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Collettivizzazione forzata
Dopo aver
lusingato per diversi anni i kulaki, la direzione Stalin-Bucharin fu
completamente colta di sorpresa dalla crisi del 1927-28. Tutti gli
avvertimenti dell’Opposizione di sinistra si dimostrarono assolutamente
corretti.
Stalin si
spaventò e decretò una completa inversione di marcia nella sua
politica. Dopo aver eliminato l’Opposizione di sinistra, si appoggiò
sui lavoratori per sferrare una serie di colpi all’opposizione di
destra. Entro il 1930 Stalin aveva eliminato dalla direzione del
partito i capi dell’opposizione di destra: Bucharin, Tomskij e Rykov.
Questi elementi - dirigenti rispettivamente dell’Internazionale
Comunista, del governo sovietico e dei sindacati russi - furono allora
denunciati come agenti della controrivoluzione! Riprendendo alcuni dei
principi dell’Opposizione di sinistra, ma in una forma contorta e
burocratica, Stalin fece una brusca svolta verso l’estrema sinistra.
Non fosse stato per la campagna dell’Opposizione, Stalin avrebbe
continuato la sua politica a favore dei kulaki, provocando la
liquidazione di tutte le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre. Come
spiegò Trotskij:
Senza la critica decisa
dell’opposizione e senza il timore dell’opposizione da parte della
burocrazia, il corso Stalin-Bucharin a favore dei kulaki sarebbe
sfociato in una ripresa del capitalismo. Sotto la sferza
dell’opposizione, la burocrazia fu costretta a servirsi di pezzi
importanti della nostra piattaforma. I leninisti non potevano salvare
il regime sovietico dal processo di degenerazione e dalle difficoltà
del regime personale. Ma lo salvarono dalla completa distruzione
sbarrando la strada alla restaurazione capitalista. Le riforme
progressiste della burocrazia erano conseguenze della battaglia
rivoluzionaria dell’opposizione. Per noi è ancora insufficiente, ma è
qualcosa.1
Lenin aveva
sempre sollecitato la graduale e volontaria collettivizzazione
dell’agricoltura. Certo non ebbe mai la folle idea che milioni di
povere tenute contadine si potessero collettivizzare da un giorno
all’altro sotto la minaccia dei fucili. La collettivizzazione doveva
avvenire attraverso l’esempio; occorreva convincere il contadino con
argomentazioni pazienti e attraverso l’istituzione di fattorie
collettive modello e l’introduzione delle ultime tecnologie: trattori,
fertilizzanti, elettricità, scuole, ecc. Una tale prospettiva era
ovviamente legata allo sviluppo dell’industria sovietica attraverso i
piani quinquennali. L’idea della collettivizzazione sulla base degli
aratri di legno era un’evidente assurdità. Come spiegò Trotskij,
(…) questa considerazione
storica generale, tuttavia, non risolve la questione. Le possibilità
reali della collettivizzazione non erano determinate né dalla
situazione senza via d’uscita dei coltivatori, né dall’energia
amministrativa del governo; lo erano, prima di tutto, dalle risorse
produttive date, cioè dalla misura in cui l’industria poteva fornire
attrezzature alla grande impresa agricola. Queste premesse materiali
facevano difetto. I kolchoz furono organizzati con un’attrezzatura che
il più delle volte era adatta alle aziende più piccole. In queste
condizioni, la collettivizzazione esageratamente rapida assumeva il
carattere di un avventura economica.2
Per
salvaguardare la sua posizione dominante di casta privilegiata, la
burocrazia stalinista fu costretta ad appoggiarsi sui lavoratori per
spezzare la controrivoluzione borghese. Reparti armati furono mandati
nelle campagne per requisire le scorte di grano per nutrire le città.
Gli stalinisti cambiarono politica bruscamente passando
dall’opportunismo all’estremismo. Questo portò alla politica folle
della “liquidazione dei kulaki come classe” e alla completa
collettivizzazione dell’agricoltura “il prima possibile”. Di
conseguenza il numero delle fattorie collettive nel 1929 aumentò
dall’1,7% al 3,9%. Nel 1930 salì velocemente al 23,6%, nel 1931 al
52,7%, nel 1932 al 61,5%, nel 1933 al 64,4%, nel 1934 al 71,4%, nel
1935 all’83,2% e nel 1936 all’89,6%. La percentuale delle aree
coltivate collettivizzate salì dal 33,6% nel 1930, al 94,1% nel 1935.
I metodi usati da Stalin per collettivizzare la campagna non avevano niente in comune con le idee di Lenin.
Si socializzavano non solo i
cavalli, le vacche, i montoni, i maiali, ma persino i pulcini - notava
Trotskij - “Si espropriavano ai kulaki”, ha scritto un testimone
oculare fuggito all’estero, “persino gli stivaletti di feltro,
strappati ai piedi dei bambini”. Il risultato di tutto questo fu che i
contadini vendettero in massa il bestiame a basso prezzo e lo
macellarono per ricavarne carne e cuoio.3
Nel 1932 la
produzione di grano era scesa di quasi 13 milioni di tonnellate, quella
di barbabietole da zucchero della metà, il numero di cavalli del 55%,
le capre calarono del 40%, il numero di maiali del 55%, e quello delle
pecore del 66%.
Il bestiame veniva macellato
ogni sera a Gremjacij Log. Non appena calava l’oscurità si sentivano
brevi e smorzati belati di pecore, strilli di morte di maiali, o
muggiti di vitelli - scrive Sciolokov in Virgin Soil Upturned.:
- Sia coloro che avevano aderito al kolchoz, sia i singoli contadini
riempirono i loro magazzini. Tori, pecore, maiali, persino le mucche
furono uccise, così come il bestiame da riproduzione. La mandria di
bovini di Gremjacij fu dimezzata in due notti.4
Le conseguenze
umane ed economiche furono spaventose. Morirono milioni di persone per
la carestia che ne derivò. La mortalità per il periodo 1931-33 è stata
stimata in circa sette milioni di persone. A differenza del 1921, non
ci furono aiuti agli affamati; di fatto, l’esistenza della carestia fu
ufficialmente negata. Viktor Kravcenko, allora ufficiale nella Gpu,
ricorda la situazione:
“Non vi dirò dei morti”,
disse. “Sono sicuro che lo sapete. Gli agonizzanti e i moribondi sono
anche peggio. Ci sono centinaia di persone a Petrovo gonfie di fame.
Non so quanti ne muoiano ogni giorno. Molti sono così deboli che non
escono nemmeno più dalle loro case. Un carro gira di tanto in tanto per
prelevare i cadaveri. Abbiamo mangiato tutto quello che ci capitava per
le mani: gatti, cani, topi di campagna, uccelli; quando c’è luce domani
vedrete che agli alberi è stata strappata la corteccia, perché anche
quella è stata mangiata”. Dovevo sembrare colpito e incredulo. “Sì, il
letame di cavallo. Litighiamo per quello. A volte ci sono chicchi
interi dentro”.5
Parte di
questa folle collettivizzazione era una misura per eliminare i “kulaki
in quanto classe”. Secondo N. Ivnitskij circa 300.000 famiglie di
kulaki vennero deportate.6 L’intera agricoltura fu ridotta ad uno stato
di profonda crisi. La burocrazia fu costretta a battersi in una
disordinata ritirata. Di conseguenza, fu costretta a concedere ai
contadini di coltivare piccole parcelle private, parallelamente alle
fattorie collettivizzate. Nonostante ciò, l’agricoltura sovietica non
riuscì mai a riprendersi del tutto da questa débacle. Questa fu la terribile conseguenza del dirigismo burocratico del regime stalinista.
Zig zag nell’economia
Anche nella
politica industriale Stalin ordinò una svolta completa. Si abbandonò la
politica dello stesso Stalin e di Bucharin di crescita lenta e prudente
e l’industrializzazione fu posta all’ordine del giorno. La crescita
industriale si doveva realizzare a velocità strepitosa. Nel dicembre
del 1929 un congresso di “brigate d’assalto” accolse una risoluzione
per completare il piano quinquennale in quattro anni. Il 4 febbraio
1931 Stalin parlò di realizzazione del piano “in tre anni in tutti i
settori fondamentali e determinanti dell’industria”. Nello stesso
discorso dichiarò: “Ci si domanda a volte se è possibile rallentare il
ritmo in qualche modo, per porre un controllo sul movimento. No,
compagni, non è possibile. Il ritmo non si può ridurre! Al contrario,
dobbiamo aumentarlo”. Come disse Trotskij: “Tutti i vecchi valori erano
rovesciati. I segni “più” e “meno” si invertivano”.7
Questo
radicale spostamento a sinistra creò confusione fra le forze disperse
dell’Opposizione. Dal 1928 i dirigenti dell’Opposizione di sinistra
erano dispersi in esilio, separati da grandi distanze l’uno dall’altro.
Un clima di conciliazione e capitolazione si sviluppò in una fascia di
ex Opposizionisti. Primi fra tutti, Zinoviev e Kamenev ritrattarono i
loro “errori”, poi Radek e Preobrazenskij e tanti altri li seguirono.
Trotskij condannò queste azioni come un tradimento, perché non potevano
favorire l’obiettivo di riformare il partito e l’Unione Sovietica.
Commentando queste capitolazioni, egli osservò: “La rivoluzione è una
grande divoratrice di uomini”. Una parte degli attivisti era già
sfinita dagli eventi burrascosi del decennio precedente. Trotskij si
opponeva fermamente a questo clima:
Una capitolazione
dell’Opposizione significherebbe: a) condannarci ad un’esistenza
zinovievista da vegetali - la natura non conosce uno stato più
vergognoso - e b) una immediata svolta a destra degli stalinisti.8
In ogni caso,
la capitolazione non li salvò. Molti sarebbero stati uccisi da Stalin
tra il 1936 e il 1938, dopo processi truccati, come “nemici dell’Unione
Sovietica”. Valutando l’accaduto Trotskij commentò:
La burocrazia non ha sconfitto
solo l’Opposizione di sinistra; ha sconfitto anche il partito
bolscevico. Ha sconfitto il programma di Lenin (…), non con argomenti o
idee, ma schiacciandole sotto il suo peso sociale. Il deretano di
piombo costituito dalla burocrazia ha pesato di più della testa della
rivoluzione. Ecco la spiegazione del Termidoro sovietico.9
Con enorme fiducia nella classe operaia, egli concluse:
Non ci rammarichiamo di nulla
e non ripudiamo nulla. Viviamo con le stesse idee e prospettive che ci
spinsero nell’Ottobre del 1917. Riusciamo a vedere oltre queste
temporanee difficoltà. Non importa quanto si piega il fiume, esso
scorre verso l’oceano.10
Il 5 settembre
1929 fu introdotto il principio del direttore unico. L’organizzazione
del partito nelle fabbriche non doveva interferire con i poteri del
direttore. I sindacati dovevano essere invece “energici organizzatori
dell’attività produttiva e dell’iniziativa delle masse operaie”. Una
serie di decreti tra il 1930 e il 1933 punivano l’assenteismo con il
licenziamento e lo sfratto dagli alloggi aziendali. Il 21 novembre 1931
la settimana lavorativa fu allungata, abolendo la domenica come
giornata regolare di riposo. Le risorse vennero canalizzate dal consumo
all’investimento nell’industria pesante. Chi si opponeva agli esagerati
obiettivi di produzione veniva denunciato come sabotatore menscevico.
Alla fine del 1930 e inizi del 1931 si tennero due grandi processi,
basati su confessioni false, che riguardavano il sabotaggio economico e
le attività distruttive. Un gran numero di persone vennero fucilate.
Il nuovo zig
zag estremista portava ora all’avventurismo economico e ad una
campagna, negli anni ’30, per costruire il “comunismo” all’interno dei
confini dell’Urss. Vennero usati metodi draconiani per raggiungere il
più rapidamente possibile l’Occidente. Stalin dichiarò: “Siamo
cinquanta o cento anni dietro i paesi avanzati. Dobbiamo colmare questa
distanza in dieci anni”. Questo proposito avventuriero portò l’economia
nel caos.
Nel gennaio
del 1931 Stalin dichiarò che il primo piano quinquennale era stato
esaurito in quattro anni e tre mesi. Ma la corsa alla crescita portò
una profonda crisi nel 1933, quando ci si scontrò con i limiti e le
strozzature di tutta l’economia. La produzione agricola aveva raggiunto
il punto più basso e di conseguenza il tenore di vita ne risentì.
Ma nel 1934 le
cose avevano cominciato parzialmente a migliorare; nonostante gli
squilibri, durante il primo piano quinquennale erano state create circa
1500 grandi imprese. Queste includevano il Dneprogres, il Magnitogorsk
e il complesso metallurgico di Kuznetsk, la fabbrica meccanica negli
Urali, l’impianto di macchinari agricoli di Rostov, fabbriche di
trattori a Celiabinsk, Stalingrado e Karkov, fabbriche di automobili a
Mosca e Sormovo, stabilimenti chimici negli Urali, la fabbrica di
macchinari pesanti a Kramator e così via.
“A prescindere
dalla validità di certe affermazioni ufficiali”, dice Alec Nove,
“rimane indiscutibilmente vero che il periodo del secondo piano
quinquennale fu di enorme progresso”.11 Nel 1932 vennero importate
macchine utensili per 338 milioni di rubli, che rappresentavano il 78%
di tutte le macchine utensili installate quell’anno. Nel 1937, invece,
tutta l’attrezzatura fondamentale per l’industrializzazione e la
produzione di armi era di costruzione sovietica. La crescita economica
tra il 1935 e il 1936 fu considerevole. Nel 1934 la produzione
industriale lorda salì del 19%, nel 1935 del 23% e nel 1936 del 29%.
Anche la produzione agricola ebbe una crescita regolare.
Vennero
istituiti nuovi settori dell’industria prima inesistenti, come le
macchine utensili, la fabbricazione di auto e trattori, un’industria
chimica, officine di motori e aeronautiche, produzione di turbine e
generatori, acciaio di alta qualità, leghe ferrose, gomma sintetica,
fibre artificiali, azoto e altri prodotti. Fu intrapresa la costruzione
di centinaia di migliaia di chilometri di ferrovie e canali. L’area
orientale del paese divenne il secondo centro metallurgico e
petrolifero dell’industria sovietica; si fondarono centinaia di nuove
città e insediamenti. Negli anni seguenti, mentre il mondo capitalista
si trovava paralizzato dalla peggiore recessione della storia, l’Urss
fece passi da gigante.
Il regime di
Stalin introdusse il lavoro a cottimo e il suo corollario, le brigate
d’assalto del movimento stacanovista per incrementare la produttività
del lavoro. Vennero introdotti più pesanti obiettivi minimi di
produzione in tutti i campi. All’inizio del 1936 questi obiettivi
vennero bruscamente incrementati del 30-40% nell’industria meccanica,
del 34% nella chimica, del 51% nell’energia elettrica, del 26%
nell’estrazione di carbone e del 25-29% nella produzione di petrolio.
Allo stesso tempo il regime di Stalin proclamò il “trionfo finale e
irrevocabile del socialismo”.
Il lavoro a
cottimo, descritto da Marx come “il più adatto ai metodi di produzione
capitalisti”, fu acclamato come lavoro a cottimo socialista! Fu
applicato nella sua forma più rozza e provocò aspri risentimenti nella
classe operai.
La proprietà statale dei mezzi
di produzione non trasforma il letame in oro - affermò Trotskij - e non
cinge di un’aureola di santità lo sweatshop system, il sistema
del sudore, che esaurisce la principale forza produttiva: l’uomo.
Quanto alla preparazione del “passaggio dal socialismo al comunismo”,
comincia esattamente alla maniera opposta, cioè non con l’introduzione
del lavoro a cottimo, ma con l’abolizione di questo lavoro in quanto
eredità della barbarie.12
Solo durante
il secondo piano quinquennale i salari reali cominciarono a salire. Il
razionamento del pane fu eliminato dal 1º gennaio del 1935 e, in
ottobre, fu ugualmente abolito il razionamento di carne, lardo, pesce,
zucchero e patate. Nel gennaio 1936 venne abolito il razionamento dei
prodotti industriali per il consumo generale. I rapporti monetari, dopo
un periodo di inflazione cronica, vennero ristabiliti. Inoltre, nel
1935 il sistema di distribuzione pianificata cedette il posto al
commercio. I prezzi del pane e della farina furono ridotti. Nel 1937 il
prezzo medio di tutti gli articoli non alimentari scese del 3,8%.
Secondo Malafeev, l’indice dei prezzi al minuto salì dell’80% tra il
1932 e il 1937, mentre i salari medi salirono del 113%. Tenendo conto
dei servizi, egli conclude che i salari reali in questo periodo
salirono di “almeno il 20%”.
Alec Nove
ritiene che l’incremento fu anche maggiore data la maggior
disponibilità di beni e le migliori condizioni di commercio. Ciò
nonostante, sebbene la vita migliorò, era ancora molto triste, poiché i
salari reali erano rimasti ancora sotto i livelli del 1928. I commenti
di Stalin, “la vita è diventata più facile e più felice e quando la
vita è felice il lavoro scorre veloce”, erano un’evidente esagerazione
sulla vita sovietica. Tuttavia, in aperto contrasto con l’Occidente
capitalista, la disoccupazione venne eliminata. Di fatto, il progresso
economico diede luogo ad una carenza di mano d’opera che fu superata
con l’entrata di milioni di contadini nell’industria russa.
Aumentano le divisioni sociali
Lo stalinismo
comportava l’annullamento dei diritti fondamentali dei lavoratori -
diritto di sciopero, di organizzazione, libertà di parola, ecc. -
esistenti nelle “democrazie” dell’Occidente capitalista. La
controrivoluzione capitalista era già iniziata nel 1924 con gli
intrighi di Stalin e il suo dominio sul partito e l’apparato statale.
Comunque, si trattava di un processo prolungato. I vecchi quadri della
rivoluzione furono gradualmente eliminati e sostituiti dall’onnipotente
burocrazia. Agli inizi degli anni ’30, la sconfitta dell’Opposizione di
sinistra e poi di quella di destra spianarono la strada per il dominio
completo della corrente stalinista. “I giacobini sono stati scacciati
dai termidoriani e dai bonapartisti”, scrisse Trotskij. “I bolscevichi
sono stati soppiantati dagli stalinisti”.
Dal 1932 al
1947 non si tennero congressi sindacali in Urss. I sindacati furono
trasformati in semplici appendici dello Stato. I soviet si erano
trasformati già da tempo in organi di governo burocratico. Stalin stese
una nuova Costituzione nel 1936 e la presentò come la “più democratica”
nel mondo. Alla vigilia delle elezioni politiche del 1937, Stalin
dichiarò: “Mai prima d’ora - ma proprio mai - il mondo ha visto
elezioni così completamente libere e realmente democratiche! La storia
non riporta un altro esempio di questo genere”.13 Tuttavia questa
Costituzione “democratica” non impedì i brogli in tutte le elezioni,
nelle quali i candidati del Pcus presero circa il 99.9% dei voti.
All’elezione per uno dei soviet locali del 21 dicembre 1947 Stalin
prese 2.122 voti, nonostante il fatto che il collegio elettorale avesse
solo 1.617 votanti! Questo fu spiegato dalla Pravda il giorno
dopo: “Le schede in più sono state messe nelle urne dai cittadini dei
collegi vicini ansiosi di cogliere l’occasione di esprimere la loro
gratitudine ai propri dirigenti”.14
Uno sfacciato
broglio elettorale fu rivelato apertamente nel referendum in Lituania
il 12 luglio del 1940 riguardante l’unione della Lituania all’Urss. A
causa di grosse incompetenze, Mosca annunciò il risultato dopo il primo giorno di un referendum che doveva durare due giorni! Come spiegò un cronista:
È stato un errore infelice,
per cui un quotidiano di Londra ha pubblicato i risultati ufficiali
forniti da un’agenzia di stampa sovietica ventiquattro ore prima che le
consultazioni fossero ufficialmente concluse.15
La burocrazia,
con Stalin a capo, consolidava la sua presa sul potere. A metà degli
anni ’30, essa si era assicurata una posizione molto più privilegiata e
potente di ogni altra burocrazia nella storia. Usando la frusta del
dirigismo burocratico, e l’ausilio del movimento stacanovista, la
produttività media del lavoro aumentò in modo considerevole in questi
anni. Ciò spinse avanti l’industria, ma fornì anche maggiori privilegi
alla burocrazia. L’incremento della produzione “sulla base della
circolazione di merci significa anche un accrescersi della
disuguaglianza”, notò Trotskij:
L’aumento del benessere degli
strati dirigenti comincia a superare sensibilmente quello del benessere
delle masse. Al crescere della ricchezza dello Stato si accompagna un
processo di nuova differenziazione sociale.16
Mentre veniva
abolito il razionamento e i salari reali della popolazione aumentavano,
i privilegi della burocrazia crescevano enormemente. La crescita
economica comportò non una maggior uguaglianza, ma una crescente
divisione sociale, sia tra la classe operaia e la burocrazia che tra i
lavoratori stessi.
I salari e i
privilegi degli alti dirigenti aumentavano più in fretta dei salari
reali degli operai. Alcuni burocrati ricoprivano diverse cariche,
quindi percepivano più stipendi. Un sistema di sussidi per i funzionari
venne inoltre introdotto dal livello di presidente di soviet cittadino
in su. Come ha spiegato Marx, sulla base del “bisogno generalizzato”,
la lotta per l’esistenza minaccia di far rivivere “tutto il vecchio
ciarpame”. Sotto il regime di Stalin, questo assunse una forma
aggravata. “Sempre e in ogni regime”, nota Trotskij, “la burocrazia
divora una parte non piccola del plusvalore”.
La legge che
impediva ai dirigenti del partito comunista di riscuotere più di un
operaio specializzato (il “massimale di partito”) fu formalmente
abolita l’8 febbraio 1932. La burocrazia era ansiosa di prendere la sua
parte del crescente plusvalore prodotto dal lavoro della classe operaia
sovietica. Essa divorava, sprecava e si appropriava indebitamente di
una considerevole porzione del reddito nazionale. Un piccolo gruppo di
alti dirigenti riceveva benefici sin dall’inizio del primo piano
quinquennale attraverso la creazione di un sistema di negozi speciali,
centri di distribuzione e ristoranti, dove si potevano ottenere
prodotti ad un prezzo fisso, un grande privilegio in un periodo di alta
inflazione. Altri privilegi vennero gradualmente instaurati: ospedali
speciali, case di vacanza, villette in campagna, ecc. I dirigenti del
partito percepivano ulteriori benefit
in occasione di conferenze, congressi e così via. Da parassita, la
burocrazia succhiò una parte sempre più grande della ricchezza
nazionale. Per impedire il collasso, questa corruzione si doveva
ridurre o limitare per preservare il benessere dell’insieme della casta
burocratica. Questo era il ruolo dell’arbitro supremo Stalin.
Prima della
Seconda guerra mondiale, Trotskij calcolò che la burocrazia sovietica -
composta da funzionari dell’apparato statale, del partito, dei
sindacati, delle cooperative e del complesso militare e industriale,
insieme con le loro famiglie e dipendenti - costituiva fino a 20-25
milioni di persone, che era il 12-15% della popolazione. Tuttavia la
burocrazia non era un gruppo omogeneo, al contrario del proletariato o
dei contadini. La casta dominante, nel vero senso della parola, è
probabile che fosse di circa 500.000 persone, che vivevano in cima a
“una pesante piramide amministrativa con una base ampia e sfaccettata”.
Era un gruppo eterogeneo che andava dai dignitari del Cremlino ai
funzionari locali e statali del partito. Trotskij fece molta attenzione
a non descrivere questo strato parassitario come una nuova classe
sociale.
Esiliato ad
Alma-Ata e poi espulso dai confini dell’Unione Sovietica, Lev Trotskij
intraprese l’organizzazione di una Opposizione di sinistra
internazionale per continuare la difesa delle idee e delle tradizioni
del bolscevismo. Per sconfiggere lo stalinismo, era essenziale definire
e capire la natura della reazione burocratica all’interno dell’Unione
Sovietica. Con la degenerazione della III Internazionale, Trotskij
dedicò il resto della sua vita ad organizzare e a riarmare teoricamente
i giovani quadri rivoluzionari del movimento marxista. Mentre il mondo
era ipnotizzato dal brillante progresso dell’Unione Sovietica sotto i
primi piani quinquennali, Trotskij fu l’unico a fornire un’analisi
completa e scientifica dello stalinismo. Anche solo per questo
risultato sarebbe garantito il suo posto nella storia come uno dei
grandi pionieri del pensiero marxista. Tuttavia egli non giunse
immediatamente ad una conclusione definitiva. Ciò dipendeva dalla
natura del fenomeno stesso. La degenerazione burocratica non avvenne da
un giorno all’altro; fu un processo contraddittorio, che durò più di un
decennio. Seguendo scrupolosamente il metodo dialettico, Trotskij seguì
con attenzione tutte le svolte, mettendo a nudo ad ogni stadio le
tendenze contraddittorie e segnalando lo sviluppo più probabile.
Nella loro
campagna contro il trotskismo dal 1924 in poi, gli stalinisti portarono
avanti una purga dei partiti comunisti a livello internazionale nel
nome della “bolscevizzazione”. Questi metodi organizzativi provocarono
spaccature e divisioni in tutte le sezioni nazionali
dell’Internazionale, per cui una fascia di militanti ed ex militanti
dei partiti comunisti, che si opponevano allo stalinismo, si evolsero
verso ogni tipo di ideologie politiche. Alcuni accettarono che in
Russia il capitalismo fosse stato ripristinato. Altri lo definirono
“capitalismo di Stato” o un qualche nuovo tipo di società basata sullo
sfruttamento, che per loro significava la cancellazione completa del
regime sovietico. Altri semplicemente abbandonarono totalmente il
movimento rivoluzionario. Trotskij polemizzò con queste “nuove” teorie
che abbandonavano l’idea che l’Urss fosse uno Stato operaio. Queste
idee iniziarono a circolare anche all’interno dell’Opposizione di
sinistra internazionale, riflettendo il clima generale di pessimismo e
disperazione di fronte all’avanzata apparentemente irresistibile della
controrivoluzione politica stalinista. Trotskij, in un articolo scritto
nel 1929, intitolato La difesa della repubblica sovietica e l’Opposizione,
attaccò aspramente un noto Opposizionista tedesco, Hugo Urbahns, per
aver frainteso la sua visione della natura di classe dello Stato
sovietico e per aver dichiarato che la controrivoluzione capitalista
era stata completata e tutto era perso. Trotskij sostenne che, sebbene
fosse avvenuta una degenerazione, le conquiste fondamentali della
rivoluzione erano ancora intatte:
Noi combattiamo contro la
prospettiva stalinista - scrisse Trotskij, - ma la Russia sovietica è
qualcosa di molto diverso da Stalin. Nonostante tutte le degenerazioni,
che noi combattiamo e continueremo a combattere molto risolutamente,
finché i lavoratori con coscienza di classe sono armati, la Russia
sovietica rimane per noi uno Stato proletario, che difendiamo
incondizionatamente nel nostro stesso interesse, in pace come in
guerra, nonostante Stalin, e precisamente allo scopo di sconfiggere
Stalin, che è incapace di difenderlo con la sua politica. Chi non ha
una posizione assolutamente chiara sul carattere proletario della
Russia sovietica nuoce al proletariato, nuoce alla rivoluzione, nuoce
all’Opposizione di sinistra comunista.17
Trotskij in
quel periodo descriveva la burocrazia sovietica come una forma di
centralismo burocratico, che rifletteva le svolte di Stalin da sinistra
a destra e viceversa. Questo rispecchiava i tentativi della burocrazia
di regolare gli antagonismi nella società sovietica, tra lo Stato
operaio e l’imperialismo mondiale, ma in un modo sempre più
bonapartista.
Per Trotskij
il compito dell’Opposizione di sinistra non era fondare un’altro
partito, ma battersi, come una corrente al suo interno, per la riforma
del partito comunista e lottare non per una nuova rivoluzione, ma per
la riforma dell’Urss. Questa posizione fu strenuamente difesa
dall’Opposizione di sinistra internazionale fino al 1933, quando i
fatti in Germania costrinsero Trotskij a rivedere la sua posizione.
Egli considerò la catastrofe in Germania, che culminò nella vittoria di
Hitler, come l’equivalente storico del tradimento della
socialdemocrazia nell’agosto 1914. Questa volta, la parte giocata dai
leader del partito comunista tedesco e del Comintern fu ancora più
disastrosa. I capi comunisti tedeschi, con la loro folle politica del
“socialfascismo”, e del cosiddetto “fronte unico dal basso”, e i leader
socialdemocratici, che giocarono un ruolo spregevole, spaccarono il
movimento operaio e lo consegnarono senza colpo ferire nelle mani del
fascismo. La teoria del “socialfascismo” sosteneva che tutti i partiti
politici, con l’eccezione del partito comunista, erano fascisti. Questa
idea fu riassunta dalla tristemente nota frase di Stalin:
“Obiettivamente, la socialdemocrazia e il fascismo non sono agli
antipodi, ma sono gemelli”.
La politica estera sovietica
“Ovunque
lanciamo l’appello per una rivoluzione mondiale dei lavoratori. La
Russia diventerà forte e ricca se abbandona tutto lo scoraggiamento e
tutta la retorica, se, a denti stretti, essa raduna tutte le sue forze
e tende ogni nervo e muscolo, se essa comprende che la salvezza sta
lungo la strada della rivoluzione socialista mondiale sulla quale ci
siamo avviati”.18
Lenin
“Howard: questa sua affermazione significa che
l’Unione Sovietica ha in qualche modo abbandonato i suoi piani e le sue
intenzioni di portare avanti una rivoluzione mondiale?
Stalin: noi non abbiamo mai avuto questi piani o queste intenzioni.
Howard: lei saprà senza dubbio, signor Stalin, che la maggior parte del mondo ha da molto tempo una impressione diversa?
Stalin: questo è il prodotto di un fraintendimento.
Howard: un tragico fraintendimento?
Stalin: no, comico. O forse tragicomico”.19
Roy Howard, intervista a Stalin
“La propaganda di destra negli Stati Uniti presenta il
nostro interesse per l’America Latina come un’intenzione di fomentare
una serie di rivoluzioni socialiste. Sciocchezze! Il modo in cui ci
stiamo comportando da decenni dimostra che non abbiamo affatto queste
intenzioni”.20
Mikhail Gorbaciov
La politica
estera è la continuazione della politica interna. Quando i bolscevichi
salirono al potere tutta la loro prospettiva era basata sulla
rivoluzione mondiale. L’idea chiave era di resistere il più a lungo
possibile, e intanto favorire la rivoluzione socialista all’estero.
Immediatamente il governo sovietico emanò un decreto a favore della
pace senza annessioni. Questo appello, nelle parole di Lenin,
(…) deve essere rivolto sia ai
governi che ai popoli. Non possiamo ignorare i governi, perché ciò
eliminerebbe la possibilità di concludere la pace, e il governo del
popolo non può osare farlo”.21 Ed egli aggiunse: “La nostra proposta di
armistizio non deve avere la forma di un ultimatum, poiché non vogliamo
dare ai nostri nemici l’occasione di nascondere l’intera verità ai
popoli, usando come pretesto la nostra intransigenza.22
Di
conseguenza, la rivoluzione russa provocò un’ondata di fervore
rivoluzionario nella classe operaia in tutto il mondo. Per le masse
stremate dalla guerra, disilluse e amareggiate, essa fu un messaggio di
speranza, di ispirazione e di coraggio e indicò la strada per uscire
dal caos sanguinario nel quale il capitalismo aveva sprofondato la
società.
Tuttavia la
Russia sovietica era circondata da forze ostili, e a Brest-Litovsk fu
costretta a firmare una pace umiliante con l’imperialismo tedesco.
Subito dopo, la repubblica sovietica dovette affrontare una guerra
civile, oltre all’intervento delle potenze imperialiste. In ogni caso,
nel novembre 1918, la rivoluzione scoppiò in Germania. Il governo
sovietico ricevette questo messaggio: “Saluti di pace e libertà a
tutti. Berlino e le regioni circostanti sono nelle mani del consiglio
dei deputati degli operai e dei soldati”. Appena le notizie della
rivoluzione tedesca raggiunsero la Russia vi furono manifestazioni
spontanee, che furono così descritte da Karl Radek:
Da ogni angolo della città
cortei marciavano verso il soviet di Mosca (…). Decine di migliaia di
lavoratori scoppiarono in accese acclamazioni. Da allora non ho mai
visto niente di simile. Sino a notte fonda i lavoratori e i soldati
dell’armata rossa continuavano a sfilare. La rivoluzione mondiale era
arrivata.23
Lenin scrisse a Trotskij e Sverdlov:
La rivoluzione internazionale
si è avvicinata così tanto in una settimana che deve essere considerata
come un avvenimento dei prossimi giorni (…). Siamo tutti pronti a
morire per aiutare i lavoratori tedeschi a far avanzare la rivoluzione
che è iniziata in Germania. In conclusione: 1) sforzi dieci volte più
grandi per assicurare grano (liberare tutti i magazzini per noi e per i
lavoratori tedeschi). 2) Arruolamenti dieci volte maggiori per
l’esercito. Dobbiamo avere per la primavera una esercito di tre milioni
di uomini per aiutare la rivoluzione operaia internazionale.24
Il crollo
dell’imperialismo e del capitalismo fu contrassegnato da rivoluzioni in
Germania, Austria e Ungheria e da situazioni prerivoluzionarie in
Italia, Francia ed anche in Inghilterra. Purtroppo la rivoluzione
tedesca fu sviata dai leader socialdemocratici che cospirarono con i
Junkers ed i capitalisti per distruggerla, riconsegnando ai capitalisti
il potere che i lavoratori avevano in mano. Questo determinò una serie
di sanguinose sconfitte per i lavoratori tedeschi e l’assassinio dei
due suoi migliori rappresentanti, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. In
Baviera e in Ungheria vennero proclamate repubbliche sovietiche, ma
furono sconfitte dalla controrivoluzione. La socialdemocrazia salvò il
capitalismo; i potenti sindacati e le burocrazie socialiste si misero a
capo della rivolta delle masse per deviarla su una strada inoffensiva.
Ma proprio a
causa dello sfaldamento della Seconda internazionale, che aveva tradito
il marxismo, fu fondata a Mosca nel marzo 1919 la Terza internazionale,
composta da quei partiti che sostenevano la rivoluzione bolscevica. I
suoi scopi e i suoi obiettivi dichiarati erano il rovesciamento del
capitalismo mondiale e la costruzione di una catena mondiale di
repubbliche socialiste sovietiche collegate all’Urss, che non era
concepita come una entità indipendente, ma solo come la base per la
rivoluzione mondiale, al cui destino sarebbe stata legata. L’ondata
rivoluzionaria che attraversò l’Europa creò enormi aspettative. Lo
spettro della rivoluzione si aggirava su tutta l’Europa. Le memorie e
gli scritti di quasi tutti i politici borghesi di quel tempo
testimoniano la disperazione e la sfiducia dei capitalisti di fronte
alla rivoluzione che si stava sviluppando. In Italia, nel 1920, i
lavoratori occuparono le fabbriche. Invece di condurre i lavoratori
alla conquista del potere, i dirigenti del partito socialista e del
sindacato (Cgl) raggiunsero un accordo col governo. E così fu in tutta
l’Europa.
Il fallimento
della rivoluzione in Europa dipese principalmente dal tradimento dei
vecchi leader e anche dalla debolezza dei partiti e dei gruppi
comunisti esistenti. La crisi delle organizzazioni di massa
tradizionali sfociò nella creazione di partiti comunisti di massa - in
Germania, Francia, Italia e Cecoslovacchia - solo nel 1920, dopo la
creazione della Terza internazionale. Rispetto a quello russo, questi
partiti erano molto giovani e privi di esperienza. Questo portò a
tragici errori nel periodo 1920-23. Molti di questi partiti appena
formati peccavano di estremismo e settarismo. Nel 1920 Lenin fu
costretto a polemizzare con questa malattia “infantile” nel II
congresso del Comintern e a scrivere un saggio intitolato L’estremismo, malattia infantile del comunismo.
Le risoluzioni
dei primi quattro congressi, negli anni 1919-22, nei quali fu forgiata
l’Internazionale comunista costituiscono una strategia e tattica ben
definite con le quali guidare il movimento comunista. Il successo della
rivoluzione mondiale sembrava essere assicurato dallo sviluppo degli
eventi. Tutto era pronto per l’imminente ondata rivoluzionaria.
Tuttavia le posizioni corrette di Lenin furono smantellate da Zinoviev
e Stalin. La loro politica burocratica ebbe un effetto particolarmente
disastroso in Germania, dove la direzione del partito comunista era
disorientata in seguito all’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl
Liebknecht avvenuto nel 1919. Prima subentrò Paul Levy alla direzione.
Egli manifestò tendenze opportuniste che vennero aspramente criticate
dalla corrente di estrema sinistra del partito (Ruth Fischer e Arkady
Maslow). Lenin e Trotskij erano anche loro molto critici nei confronti
di Levy, ma lo difesero contro gli estremisti. Essi non adottarono mai
la politica di rimuovere burocraticamente i dirigenti, anche quando
essi commettevano degli errori. Lenin una volta avvertì Bucharin: “Se
vuoi l’ubbidienza, otterrai degli ubbidienti imbecilli”. Essi
preferivano educare i militanti del partito attraverso spiegazioni
pazienti, discussioni e critiche amichevoli.
Quando, contro
il parere di Lenin, gli estremisti infine rimossero Levy, e
quest’ultimo si spostò a destra, Lenin commentò: “Ebbene, ha perso la
testa. Però aveva una testa da perdere”. Il suo scetticismo riguardo
alla nuova direzione estremista risultò presto fondato. Nel marzo 1921,
sotto Fischer e Maslow, l’inesperto partito comunista tedesco si
imbarcò in un’insurrezione mal preparata senza appoggio fra le masse,
che culminò in una tremenda sconfitta per i comunisti. La cosiddetta
offensiva rivoluzionaria dell’“azione di marzo” portò alla perdita di
200.000 iscritti e all’isolamento del partito. Come risultato di questa
débacle,
Lenin e Trotskij dovettero intraprendere un’aspra battaglia con gli
estremisti di sinistra che difendevano questa avventura poiché, se si
fosse permesso che continuassero su questa strada, avrebbero portato
alla rovina il movimento comunista. Invece dell’impazienza e
dell’avventurismo, i comunisti dovevano “spiegare pazientemente” e
attrarre la maggioranza della classe operaia dalla loro parte.
Procedendo con i suoi soliti metodi, Zinoviev fece rimuovere e
sostituire la Fischer e Maslow con Brandler e Thalheimer, elementi
della destra del partito. Invece di tentare di rieducare sia il partito
che la direzione nel corso dell’azione comune e della discussione,
queste manovre zinovieviste e l’uso dell’apparato del partito
per risolvere i contrasti interni ebbero l’effetto di demoralizzare i
partiti comunisti in ogni paese e crearono confusione nei loro vertici.
La rivoluzione tedesca del 1923
La guerra
mondiale non aveva risolto nessuno dei problemi del capitalismo. Anzi
li aveva aggravati. Il capitalismo si era spezzato nel suo anello più
debole. I tentativi di sopprimere la giovane repubblica sovietica erano
completamente falliti. Il capitalismo tedesco, il più potente d’Europa,
si trovava privato di parte del suo territorio, oppresso da riparazioni
di guerra sbalorditive che non avrebbe potuto sopportare a lungo. Gli
imperialisti inglesi e francesi, “vincitori” della guerra, non erano in
una situazione molto migliore. Incoraggiate dalla rivoluzione russa, le
masse dei paesi coloniali e semi coloniali si stavano agitando e
preparando alla rivolta. Le masse in Europa erano irrequiete e
preoccupate e la posizione economica dell’imperialismo anglo-francese
era peggiorata considerevolmente rispetto a quella del capitalismo
giapponese e americano. Fu sullo sfondo di questo scenario
internazionale che la crisi esplose in Germania nel 1923. La Germania,
con la sua grande capacità produttiva, era menomata dalle restrizioni
imposte da Versailles ed era diventata ora l’anello più debole della
catena del capitalismo mondiale. L’incapacità della Germania di pagare
le rate delle riparazioni fece sì che i capitalisti francesi invasero
la Ruhr. Ciò completò il crollo dell’economia e la borghesia tedesca
tentò di scaricare il fardello sulle spalle della classe operaia e del
ceto medio. Scoppiò una crisi acuta e una situazione di crescente
rivolta in tutto il paese.
Se Rosa
Luxemburg e Karl Liebknecht non fossero stati uccisi nel 1919, non c’è
dubbio che essi avrebbero assicurato la vittoria della classe operaia.
Questa affermazione può sembrare paradossale, visto che Rosa Luxemburg
diede sempre un’importanza centrale al carattere spontaneo del
movimento del proletariato nella rivoluzione. In realtà, non c’è
contraddizione. Anche i movimenti di massa più turbolenti richiedono
organizzazione e direzione per poter sopraffare il potere dello Stato
borghese e trasformare la società. Gli avvenimenti del 1923 ne sono la
prova più lampante. In assenza della Luxemburg e di Liebknecht, ci fu
una crisi nella direzione nel partito tedesco. Le susseguenti
oscillazioni politiche, nelle quali l’internazionale comunista sotto
l’indirizzo di Zinoviev giocò il ruolo più funesto, decapitarono di
fatto il partito. La politica di rimuovere i leader che non erano più
graditi a Mosca creò un precedente molto negativo, che più tardi fu
usato per stalinizzare l’Internazionale comunista e, infine, per
distruggerla. Ciò era completamente estraneo ai metodi del bolscevismo.
I lavoratori non avevano la possibilità di imparare dall’esperienza, di
discutere le questioni, e di decidere da soli quali dirigenti avevano
ragione e quali torto. Occorrono tanti anni per formare i quadri che
costituiranno una vera direzione rivoluzionaria. Non c’è altra via. Fu
proprio così che il partito bolscevico si sviluppò nel lungo periodo
preparatorio prima del 1917. I bolscevichi fecero anche loro ogni
genere di errore, ma attraverso questi, a patto che siano ammessi e
discussi onestamente, si impara e si cresce. Con le manovre
burocratiche e il tentativo di stabilire l’infallibilità della
direzione, non è possibile costruire un autentico partito
rivoluzionario, nemmeno in mille anni.
Con queste
misure, Zinoviev e i suoi fiancheggiatori scalzarono completamente la
direzione tedesca. Il risultato fu che, quando esplose l’ondata
rivoluzionaria del 1923, essa era disorientata. Brandler era andato a
Mosca a cercare consigli su cosa fare. Qui il caso giocò un ruolo
importante; sia Lenin che Trotskij erano malati e impossibilitati a
riceverlo. Egli incontrò invece Stalin e Zinoviev, che gli diedero un
consiglio completamente sbagliato. Ripetendo il suo errore dell’Ottobre
1917, quando egli e Kamenev si erano opposti alla rivolta, Zinoviev
espresse il suo aperto scetticismo rispetto alle prospettive
rivoluzionarie in Germania. Come sempre, il radicalismo verbale delle
persone con tendenze burocratiche è solo l’altra faccia del loro innato
conservatorismo e della loro sfiducia nelle masse. Zinoviev raccomandò
cautela e, in effetti, consigliò ai tedeschi di non fare niente. Stalin
fu ancora più brutalmente opportunista. Egli era diverso da Zinoviev
solo per il fatto che non era affatto interessato ai problemi della
rivoluzione tedesca, che erano solo una distrazione dalle sue manovre
nell’apparato. Era un provinciale di vedute ristrette, con un radicato
disprezzo per i lavoratori dell’Europa occidentale, che a suo parere
non avrebbero mai fatto la rivoluzione. Con il suo intrinseco
opportunismo, Stalin ammonì il partito tedesco di non intraprendere
nessuna azione. Il suo consiglio ai dirigenti tedeschi fu sconcertante:
“Lasciate che ci provino prima i fascisti!”
Il successo
della rivoluzione non dipende esclusivamente dalle condizioni oggettive
che esistono in un paese in un dato momento. Esso dipende in ultima
istanza dall’esistenza di ciò che i marxisti chiamano il fattore
soggettivo: un partito di massa rivoluzionario con una direzione
perspicace e decisa. Il vecchio Engels molto tempo fa ha spiegato che,
a volte, un unico giorno può sembrare come vent’anni, mentre altre
volte la storia di vent’anni può essere riassunta in 24 ore. Vale a
dire che possono occorrere decine di anni perché una situazione
rivoluzionaria si sviluppi, ma l’occasione può essere persa in pochi
giorni, se la direzione rivoluzionaria non è preparata ad approfittare
del momento. Se fallisce, possono passare decine di anni prima che
l’occasione rivoluzionaria si ripresenti. Questo sarà evidente a
chiunque ci rifletta per un momento. Come è possibile che un piccolo
manipolo di sfruttatori imponga il suo volere su milioni di uomini e
donne? Il sistema capitalista di solito non deve ricorrere alla
violenza per mantenersi (anche se è disposto ad usare i mezzi più
brutali se necessario). Il segreto consiste nella tremenda forza
dell’abitudine e della routine che predomina nei periodi “normali”. Le
masse si abituano alla vita di schiavitù e alla sottomissione ai loro
“superiori” dalla nascita. Questa “normalità” è sancita dalla
religione, dalla morale, dalla legge e dall’abitudine, e non è messa in
discussione dalla stragrande maggioranza, che la considera come
qualcosa di eterno e naturale. Solo in certi momenti critici, quando
grossi eventi scuotono le masse dal loro torpore, esse iniziano a
liberarsi dal peso morto dell’abitudine e cominciano a cercare una via
di uscita lungo percorsi nuovi e inesplorati. Tali periodi sono
eccezionali per la loro stessa natura.
Per questa
ragione, è necessario preparare il partito rivoluzionario in anticipo;
non è possibile improvvisarlo su due piedi. La rivoluzione russa non fu
un’eccezione. Aveva delle caratteristiche peculiari dovute al fatto di
essersi svolta in un paese arretrato, molto diverso dalla Germania o
dall’Inghilterra industrializzate. Ma ci sono molti elementi che sono
comuni a tutte le rivoluzioni, e ciò significa che si possono fare
confronti e trarne delle lezioni. Se la rivoluzione russa mostra in
positivo la correttezza del bolscevismo, gli eventi della Germania del
1923 dimostrano lo stesso in negativo. In entrambi i casi la direzione
giocò il ruolo decisivo, ma mentre Lenin e Trotskij avevano portato i
lavoratori russi alla vittoria, i dirigenti del partito comunista
tedesco, consigliati da Stalin e Zinoviev, portarono la rivoluzione
alla sconfitta.
La direzione
dell’Internazionale e del partito tedesco non ressero alla prova e non
seppero sfruttare l’occasione. Il successo in Germania avrebbe
inevitabilmente portato alla vittoria in tutta l’Europa. Ma come in
Russia nel 1917, così in Germania nel 1923, una parte della direzione
tentennò. Non fu tenuto in nessun conto la proposta di Trotskij di
elaborare un piano dettagliato per arrivare all’insurrezione e si fece
un tentativo tardivo e pasticciato di prendere il potere che si risolse
in un fiasco. Allarmato e scandalizzato, Trotskij scrisse Le lezioni dell’Ottobre
nel tentativo di far trarre ai leader dei partiti comunisti le
conclusioni necessarie sui fatti tedeschi. Ma la cricca
Stalin-Zinoviev-Kamenev, che, dietro le quinte, stava macchinando per
prendere il potere, non poteva accettare una discussione onesta sugli
eventi tedeschi che avrebbe danneggiato il loro prestigio. L’opera di
Trotskij fu presa come segnale di partenza per un feroce attacco contro
il cosiddetto trotskismo, e il suo messaggio centrale fu sepolto sotto
una montagna di menzogne e insulti. I metodi di Lenin erano già stati
sostituiti dai metodi estranei di una burocrazia asfissiante che
richiedeva l’accettazione acritica - come fa la Chiesa - della sua
direzione “onnisciente” e della sua infallibilità.
“Socialismo in un solo paese ”
La sconfitta
rafforzò la reazione burocratica in Russia. Mentre Lenin moriva,
Stalin, Zinoviev e Kamenev complottavano contro Trotskij. Queste mosse
servirono semplicemente a rafforzare la posizione di Stalin e a
rinsaldare la morsa della burocrazia. Stalin, che non si era mai
particolarmente interessato alle prospettive internazionali più ampie,
divenne quindi sempre più scettico sulla possibilità di una rivoluzione
internazionale. Questo scetticismo cominciò a manifestarsi nell’Unione
Sovietica attraverso la teoria del “socialismo in un paese solo” e lo
spostamento a destra nella politica economica che favoriva gli uomini
della NEP e i kulaki. Questa “teoria” scaturiva direttamente dalla
sconfitta che era stata inflitta alla rivoluzione in Germania. Essa
rivelava un allontanamento dai princìpi dell’internazionalismo
rivoluzionario sui quali si era basata la rivoluzione russa ed era
stata fondata la Terza internazionale.
A quel tempo
Stalin non aveva la più pallida idea di dove sarebbero arrivati
l’Unione Sovietica e il Comintern con la teoria del socialismo in un
paese solo. Il passaggio dalla politica della rivoluzione mondiale a
quella del “socialismo in un paese solo” rappresentò un’improvvisa
svolta a destra nel Comintern. I leader giovani e immaturi
dell’Internazionale vennero rapidamente portati sotto il controllo
della cricca di Stalin nel Cremlino che li usò cinicamente come agenti
della sua politica estera. Quelli che manifestavano resistenza vennero
espulsi.
Nel 1928, Lev
Trotskij previde che se l’Internazionale comunista avesse accettato la
teoria del socialismo in un paese solo, avrebbe dato inizio a un
processo che sarebbe inevitabilmente culminato in una degenerazione
nazional-riformista di tutti i partiti comunisti, fossero o meno al
potere.
Nella sua brillante previsione, Trotskij aveva avvertito i leader dei partiti comunisti:
Se è anche minimamente
possibile realizzare il socialismo in un paese solo, allora si potrebbe
credere in quella teoria non solo dopo, ma anche prima della conquista
del potere. Se il socialismo si può realizzare all’interno dei confini
nazionali della Russia arretrata, allora a maggior ragione si può
credere che possa essere realizzato nella Germania avanzata. Domani i
leader dei partiti comunisti della Germania sposeranno questa teoria.
Il programma delineato li autorizza a farlo. Dopodomani toccherà al
partito francese. Sarà l’inizio della degenerazione del Comintern lungo
le linee del socialpatriottismo.25
Ora Stalin
controllava personalmente la politica estera e avendo perso
completamente la fiducia nella classe operaia internazionale cercava
disperatamente alleati per “difendere l’Unione Sovietica dai suoi
nemici”. Il Comintern era già stato ridotto al ruolo di guardia di
frontiera e strumento passivo della politica estera di Mosca. Quando
nella rivoluzione cinese del 1925-27 milioni di persone entrarono in
azione in Asia, il Comintern, invece di vedere i lavoratori e i
contadini come la forza motrice della rivoluzione, come era stata
sempre la politica leninista in Russia, si alleò al Kuomintang
nazionalista che raggruppava attorno a Ciang Kai-shek i capitalisti e i
generali cinesi. Stalin descriveva il Kuomintang come un “blocco
rivoluzionario di quattro classi”. All’inizio del 1926, esso fu ammesso
come membro dell’Internazionale comunista. Con l’unico voto contrario
di Trotskij, Ciang fu eletto membro onorario del comitato esecutivo del
Comintern. L’Opposizione di sinistra fece presenti le conseguenze di
questa politica menscevica. Il Partito comunista cinese era l’unico
partito operaio e aveva un’influenza dominante sulla classe operaia; i
contadini guardavano all’esempio della Russia sovietica, cercando
nell’occupazione delle terre la via d’uscita da secoli di sofferenze
inflitte dai latifondisti.
Per ordine
diretto di Stalin, che aveva paura di trovarsi contro i capitalisti e i
latifondisti del Kuomintang, ai comunisti cinesi fu impedito di
mettersi alla testa della rivoluzione agraria. Il Comintern rifiutò
ostinatamente di seguire la strada dell’indipendenza di classe che
Lenin aveva sempre posto come base della politica dei comunisti nelle
rivoluzioni democratiche e antimperialiste in Asia. Il 20 marzo 1926,
Ciang Kai-shek e i militari che dirigevano il Kuomintang organizzarono
un colpo di Stato. Subito furono arrestati i dirigenti comunisti e dei
sindacati. In Unione Sovietica tutte le notizie di questo colpo di
Stato furono nascoste per difendere il prestigio di Stalin. L’Inprecor
(periodico ufficiale della III Internazionale - Ndt.) liquidò queste
notizie come “un’invenzione degli imperialisti”. Nella roccaforte
rivoluzionaria di Shanghai furono massacrati i lavoratori comunisti.
Solo quando la sconfitta della rivoluzione fu completa Stalin ordinò
una sanguinosa rivolta a Canton, un’autentica avventura, che lasciò
l’avanguardia proletaria senza direzione. Stalin ne trasse la
conclusione che “il colpo di Stato di Ciang Kai-shek è uno di quegli
zigzag nel corso della rivoluzione cinese, necessario per liberare la
rivoluzione dalle scorie e spingerla avanti”.26
Intanto, una
politica opportunista simile veniva perseguita in Gran Bretagna dove le
masse si radicalizzavano di giorno in giorno. Per allontanare
l’intervento contro l’Unione Sovietica i sindacati russi stabilirono un
accordo di collaborazione con il Consiglio Generale del Trade Union
Congress (TUC) che portò alla formazione di un “Comitato anglo-russo”.
Il fatto che un milione di attivisti, un quarto degli iscritti ai
sindacati, fossero organizzati nel Movimento di Minoranza evidenziava
il carattere rivoluzionario della situazione in Inghilterra. Trotskij
aveva previsto lo scoppio di uno sciopero generale. L’obiettivo del
partito comunista e dell’internazionale comunista avrebbe dovuto essere
quello di avvertire i lavoratori dell’inevitabilità di un tradimento da
parte della direzione sindacale. Invece gli stalinisti infondevano
illusioni nelle menti dei lavoratori, permettendo alla burocrazia
sindacale di fregiarsi con il prestigio del Comitato anglo-russo.
Dopo il
tradimento dello sciopero generale del 1926 da parte di questi
burocrati, Trotskij richiese che i sindacati russi interrompessero i
rapporti con il TUC, ma Stalin e il Comintern si rifiutarono di farlo.
Dopo aver usato il Comitato anglo-russo per tutto il tempo che
volevano, più di un anno dopo lo sciopero generale, furono invece i
dirigenti del TUC a prendere l’iniziativa di interrompere i rapporti.
Il Comintern gridò al tradimento. In base a questi importanti
avvenimenti ilgiovane partito comunista inglese avrebbe dovuto
aumentare enormemente la sua base attiva e la sua influenza. Purtroppo,
seguendo la linea dell’Internazionale, esso si trascinò dietro agli
elementi di “sinistra” del consiglio generale del TUC, che a loro volta
correvano dietro agli elementi della destra del sindacato come Citrine
e Thomas. Il partito era disorientato dalla politica opportunista
dell’Internazionale e si dimostrò incapace di approfittare delle
occasioni che si erano presentate. La sua prospettiva fu riassunta da
J.T. Murphy, un membro del Comitato centrale, che scrisse alla vigilia
dello sciopero:
Il nostro partito non detiene le posizioni di direzione nei sindacati. Non conduce negoziati con i padroni e il governo. Può solo consigliare e porre le sue forze al servizio dei lavoratori guidati da altri
(…); farsi idee esagerate sulle possibilità rivoluzionarie di questa
crisi e che una nuova direzione “possa sorgere spontaneamente nel corso
della lotta”, ecc. è irreale.27
Queste
sconfitte dell’Internazionale comunista in Cina e Gran Bretagna,
conseguenza diretta della politica di Stalin e della burocrazia,
paradossalmente aumentarono il potere di quest’ultima in Unione
Sovietica. L’Opposizione di sinistra guidata da Trotskij, che
correttamente aveva analizzato e previsto questi sviluppi, fu allora
espulsa dal partito comunista e dall’internazionale.
Il “terzo periodo”
Stalin si era
scottato brutalmente le dita nei suoi tentativi di fare affidamento
sugli elementi capitalisti in Cina e di accattivarsi la burocrazia
sindacale in Gran Bretagna. A quel punto indirizzò repentinamente il
Comintern nella direzione opposta. Violando il proprio statuto,
l’Internazionale non teneva un congresso da quattro anni. Nel 1928 fu
convocato un nuovo congresso che introdusse ufficialmente il programma
del socialismo in un paese solo nel programma dell’Internazionale
comunista. Inoltre si proclamava la fine della stabilità capitalistica
e l’inizio di ciò che fu chiamato “terzo periodo”. In contrasto con il
periodo di sollevamento rivoluzionario che seguì il 1917 (primo
periodo), e il periodo di relativa stabilità capitalista dopo il 1923
(secondo periodo), il cosiddetto terzo periodo avrebbe dovuto portare
al collasso finale del capitalismo mondiale. Allo stesso tempo si
riteneva, secondo l’allora famosa (ma ormai sepolta) teoria di Stalin,
che la socialdemocrazia si fosse trasformata in “socialfascismo”. Non
era possibile ora alcun accordo fra i comunisti e i “socialfascisti”,
che costituivano il pericolo maggiore nei confronti della classe
operaia.
Fu proprio in
questo periodo che la recessione senza precedenti del 1929-33 colpì il
capitalismo mondiale. In particolare, colpì la Germania molto
duramente. Il livello di vita precipitò. I lavoratori tedeschi erano
minacciati dalla miseria e dal degrado, mentre il ceto medio era
anch’esso rovinato. La disoccupazione in Germania salì
vertiginosamente, raggiungendo al suo massimo i 6 milioni di unità. Il
ceto medio, non avendo ottenuto niente dalle rivoluzioni del 1918 e
deluso per la mancata presa del potere da parte dei comunisti nel 1923,
cadde nell’angoscia e iniziò a cercare una soluzione ai suoi problemi
per altre strade. Sussidiati e finanziati dai capitalisti, i nazisti
cominciarono ad assicurarsi una base di massa in Germania.
La classe
operaia tedesca era una delle più forti al mondo, con potenti
sindacati, partiti e con centinaia di migliaia di lavoratori
organizzati in milizie comuniste e socialiste. Il partito comunista e
la socialdemocrazia costituivano insieme la forza più potente in
Germania. Al tempo del primo grande avanzamento elettorale di Hitler
nel 1930, quando i nazisti presero sei milioni e mezzo di voti, il
partito comunista aveva ottenuto 4 milioni e mezzo di voti e la
socialdemocrazia 8 milioni e mezzo; messi insieme erano più del doppio
dei nazisti e avrebbero potuto sconfiggerli se si fossero uniti con un
serio programma di lotta. Tuttavia nel 1933 Hitler poté vantarsi di
essere giunto al potere “senza rompere un vetro”.
Questa
situazione mostruosa dipendeva dalla paralisi del proletariato tedesco
come risultato della politica dei dirigenti socialdemocratici e di
quelli stalinisti. Nel 1931, gli stalinisti arrivarono a formare un
fronte unico non dichiarato con i nazisti per far cadere il governo
socialdemocratico della Prussia (il cosiddetto referendum rosso). Ad un
certo punto inventarono lo slogan “picchiare i piccoli Scheidemann nei
cortili delle scuole”, un invito rivolto ai figli dei comunisti di
pestare quelli dei socialdemocratici. Jan Valtin, a quel tempo
attivista del partito comunista in Germania, ricorda la sua esperienza:
Fu un’alleanza bizzarra, mai
proclamata ufficialmente, né riconosciuta dalla burocrazia rossa né da
quella marrone, ma comunque un fatto orribile. Molti dei militanti di
base del partito resistettero ostinatamente; troppo disciplinati per
denunciare apertamente il comitato centrale, essi intrapresero una
silenziosa campagna di resistenza passiva, se non di sabotaggio.
Tuttavia gli elementi comunisti più attivi e fedeli, io fra loro,
andarono oltre con energia per trasformare quest’ultimo Parteibefehl
[ordine del partito] in azione. Si concordarono tregue temporanee e
unione delle forze da parte dei seguaci di Stalin e di Hitler
allorquando scorgevano l’occasione di fare irruzione e interrompere
assemblee e manifestazioni del fronte democratico. Durante il solo
1931, partecipai a decine di queste imprese terroristiche d’intesa con
i più feroci elementi nazisti. Io e i miei compagni seguivamo
semplicemente gli ordini del partito. Descrivo di seguito alcune di
queste imprese per qualificare questa alleanza Dimitrov-Hitler e per
illustrare ciò che stava accadendo per tutta la Germania in quel
periodo.
Nella primavera del 1931, il
sindacato socialista dei trasporti aveva indetto un’assemblea dei
delegati navali e portuali di tutti i principali porti della Germania
occidentale. Il congresso si svolse nella Camera del Lavoro di Brema.
Era aperto al pubblico e i lavoratori furono invitati ad ascoltarne lo
svolgimento. Il partito comunista mandò un messaggero alla sede del
partito nazista, con la proposta di sabotare insieme la conferenza
sindacale. Gli uomini di Hitler acconsentirono, come facevano sempre in
quei casi. Quando si aprì il congresso, le gallerie erano piene di due
o trecento comunisti e nazisti. Io ero responsabile dell’operazione per
il partito comunista e un turbolento capo squadrista, di nome Walter
Tidow, per i nazisti. In meno di due minuti, ci eravamo accordati per
il piano di azione. Appena la conferenza dei socialdemocratici fu ben
avviata, mi alzai e lanciai uno sproloquio dalla galleria. Dall’altra
parte della sala Tidow fece la stessa cosa. I delegati sindacali
rimasero all’inizio senza parole. Poi il relatore diede ordine di
cacciare i due facinorosi, io e Tidow, dal palazzo. Ci sedemmo
tranquilli, guardando con derisione le squadre di grossi sindacalisti
avanzare verso di noi con l’intenzione di cacciarci fuori. Ci
rifiutammo di spostarci. Appena il primo delegato sindacale ci toccò, i
nostri seguaci si alzarono e scoppiò un pandemonio. I mobili vennero
distrutti, i partecipanti picchiati, la sala trasformata in un
mattatoio. Raggiungemmo la strada e ci sparpagliammo prima che
arrivassero le ambulanze e i Rollkommandos della polizia. Il
giorno dopo, sia la stampa nazista che quella del nostro partito
raccontarono in prima pagina di come i lavoratori “socialisti”,
esasperati dalle “macchinazioni” dei propri leader corrotti, avevano
dato loro una bella “strigliata proletaria”.28
Con questi
mezzi, la potente classe operaia tedesca fu consegnata, legata mani e
piedi, ai nazisti. Le organizzazioni operaie vennero distrutte. Sia i
comunisti che i socialdemocratici finirono nei campi di concentramento
di Hitler. E l’Urss si trovò in una situazione molto pericolosa. Questo
fu l’esito della politica del “socialfascismo”.
Nonostante
l’espulsione dall’Internazionale comunista, Trotskij e i suoi seguaci
si consideravano ancora parte di essa e reclamavano con insistenza il
diritto di rientrare a farvi parte . Allo stesso tempo sottoponevano la
teoria suicida che ora seguiva il Comintern ad una critica implacabile.
Al suo posto sollecitavano un ritorno alla politica leninista del
fronte unico come strumento per conquistare le masse al comunismo
attraverso la loro stessa esperienza. Con la vittoria di Hitler alle
elezioni Trotskij lanciò l’allarme. In un saggio intitolato La svolta dell’Internazionale comunista e la situazione tedesca,
egli lanciò la parola d’ordine di una campagna a favore del fronte
unico, che fu portata avanti per tre anni dall’Opposizione di sinistra
internazionale del Comintern (come i trotzkisti ritenevano di essere).
In Germania, Francia, Stati Uniti, Inghilterra, nel lontano Sudafrica,
e in tutti paesi dove avevano militanti, i trotzkisti chiedevano che il
partito comunista tedesco offrisse ai socialdemocratici un fronte unico
per impedire a Hitler di salire al potere.
La vittoria di Hitler
Sotto la
direzione di Stalin e del Comintern, il partito comunista tedesco
denunciò questa politica come controrivoluzionaria e “socialfascista”.
Gli stalinisti combattevano con insistenza la socialdemocrazia,
ritenuta il maggior nemico della classe operaia e affermavano che non
c’era differenza tra una democrazia borghese e un regime fascista. Nel
settembre 1930, il Rote Fahne, organo del Partito comunista
tedesco, annunciò: “Ieri è stato il giorno più grande di Hitler, ma la
cosiddetta vittoria elettorale dei nazisti è l’inizio della fine”.
Ancora nel maggio 1932 l’inglese Daily Worker, organo del Pcgb, accusava in modo sprezzante i trotzkisti:
È significativo che Trotskij
si sia espresso in difesa di un fronte unico tra i comunisti e i
partiti socialdemocratici contro il fascismo. In un momento come questo
non poteva essere fatta una proposta di classe più distruttiva e
controrivoluzionaria.
Intanto
Trotskij aveva scritto quattro saggi e decine di articoli e manifesti;
ovunque i trotzkisti cercavano con ogni mezzo di convincere il
Comintern a cambiare la sua politica. Invano. Nel gennaio 1933 Hitler
poté prendere il potere senza incontrare alcun ostacolo, proprio in un
paese in cui la classe operaia era altamente organizzata e il partito
comunista era il più forte dopo quello russo. Per la prima volta nella
storia, fu permesso alla reazione di conquistare il potere senza alcuna
resistenza da parte della classe operaia.
A causa di
questo tradimento, il partito comunista tedesco fu condannato per
sempre. Ma il Comintern era lontano dal riconoscere la natura della
catastrofe. Al contrario approvava solennemente la politica del partito
comunista tedesco e dell’Internazionale come assolutamente corretti.
Invece di riconoscere l’episodio come una sconfitta enorme per i
lavoratori tedeschi, il Comintern la proclamò una vittoria con lo
slogan “Dopo Hitler, tocca a noi!”. Questo non suscitò neanche un
briciolo di protesta o di opposizione fra le fila dei partiti comunisti
internazionali, tanto erano degenerati politicamente. L’unica
conclusione che si poteva trarre, così come per la Seconda
internazionale nel 1914, era che la Terza internazionale (comunista)
era politicamente morta e non si poteva più considerare un mezzo per la
rivoluzione. Nel marzo 1933, Trotskij cambiò la sua prospettiva di
riforma del partito comunista e dell’Unione sovietica. Invece di
lottare per la riforma del partito comunista tedesco, egli ora
sollecitava la Costituzione di un nuovo partito in Germania per
sostituire quello comunista. Nel luglio, egli scrisse:
Con la sempre maggiore
impotenza del Comintern, con la paralisi dell’avanguardia proletaria
internazionale e, in queste condizioni, con la conseguente crescita del
fascismo nel mondo, la vittoria della controrivoluzione in Urss sarebbe
inevitabile. Naturalmente, i bolscevichi leninisti continueranno il
loro lavoro nell’Urss, malgrado queste condizioni. Ma lo Stato operaio
può essere salvato solo con l’intervento di un movimento rivoluzionario
mondiale. In tutta la storia umana, non ci sono mai state condizioni
oggettive così favorevoli come ora per un cambiamento del genere. Ciò
che manca è il partito rivoluzionario. La cricca stalinista può
governare solo distruggendo il partito, nell’Urss, come nel resto del
mondo. Liberarsi da questo circolo vizioso è possibile solo rompendo
con la burocrazia stalinista. È necessario costruire un nuovo partito,
sotto una bandiera pulita.29
Un’organizzazione
che non sa imparare dalle lezioni della storia è condannata. Come forza
per il socialismo mondiale, l’Internazionale comunista era morta.
L’Opposizione di sinistra internazionale se ne distaccò e proclamò la
necessità di una nuova internazionale. Ma ciò che era evidente
all’avanguardia, che aveva abbandonato ogni tentativo di riformare il
Comintern, non poteva essere evidente per le larghe masse. Solo i
grandi eventi potevano farglielo capire. Trotskij giunse alla
conclusione che occorreva creare nuovi partiti rivoluzionari e una
nuova internazionale, la Quarta. Questo fu l’obiettivo al quale egli si
dedicò fino al suo assassinio da parte dall’agente stalinista Ramón
Mercader nell’agosto 1940.
Nell’Unione
Sovietica, apparve chiaro che la burocrazia stalinista era diventata
sempre più indipendente dalla classe operaia. Le ultime vestigia del
controllo dei lavoratori erano state eliminate. Stalin si compiaceva
del fatto che “i quadri potrebbero essere rimossi solo con la guerra
civile”. La quantità si era trasformata in qualità. Questo portò
Trotskij alla conclusione che la controrivoluzione stalinista aveva
raggiunto un nuovo punto di svolta e che era necessaria una rivoluzione
supplementare, una rivoluzione politica, per rimuovere la burocrazia e
ristabilire un regime di autentica democrazia operaia:
Dopo l’esperienza degli ultimi
anni sarebbe infantile supporre che la burocrazia stalinista si possa
rimuovere tramite un congresso del partito o dei soviet - disse
Trotskij. - L’ultimo vero congresso del partito bolscevico è stato
quello tenutosi all’inizio del 1923, cioè il XII. Tutti i congressi
successivi sono stati manifestazioni burocratiche. Oggi anche congressi
di quel genere sono stati aboliti. Non restano vie normali e
“costituzionali” per rimuovere la cricca governante; la burocrazia può
essere costretta a cedere il potere nelle mani del proletariato solo
con la forza - Trotskij concluse. Si tratterà non di un’insurrezione
armata contro la dittatura del proletariato ma della rimozione di un
tumore maligno su di essa.30
La posizione
precedente a favore della riforma del partito e dello Stato sovietico
era ormai superata. Questa analisi fu presto confermata dalla
sanguinosa esperienza delle purghe.
L’Internazionale
comunista continuò questa politica estremista fino al 1934. Quando i
fascisti francesi, incoraggiati dai successi del fascismo in Austria e
in Germania, organizzarono manifestazioni armate per il rovesciamento
del governo liberale e del parlamento, il Partito comunista diede
l’ordine di manifestare insieme a loro. Ma ormai il pericolo che Hitler
rappresentava per l’Unione Sovietica era evidente a tutti; Stalin e la
burocrazia furono presi dal panico. Stalin, sprezzante e cinico
rispetto alla capacità del Comintern di essere uno strumento della
rivoluzione mondiale, lo trasformò ancora più apertamente in uno
strumento della politica estera sovietica. In una società divisa in
classi, se un’organizzazione smette di rappresentare la classe operaia,
subisce inevitabilmente l’influenza e le pressioni della borghesia.
Stalin, nella sua ricerca di alleati, si rivolse alla borghesia della
Gran Bretagna e della Francia. La linea del fronte popolare fu
approvata all’ultimo congresso dell’Internazionale, tenutosi nel 1935.
Lenin si era battuto per tutta la vita contro questa politica di
coalizione con i capitalisti liberali, che rappresentava una nuova
tappa della degenerazione del Comintern e del primo Stato operaio.
La politica del fronte popolare
Nonostante il
consolidamento del potere personale di Stalin negli anni ’30, il regime
burocratico non era ancora stabile. Il bonapartismo è per sua natura un
regime di crisi sociale. Stalin, che era ossessionato dalla propria
sicurezza, tentò di stabilire relazioni diplomatiche “normali” con le
potenze capitaliste. Nel 1933 sperava di stabilire rapporti più stretti
con la Germania di Hitler. “Naturalmente, siamo lontani dall’essere
entusiasti del regime fascista in Germania” dichiarò Stalin. “Ma qui il
problema non è il fascismo, dal momento che l’esistenza del fascismo in
Italia, per esempio, non ha impedito all’Urss di stabilire con quel
paese ottimi rapporti”. Ma dopo essere stato respinto da Hitler, e
allarmato dal rapido riarmo in atto in Germania, Stalin si mise a
cercare altri alleati. Aderì rapidamente alla Società delle Nazioni,
denunciata non molto tempo prima da Lenin come un “covo di ladri”. Per
neutralizzare la minaccia militare, al Comintern fu chiesto di
promuovere la politica della cosiddetta “sicurezza collettiva”. Nel
1943, come passo ulteriore verso gli alleati imperialisti, Stalin
avrebbe sciolto definitivamente il Comintern.
La politica
del fronte popolare si basava sull’alleanza tra partiti operai e
partiti borghesi. Questo era completamente estraneo al metodo di Lenin
e Marx, che avevano sempre insistito su di una politica di classe
indipendente. L’idea che fosse possibile arrivare a un accordo tra la
classe operaia e la cosiddetta ala democratica della borghesia è
erronea da cima a fondo. Una tale “unità” è come quella tra cavallo e
cavaliere! Questa politica non tiene in considerazione il conflitto di
classe tra lavoro salariato e capitale. La politica dei capitalisti,
che siano di tipo “progressista” o “conservatore”, è sempre dettata dai
loro interessi economici. Nei periodi di crisi, la borghesia può
cercare di appoggiarsi sui dirigenti del movimento operaio per poter
tenere i lavoratori sotto controllo, per poi cacciarli una volta che
hanno svolto la loro funzione.
Mentre è ammissibile, in certe condizioni, formare alleanze temporanee coi liberali per precisi scopi pratici,
tutta la storia dimostra che le alleanze programmatiche con i liberali
finiscono in un disastro. Negli scritti di Marx ed Engels, e
specialmente in quelli di Lenin, la borghesia liberale venne sempre
dipinta come una classe codarda e reazionaria, incapace di assolvere ai
compiti della rivoluzione democratica borghese.
La natura controrivoluzionaria della borghesia era già stata compresa e spiegata da Marx ed Engels nel 1848-49, in scritti come Rivoluzione e controrivoluzione in Germania. Nel 1904, nel suo libro Risultati e Prospettive,
Trotskij osservò che la borghesia in un paese arretrato e semi-feudale
come la Russia zarista era arrivata sulla scena della storia troppo
tardi per portare avanti la sua missione storica. Legata da una parte
alle banche e dall’altra collegata con mille fili ai latifondisti e
all’imperialismo, la borghesia russa era organicamente incapace di
lottare contro la monarchia e il feudalesimo. I capitalisti investivano
nella terra e i proprietari terrieri nell’industria; formavano un
blocco reazionario contro il progresso. Nonostante le differenze che
potessero esistere tra di loro (e i liberali russi si scontrarono
frequentemente con l’autocrazia nel 1905-06) avrebbero sempre serrato
le fila se minacciati da un movimento rivoluzionario dei lavoratori e
dei contadini. Il significato del ragionamento di Trotskij era che la
democrazia in Russia non sarebbe stata ottenuta dai liberali, ma solo
dall’unità rivoluzionaria del proletariato e dei contadini poveri, sia
contro i liberali, che contro l’autocrazia. Ciò fu confermato nel
1905-06, quando i liberali tradirono la rivoluzione e fecero un patto
con l’autocrazia a spese degli operai e dei contadini.
Anche nel
periodo in cui Lenin non credeva che una rivoluzione socialista in
Russia fosse possibile prima che in Europa occidentale, egli si oppose
implacabilmente a patti o alleanze con la borghesia; egli sapeva che
essa avrebbe tradito la lotta. Questo fatto è stato confermato
pienamente, non solo dall’esperienza della rivoluzione russa, ma anche
dal ruolo della borghesia nazionale nella rivoluzione coloniale in
tutto il periodo seguente alla Seconda guerra mondiale. L’idea di
entrare in un governo di coalizione con la borghesia liberale non era
la politica di Lenin, ma quella dei menscevichi. L’opposizione a questa
politica costituì la differenza principale tra bolscevismo e
menscevismo dal 1904 in poi; questa divergenza ebbe l’espressione più
chiara al tempo del Governo Provvisorio del 1917.
Questo era il
classico esempio di fronte popolare, in cui la classe dominante,
attraverso i suoi rappresentanti di “sinistra” (Kerenskij), si
appoggiava sui dirigenti delle organizzazioni operaie per deviare la
rivoluzione. Dietro la facciata del fronte popolare, che lascia intatte
le basi dello sfruttamento e passa dalle promesse di riforme alle
controriforme, la reazione raccoglie le forze preparando il
contrattacco, una volta che le masse sono demoralizzate. Lenin chiese
ai dirigenti menscevichi e socialrivoluzionari di rompere con i dieci
ministri capitalisti e di formare un governo operaio che rispondesse ai
soviet. Fu questa la base sulla quale venne preparata la Rivoluzione
d’Ottobre.
Essenzialmente,
la politica adottata dal Comintern nel 1935 era, citando Trotskij, “una
maliziosa caricatura del menscevismo”. In Spagna e Francia i Fronti
Popolari andarono al governo con la scusa di evitare il pericolo del
fascismo, ma ottennero l’effetto opposto. In condizioni di crisi
economica e sociale estrema, solo il rovesciamento del latifondismo e
del capitalismo e una radicale trasformazione della società potevano
indicare una via d’uscita. L’alleanza con la borghesia (o, più
correttamente, con l’ombra della borghesia) era una ricetta sicura per
il disastro. In tutti i casi, sotto la pressione della grande finanza e
degli alleati liberali, venne tagliato il livello di vita dei
lavoratori, dei contadini e dei ceti medi. Le promesse di riforme si
trasformarono presto nel loro opposto, preparando il terreno per la
reazione. Il più terribile esempio è quello della Spagna.
La rivoluzione spagnola
Nel luglio del
1936 l’eroico proletariato spagnolo si sollevò contro il colpo di stato
fascista del generale Franco. In Catalogna e altrove i lavoratori
presero il potere nelle loro mani. Lo Stato crollò e la maggioranza
della casta degli ufficiali dell’esercito passò dalla parte di Franco.
A Barcellona, i lavoratori aderenti al sindacato anarchico Cnt e al
partito di sinistra Poum presero d’assalto le caserme, armati solo di
coltelli da cucina, randelli e vecchi fucili da caccia. Annientarono i
fascisti e il potere passò nelle mani della classe operaia. Questo
sarebbe stato possibile da un capo all’altro della Spagna, se non fosse
stato per la politica dei dirigenti delle organizzazioni operaie, che
si aggrapparono alla loro alleanza con i repubblicani, l’ombra della
borghesia spagnola.
Anche i
dirigenti del Partito comunista dovettero ammettere che il movimento
rivoluzionario era già andato ben oltre i limiti di una repubblica
borghese:
La distruzione del vecchio
ordine dominante, come osservava José Diaz, si era già verificata; la
rivoluzione non si era limitata a “difendere la repubblica instaurata
il 14 aprile e riportata in vita lo scorso 16 febbraio”, come aveva
sostenuto il Partito Comunista all’inizio della guerra. I militanti
comunisti nel fronte attorno a Madrid, come Miguel Nuñez, un insegnante
volontario nelle milizie, erano ben consci della profondità
dell’esplosione popolare.
Era una rivoluzione che andava
fino in fondo. Il popolo lottava per tutte quelle cose che le forze
reazionarie di questo paese gli avevano sempre negato: terra e libertà,
la fine dello sfruttamento, il rovesciamento del capitalismo. Il popolo
non lottava per una democrazia borghese, su questo bisogna essere
chiari.31
Il potere
consiste, in ultima analisi, in distaccamenti di uomini armati. Chi
controlla questi detiene il potere. Quando il vecchio esercito fu
praticamente distrutto e sostituito dalle milizie operaie, esse erano
l’unica forza armata esistente nel territorio della Repubblica. L’unico
elemento che impediva alla classe operaia di prendere il potere era la
direzione delle sue organizzazioni. I lavoratori avevano spezzato la
reazione fascista, ma i dirigenti di tutti i partiti operai –
anarchici, socialisti, comunisti, e persino il Poum - entrarono nel
governo borghese del Fronte Popolare e divennero il principale ostacolo
nel cammino della rivoluzione.
Bloccarono il
movimento istintivo dei lavoratori collaborando con i dirigenti
borghesi repubblicani, che a quel punto non rappresentavano che se
stessi. La grande maggioranza dei proprietari terrieri e dei
capitalisti appoggiavano Franco e si erano rifugiati nella zona
franchista. Quelli rimasti col Fronte Popolare agirono da freno
reazionario sul movimento delle masse. Temevano i lavoratori e i
contadini molto più che i fascisti, di fronte ai quali erano disposti a
capitolare.
A questo punto
la maggioranza dei dirigenti dei partiti dell’Internazionale Comunista
erano diventati agenti della politica estera della burocrazia
sovietica. Eseguivano senza discussione le istruzioni di Stalin.
Quest’ultimo era preoccupato dal pericolo che il successo della
rivoluzione socialista in Spagna, o in qualsiasi altro paese
dell’Europa occidentale, intaccasse il potere della burocrazia e
portasse al suo rovesciamento. I lavoratori sovietici erano entusiasti
della rivoluzione spagnola, che li aveva colpiti più di qualunque altra
cosa da quando Stalin aveva usurpato il potere. Nel tentativo di
mantenersi al potere la burocrazia era costretta a lanciare
l’equivalente moderno dei processi medievali contro la stregoneria, ad
annientare quasi tutti i dirigenti della rivoluzione e i vecchi
bolscevichi, ad assassinare centinaia di migliaia di militanti di base
del Partito comunista.
La burocrazia
non sapeva cosa fosse la diplomazia rivoluzionaria, come ai tempi di
Lenin, essendo guidata da considerazioni puramente nazionalistiche.
Voleva tranquillizzare i capitalisti britannici e francesi per poter
stirpare un’alleanza contro la Germania. Non voleva turbare questa
politica con un’esplosione rivoluzionaria che si sarebbe estesa alla
Francia e avrebbe sconvolto l’equilibrio politico e sociale mondiale.
Soffocando la rivoluzione spagnola assicurò la vittoria di Franco e,
così facendo, rese inevitabile la Seconda guerra mondiale. Dal canto
loro, le cosiddette democrazie della Gran Bretagna e della Francia
fecero tutto quello che era in loro potere per aiutare Franco, mentre
recitavano la commedia del “non intervento”. La politica
controrivoluzionaria di Stalin in Spagna non convinse gli imperialisti
francesi e britannici ad allearsi con l’Unione sovietica ma, al
contrario, pose quest’ultima in una situazione ancora più pericolosa.
Per citare le parole di un militante di base del Partito Comunista:
Lottando e morendo, a volte
pensavamo: “Tutto questo per cosa?” Per tornare a quello che
conoscevamo prima? Se era così, allora non valeva la pena combattere.
Questo modo contrito di fare la rivoluzione demoralizzò la gente, che
non capiva. Penso che il Partito Comunista dimostrò la più corretta
comprensione di quello che era in gioco nella guerra.32
I lavoratori
spagnoli si batterono più volte nell’arco di sette anni, dal 1931 al
1937, per prendere il potere nelle loro mani, ma ogni volta si
trovarono bloccati dalle proprie organizzazioni. L’ultima possibilità
fu nel maggio 1937. Gli stalinisti, agendo come truppe d’assalto della
controrivoluzione, tentarono di impadronirsi della centrale telefonica
di Barcellona che era sotto il controllo della Cnt. In risposta a
questo tradimento i lavoratori anarchici e quelli del Poum fecero
un’insurrezione nel maggio del 1937. Questo movimento ebbe un appoggio
schiacciante da parte dei lavoratori di Barcellona, anche tra i
comunisti e socialisti di base. Per quattro giorni il potere restò
nelle mani dei lavoratori. Ma ancora una volta i dirigenti del Poum e
della Cnt rifiutarono di prendere il potere.
Nonostante la
propaganda stalinista il Poum non era un’organizzazione trotskista,
anche se conteneva elementi che una volta erano stati trotskisti come
Nin e Andrade. Nel giro di sei settimane, era cresciuto rapidamente da
mille a 70.000 militanti, grazie alla sua immagine di sinistra e alle
dichiarazioni apparentemente radicali dei dirigenti. Aveva una radio e
un quotidiano. Ma Trotskij avvertì che, senza una politica corretta, di
classe, diretta contro i repubblicani borghesi, tutte le conquiste del
Poum sarebbero andate in fumo. Questa previsione si avverò presto. Nel
momento decisivo, i suoi dirigenti portarono i lavoratori alla
sconfitta. Non avendo una vera visione rivoluzionaria, i dirigenti
della Cnt e del Poum pretesero che i lavoratori abbandonassero la lotta
e tornassero al lavoro. Vi riuscirono, ma ciò non li salvò e fu
comunque disastroso per la rivoluzione. Nel giro di sei settimane, i
principali dirigenti del Poum vennero assassinati nei sotterranei della
Gpu. Il Poum divenne illegale e la Cnt fu disarmata. Si era aperta la
strada per riformare le forze armate e ricostruire lo Stato sotto il
controllo della borghesia.
Nel marzo del
1937 José Diaz, segretario generale del Partito comunista spagnolo
(Pce), chiese l’eliminazione degli “agenti fascisti: i trotzkisti
camuffati da poumisti”, ripetendo le accuse che venivano fatte nei
processi di Mosca. Ma la vera forza che stava dietro alle purghe in
Spagna era la Gpu di Stalin che era ormai presente in tutti gli
organismi dirigenti del Pce. Ad esempio il famigerato stalinista
ungherese Ernö Gerö, uno degli agenti di Stalin, partecipava sempre
alle riunioni della direzione del Psuc (Partito socialista unificato
catalano; questo era il nome del Pce in Catalogna - NdR). Comunque i
dirigenti del Partito Comunista e del Psuc parteciparono attivamente
alla repressione. Pere Ardiaca, direttore del giornale del Psuc Treball,
pur negando la partecipazione del partito all’omicidio di Andres Nin,
ha ammesso successivamente che il partito appoggiava la persecuzione
del Poum:
Sebbene non avessimo niente a
che fare con la persecuzione del Poum, la vedevamo con favore. Dopo,
durante il processo al Poum, ci stupivamo per la natura delle prove
presentate, ma allo stesso tempo non pensammo di protestare perché
condividevamo le opinioni dell’accusa.33
Ardiaca e i
suoi compagni si “stupivano” perché sapevano perfettamente che le
accuse dirette contro i militanti del Poum erano del tutto false, come
egli stesso ammette:
Ero stato nel Boc [blocco di
operai e contadini poveri, una delle componenti principali del Poum]
prima di unirmi al Partito Comunista, quindi so che i suoi militanti
erano onesti e sinceri nelle loro convinzioni rivoluzionarie, anche se
queste erano diverse dalle nostre.34
Ardiaca
descrive l’assassinio di Nin come “un’eredità davvero pesante”. Ma
niente può cambiare il fatto che i dirigenti spagnoli e catalani erano
come minimo complici attivi della Gpu di Stalin in Spagna.
La
liquidazione della rivoluzione condusse inevitabilmente al disastro che
Trotskij aveva previsto. Gli stalinisti sostennero il cosiddetto
“Governo della vittoria” del socialista di destra Negrin, che nei fatti
gestì la più terribile sconfitta militare, come era inevitabile dopo
che la controrivoluzione borghese aveva prevalso dietro le linee
repubblicane. La classe operaia era delusa e demoralizzata. In una
rivoluzione, ancora più che in guerra, il morale dei combattenti è un
fattore chiave. In termini puramente militari, la rivoluzione non potrà
mai prevalere su un esercito professionale con ufficiali addestrati e
esperti. Il solo fattore che dà un vantaggio alle masse è lo slancio
rivoluzionario. Senza questo, la vittoria della reazione è inevitabile.
Il presupposto per la vittoria in Spagna era di natura politica: la
fiducia delle masse nella causa per la quale stavano lottando.
Questa
affermazione si può dimostrare con molti esempi storici. La vittoria
dei bolscevichi in Russia dipese soprattutto da fattori politici. Il
potere era nelle mani dei lavoratori, che lo difendevano ferocemente.
Allo stesso modo nelle campagne i contadini lottavano per la terra che
avevano avuto grazie alla Rivoluzione d’Ottobre. Qualche anno dopo in
Cina, Mao Tse-tung intraprese una guerra semi-rivoluzionaria contro il
Kuomintang. Nella guerra civile cinese le forze militari di Mao erano
esigue rispetto all’esercito di Ciang Kai-shek che era armato dagli
Stati Uniti. Basandosi su uno slogan rivoluzionario semplice come “la
terra ai contadini”, Mao riuscì ad attirare le masse rurali dalla sua
parte. Egli addirittura offrì appezzamenti di terra ai soldati
dell’esercito di Ciang. Intere divisioni passarono dalla parte dei
Rossi, e le forze della reazione semplicemente si squagliarono. Sarebbe
stato possibile ottenere in Spagna un simile risultato, ma a patto di
applicare un’autentica politica rivoluzionaria.
La rivoluzione
spagnola costituiva una minaccia mortale per Stalin e la burocrazia
sovietica. Qui per la prima volta Mosca applicò coscientemente una
politica volta ad impedire la rivoluzione. Il movimento dei lavoratori
spagnoli aveva risvegliato nella testa dei lavoratori sovietici la
speranza che all’altro estremo dell’Europa si instaurasse un nuovo
Stato operaio. La burocrazia rispose con le purghe.
I processi di Mosca
Il
primo Piano Quinquennale e le grandi avvisaglie in Germania che
precedevano l’ascesa di Hitler (1931-33) ancora una volta minacciavano
il dominio della burocrazia - affermò Trotskij - Alla fine come
possiamo dubitare, anche per un solo istante, che se la Rivoluzione
Spagnola fosse stata vittoriosa e se i lavoratori francesi fossero
stati capaci di portare a termine la loro offensiva del 1936, il
proletariato russo avrebbe ripreso il suo coraggio e la sua
combattività e avrebbe rovesciato i termidoriani con uno sforzo
minimo?35
La crescente
classe operaia sovietica, entusiasmata dal successo del piano
quinquennale, iniziò a percepire di nuovo gli effetti positivi della
rivoluzione mondiale e ad opporsi agli abusi della burocrazia. Temendo
il successo e la possibile espansione della rivoluzione spagnola, e
puntando ad un accordo con le “democrazie” occidentali, Stalin
strangolò intenzionalmente la rivoluzione spagnola. È vero che la
politica di Stalin aveva portato alla sconfitta in Germania nel 1930–33
e in Cina nel 1925-27, ma questo non era stato nelle sue intenzioni. Al
contrario; in quel periodo Stalin voleva dei successi sul palcoscenico
internazionale. Ma nel 1936 la nuova casta dominante si era consolidata
ed era ansiosa di difendere i suoi privilegi contro ogni minaccia reale
o presunta. Stalin capiva che una rivoluzione vittoriosa avrebbe dato
vita a una nuova opposizione dentro al Pcus attorno a quelle figure che
avevano ancora legami con la Rivoluzione d’Ottobre e quindi accusò di
crimini controrivoluzionari i vecchi bolscevichi.
Questi
processi costituirono la più grossa macchinazione della storia. Il
pretesto per avviarli fu l’assassinio di Sergei Kirov, il capo del Pcus
a Leningrado, da parte di un giovane comunista il 1º dicembre del 1934.
In realtà fu una provocazione organizzata da Stalin stesso. In quel
periodo c’era malcontento verso Stalin nella cricca dominante; Kirov,
un noto stalinista, era visto come un possibile sostituto di Stalin.
Dopo l’affare Kirov, fu inscenata una spaventosa serie di processi e
confessioni ripugnanti. Nelle sue relazioni al XX e al XXII Congresso
Kruscev rivelò che l’assassinio di Kirov, organizzato al più alto
livello era stato voluto da Stalin:
La rappresaglia di massa è
iniziata dopo l’omicidio di Kirov. Occorrono ancora oggi grandi sforzi
per capire di chi era veramente la responsabilità per la sua morte. Più
studiamo a fondo il materiale relativo alla morte di Kirov e più
domande si levano. È da notare il fatto che in precedenza, l’assassino
di Kirov era stato trattenuto due volte dai Cekisti (uomini della
sicurezza) vicino allo Smolny e che gli erano state trovate addosso
delle armi. Ma venne rilasciato entrambe le volte su istruzioni di
qualcuno. Ed ecco di nuovo quest’uomo allo Smolny, armato, nel
corridoio lungo il quale passava abitualmente Kirov. Per una qualche
ragione al momento dell’assassinio la guardia del corpo di Kirov era
molto dietro di lui, sebbene le sue istruzioni non la autorizzassero a
essere a una tale distanza da Kirov.
Altrettanto strano è il fatto
che quando la guardia del corpo di Kirov veniva accompagnata ad un
interrogatorio – e doveva essere interrogata da Stalin, Molotov e
Voroshilov – l’auto, come disse in seguito l’autista, venne
intenzionalmente coinvolta in un incidente da quelli che stavano
portando l’uomo all’interrogatorio. Dissero che era rimasto ucciso come
conseguenza dell’incidente, ma in realtà fu ucciso da quelli che lo
stavano scortando.
In questo modo, l’uomo che
sorvegliava Kirov fu ucciso. In seguito vennero eliminati quelli che lo
avevano ucciso. Questo, a quanto pare, non fu un caso, ma un piano
accuratamente premeditato. Chi può averlo fatto? Si sta svolgendo
un’accurata inchiesta per far luce sulle circostanze di questo caso
complesso.36
I processi di
Mosca furono descritti da Trotskij come “una guerra civile unilaterale”
contro l’avanguardia della classe operaia. Nell’agosto 1936, egli
affermò che
l’attuale purga non traccia
tra bolscevismo e stalinismo una semplice linea, ma un vero fiume di
sangue. L’annientamento di tutta la vecchia generazione di bolscevichi,
di una parte importante della generazione intermedia, che partecipò
alla guerra civile, e di quella parte della gioventù che ha preso
seriamente le tradizioni bolsceviche ha mostrato un’incompatibilità non
solo politica ma anche grettamente fisica tra bolscevismo e
stalinismo.37
Fu eliminata
un’intera generazione di vecchi bolscevichi. La vecchia macchina
statale zarista, che Lenin aveva continuamente denunciato, affermò la
propria supremazia attraverso le purghe, che miravano a sterminare i
rivoluzionari e a distruggere tutta l’eredità del bolscevismo. Il
legame con l’Ottobre divenne praticamente una condanna a morte. Questo
valeva per tutti, non solo per i trotzkisti; loro erano le prime e
principali vittime, ma nei campi furono presto raggiunti dai seguaci di
Bucharin e poi da chiunque altro avesse un legame col passato, compresi
molti stalinisti. Questa guerra civile unilaterale fu lanciata
dall’elite dominante con due scopi fondamentali.
In primo luogo
Stalin voleva nascondere il fatto che aveva giocato un ruolo del tutto
insignificante nella rivoluzione - come era risaputo negli ambienti del
Partito - per consolidare il ruolo del Capo (in russo Vozd che,
fra l’altro, è l’esatta traduzione di “Führer” o “Duce”). Persino
membri della sua frazione dominante, come Sergo Orgionikidze, non
potevano prendere sul serio l’idea di Stalin come il grande dirigente e
maestro; per questo crimine, essi vennero uccisi o spinti al suicidio.
Stalin non voleva testimoni scomodi. Già in questo periodo, Stalin
mostrava segni di megalomania, ma sarebbe sbagliato vedere questo come
un fenomeno personale o psicologico. Le deviazioni psicologiche non
possono spiegare un massacro su scala così grande, che disgregò
l’economia, provocò tremendi sconvolgimenti sociali e mise anche a
repentaglio l’esistenza dell’Urss, specialmente quando toccò l’esercito.
La natura
peculiare della burocrazia come casta dominante usurpatrice diede vita
a contraddizioni di tutti i tipi. La burocrazia, pur avendo espropriato
politicamente la classe operaia, si basava sulla proprietà
nazionalizzata instaurata dalla rivoluzione ed era costretta a parlare
in nome del bolscevismo, mentre ne calpestava sistematicamente tutte le
tradizioni. Non era la prima volta che accadeva una cosa del genere. In
Francia dopo il 1794 i dirigenti della reazione termidoriana
continuavano ancora a parlare in nome della Rivoluzione, mentre
perseguitavano i giacobini e restauravano le usanze e i privilegi del
vecchio regime. Per soffocare tutte le critiche, era essenziale
eliminare tutti quelli che avrebbero potuto puntare il dito accusatore
e ricordare alle masse – o anche ai burocrati stessi – come le cose
erano state prima.
Il carattere
usurpatore della casta dominante, la natura illegittima dei suoi
benefici e privilegi, l’evidente contraddizione tra le dichiarazioni
“socialiste” e la crescente disuguaglianza, tutto indicava che i
burocrati arrivisti si sentivano insicuri. La loro insicurezza e paura
delle masse li portava a cercare sicurezza all’ombra di un uomo forte
in grado di far tacere l’opposizione. L’uomo forte (il Vozd)
non andava messo in discussione, poiché mettere in discussione il capo
significava mettere in discussione la burocrazia stessa. L’eliminazione
fisica dell’opposizione, reale o potenziale, e l’instaurazione di un
regime totalitario, era la condizione necessaria per il consolidamento
della burocrazia. Le peculiarità psicologiche di Stalin, la sua
crudeltà psicopatica e la sua megalomania, possono spiegare il
carattere grottesco e mostruoso che egli impartì alle purghe, ma non il
fenomeno stesso.
Sterminati i vecchi bolscevichi
Ti ringraziamo Stalin!
Sedici farabutti,
Sedici macellai della Patria
Sono stati runiti ai loro avi
Oggi il cielo si mostra blu,
Tu ci hai ripagati per i dispiaceri di molti anni!
Ma perché solo sedici?
Daccene quaranta
Daccene centinaia,
Migliaia.
Fai un ponte sul fiume Mosca,
Un ponte senza torri né luci,
Un ponte di carogna sovietica –
E aggiungi la tua carcassa al resto!
Questi versi furono pubblicati il 29 agosto del 1938 sul giornale parigino della Guardia Bianca Vozrozdenje,
quando furono annunciate le esecuzioni dopo il primo processo di Mosca.
I nemici dell’Ottobre avevano buoni motivi per rallegrarsi. Tutti gli
imputati principali nei processi erano stati stretti collaboratori di
Lenin prima, durante e dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Gli imputati
vennero inizialmente accusati di aver tentato di restaurare il
capitalismo in Russia, accusa che fu poi abbandonata nel processo del
1936 e sostituita con quella di “bramosia di potere” e di voler
perseguire un piano terroristico per eliminare Stalin e altri dirigenti
sovietici.
Una delle
maggiori calunnie che vengono dirette oggi contro Lenin e Trotskij è
quella che sostiene che le purghe di Stalin erano solo la continuazione
del Terrore Rosso intrapreso dai bolscevichi dopo la rivoluzione. È
impossibile paragonare i metodi mostruosi usati da Stalin a quelli che
il governo operaio, circondato da truppe nemiche, impiegò per
difendersi da nemici potenti e spietati, ma in ogni caso questo
argomento trascura la domanda più importante: contro chi era rivolto il
Terrore e con quale scopo? Nello stesso modo ipocrita, i farisei levano
il loro grido d’orrore per il Terrore della Rivoluzione francese.
Purtroppo tutta la storia mostra che di solito una classe o una casta
dominante non cede il suo potere e i suoi privilegi senza lottare.
Dal punto di
vista rivoluzionario, non si può considerare la questione della
violenza in astratto. Naturalmente, ogni persona sana di mente aborre
la violenza e tenta di evitarla. Ma quando si corre il pericolo di
essere uccisi, bisogna lottare per difendersi. Il Terrore
rivoluzionario, sia in Francia che in Russia, era una risposta alla
violenza della reazione. Senza le più energiche misure di autodifesa in
entrambi i casi la rivoluzione sarebbe stata soffocata nel sangue. Come
si possono condannare seriamente misure di autodifesa rivolte contro
coloro che vogliono distruggere la rivoluzione? Se la violenza è usata
dalla controrivoluzione, la questione è completamente diversa. Dopo il
Termidoro, i giacobini subirono attacchi terribili, ma questo di solito
viene taciuto. I farisei vi sorvolano in silenzio, o ne traggono
lezioni morali ipocrite di come “la rivoluzione divora i propri figli”,
e così via. Ma la violenza della Rivoluzione francese nel periodo della
sua ascesa colpiva i contro-rivoluzionari: aristocratici, preti,
speculatori e gente simile. Il terrore termidoriano e quello
bonapartista erano diretti invece contro i rivoluzionari. C’è una
differenza qualitativa tra i due casi; non vederla significa non capire
nulla.
Nel 1922 i
leader socialrivoluzionari furono processati per atti di terrorismo
contro i dirigenti dello Stato sovietico. Ma non c’è assolutamente
nulla in comune tra questo caso e le montature di Stalin. La prima
differenza è che i socialrivoluzionari erano colpevoli dei crimini di
cui erano accusati. Essi non solo lo ammisero, ma proclamarono con
orgoglio le loro azioni. Questo non deve sorprendere; a differenza dei
marxisti russi che si erano sempre implacabilmente opposti agli
attentati terroristici, i socialrivoluzionari (sia di destra che di
sinistra) erano gli eredi delle tradizioni del partito Narodnaja Volja
che difendeva apertamente i metodi del terrorismo. Non c’era il minimo
dubbio che fossero responsabili dell’omicidio di dirigenti bolscevichi
come Uritskij e Volodarskij e del tentato assassinio di Lenin. Non fu
necessario costringerli a confessare, dal momento che consideravano le
loro azioni corrette e legittime. Nel periodo zarista si consegnavano
spesso alle autorità dopo aver perpetrato un omicidio. C’era ancora
un’altra differenza fondamentale: non solo venne permesso ai dirigenti
socialrivoluzionari di avere una difesa legale, ma poterono servirsi di
difensori provenienti dall’estero, in particolare il dirigente
socialdemocratico belga Emile Vandervelde, che era anche un noto
avvocato. I crimini comportavano la pena capitale, ma le condanne
furono sospese; nessuno degli imputati fu giustiziato (anche se
qualcuno fu fucilato in seguito da Stalin). Non veniva loro richiesto
di rinunciare alle loro idee, per non parlare di autoaccusarsi in
tribunale di reati inesistenti.
Durante le
purghe stalinisti le cose furono diverse. Gli imputati vennero
costretti a confessare crimini mostruosi, dei quali erano innocenti, e,
prima di essere consegnati ai boia, dovevano coprirsi di fango. Solo
uno degli imputati, Krestinskij, tentò di ritirare la sua confessione
davanti alla corte. Fu rispedito dai torturatori della Gpu e quando
ritornò dopo ventiquattro ore confessò tutto. Bucharin tentò di
respingere le accuse più atroci, come quella incredibile di aver
tentato di uccidere Lenin. Egli fu aiutato dalla coraggiosa resistenza
di un socialrivoluzionario, Boris Kamkov, che fu chiamato come
testimone dell’accusa ma rifiutò di convalidare l’imputazione, pur non
avendo niente da perdere dal momento che era già prigioniero della Gpu
e che Bucharin era un suo avversario politico. Egli pagò sicuramente un
prezzo terribile per la sua sfida. Bucharin lasciò la sua difesa ai
posteri, chiedendo a sua moglie Anna Larina di imparare a memoria la
sua ultima lettera, per tramandarla alle generazioni future. Ella la
ripeté ogni giorno per vent’anni “come una preghiera” nei campi di
concentramento di Stalin, ai quali sopravvisse per miracolo.
In questa
lettera, Bucharin fa notare la differenza fondamentale tra la vecchia
Ceka rivoluzionaria sotto Dzerzhinsky e la Gpu di Stalin:
A una futura generazione di dirigenti di partito:
Sto per morire. Chino la
testa, ma non davanti alla falce proletaria, che giustamente è
spietata, ma è anche casta. Io sono impotente, invece, davanti a una
macchina infernale che sembra usare metodi medioevali, eppure possiede
un potere gigantesco, inventa calunnie ad arte, agisce sfrontatamente e
con fiducia.
Dzerzhinsky [capo della Ceka,
la polizia segreta, sotto Lenin] non c’è più; le magnifiche tradizioni
della Ceka sono ormai una cosa del passato, quelle tradizioni nelle
quali l’idea rivoluzionaria governava tutte le sue azioni, giustificava
la crudeltà verso i nemici, salvaguardava lo Stato contro tutti i
controrivoluzionari. Per questo motivo, gli organismi della Cheka
ottennero una particolare fiducia, uno speciale onore, autorità e
rispetto. Oggi, i cosiddetti organismi della Gpu sono per la maggior
parte un’organizzazione degenerata di funzionari senza scrupoli,
dissoluti e ben pagati che approfittano della precedente autorità della
Ceka, cercando di soddisfare la diffidenza patologica di Stalin (ho
paura a dire di più), perseguendo gradi e gloria, compiendo sporche
azioni senza nemmeno comprendere che stanno contemporaneamente
distruggendo se stessi: la storia non tollera testimoni alle azioni
sporche!
Questi organismi che sono in
grado di “fare miracoli” possono ridurre in polvere qualsiasi membro
del Comitato Centrale, qualsiasi membro del partito, trasformandolo in
un terrorista traditore, in un sabotatore, in una spia. Se Stalin
avesse dubbi su se stesso, essi troverebbero subito le prove per
incolparlo.
Nubi minacciose incombono sul
Partito. Anche solo la mia morte, colpevole di nulla, comprometterà
altre migliaia di innocenti. Poiché, dopotutto, si dovrà creare
un’organizzazione, una “organizzazione buchariniana” che, in realtà,
non solo non esiste ora, dopo sette anni in cui non ho un’ombra di
divergenza con il Partito, ma non esisteva neanche allora, negli anni
dell’Opposizione di Destra. Io non sapevo niente delle organizzazioni
segrete di Rjutin e di Uglanov; esponevo le mie opinioni apertamente,
assieme a Rykov e Tomskij.
Faccio parte del Partito da
quando avevo diciotto anni e l’obiettivo della mia vita è sempre stato
la lotta per gli interessi della classe operaia, per la vittoria del
socialismo. Oggi il giornale con il venerabile nome di Pravda
pubblica la più spregevole delle menzogne: io, Nikolai Bucharin, avrei
voluto distruggere le conquiste dell’Ottobre e restaurare il
capitalismo! È un’inaudita oscenità; è una bugia che nella sua oscenità
potrebbe trovare paragone solo nell’affermazione che [lo zar] Nikolai
Romanov avrebbe dedicato tutta la sua vita alla lotta contro il
capitalismo e la monarchia, alla lotta per la realizzazione della
rivoluzione proletaria.38
Ricordiamoci,
leggendo queste righe, che l’uomo che le scrisse era considerato da
Lenin come il “beniamino del Partito” e uno dei suoi principali
teorici. È vero che Bucharin fece molti errori, alcuni dei quali molto
seri, ma egli fu un rivoluzionario onesto, a differenza di quelli che
lo assassinarono. Lo scopo principale delle purghe era quello di
tracciare una linea di sangue tra la burocrazia e le vere tradizioni
del marxismo-leninismo. Era necessario sciogliere il legame con la
storia, distruggere completamente le vecchie tradizioni di democrazia
operaia e di internazionalismo, in modo da non lasciare nulla che
potesse ricordare alle future generazioni il vero significato
dell’Ottobre. Perciò, non era sufficiente torturare e uccidere i vecchi
bolscevichi; dovevano essere costretti a coprirsi di fango, ripudiare
pubblicamente i loro “crimini”, e cantare le lodi di Stalin. Zinoviev,
Kamenev, Bucharin, Rykov, Radek, Rakovskij e molti altri rivoluzionari
confessarono di essere agenti imperialisti da lunga data. Il loro
accusatore, il pubblico ministero in capo Viscinskij, era un vecchio
avvocato menscevico che aveva collaborato con la controrivoluzione
bianca.
Praticamente
tutta la vecchia guardia bolscevica fu sterminata. Tra le vittime ci fu
A.V. Shotman, un vecchio membro del Partito incaricato di proteggere la
vita di Lenin quando egli era costretto alla clandestinità dopo le
giornate di luglio del 1917. Nel 1918 Lenin scrisse: “Shotman è un
vecchio compagno del partito che conosco abbastanza bene. Merita
assoluta fiducia”. Eppure fu arrestato e morì nel 1939. Perirono molti
comunisti stranieri; Fritz Platten, il rivoluzionario svizzero che
aveva collaborato con Lenin e che aveva organizzato il treno blindato
che lo portò nel 1917 dalla Svizzera alla Russia, sopravvisse alle
carceri zariste, svizzere, tedesche e rumene per morire infine in uno
dei campi di Stalin. Tutta la direzione del Partito comunista polacco
fu liquidata, comp |