parallelo” e guai al direttore, aziendale che
tentasse di ignorarlo!
La stampa
sovietica riportò il caso del direttore di un grande magazzino,
militante modello del Komsomol, che il primo giorno del suo incarico
annunciò al personale riunito che non avrebbe tollerato furti,
corruzione o blat (parola della malavita, che significa l’uso
di legami personali per ottenere vantaggi illeciti), e che i fornitori
dovevano essere pagati solo ai prezzi ufficiali fissati dallo Stato.
Nel giro di una settimana il negozio era in bancarotta; non riceveva
più nessuna consegna e gli scaffali erano vuoti. Il direttore trasse le
conclusioni necessarie e quindi si adeguò alle consuetudini. Si possono
fare milioni di esempi simili.
Nei primi anni
’80 la società sovietica era in un vicolo cieco. Tutto il sistema
burocratico si trovava sul filo del rasoio. Le contraddizioni fra la
struttura economica dell’Unione Sovietica e la sua direzione
burocratica erano divenute fortissime, non solo nei rapporti sociali,
ma anche nello sviluppo industriale. La burocrazia dominante era divisa
rispetto alla strada da seguire.
Il movimento
di massa dei lavoratori polacchi attorno a Solidarnosc nel 1980-81, con
il suo evidente potenziale rivoluzionario, era un avvertimento dei
processi che avrebbero potuto svilupparsi in Russia se non si fosse
fatto qualcosa. Persino il vecchio Breznev, nella speranza di dissipare
il malcontento che cominciava ad accumularsi, si spinse a rimproverare
i cosiddetti sindacalisti perché “non rappresentavano” gli interessi
degli operai. L’élite dominante era chiaramente preoccupata.
La natura
sclerotizzata del sistema si poteva capire benissimo guardando il suo
gruppo dirigente: una direzione geriatrica, diventata oggetto di
pesanti barzellette. Breznev fu tenuto artificialmente in vita da
medici e specialisti del Cremlino quando era già chiaramente con un
piede nella fossa. Non a caso; l’élite dominante temeva che la morte di
Breznev aprisse la diga. Quando finalmente egli si decise a passare a
miglior vita, inizialmente nominarono un altro dinosauro, Konstantin
Cernenko, come candidato di compromesso. Purtroppo morì troppo presto.
Juri Andropov sembrava essere una figura più solida per via del suo
passato al Kgb. Paradossalmente, questo significava che era più a
contatto con la realtà, dato che in uno Stato totalitario la polizia
segreta è praticamente l’unica ad essere ben informata. È probabile che
Andropov capisse la pericolosità della situazione e iniziasse a
progettare qualche tipo di riforma dall’alto. Ma anche lui morì
inaspettatamente, lasciando la strada aperta al suo giovane protetto
Michail Gorbaciov.
Questo
consumato burocrate era disposto a colpire una parte della burocrazia,
su cui pure si reggeva, per conservare il potere, la fiducia e il
prestigio della casta dominante nel suo complesso. Allo stesso modo,
per oltre un secolo, lo zarismo era riuscito a mantenersi in sella con
riforme amministrative, come l’emancipazione dei servi nel 1861. Il
regime si manteneva in equilibrio tra gli interessi delle diverse
classi; attaccava a volte gli interessi di alcuni settori della
burocrazia e dei lavoratori privilegiati, arrivando perfino a cercare
il sostegno del “popolo” per questo.
L’elezione di
Gorbaciov a segretario del partito nel 1985 fu un punto di svolta. I
suoi discorsi al XXVII congresso del Partito comunista e al Plenum del
Comitato centrale (CC) del gennaio 1987, segnarono nuovi sviluppi.
Discorsi dei dirigenti del Cremlino contro la corruzione, gli sprechi e
le malversazioni non erano nuovi, ma le riforme di Gorbaciov andarono
ben oltre quanto era stato fatto nei trent’anni precedenti. Egli si
proclamò in favore di un allentamento della presa burocratica
sull’economia e sulla società sovietica in generale. Invocò una
maggiore “democrazia”, l’elezione in certe condizioni dei direttori di
fabbrica, elezioni nel partito e altre riforme del genere. Questi
tentativi di riformare il sistema stalinista erano visti come necessari
per liberare l’economia e fornire impulsi nuovi alla crescita. Questo
processo venne avviato sotto le bandiere della glasnost (trasparenza) e della perestrojka (riforma).
Queste
proposte non avevano nulla a che vedere con la democrazia operaia, che
è incompatibile con il sistema burocratico, ma avevano solo lo scopo di
rimuovere gli intralci peggiori dell’economia sovietica ormai
stagnante. La crisi economica, la spaccatura della burocrazia che
queste “riforme” provocavano, erano il sintomo del periodo turbolento
che andava maturando in Unione Sovietica. Nella campagna per la riforma
del sistema, Gorbaciov scoperchiò parzialmente il pentolone della
corruzione, della criminalità e del malcontento in tutte le repubbliche
dell’Unione. Egli capiva che la situazione non poteva continuare così
senza il pericolo di esplosioni sociali. Un malcontento profondo si
accumulava nella società. La stampa sovietica forniva migliaia di
esempi di corruzione.
Nella sua relazione al XXVII congresso, Gorbaciov poté vantarsi, e non a torto, del fatto che, negli ultimi 25 anni,
il capitale fisso della nostra
economia è aumentato di oltre sette volte. Migliaia di imprese sono
state costruite e nuove industrie create dal nulla. Il reddito
nazionale è salito del 300%, la produzione industriale del 400% e
l’agricoltura del 70%. Prima della guerra, e nei primi anni del
dopoguerra, il livello dell’economia statunitense ci appariva
lontanissimo, ma in realtà negli anni ’70 vi ci siamo enormemente
avvicinati in termini di potenziale scientifico, tecnico ed economico e
li abbiamo perfino superati nella produzione di alcuni prodotti chiave.
Questi progressi sono il risultato degli immani sforzi del popolo. Ci
hanno permesso di accrescere sostanzialmente il benessere dei cittadini
sovietici (...).
Tuttavia, Gorbaciov fu costretto ad ammettere:
Allo stesso tempo negli anni
’70 hanno cominciato a manifestarsi difficoltà nell’economia, con tassi
di crescita in rapido declino. Di conseguenza gli obiettivi di sviluppo
economico fissati nel programma del Pcus e anche gli obiettivi più
modesti del 9º e 10º piano quinquennale non sono stati raggiunti. Né
siamo stati capaci di portare avanti integralmente il programma di
spesa sociale fissato per quel periodo. Ne è seguito un ritardo nello
sviluppo materiale della scienza, dell’istruzione, della sanità, della
cultura e dei servizi quotidiani (…); l’economia, con enormi risorse a
sua disposizione, ha finito per avere continue strozzature. Si
manifestava un divario tra i bisogni della società e il livello della
produzione raggiunto, tra la domanda effettiva e l’offerta di beni.
Gorbaciov analizzò anche le perdite croniche nel settore agricolo, dovute alla burocrazia:
Ridurre le perdite di prodotti
dell’agricoltura e degli allevamenti che subiamo durante la raccolta,
il trasporto, lo stoccaggio e la lavorazione è la soluzione più
immediata per aumentare il cibo a disposizione. Le potenzialità non
sono poche in questo settore; l’aumento dei consumi disponibile
potrebbe essere anche del 20% e, per qualche prodotto, anche del 30%.
Inoltre, eliminare le perdite costerebbe solo tra un terzo e la metà di
una produzione equivalente.
Gorbaciov concluse:
Oggi il primo compito del
partito e di tutto il popolo è invertire con forza le tendenze
sfavorevoli nello sviluppo dell’economia, infondere il giusto dinamismo
e aprire la porta all’iniziativa e alla creatività delle masse, a veri
cambiamenti rivoluzionari.
Con l’obiettivo di trovare il sostegno fra i lavoratori, seguirono attacchi demagogici contro la burocrazia:
A causa dell’allentamento del
controllo, e per diversi altri motivi, alcuni gruppi di persone hanno
sviluppato una mentalità da proprietari privati e un atteggiamento
sprezzante verso la società. I lavoratori hanno legittimamente
sollevato il problema di capirne le cause. Si ritiene necessario nel
futuro immediato individuare misure aggiuntive contro i parassiti, i
malversatori della proprietà socialista, i tangentisti e tutti quelli
che scelgono una strada aliena alla natura, orientata al lavoro, del
nostro sistema”. E ancora: “Siamo giustamente esasperati da ogni sorta
di mancanza di beni e da quelli che ne sono responsabili (…) scrittori
mercenari e sfaticati, arraffoni e autori di lettere anonime, piccoli
burocrati e tangentisti.1
Fu ammesso che
i dirigenti del partito avevano “perso contatto con la vita” e che
incoraggiavano “l’adulazione (…) e il servilismo sfrenato nei confronti
di persone di rango superiore”.2
Con cautela,
muovendosi dall’alto, Gorbaciov incoraggiava, in parte, la libertà di
critica, ma sempre entro limiti stabiliti. La stampa sovietica era
piena degli esempi più scandalosi della rapacità di questi criminali,
con i loro salari da favola, le loro auto blu e i loro conti spesa
fuori controllo. La stampa dei partiti comunisti all’estero riportava
servilmente senza commento questi episodi. Chi per decenni aveva
giustificato ogni crimine dello stalinismo, in nome delle “meraviglie
del socialismo” in Urss, ora, senza battere ciglio, diceva l’esatto
contrario.
Gorbaciov e Stalin
Spesso non si
ricorda che lo stesso Stalin cercò l’appoggio delle masse per colpire
la burocrazia. Nel periodo dei primi piani quinquennali, Stalin fu
costretto a limitare l’ingordigia della burocrazia, che tendeva a
divorare una parte eccessiva del plusvalore creato dalla classe
operaia. Nel tentativo di controllare la casta che pure rappresentava,
Stalin introdusse il voto a scrutinio segreto. Si istituì un parlamento
sulle sembianze di quelli borghesi, ma con un solo partito; non era che
una farsa. Anche se ci fossero stati più candidati, solo quelli
appoggiati dal partito avrebbero potuto vincere. Comunque Stalin non
osò neppure mettere in pratica queste riforme. Come abbiamo spiegato,
fu la rivoluzione spagnola a convincerlo di lasciare perdere e di
cominciare le purghe. L’unico modo che rimaneva per tenere a bada
l’appetito dei funzionari era la repressione poliziesca e il terrore.
Ma tali metodi possono solo dare luogo a una nuova e più mostruosa
corruzione e disorganizzazione della società, rappresentando un
allontanamento dal socialismo, sicuramente non un avvicinamento.
Trotskij
spiegò che la Costituzione di Stalin, che sulla carta sembrava così
democratica, voleva essere una “frusta contro la burocrazia”. Il
dominio bonapartista implica, tra le altre cose, il tentativo di
mantenersi in equilibrio tra gruppi e classi differenti - lavoratori,
contadini e la stessa burocrazia - mettendo gli uni contro gli altri.
Allo stesso modo Gorbaciov fu costretto a servirsi dei lavoratori per
colpire alcuni settori della casta burocratica che avevano ottenuto
guadagni favolosi grazie al controllo parassitario sull’economia e
sullo Stato. Gorbaciov voleva introdurre riforme controllate dall’alto,
ma questo, come l’autore spiegò allora, era impossibile. Appena si
allentò la presa della burocrazia, si scatenarono tutte le forze fino
ad allora represse.
Mentre negli
anni ’30 la classe operaia non rappresentava che un quinto della
società sovietica, a metà degli anni ’80 la cifra era vicina al 70%.
L’Urss non era più un paese arretrato; aveva un’economia sviluppata con
la più grande classe operaia del mondo. Queste riforme, anche se
limitate, avrebbero potuto spingere i lavoratori ad agire come forza
indipendente. Inevitabilmente, una volta che i lavoratori fossero
riusciti ad ottenere un certo livello di controllo, avrebbero iniziato
a lottare per il potere operaio: perché dare alla burocrazia più di un
salario di sovrintendenza? Perché permettere i privilegi, le tenute in
campagna, le auto blu, i negozi speciali e tutti gli altri benefici a
cui accedevano solo i dirigenti statali e del partito?
Un uomo che
cavalca una tigre ha difficoltà a scendere. Una volta imboccata la
strada delle cosiddette riforme, per Gorbaciov fu impossibile invertire
il processo che aveva messo in moto. Come Stalin, Gorbaciov prese
misure contro gli strati bassi della burocrazia e anche contro qualche
alto burocrate, individuando capri espiatori per i peccati del sistema
nel suo complesso. Così nei primi undici mesi in cui fu al potere egli
cacciò 46 dirigenti regionali su 156.
In ultima
analisi, le riforme avevano lo scopo di aumentare la produttività del
lavoro. Il regime sperava, con la politica del bastone e della carota
(disciplina e incentivi), di spingere i lavoratori a produrre di più.
Mentre cercava di appoggiarsi sui lavoratori, Gorbaciov tentò di
riportare in vita i metodi stalinisti dello stacanovismo, dal nome di
un minatore che avrebbe estratto 100 tonnellate di carbone in un solo
turno (sei volte più del normale!). Questa era una forma estrema del
taylorismo, una sorta di cottimo nato negli Usa, che implicava uno
sfruttamento disumano degli operai. Al tempo di Stalin, vennero create
squadre di “operai d’assalto” (udarniki), responsabili di determinare le quantità “normali” di produzione, a livelli assurdamente elevati.
All’epoca
Trotskij spiegò che era più facile motivare una piccola minoranza di
“lavoratori d’assalto” che la massa e sottolineò la contraddizione di
una società che pretendeva di “costruire il socialismo”, ma imitava i
peggiori e più alienanti metodi di sfruttamento del capitalismo. Invece
di andare verso una maggior eguaglianza, questo significava l’aumento
della disuguaglianza e la formazione di uno strato privilegiato fra la
classe operaia. Anche se alcuni stacanovisti erano lavoratori onesti,
la maggior parte di essi erano carrieristi e tirapiedi, odiati dai loro
compagni che a volte li attaccavano, li picchiavano e in alcuni casi li
uccidevano. Persino negli anni ’30 lo stacanovismo rappresentò un
arretramento; nel contesto di una moderna economia, che voleva
sviluppare il “comunismo”, la contraddizione era ancora più lampante.
Trotskij spiegò allora che:
Il lavoro salariato non perde
in un regime socialista il suo avvilente carattere di schiavitù. Il
salario “secondo il lavoro” è in realtà calcolato nell’interesse del
lavoro “intellettuale”, a detrimento del lavoro manuale e soprattutto
del lavoro non qualificato. È fonte di ingiustizia, di oppressione e di
costrizione per la maggioranza, di privilegio e di “vita comoda” per la
minoranza.
Invece di riconoscere
apertamente che le norme borghesi di lavoro e di ripartizione
predominano ancora nell’Urss - continua Trotskij - gli autori della
Costituzione [la nuova Costituzione introdotta da Stalin nel 1936],
dividendo in due parti staccate questo unico principio comunista, hanno
rimesso ad un avvenire imprecisato l’applicazione della seconda
proposizione e hanno dichiarato la prima realizzata, aggiungendovi
meccanicamente la norma capitalista del lavoro a cottimo e facendo di
tutto questo il “principio socialista”. Ed è su questa falsificazione
che erigono l’edificio di una Costituzione!
E ancora:
Senonché, fatto tutt’altro che
trascurabile, la legge che protegge l’isba, la vacca e il mobilio
approssimativo del contadino, dell’operaio e dell’impiegato garantisce
al tempo stesso l’albergo riservato al burocrate, la sua villa, la sua
automobile e gli altri articoli di consumo personale o “oggetti di
comodità”, di cui si è appropriato grazie al principio socialista: “da
ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”. E
l’automobile del burocrate, non dubitiamone, sarà meglio difesa dalla
nuova legge fondamentale che la carretta del contadino.3
Nel disperato
tentativo di trovare una via d’uscita, Gorbaciov tentò di rivitalizzare
l’economia appellandosi ai lavoratori e facendo esempi eclatanti dei
danni provocati dal controllo burocratico. Tuttavia Gorbaciov non
rappresentava gli interessi dei lavoratori. Le sue riforme avevano lo
scopo di combattere i privilegi “illegali” dei funzionari, mentre
crescevano quelli “legali”. Durante il suo governo, la differenziazione
dei salari crebbe costantemente, al contrario di quanto sostenesse
Lenin. Di fatto, le proposte di Gorbaciov non avevano nulla in comune
con la democrazia leninista o con il vero socialismo. La burocrazia
temeva la classe operaia. Privilegi legali e illegali, corruzione e
furti andavano ridotti, ma nel farlo Gorbaciov non voleva intaccare i
cardini del dominio burocratico. I privilegi “legittimi” si mantenevano
e anzi aumentavano.
Gorbaciov
utilizzò deliberatamente la definizione errata di Stalin, il quale
sostenne: “Stiamo ripristinando interamente il principio del
socialismo: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro””.4
Questo distorceva la formulazione originale di Marx, il quale aveva
spiegato che nel comunismo non ci sarebbe stato l’obbligo del lavoro e
ogni membro della società avrebbe prodotto “secondo le proprie
capacità”. La sovrabbondanza della società senza classi avrebbe quindi
permesso agli uomini di prendere “secondo i propri bisogni”.
Questo
concetto non aveva nulla a che vedere con la situazione in cui operava
Gorbaciov, il quale utilizzava quella definizione erronea come
giustificazione delle proprie scelte.
Malgestione burocratica
Il cattivo
funzionamento burocratico aveva provocato ogni tipo di distorsione
nell’economia sovietica. Mentre alcuni settori erano all’avanguardia,
altri erano privi di investimenti, come la fabbrica di autobus Likino
negli Urali, che produceva lo stesso modello del 1970, con macchine
utensili costruite quarant’anni prima. Eppure Gorbaciov insisteva che i
lavoratori dovevano produrre beni di qualità, sanzionando chi non si
atteneva a tali obiettivi.
Con macchinari
obsoleti, e ostacolati dalla burocrazia e dalla cattiva gestione, era
praticamente impossibile rispettare le norme di produzione stabilite.
Così la perestrojka significò per molti lavoratori un
peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro. La burocrazia,
come i padroni in Occidente, stava cercando di uscire dalla crisi
esercitando pressioni sulla forza lavoro, aumentando la produttività a
scapito dei nervi e dei muscoli dei lavoratori.
Gorbaciov nel libro Perestrojka,
unico suo tentativo di affrontare delle questioni “teoriche”, cercò di
giustificare le differenze salariali definendole compatibili col
socialismo! In condizioni di povertà, privazioni ed arretratezza, con
una classe operaia semianalfabeta e una classe contadina analfabeta, i
bolscevichi erano stati costretti a concedere agli specialisti borghesi
salari che superavano di molto il massimo stabilito dal partito. Per
una nazione sviluppata, tali ineguaglianze sarebbero state considerate
da Lenin e Trotskij del tutto imperdonabili. Lenin previde che, mano a
mano che l’economia sovietica fosse progredita, le disuguaglianze si
sarebbero gradualmente ridotte.
Quando
l’Unione Sovietica divenne una nazione industriale con una classe
operaia altamente istruita, l’esistenza di differenze salariali di
questo genere era totalmente antisocialista ed antimarxista. Invece di
difendere una posizione leninista per un’uguaglianza sempre maggiore e
l’abolizione progressiva delle differenze salariali, Gorbaciov le
aumentava.
Come Stalin,
Gorbaciov cercava di allargare la base della burocrazia creando uno
strato privilegiato, un’aristocrazia operaia, con elevati incentivi
legati alla produttività. Il problema era che l’aumento delle
disuguaglianze e delle differenze salariali, ponendo i lavoratori uno
contro l’altro e una fabbrica contro l’altra, sarebbe servito solo ad
alimentare il fuoco del rancore. Non fu un caso che Gorbaciov, nel suo
discorso per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, parlò di
opposizione alle sue riforme non solo da parte della burocrazia ma
anche da parte dei “collettivi di lavoro”. Ciò indicava l’allarme
crescente da parte della burocrazia di fronte all’ondata di scioperi
che per la prima volta venivano ampiamente riportati sulla stampa
sovietica. Ad esempio, i lavoratori della fabbrica di autobus Likino
erano scesi in sciopero contro un taglio dei salari di 60-70 rubli al
mese dovuto al mancato pagamento dei premi di produzione. La
transizione verso il socialismo doveva comportare una riduzione delle
desiguaglianze, ma Gorbaciov faceva il contrario.Così l’affermazione
secondo la quale l’Urss sarebbe già arrivata al socialismo suonava come
un tragico scherzo.Malgrado ciò Gorbaciov ricevette gli elogi dei
leader stalinisti di tutto il mondo, e di molti partiti riformisti, per
il suo “socialismo dal volto democratico”.
L’Urss non era
più lo Stato debole, impoverito e assediato dei tempi di Lenin. Come
Gorbaciov stesso aveva rilevato, l’Urss era ormai un paese ricco e con
vaste risorse. Se i lavoratori avessero veramente preso nelle loro mani
la gestione dello Stato, dell’industria e della società, tutti i colli
di bottiglia prodotti dalla burocrazia avrebbero potuto essere
eliminati in fretta. Liberata dalla stretta mortale della burocrazia,
l’economia pianificata avrebbe preso il volo. Nell’arco di un piano
quinquennale la ricchezza della società sarebbe potuta aumentare in
maniera enorme grazie alla libera iniziativa e all’entusiasmo delle
masse.
Nel 1919,
quando i lavoratori presero il potere in Sassonia e in Baviera, subito
Lenin propose loro di introdurre la giornata lavorativa di sette ore,
affinché avessero il tempo per gestire l’industria e lo Stato.
Gorbaciov si dichiarava per un ritorno alle idee di Lenin, ma in realtà
non era più leninista di Stalin. Se si fosse fatto un appello ai
lavoratori ed ai contadini perché prendessero il controllo della
società e dell’industria, sarebbe stato subito possibile procedere
verso una riduzione della giornata lavorativa, condizione preliminare
per stabilire un vero regime di democrazia.
Ciò sarebbe
vero anche nella Russia odierna, una volta superato il caos spaventoso
provocato dal capitalismo mafioso in questi anni. Il controllo
democratico e la partecipazione delle masse, nel contesto di non più di
due piani quinquennali, potrebbero trasformare tutta la situazione.
Dato il livello attuale di sviluppo, sarebbe possibile introdurre molto
rapidamente le 32 ore settimanali, seguite in pocchi anni da
un’ulteriore riduzione di orario.
Le risorse
tecniche e scientifiche necessarie per avvicinarsi al socialismo,
assenti nel 1917, erano state costruite in Urss. Anche considerando la
stima più conservatrice, l’economia sovietica negli anni ottanta
avrebbe potuto conseguire, a queste condizioni, tassi di crescita due o
tre volte superiori a quelli raggiunti, superando anche i risultati
migliori dell’Occidente. Se una tale crescita si fosse mantenuta, nel
giro di dieci anni l’Unione Sovietica avrebbe potuto superare gli Usa
non solo in termini assoluti, ma anche nella produttività del lavoro,
l’indice più importante del progresso economico. Su questa base sarebbe
stato possibile avvicinarsi al socialismo ed assistere al rifiorire
dell’arte, delle scienze e della tecnica.
La soluzione
di Gorbaciov era invece quella di realizzare “una democratizzazione
generalizzata della gestione, potenziando il ruolo dei collettivi di
lavoro, rafforzando il controllo dal basso ed assicurando la
trasparenza dell’operato degli organismi economici”. Ma le sue
dichiarazioni d’intenti erano pura demagogia; un’azione seria in questa
direzione avrebbe colpito il cuore stesso del controllo burocratico ed
egli non aveva certo intenzione di arrivare ad un punto tale. I
cambiamenti erano in realtà solo di facciata. Fu ammessa una
consultazione limitata dei lavoratori, nel tentativo di coinvolgerli in
certe decisioni, ma senza l’introduzione di gestione e controllo
operaio veri. Nonostante questo, Gorbaciov continuò ad insistere nella
solita maniera demagogica:
Gli organismi elettivi
dovrebbero essere più esigenti verso il proprio apparato. Nessuno può
soprassedere al fatto che i dirigenti che rimangono in carica per
lunghi periodi tendono a perdere il contatto con il nuovo, a separarsi
dalla gente attraverso istituzioni che hanno ideato loro stessi e a
volte anche a frenare il lavoro degli stessi organismi elettivi. È
arrivato il momento di stabilire una procedura che consenta ai soviet
ed a tutti gli organismi sociali di valutare e di verificare il lavoro
dei responsabili del loro apparato dopo ogni elezione facendo opportune
sostituzioni di personale.
Al giorno d’oggi è necessario
un coinvolgimento sempre maggiore delle organizzazioni sociali
nell’amministrazione del paese. Tuttavia, in questo contesto, risulta
evidente che molte di queste mancano di sufficiente iniziativa. Alcune
di esse cercano di operare soprattutto attraverso i loro addetti in
maniera burocratica e si appoggiano poco alle masse. In altre parole il
carattere popolare, collettivo e indipendente delle organizzazioni
sociali è lontano dall’essere pienamente realizzato.
Nel suo
discorso al XXVII Congresso del Partito, Gorbaciov si dichiarò
addirittura favorevole al “principio di eleggibilità di tutti i
dirigenti di équipe e poi progressivamente ad altre categorie di
personale dirigente: capireparto, sovrintendenti di reparto, settore o
turno e i direttori di dipartimento di fattorie statali”. Gorbaciov
faceva di tutto per spingere in avanti l’economia, ma stava giocando
col fuoco. Una volta che si introduce “l’eleggibilità”, per quanto
riguarda i lavoratori, dove si può finire?
Il fatto che
egli fosse costretto a sollevare nel suo discorso del gennaio 1987 la
questione dell’elezione di tutte le cariche nel Partito Comunista era
un’indicazione che non erano stati ottenuti molti successi
nell’elezione dei capireparto ecc.; la burocrazia aveva bloccato
l’applicazione di questo cosiddetto principio.Gorbaciov cercava di
usare queste “riforme” come una frusta contro la burocrazia all’interno
del partito stesso. La situazione reale nella società sovietica
risultava evidente dal tentativo disperato di Gorbaciov di utilizzare
il voto segreto, come aveva fatto Stalin, nelle elezioni di tutti i
livelli del partito comunista, da quelli inferiori a quelli superiori;
questo doveva essere un mezzo per stroncare i settori più reazionari
della burocrazia, che volevano continuare il loro saccheggio dello
Stato sovietico.
Nella società capitalista -
spiega Trotskij - il voto segreto ha come scopo di sottrarre gli
sfruttati all’intimidazione degli sfruttatori. Se la borghesia ha
finito per consentirvi sotto la pressione delle masse, è perché si
sentiva interessata a proteggere in una certa misura il suo Stato
contro la demoralizzazione che vi seminava. Ma non può esistere nella
società socialista, a quanto pare, la paura nei confronti degli
sfruttatori. Contro chi bisogna dunque difendere i cittadini sovietici?
Ma contro la burocrazia! Stalin ne conviene abbastanza francamente.
Interrogato: “Perché avete bisogno del voto segreto?”, risponde a
chiare lettere: “Perché intendiamo dare ai cittadini la libertà di
votare per coloro che vogliono eleggere”. Il mondo apprende così da
fonte autorevole che i cittadini sovietici non possono ancora votare
secondo i loro desideri. Si avrebbe torto di concludere che la
Costituzione di domani assicurerà loro questa possibilità.5
Il sistema
burocratico sotto Gorbaciov rimase in essenza quello che era stato
durante tutto il corso del dominio della burocrazia. Il tentativo di
far schioccare la frusta sopra la burocrazia era destinato a fallire.
“Non è una questione sociologica, ma di interessi materiali” come
spiegava Trotskij. L’economia non si poteva sviluppare senza la
partecipazione e il controllo della classe operaia. Gorbaciov puntava
sul mantenimento del potere inserendo alcuni elementi di partecipazione
e di controllo da parte dei lavoratori. Tuttavia non può esistere un
controllo “parziale” da parte della massa della popolazione; o i
lavoratori prendono il controllo o questo verrà loro sottratto di
nuovo. Un controllo parziale non potrebbe mai funzionare.
Una casta parassitaria
Questa era la
contraddizione fondamentale della posizione di Gorbaciov. Incoraggiare
una iniziativa maggiore (e quindi una maggiore produttività da parte
dei lavoratori), pur difendendo i privilegi e i guadagni della
burocrazia, era un tentativo di far quadrare il cerchio. Per far
ripartire l’economia sovietica, per eliminare la corruzione e motivare
la classe operaia, sarebbe stato necessario riconoscere ai lavoratori
la libertà di organizzarsi, discutere e criticare. Ma questo era
impossibile. La prima cosa che i lavoratori avrebbero messo in
discussione sarebbe stata proprio la natura parassitaria dei milioni di
funzionari, delle loro mogli,familiari e tirapiedi. Da un punto di
vista economico, questa argomentazione era incontestabile. Ma Gorbaciov
non poteva permettere che una tale questione fosse posta, per la
semplice ragione che egli rappresentava gli interessi materiali della
casta dominante.
Sui 19 milioni
di funzionari che componevano la burocrazia, la grande maggioranza
erano figli e nipoti di burocrati. Avevano tutti gli attributi di una
casta dominante speciale, come quella dell’India antica, sempre più
separata dalla vita e dal modo di pensare dei lavoratori comuni. La
burocrazia stessa, nonostante la nuova immagine di Gorbaciov, era
profondamente demoralizzata, divisa e pessimista. Dopo più di
settant’anni, tutti i collegamenti con le idee e le tradizioni
dell’Ottobre erano stati recisi. Nel suo famoso libro satirico La fattoria degli animali, George Orwell dipinge i maiali e gli agricoltori in una riunione dove è impossibile distinguere gli uni dagli altri.
Oltre ad avere
privilegi e salari gonfiati, i burocrati vivevano totalmente separati
dalle masse, con negozi, ristoranti, cliniche, case di cura e
addirittura spiagge speciali. Le loro mogli non dovevano fare la fila
al freddo. A differenza dei loro concittadini, potevano viaggiare
all’estero, potevano accedere a valuta estera e a tutti i beni di lusso
negati al resto della popolazione. Sebbene non fosse ufficialmente
ammesso, esisteva anche l’equivalente delle scuole private sotto la
sottile maschera di scuole speciali di lingue estere, frequentate quasi
esclusivamente dai figli della burocrazia. La mentalità e l’ideologia
di questo ceto non avevano niente a che fare con la classe operaia e il
socialismo, come dimostrano le seguenti citazioni:
Il jet-set è proprio
quello che ci si aspetterebbe. I figli dei ricconi e dei privilegiati,
che non hanno nessuna intenzione di lavorare, che non credono in nulla
(nemmeno nella ribellione) e fanno del loro meglio per far diventare le
ville dei genitori imitazioni di Palm Beach. Vestono capi importati
dall’Europa, si ubriacano, amoreggiano e fornicano, giocano d’azzardo e
ballano. Considerano la massa della popolazione come bestie e gli
intellettuali come saccenti e seccatori, vivono quasi esclusivamente
fra di loro nelle case di uno e dell’altro e perciò sono visti
raramente.6
E ancora nel Guardian (19/02/86):
Ma ci sono così tanti di
questi figli dell’élite del partito che anche al di fuori della vita
politica costituiscono una nuova classe in se stessi. E ora anche i
loro figli frequentano scuole privilegiate. C’è oggi una classe
media sovietica urbana e sofisticata con la sua rete di ex allievi, che
è totalmente separata dalla nomenklatura. (enfasi nostra).
Le condizioni
di vita lussuose dell’élite non erano un segreto. Il supermarket
speciale del Cremlino in via Granovskij era comodamente situato a
fianco della clinica speciale del Cremlino stesso. L’articolo continua:
Gli ospedali speciali per gli
alti funzionari sono gli unici ad avere accesso ai farmaci occidentali;
essi hanno diritto all’utilizzo di tenute in campagna e di appartamenti
di lusso che sono compresi nel compenso per il loro lavoro.
(…) [Breznev] ha ammesso di
vivere bene, ma ha detto di non guadagnare di più di un alto dirigente
d’azienda, a cui vanno, con gli incentivi, circa 200 sterline a
settimana. Anche la stampa sovietica ha trovato difficile trattenersi
dal ridere davanti a questa dichiarazione.
I burocrati si
erano serviti della rivoluzione per garantirsi potere e privilegi
inauditi. Nelle parole di Kirpicev, nella commedia di Zorin, erano
“aristocratici dai colletti bianchi, avari e presuntuosi, lontani dal
popolo.” I vecchi funzionari stalinisti erano dei gangsters corrotti,
ma avevano almeno dei legami con le vecchie tradizioni. Ecco invece una
nuova generazione di aristocratici “nati nella porpora”, abituata ai
profumi francesi, ai vestiti stranieri costosi e alle Cadillac. Raissa
Gorbaciova era un classico esemplare di queste creature. Pierre Cardin
descriveva Raissa come “una delle più affascinanti mogli di dignitari
stranieri che abbia mai visitato il mio salone”. Per qualche strana
ironia, la Gorbaciova era stata docente di marxismo-leninismo
all’Università di Mosca, anche se è difficile immaginare quale tipo di
marxismo possa aver insegnato.
Negli anni ’20
Sosnovskij, membro dell’opposizione di sinistra, coniò la frase “il
fattore automobile-harem” in relazione all’ascesa della burocrazia. Gli
aspiranti burocrati sposavano le figlie dei borghesi e degli
aristocratici e imitavano le loro abitudini e le loro concezioni di
vita. Le grandi auto dei funzionari e le loro “signore truccate”
ricordavano la protesta di Babeuf davanti ad un fenomeno simile nel
periodo della reazione termidoriana della rivoluzione francese, quando
gli ex giacobini cominciarono a festeggiare e a pranzare con i nobili,
e a sposare le loro figlie. “Che cosa state facendo, plebeo meschino?
Oggi vi abbracciano, ma domani vi strangoleranno”. Nulla ha espresso
più vividamente delle loro mogli il carattere piccolo borghese e
reazionario della nuova cricca di burocrati melliflui rappresentati da
Gorbaciov.
I governanti
dell’Unione Sovietica erano difatti più distanti dalla popolazione di
quanto lo fosse la classe dominante in Occidente. Ciò si espresse nello
sfogo di uno dei delegati alla conferenza speciale del Pcus tenuta nel
1988 (non a caso, era la prima conferenza di questo tipo dal 1941): “Sappiamo di più sulla situazione del presidente Reagan o della regina d’Inghilterra di quello che sappiamo sui nostri dirigenti”.7
L’élite al
potere subiva tanto più l’influenza del capitalismo quanto più
diventava estranea e distante dalla società sovietica. Qui abbiamo un
esempio di quello che voleva dire Engels quando parlava dello Stato
come di un “potere che sta al di sopra della società e sempre più si
aliena da essa.” In particolare l’élite del corpo diplomatico si
abituava ad intrattenersi nei circoli della borghesia in Occidente, ed
evidentemente non le dispiaceva. Eduard Shevarnadze era un personaggio
tipico di questo strato. A differenza dei vecchi burocrati ignoranti e
rozzi che non sapevano parlare lingue straniere, la nuova generazione
era colta, cosmopolita ed elegante e aveva la mentalità dei
piccoli borghesi “arrivati” che caratterizza i dirigenti riformisti
quando hanno a che fare con la grande borghesia, dove la paura e
l’invidia combattono con una segreta e servile ammirazione.
Mai il marciume del regime era stato più evidente che nel periodo della cosiddetta perestrojka
(o “katastrojka”, come presto la ribattezzarono i lavoratori russi).
Gorbaciov era abbastanza intelligente per comprendere che, se non
fossero state prese misure drastiche dall’alto, tutta la macchina si
sarebbe inceppata. Non c’è motivo di supporre che in quel momento
intendesse ritornare al capitalismo. In quel periodo gli elementi
filocapitalisti della burocrazia erano quasi sicuramente in minoranza.
Ma Gorbaciov aveva avviato dei processi che avevano una propria logica.
Fermento e malcontento
Le riforme di
Gorbaciov, come quelle di Kruscev, stimolarono inizialmente l’economia.
Tuttavia l’obiettivo del 4% era molto scarso rispetto a ciò che avrebbe
potuto raggiungere l’economia in un regime di democrazia operaia. Nel
settembre 1986 la produzione industriale sovietica crebbe del 5,6%
rispetto all’anno precedente, in gran parte questo fu il risultato
della “spinta all’efficienza” di Gorbaciov. Ciò costituiva un
miglioramento rispetto alle cifre raggiunte sotto Breznev, ma non
raggiungeva ancora la crescita delle economie capitaliste ai tempi del
boom; questo, in una nazione con il 25% degli ingegneri, dei tecnici e
degli scienziati di tutto il mondo e le risorse di un sesto del globo a
propria disposizione! Il relativo aumento fu in parte conseguito
tagliando alcuni rami secchi, eliminando i funzionari più corrotti e
scandalosamente inefficienti. Circa il 50% dei ministri del governo e
dei presidenti di organismi statali e il 30% dei segretari di Partito
furono rimossi. Circa duecentomila funzionari furono licenziati. In
confronto al numero totale di burocrati (19 milioni), questa era una
cifra insignificante, eppure provocò un’aspra resistenza da parte di un
settore della burocrazia, guidato da Ligaciov, che si opponeva alle
riforme. Senza il controllo della democrazia operaia, i burocrati
avevano mille modi di eludere la perestrojka.
In realtà le
riforme, lungi dal risolvere i problemi della burocrazia, li
aggravavarono e li intensificarono. Per procedere lungo la strada delle
“riforme” Gorbaciov era costretto ad appoggiarsi ora su una ora
sull’altra frazione dell’élite burocratica. In svariate occasioni
minacciò di dimettersi se le sue riforme fossero state bloccate. Voleva
così lanciare un’avvertimento ai settori più conservatori della
burocrazia. Ma la burocrazia non avrebbe mai accettato di farsi da
parte; al contrario stava cercando di rafforzare la sua posizione
privilegiata.
Quanto alla
“democrazia”, oltre a qualche concessione secondaria non era cambiato
molto. Le masse erano ben consapevoli che tutto era truccato da cima a
fondo. L’introduzione della possibilità di avere più di un candidato
alle elezioni era un tentativo di nascondere l’esistenza di un sistema
totalitario a partito unico; tutti i candidati appartenevano al Partito
unico o dovevano comunque essere d’accordo col suo programma.
Invece di
procedere dal basso verso l’alto, il sistema funzionava dall’alto verso
il basso, come una piramide capovolta. Gorbaciov si appoggiava sullo
scontento crescente delle masse verso il sistema, che esse tolleravano
in mancanza di un polo di attrazione rivoluzionario all’ovest. Ma
l’accordo di Gorbaciov con l’imperialismo Usa ebbe conseguenze di lunga
portata all’interno del paese. La “minaccia dall’esterno”, che per
decenni era stata usata dalla burocrazia per paralizzare ogni
opposizione da parte dei lavoratori, non aveva più effetto.
L’impasse del
regime burocratico, che si manifestava nel rallentamento dell’economia,
ebbe un effetto sulla psicologia di tutti gli strati della società
sovietica a cominciare dalla burocrazia stessa. L’élite dominante si
rese conto di non essere più capace di far progredire la società.
Sempre più essa si sentiva un freno al progresso e questo malessere
pervadeva l’intera società.
C’era un
fermento continuo di malcontento fra gli intellettuali. I giovani erano
stati gli alfieri della rivoluzione d’Ottobre e i combattenti più
valorosi nella guerra civile e avevano investito tutte le loro energie
nella realizzazione del primo piano quinquennale; ora la gioventù era
del tutto disaffezionata. Lo scontento si manifestava in un teppismo
diffuso e nell’abuso di alcolici, che rifletteva la disperazione delle
fasce meno coscienti. La condizione dei giovani in Unione Sovietica
nell’ultimo periodo la diceva lunga sul ruolo dello stalinismo. Dopo
più di tre generazioni, si vedevano tutti i sintomi della
demoralizzazione: abuso di alcolici, sottoproletarizzazione, furti,
teppismo e comportamenti antisociali.
Fra gli
aspetti più barbari dello zarismo, uno dei più retrogradi era il fatto
che metà del bilancio dello Stato derivava dal monopolio della vodka.
Esiste certamente una lunga storia di alcolismo in Russia che risale a
un periodo sorprendentemente remoto. Nella Cronaca dei tempi passati,
scritto nel dodicesimo secolo, Vladimir principe di Kiev, rifiutando
l’Islam a favore del Cristianesimo, avrebbe asserito: “Bere è la gioia
del popolo russo”. Ma il ruolo della vodka nella vita russa è troppo
spesso associato a fenomeni che hanno ben poco di gioioso. Il consumo
eccessivo di superalcolici riflette piuttosto una demoralizzazione
senza speranza. I bolscevichi furono i primi a cercare di combattere il
consumo di vodka. Ma il monopolio statale della vodka fu reintrodotto
sotto Stalin come una preziosa fonte di entrate, questa misura era in
aperta contraddizione con l’affermazione che il “socialismo” era stato
ormai costruito in Urss.
Il consumo di
alcool puro è quadruplicato nei quarant’anni successivi alla seconda
guerra mondiale; una persona su sette si poteva considerare
alcolizzata. L’abuso di alcolici cominciava già a scuola, mentre
aumentavano le nascite di bambini con handicap fisici e mentali,
fenomeno collegato all’alcool. Nel 1985 l’Izvestia affermò che
ben 27 milioni di lavoratori avevano seri problemi con l’alcool. Erano
così ubriachi, o malati per l’abuso di alcolici, che per almeno due
giorni alla settimana non si facevano vedere al lavoro. Una ricerca in
800 fabbriche di Mosca rilevò che nell’ultima ora di ogni turno, solo
il 10% dei lavoratori rimaneva ancora al suo posto.
Gorbaciov
ordinò contromisure repressive radicali. Nel 1986 furono chiusi, nella
capitale, nove negozi di vodka su dieci e inizialmente il consumo di
alcool crollò del 40%. Ma in assenza di un autentico regime di
democrazia operaia, misure che in sé avrebbero potuto essere giuste
ottennero l’effetto opposto a quello voluto. Il tentativo di frenare il
consumo di alcool portò effettivamente ad un miglioramento della
salute, ma si rivelò un’arma a doppio taglio, provocando un calo delle
entrate fiscali del 30%.
Inoltre questa
misura non rimosse il flagello dell’alcolismo, un male radicato nelle
condizioni di vita vigenti sotto il regime totalitario burocratico, che
provocava alienazione e frustrazione crescenti in ampie fasce della
società. La stampa sovietica era piena di casi di persone che si erano
ammalati bevendo acqua di colonia. Gli arresti per distillazione
illegale nel 1987 furono 440.000, il doppio rispetto all’anno
precedente. Nel 1988, le distillerie illegali producevano dal 40 al 50%
in più rispetto alle fabbriche statali. Si raccontava di piloti d’aereo
che rubavano carburante e antigelo a base di alcool, per berli. Erano
episodi sintomatici di disperazione.
Il regime
repressivo pesava maggiormente sui giovani, che mostravano apertamente
cinismo e frustrazione nei confronti del governo totalitario del
cosiddetto Partito Comunista. Il Soviet Weekly (08/11/90)
pubblicò un sondaggio secondo il quale solo il 14% dei giovani
dell’Urss aveva fiducia nel Pcus. A scuola erano stati imbottiti di una
concezione formalistica del marxismo-leninismo e ora avevano un
rigetto. Il sondaggio concludeva che solo il 15-20% credeva nel
socialismo. Lo scetticismo e la disillusione diffusi fra la gente si
riflettevano in battute come: “Abbiamo già raggiunto il vero comunismo
o ci aspetta qualcosa di peggio?”. Naturalmente questi giovani non
avevano mai avuto libero accesso alle autentiche idee del marxismo e
del socialismo, ma solo ad una loro sterile caricatura che paralizzava
l’intelletto. L’unico “socialismo” che avessero mai conosciuto era una
mostruosità totalitaria. Data la mancanza di qualsiasi alternativa,
cercavano una via d’uscita attraverso l’evasione dalla realtà.
Un articolo sul giornale dei sindacati, Trud,
presentò questo fenomeno con un tono esasperato ma semi-scherzoso.
L’argomento in questione era troppo macabro per essere veramente
divertente:
La lozione per capelli è
particolarmente popolare fra gli alcolizzati di Mosca, ma se non si
riesce a trovare, c’è l’acqua di colonia Kara Nova, a 65 copechi la bottiglia. Da evitare a tutti i costi è un profumo chiamato Carmen che fa sentire il cliente come se gli avessero tagliato la gola.
Le misure di Gorbaciov alla fine non ingannarono nessuno. Lo scetticismo generale si rifletteva nella barzelletta seguente:
Un uomo entra in un negozio e
chiede una bottiglia di birra che il giorno prima costava 50 copechi.
La commessa gli chiede un rublo.
“Ma ieri costava la metà”.
“Sì, ma deve pagare un 100% in più per la glasnost”.
“L’uomo paga di malavoglia il rublo e rimane sorpreso quando riceve 50 copechi di resto”.
“Ma non ha detto che costava un rublo?”
“Certo. I 50 copechi sono per la glasnost. Non abbiamo birra”.
Un gigantesco zero
Nell’economia
regnava il caos. Anche il misero obiettivo del 4 per cento di crescita
non era stato raggiunto. Dal lancio del nuovo piano quinquennale nel
1986, la crescita era stata del 2% circa all’anno. L’economista Abel
Aganbegjan rivelò che la crescita economica nel 1989-90 era
praticamente pari a zero. Ma il reddito procapite in realtà diminuì.
Ciò costituì una condanna a morte per la perestrojka. Inoltre
la partecipazione al mercato mondiale non aveva aiutato, anzi aveva
peggiorato la situazione. La burocrazia aveva immaginato che la
partecipazione al mercato mondiale avrebbe risolto i suoi problemi. Il
commercio estero crebbe in un decennio dal 4 al 9% del Pil sovietico.
Per un certo tempo ciò ebbe un effetto positivo, particolarmente nel
campo della tecnologia. Ma fece anche nascere nuove contraddizioni che
i governanti di Mosca, navigando a vista, non avevano previsto. Il
debito dell’Urss verso l’Occidente, che nel 1983 era stato solo di 14
miliardi di dollari, si era ormai raddoppiato arrivando a 28 miliardi
di dollari. Era ancora abbastanza ridotto rispetto alle dimensioni
dell’economia sovietica, ma rendeva di nuovo attuale la domanda di
Lenin: “Chi prevarrà?”.
La crisi
economica si fece sentire con una caduta del tenore di vita, con le
code nei negozi e con la carenza di cibo. Su mille beni di consumo di
base, solo quattro si trovavano regolarmente nei negozi. Questo era il
risultato del caos burocratico. Ci fu un raccolto record, con
abbondanza di grano e patate, ma non arrivava nei negozi. Una grande
quantità di prodotti veniva trattenuta in attesa dell’aumento dei
prezzi. Un milione di tonnellate di cibo marciva nei porti. Il giornale
dei sindacati Trud fece l’esempio di scaffali di negozi che
avrebbero dovuto essere pieni di frutta e verdura fresca e che invece
avevano solo barattoli di albicocche bulgare. In seguito la situazione
peggiorò. Secondo il Soviet Weekly (8/11/90): “una cifra
sbalorditiva di 70 milioni di persone - un quarto della popolazione -
oggi riesce a malapena a sbarcare il lunario.”
Un articolo della Pravda del 18 ottobre 1990 dipingeva un quadro allarmante di disintegrazione economica e sociale:
La situazione continua a
peggiorare; la produzione è in calo; i collegamenti economici sono
stati spezzati. Le tendenze separatiste diventano sempre più forti. Il
mercato dei consumatori è un macello. Il deficit di bilancio e il credit-worthiness
(la possibilità di ottenere prestiti - NdT) dello Stato hanno raggiunto
livelli critici. I comportamenti antisociali e la criminalità sono
cresciuti. La vita sta diventando più difficile, gli incentivi a
lavorare si sono indeboliti, la fiducia nel futuro sta crollando.
L’economia è in una situazione altamente pericolosa.
La carenza di cibo e di altri
beni di consumo era endemica. La scontento della popolazione era
alimentato dalla consapevolezza che queste carenze erano artificiali,
risultato di incompetenze e di sabotaggi. La vodka sottratta dai negozi
veniva venduta al mercato nero a prezzi gonfiati. Non c’erano sigarette
nei negozi, ma le fabbriche ne erano piene. La carne restava a marcire
nei magazzini. La domanda veniva soddisfatta solo per il 66%. Non
appena le merci arrivavano nei negozi la gente ne faceva incetta,
aumentando così la scarsità di beni. La stampa ufficiale ammetteva che
“negli ultimi quattro anni 13.000 tipi di articoli sono scomparsi dagli
scaffali”.8
La politica
anti alcool fallì e ancora una volta ci furono lunghe file per la
vodka. Il 22 agosto 1990 la rabbia e la frustrazione accumulate
esplosero; ci furono disordini a Celjabinsk provocati dall’interruzione
dei rifornimenti di alcoolici. Quando arrivò la milizia la folla la
costrinse a ritirarsi.
La milizia si schierò con gli
scudi a mo’ di testuggine tipica della Roma antica, ma anche quella
fortezza rudimentale non poteva resistere all’attacco della folla
inferocita. Circondando la milizia da tutte le parti i teppisti
lanciarono sanpietrini alle truppe da distanza ravvicinata.9
La situazione
a Celjabinsk fu peggiorata dallo scandalo, emerso in seguito, che
coinvolgeva il Partito comunista locale. “Gli ispettori degli
approvvigionamenti pubblici scoprirono un magazzino segreto pieno di
leccornie nella sede centrale del Partito comunista”. Nello stesso
articolo si ammetteva che “la situazione politica e sociale ai tempi
dei disordini per la vodka era simile a quella che esiste oggi in molte
città sovietiche”. In altre parole la pazienza delle masse stava
raggiungendo il limite e qualsiasi fatto accidentale poteva provocare
un’esplosione. Era evidente anche che le masse cominciavano a perdere
la loro paura delle forze repressive dello Stato. Ma in assenza di una
alternativa seria, cioè di un partito e di un programma rivoluzionari,
lo scontento delle masse non trovava uno sfogo efficace.
Di fronte al
vicolo cieco in cui si trovava il regime, un settore crescente della
burocrazia cercava una via d’uscita nell’Occidente, che stava ancora
attraversando un boom, per quanto artificiale e temporaneo. I
rappresentanti dell’élite burocratica avevano occasione di stare a
stretto contatto con miliardari, diplomatici e presidenti nelle loro
visite sempre più frequenti all’ovest. Mettevano a confronto questo
spettacolo scintillante con il quadro di impasse e di stagnazione che
si erano lasciati alle spalle, e il paragone non appariva molto
lusinghiero. In tal modo, fra una parte dei burocrati l’idea
dell’Occidente come “modello” cominciava seriamente a farsi strada.
Ciò dimostrava
la totale bancarotta ideologica dei leaders dell’Unione Sovietica e del
Pcus. Impressionisti superficiali come Gorbaciov e Shevardnadze si
lasciavano ingannare. Come tutti i burocrati, ai tempi della scuola
avevano imparato frammenti di un’ideologia confusa e mutilata che
veniva spacciata per marxismo-leninismo, ma il vero marxismo era per
loro un mistero. La loro completa mancanza di una visione di classe era
dimostrata dall’osservazione tipicamente filistea di Gorbaciov su come
i capitalisti fossero “anche esseri umani”. In altre parole, si può
conversare con i leaders occidentali “da uomo a uomo” e appianare le
divergenze attorno al caminetto, come se si trattasse di “chimica
personale” e non delle differenze inconciliabili fra due sistemi
sociali incompatibili!
I burocrati
sovietici non erano gli unici che avevano cambiato lato della
barricata. Il dirigente comunista bulgaro Todor Zivkov ammise nel 1990
che da tempo credeva che il socialismo fosse morto e irrealizzabile.
Jaruzelski, autore del golpe stalinista, ora affermava che era stato un
errore terribile e chiedeva scusa al popolo polacco! Anch’egli
improvvisamente comprese che “il capitalismo è l’unica strada”.
Per questa
gente un’apostasia del genere era solo un passo logico; dopo tutto
nella pratica avevano rotto con il socialismo da molto tempo. Ciò era
stato previsto da Trotskij mezzo secolo prima, quando scrisse che la
burocrazia non si sarebbe accontentata del potere e dei privilegi
usurpati, ma avrebbe cercato di tutelare la propria posizione, e quella
dei propri figli, trasformandosi in capitalisti.
Dapprima,
Gorbaciov fece un tentativo di resistere alle richieste radicali per
una transizione rapida verso il capitalismo. Rizkov aveva una posizione
simile: voleva il mantenimento dei settori vitali dell’economia in mano
statale, ma anche lasciare spazi al mercato. Gorbaciov vacillava
continuamente fra le opposte correnti della burocrazia. Nel frattempo,
i generali diventavano sempre più impazienti riguardo al trattato
dell’Unione e alla conseguente minaccia all’Urss. Verso la fine del
1990 Gorbaciov finalmente rese pubblici i punti principali del suo
piano. Erano un guazzabuglio disastroso di buone intenzioni e idee
contraddittorie.
La
stabilizzazione della moneta si doveva realizzare con un fondo di
valuta pregiata per finanziare il commercio estero. Ci sarebbero state
delle privatizzazioni, ma solo di piccole imprese, e in maniera
graduale; una liberalizzazione dei prezzi, un decentramento (ma
mantenendo l’Urss) e, naturalmente, la deregolamentazione dei salari.
Ultimo, ma non meno importante, un deficit di bilancio inferiore al 3%
del Pil (questa è anche una delle condizioni di Maastricht, che gli
Stati dell’Unione europea non hanno raggiunto facilmente) attraverso
ferrei controlli del credito. Le sue conclusioni erano ottimistiche:
“Dovrebbe emergere un’economia equilibrata, con un mercato saturo di
beni di consumo e servizi”. Ma era l’ottimismo di un uomo che cammina
sull’orlo di un burrone.
Gorbaciov
continuava a professarsi “socialista” e “comunista”, ma con la sua
condotta dimostrava di non credere ad una parola di quello che diceva.
Risultò evidente in un’intervista concessa alla televisione britannica
dove ripeté l’assurdo mito per cui tutto sarebbe andato bene in Russia,
se solo la Rivoluzione di Febbraio avesse avuto successo! Questo fa
capire la sua totale mancanza di comprensione sia della Rivoluzione di
Febbraio, sia di quella di Ottobre. Non è necessario dilungarsi su
questa questione, che abbiamo affrontato altrove. È un’emblematica
manifestazione di degenerazione il fatto che, dopo settant’anni
dall’Ottobre, il segretario generale del Pcus ripeta una tale assurdità.
Reagan e gli
altri capi occidentali, mentre in pubblico elogiavano Gorbaciov,
probabilmente ridevano alle sue spalle. I diplomatici statunitensi
sicuramente non credevano ai loro occhi. Quest’uomo poco lungimirante
venne rapidamente trascinato nella logica della capitolazione da questa
gente, che in realtà era decisa a strangolare e a mettere in ginocchio
l’Unione Sovietica. Ancora oggi Gorbaciov continua a nutrire illusioni
sulla “democrazia occidentale”, o, per essere più precisi, sulla
“democrazia in quanto tale”, tipiche di un riformista piccolo borghese
che immagina di poter conciliare interessi di classe antagonisti. La
sua immagine di realismo pragmatico è solo una foglia di fico per
coprire la sua impotenza.
Con ogni
probabilità Gorbaciov non voleva la restaurazione del capitalismo in
Russia, ma ne preparò il terreno e fu messo inevitabilmente da parte
dal suo “pupillo” Eltsin, non appena salì in sella alla testa della
frazione della nascente borghesia. Oggi Gorbaciov è disposto ad
accettare il fatto compiuto delle cosiddette riforme, mentre piagnucola
per le loro disastrose conseguenze. Anche per questo aspetto è una
copia fedele dei dirigenti socialdemocratici occidentali che sono
pronti ad abbracciare il capitalismo, ma non sono contenti con tutto
ciò che inevitabilmente ne consegue.
Illusioni in Gorbaciov
È incredibile
come molti elementi della sinistra in Occidente si sono lasciati
abbindolati da Gorbaciov. Non solo la destra e la sinistra dei partiti
riformisti, ma anche qualche sedicente trotzkista, si sono fatti in
quattro per rendere omaggio a questo “grande riformatore e statista”.
Questa gente era incapace di distinguere fra l’ombra e la sostanza. In
realtà Gorbaciov difendeva gli interessi della casta dominante. Certo,
la sua immagine era diversa da quella dei vecchi dirigenti stalinisti,
ma la differenza era più di stile che di contenuto.
Gorbaciov era un burocrate colto e pratico dei paesi esteri, ben diverso dai parvenu rozzi, limitati e ignoranti dei tempi di Stalin. Capiva l’impasse in cui si trovava il sistema burocratico.
Tuttavia,
senza l’iniziativa delle masse, non si può risolvere nulla. Anche sotto
il capitalismo è così; la maggioranza delle grandi fabbriche
produrrebbe meno e peggio se i lavoratori non applicassero la loro
intelligenza e capacità, a volte aggirando le regole, per mantenere in
funzione i macchinari. Ogni anno in Gran Bretagna si ricavano centinaia
di milioni di sterline dai suggerimenti dei lavoratori.
Questo
dimostra l’enorme potenzialità di un sistema basato sulla gestione e
sul controllo operaio che sprigionerebbe l’iniziativa, l’intelligenza e
la creatività dei lavoratori. Sono stati molti quelli che hanno nutrito
illusioni sul fatto che la burocrazia potesse riformare se stessa.
Uno di questi
era Roy Medvedev, uno storico capace che, pur manifestando grande
coraggio personale nella lotta contro il regime, non riuscì a
sviluppare un’analisi marxista veramente coerente. Medvedev
rappresentava l’ala “sinistra” dellaburocrazia. Voleva che il regime si
riformasse in un modo rigorosamente legale e costituzionale.
Per ciò che riguarda i mezzi e
i modi di lotta politica, devono essere assolutamente legali e
costituzionali, - dice Medvedev - esistono alcuni gruppi estremisti che
credono nell’utilizzo di metodi illegali, ad esempio la fondazione di
tipografie clandestine.10
Poi cita un suo avversario che evidentemente valutava in modo esatto la burocrazia:
“Tu credi che il vertice
appoggerebbe un certo grado di democratizzazione, ma per i vertici
significherebbe liquidare se stessi; l’intera storia politica conferma
la natura utopica di una tale aspettativa. Nessun governo si ritira per
sua spontanea volontà. Le tue idee sono nocive dal momento in cui
creano illusioni sulla facilità con cui il programma di riforme che
proponi si possa realizzare. Suggerisci che, in base ad un cambiamento
nelle condizioni sociali e politiche, forze fresche entrerebbero a far
parte dell’apparato e trasformerebbero i suoi modi burocratici. Ma ciò
incoraggia l’idea erronea di un processo spontaneo e automatico; in
realtà queste forze fresche incontrerebbero inevitabilmente un’aspra
resistenza”.11
Di nuovo
Medvedev vuota il sacco quando dice: “Riforme troppo precipitose
possono creare problemi con il blocco socialista (come ha insegnato
l’esperienza cecoslovacca)”.12 Chiaramente ogni movimento della classe
operaia per liberarsi dal giogo della burocrazia “creerebbe problemi”.
Ma immaginare che la casta dominante si potesse arrendere senza lottare
era solo una pia illusione.
Un altro
esempio è costituito da Isaac Deutscher. Il suo nome è spesso legato a
quello di Trotskij per la sua biografia in tre volumi del grande
rivoluzionario. Ma politicamente i due non potrebbero essere più
lontani. Infatti nella sua biografia di Stalin, Deutscher cerca di
glorificare il ruolo di quest’ultimo. Invece di descriverlo come il
capo della burocrazia controrivoluzionaria, lo fa apparire come un
grande rivoluzionario incompreso:
Stalin è stato sia il leader
che lo sfruttatore di una rivoluzione tragica e contraddittoria, ma
creativa. Come Cromwell, egli incarna la continuità di una rivoluzione
attraverso tutte le sue fasi e metamorfosi, sebbene il suo ruolo fosse
meno importante in una prima fase. Come Robespierre ha dissanguato il
proprio partito e come Napoleone ha costruito il suo impero per metà
conservatore e metà rivoluzionario esportando la rivoluzione al di là
dei suoi confini nazionali (…). Ma per salvarla [la parte migliore del
lavoro di Stalin”] per il futuro e renderle tutto il suo valore, la
storia dovrebbe forse ancora ripulire e rimodellare il lavoro di Stalin
così rigorosamente come a sua volta ha ripulito e rimodellato il lavoro
della rivoluzione inglese dopo Cromwell e di quella francese dopo
Napoleone.13
Deutscher non
ha mai capito Trotskij o il suo grande contributo al marxismo, cioè la
sua analisi dello stalinismo. Quello che c’è di corretto nella sua
trilogia Deutscher l’ha preso a prestito da Trotskij, ma il suo
approccio alle questioni teoriche non è di nessun valore. Liquida il
“fiasco della Quarta internazionale” e “i suoi armeggiamenti riguardo
alla riforma e alla rivoluzione in Urss” come meri voli di fantasia.14
In realtà, senza una comprensione delle idee di Trotskij sullo
stalinismo, è impossibile afferrare ciò che sta accadendo
nell’ex-Unione Sovietica oggi. Lungi dall’essere meri “armeggiamenti”,
le sue idee sono state confermate pienamente dai fatti. Lo stesso non
si può dire delle previsioni di Isaac Deutscher.
Dopo la morte
di Stalin, Deutscher salutava la cosiddetta “destalinizzazione” di
Kruscev come un grande passo in avanti. Ecco le conclusioni di
Deutscher nel terzo volume della sua biografia di Trotskij:
È chiaro che anche sotto lo
stalinismo la società sovietica otteneva progressi immensi in molti
campi e che il progresso, inseparabile dalla sua economia pianificata e
nazionalizzata, disgregava ed erodeva lo stalinismo dall’interno.
All’epoca di Trotskij era troppo presto per cercare di fare un bilancio
di questo sviluppo. I suoi tentativi in questo senso non furono privi
di errori; e il bilancio non è ancora abbastanza chiaro, anche un
quarto di secolo più tardi. Ma è evidente che la società sovietica si è
sforzata, non senza successo, di disfarsi delle pesanti colpe e di
sviluppare i grandi pregi ereditati dall’era di Stalin. C’è molta meno
povertà, disuguaglianza e oppressione nell’Unione Sovietica nei primi
anni ’60 che negli anni ’30 o nei primi anni ’50. Il contrasto è così
impressionante che è un anacronismo parlare della “nuova schiavitù
totalitaria stabilita dal collettivismo burocratico” (…) È ancora una
questione controversa se la burocrazia sovietica sia “una nuova classe”
e se sia necessaria una riforma o una rivoluzione per portare alla fine
il suo dominio arbitrario. Ciò che è fuori di dubbio è che le riforme
del primo decennio post-staliniano, per quanto contraddittorie e
insufficienti, hanno mitigato e limitato il dispotismo burocratico in
maniera rilevante e che correnti fresche di aspirazioni popolari stanno
lavorando per trasformare la società sovietica ulteriormente e in modo
più radicale.15
Fin
dall’inizio Deutscher si illuse che la burocrazia potesse
“deburocratizzarsi” e introdurre il socialismo. Trotskij ebbe mille
volte più ragione quando previde che la burocrazia si sarebbe diretta
verso il capitalismo con l’intento di rafforzare i suoi privilegi
piuttosto che dare il potere alla classe lavoratrice, e a maggior
ragione nel contesto del temporaneo boom economico all’Ovest che ha
coinciso con le riforme di Gorbaciov.
La tesi
centrale di Deutscher è formalistica e non marxista: secondo il suo
ragionamento,se la burocrazia si era sviluppata come conseguenza
dell’arretratezza della Russia, avrebbe dovuto scomparire in modo
spontaneo e indolore man mano che la società fosse progredita a un
livello economico e culturale superiore. Questa tesi non considera le
contraddizioni di classe insite nella società. In qualsiasi società di
classe, lo Stato, una volta nato, acquisisce un proprio slancio. Tutta
la storia dimostra precisamente l’opposto delle tesi di Deutscher.
Quando lo sviluppo delle forze produttive non è più compatibile con le
forme di proprietà esistenti, la classe dominante e lo Stato non si
conciliano affatto con la logica del progresso storico; si battono per
mantenere il loro potere e i loro privilegi, anche quelli che sono in
palese contraddizione con le esigenze del progresso economico. Il
sistema capitalista è da tempo un freno allo sviluppo delle forze
produttive, ma ciò non significa che la classe capitalista voglia
cedere il potere al proletariato!
Lo sviluppo
delle forze produttive non determina automaticamente la natura dello
Stato. Se così fosse la rivoluzione non sarebbe necessaria, né in
Russia né altrove; l’intera storia umana sarebbe un’evoluzione
tranquilla e graduale nella direzione del progresso. Ma anche uno
scolaro sa che non è così. L’inevitabilità della rivoluzione sorge
precisamente dal fatto che nessuna classe o casta dominante si arrende
in questo modo. La burocrazia sovietica non fu un’eccezione,
particolarmente dopo che Stalin ebbe sterminato i rappresentanti
dell’Ottobre. Il modo in cui la burocrazia consolidò il suo potere -
avanzando con le purghe attraverso un mare di sangue - dimostrò che
questa casta dominante non si sarebbe fermata davanti a nulla pur di
mantenere il potere. Come spiegò Trotskij, “Non si è mai visto un
diavolo tagliarsi volontariamente le unghie. La burocrazia sovietica
non abbandonerà le sue posizioni senza combattere: il paese si avvia
manifestamente verso una rivoluzione”.16
Tutte le
argomentazioni di Deutscher erano nella tradizione del menscevismo.
Egli rifletteva la stessa logica del riformismo che cerca di dimostrare
che la rivoluzione in generale è scomoda e superflua. Il suo stampo di
“realismo” era in effetti un rozzo empirismo privo di comprensione
storica. Era lo stesso tipo di mentalità che ha portato i dirigenti
socialdemocratici in Europa ad abbandonare il socialismo e ad approdare
all’economia di mercato, vale a dire a passare dalle riforme alle
controriforme. Così questo presunto realismo si è rivelato una pura
utopia.
La visione di
Deutscher di una burocrazia che si autoriforma fornì una speranza
confortante agli “amici” radicali dell’Urss, che sognavano una
transizione indolore al socialismo. In realtà ciò era impossibile senza
un movimento di massa della classe operaia. Il successo o il fallimento
non dipendevano dalla buona volontà della burocrazia, ma esclusivamente
dalla volontà della classe operaia di lottare per la propria
emancipazione. L’esperienza dell’Ungheria dimostra come un movimento di
massa rivoluzionario possa dividere la burocrazia e conquistarne una
gran parte alla rivoluzione politica.
Al contrario
le cosiddette riforme di Gorbaciov, che avevano lo scopo di impedire
una rivoluzione dal basso e conservare il dominio della burocrazia,
prepararono il terreno per il passaggio di un vasto settore della
burocrazia al capitalismo, piuttosto che accettare l’abolizione dei
propri privilegi.
Al giorno
d’oggi le teorie di Deutscher non hanno nemmeno un interesse storico.
In tutta onestà è necessario aggiungere che Tamara, vedova di Isaac
Deutscher, in un programma televisivo della Bbc poco prima della sua
morte, ebbe il coraggio di ammettere pubblicamente che Trotskij aveva
avuto ragione fin dall’inizio su questa questione. Guardando indietro a
quel periodo è incredibile come chi avesse anche la conoscenza più
elementare della storia russa, per non parlare del marxismo, abbia
potuto nutrire la minima illusione in Gorbaciov e nella sua politica.
Eppure c’erano sedicenti marxisti che lodavano Gorbaciov e addirittura
andavano a Mosca per assistere allo strano spettacolo della burocrazia
che “aboliva se stessa”! Invece i fautori della teoria del capitalismo
di Stato rimanevano indifferenti: per quel che li riguardava, il
capitalismo esisteva già in Russia… e allora perché tante storie?
Mentre tutte
le altre tendenze lodavano Gorbaciov come il grande salvatore, solo noi
marxisti spiegavamo che le sue riforme erano destinate a fallire. In
lui individuavamo una figura dalla mentalità piccolo-borghese, arrivata
per caso e condannata ad essere spazzata via, anche se erroneamente
avevamo previsto che ciò sarebbe avvenuto come risultato di una
rivoluzione politica; a quell’epoca consideravamo da escludere un
movimento in direzione del capitalismo. L’unico modo di risolvere i
problemi era reintrodurre un regime leninista di controllo e gestione
operaia, che sulle basi di un’economia sviluppata, quale allora
esisteva in Urss, sarebbe stato relativamente facile.
Ma questa era
l’ultima cosa che Gorbaciov aveva in mente. Invece di migliorare la
situazione, le riforme di Gorbaciov introdussero un ulteriore elemento
di destabilizzazione, accelerando la dissoluzione del sistema. A quel
punto c’erano solo due possibilità. Mancando un movimento della classe
operaia verso una rivoluzione politica, la bilancia si inclinò
bruscamente verso il capitalismo.
La demagogia di Eltsin
Dall’arrivo di Gorbaciov al potere, chi scrive aveva
previsto che le sue riforme potevano avere un effetto per alcuni anni,
prima di esaurirsi. Era chiaro che Gorbaciov o avrebbe compiuto
un’inversione di rotta ritornando alla centralizzazione e alla
repressione, o sarebbe stato rimosso, come successe a Kruscev. Il
principale punto debole nelle riforme gorbacioviane era che, come in
Occidente, si voleva conseguire la crescita economica principalmente a
spese della classe operaia attraverso un aumento dei ritmi lavorativi,
accordi sulla produttività, tagli ai sussidi e perfino chiusure di
fabbriche. La condizione penosa in cui si trovava l’economia sovietica
portò i consiglieri economici di Gorbaciov a scimmiottare gli stregoni
dell’Occidente chiedendo l’introduzione di elementi di mercato, proprio
nello stesso momento in cui il sistema capitalista su scala mondiale
cominciava ad entrare in crisi. Mancando di una comprensione marxista,
erano impressionati dal temporaneo boom del 1982-90 che, per un caso
nella storia, coincise con lafase finale della crisi nell’Urss.
In quel momento c’era già un settore della
burocrazia che aspirava a un ritorno ai “bei tempi andati” del
capitalismo. Disillusi dall’impasse dello stalinismo erano sempre più
colpiti dal boom economico dell’Occidente. In quel momento il caos e il
sabotaggio burocratico avevano portato ad una situazione nella quale,
secondo gli economisti ufficiali, il 13% delle fabbriche sovietiche
lavorava in perdita. La soluzione proposta da elementi quali
l’economista Abel Aganbegjan, che faceva eco ai monetaristi
thatcheriani occidentali, era di permettere che migliaia di fabbriche
fallissero! La stessa gente proponeva l’eliminazione dei sussidi per i
generi alimentari e per gli affitti perché troppo onerosi, in modo che
la legge della domanda e dell’offerta determinasse liberamente i prezzi
di questi beni. Pochi anni dopo questo consiglio fu messo in pratica
con effetti devastanti. Ma per il momento Gorbaciov, che temeva la
reazione delle masse, non era disposto a seguire questa strada.
Boris Eltsin, un ambizioso “apparatcik” di Sverdlovsk, cercò di farsi un nome come il difensore più sincero della perestrojka.
Demagogo naturale, con una predisposizione per i gesti teatrali, Eltsin
si sentiva in dovere di viaggiare sui mezzi pubblici e visitare i
mercati. Prendeva il metrò anche per andare al Cremlino, facendo a meno
dell’autista personale e della limousine, e protestava ad alta voce
contro i privilegi burocratici. Ciò senza dubbio gli diede una certa
popolarità a Mosca in quel periodo, dove i suoi attacchi demagogici
contro la corruzione ebbero una grande eco.
Il danno prodotto dal soffocante controllo
burocratico era tale che, senza la corruzione e il mercato nero,
l’economia si sarebbe arrestata molto prima. Questo i lavoratori lo
sapevano bene, e anche Gorbaciov lo ammise apertamente dichiarando,
poco dopo essere diventato segretario, “Se volete far aggiustare delle
cose in casa, dovrete senz’altro rivolgervi a qualcuno che fa il doppio
lavoro e che avrà dovuto rubare i materiali in un cantiere edile”.17
Anche a Mosca era impossibile ottenere servizi elementari come l’idraulico senza ricorrere al blat. Lo stesso dicasi per le altre città e regioni, come indicò Eltsin nel suo discorso al congresso del partito del 1986:
[Eltsin] ha chiesto perché il segretariato del Cc al vertice del
potere in Urss non avesse fatto nulla contro la corruzione dilagante in
Uzbekistan e in Kirghizia (due repubbliche dell’Asia centrale dove
l’intera direzione del partito è stata rimossa). “Perché”, ha chiesto
Eltsin, “gli stessi problemi non sono emersi in cinque anni ai vari
congressi del partito? Perché dopo così tanti anni non siamo riusciti a
strappare via dalla nostra vita le radici della burocrazia,
dell’ingiustizia sociale e degli abusi?” … Eltsin ha detto che Mosca,
una città di otto milioni di abitanti, ha un’economia stagnante e
trasporti pubblici, centri commerciali e servizi sanitari inadeguati.
Ha dato tutta la colpa agli amministratori precedenti della città.18
In un’altro intervento al congresso, Eltsin disse:
Da diversi anni l’intero settore della vendita al dettaglio vive in
un ambiente di corruzione e oggi ne stiamo vedendo i frutti. Se non
riusciamo a risolvere il problema del personale, se non possiamo
disfarci della gente disonesta e ripulire l’intero settore avremo degli
ammanchi, ci saranno regolari deficit artificiali.19
Eltsin licenziò il 40% dei dipendenti locali del
partito a Mosca, ma questo non fu sufficiente per risolvere la
situazione caotica che descrisse al congresso, né impedì a chi era
stato licenziato per aver incassato tangenti, di trovarsi subito un
altro incarico. Allo stesso tempo la campagna di Eltsin peggiorò la
situazione economica a Mosca perché la corruzione e il mercato nero
erano il lubrificante che permetteva all’economia a gestione
burocratica di andare avanti. Anche i rifornimenti di materie prime
alle fabbriche dipendevano spesso da manovre nel mercato nero per
aggirare gli ostacoli del sistema burocratico.
L’esperienza dimostra ancora una volta che il muro
contro cui si imbatteva l’iniziativa anticorruzione si poteva abbattere
solo con lo smantellamento completo dello Stato burocratico e la
creazione di una democrazia operaia, vale a dire con una rivoluzione
politica. Piuttosto che considerare una prospettiva simile, Eltsin e i
suoi amici preferivano dirigersi verso il capitalismo. Comunque le
misure populiste di Eltsin preoccupavano il settore conservatore della
burocrazia, che temeva che la glasnost sfuggisse al suo
controllo. La rimozione di Eltsin fu una chiara indicazione che le
riforme gorbacioviane stavano incontrando delle difficoltà. Eltsin, per
aumentare in modo demagogico la sua popolarità, dichiarava di lottare
per l’uguaglianza. Ma cosa è accaduto in seguito? Questo signore e i
suoi amici hanno saccheggiato lo Stato russo. Sotto il regno di questo
“egualitario”, sette gangsters incredibilmente ricchi possiedono e
controllano metà del paese, mentre decine di milioni di russi vivono in
povertà e i salari non vengono pagati per mesi. Che uguaglianza! Nei
fatti il divario fra ricchi e poveri nella Russia di oggi è più marcato
non solo rispetto al passato, ma anche rispetto ai paesi capitalisti
avanzati dell’Europa occidentale, dell’America o del Giappone; le
disuguaglianze sociali ricordano maggiormente quelle esistenti sotto
Marcos nelle Filippine. Questo fatto non sfugge alla classe lavoratrice
che sta traendo le proprie conclusioni. E non dimentichiamo com’è
finito Marcos.
1. The Times, 26/6/86
2. Daily Telegraph, 26/2/86
3. L. Trotskij, La rivoluzione tradita, pagg. 242-3.
4. M. Gorbaciov, Perestrojka: New Thinking for Our Country and the World, pag. 31, enfasi mia.
5. Trotskij, La rivoluzione tradita, pag. 247.
6. Crankshaw, op. cit., pag. 134
7. Wall Street Journal, 5/7/88, enfasi mia.
8. Soviet Weekly, 1/11/90
9. Ibid.
10. R. Medvedev, On Socialist Democracy, pag. 314
11. Ibid., pag. 313
12. Ibid., pag. 314
13. I. Deutscher, Stalin, a political biography, pagg. 569-70
14. Ibid., pag. 513
15. I. Deutscher, The prophet outcast, pagg. 511-2
16. L. Trotskij, La rivoluzione tradita, pag. 268
17. Financial Times, 2/7/86
18. Financial Times, 28/2/86
19. The Guardian, 29/1/86
|