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Le conquiste dell’economia pianificata
Guardai nel futuro, fin dove arriva l’occhio umano,
Percepii la Visione del mondo e tutte le meraviglie dell’avvenire
Alfred Tennyson
La Rivoluzione
russa del 1917 fu uno dei più grandi avvenimenti della storia. Per la
prima volta, a parte l’eroico episodio della Comune di Parigi, i
lavoratori e i contadini oppressi presero nelle proprie mani il potere
politico, spazzarono via il dominio dispotico dei capitalisti e dei
proprietari terrieri e mossero i primi passi nella direzione della
creazione di un ordine mondiale socialista. Annientando il vecchio
regime zarista, che aveva detenuto il potere per un migliaio di anni,
conquistarono il controllo di un sesto della superficie terrestre.
L’ancien régime fu sostituito da una forma di Stato democratica e
nuova: il Soviet dei deputati degli operai, dei contadini e dei
soldati. La Rivoluzione russa annunciava l’inizio della rivoluzione
mondiale, alimentando i sogni e le speranze di milioni di persone che
avevano vissuto l’incubo della Prima guerra mondiale. Nonostante la
terribile arretratezza della Russia, la nuova Repubblica Socialista
Sovietica rappresentava una minaccia decisiva all’ordine capitalista
mondiale. Essa provocò il terrore negli ambienti della borghesia che
cercavano conforto nell’idea che il regime bolscevico probabilmente
avrebbe resistito solo per qualche settimana.
Anche oggi gli
avvenimenti in Russia continuano a turbare la politica mondiale, come
una sorta di spettro che torna sempre a guastare i festeggiamenti della
classe capitalista.
Per apprezzare
pienamente la portata di queste conquiste, è necessario riandare al
punto di partenza. Impazienti di screditare le idee dell’autentico
socialismo, gli apologeti del “libero mercato” dimenticano facilmente
alcuni dettagli. Nel 1917 la Russia era in realtà ben più arretrata
dell’India di oggi e molto indietro rispetto all’Occidente. Era un
paese arretrato dove i contadini, che si erano emancipati dalla servitù
della gleba solo due generazioni prima, usavano ancora l’aratro di
legno medievale. La classe operaia industriale era una piccola
minoranza: meno di quattro milioni di persone su un totale di 150
milioni. Il settanta per cento della popolazione era analfabeta. Il
capitalismo russo era estremamente debole e si appoggiava sulle
stampelle del capitale straniero che apparteneva principalmente a
francesi, britannici, tedeschi e belgi. Le potenze occidentali avevano
il controllo del 90 per cento delle miniere russe, del 50 per cento
dell’industria chimica, di più del 40 per cento dell’industria
meccanica e del 42 per cento del capitale bancario. La Rivoluzione
d’Ottobre tentò di trasformare tutto questo, mostrando la via per i
lavoratori di tutti i paesi e preparando la strada per la rivoluzione
socialista mondiale. Nonostante i problemi e gli ostacoli immensi,
l’economia pianificata rivoluzionò le forze produttive dell’Urss e pose
le basi di un’economia moderna. Nel periodo precedente la seconda
guerra mondiale si procedette alla costruzione dell’industria pesante
attraverso una serie di piani quinquennali, creando le basi per lo
sviluppo del dopoguerra.
Nel 1936 Trotskij scrisse che:
(…) merito imperituro del
regime dei soviet è la lotta dura e in generale efficace contro una
barbarie secolare (…). Il regime sovietico attraversa sotto i nostri
occhi una fase preparatoria, in cui importa, assimila, prende a
prestito le conquiste tecniche e culturali dell’Occidente.1
Da allora,
l’economia sovietica ha fatto passi da gigante. Nei cinquant’anni
trascorsi dal 1913 (il culmine della produzione prima della prima
guerra mondiale) al 1963, nonostante due guerre mondiali, l’intervento
straniero, la guerra civile e altre calamità, la produzione industriale
aumentò di oltre 52 volte. La cifra corrispondente per gli Usa fu meno di sei volte, mentre la Gran Bretagna stentò a raddoppiare
la sua produzione industriale. In altre parole, nell’arco di pochi
decenni, sulla base di un’economia statalizzata, l’Unione Sovietica fu
trasformata da un’economia agricola arretrata nella seconda nazione più
potente della Terra, con una forte base industriale, un alto livello
culturale e più scienziati di Usa e Giappone insieme.
Dal punto di
vista marxista, la funzione della tecnica è di economizzare il lavoro
umano. Nei 50 anni dal 1913 al 1963, la produttività del lavoro
nell’industria, che è la chiave dello sviluppo economico, crebbe del 73
per cento in Gran Bretagna e del 332 per cento negli Usa. In Urss,
nello stesso periodo, la produttività del lavoro aumentò del 1.310 per
cento, naturalmente partendo da un livello molto più basso. Questo
periodo di enormi progressi economici per l’ Urss coincise in gran
parte con la crisi o la stagnazione nell’Occidente capitalista. I passi
avanti dell’industria sovietica degli anni ’30 coincisero con la grande
Depressione in Occidente, accompagnata da disoccupazione di massa e da
miseria cronica. Fra il 1929 e il 1933 la produzione industriale
statunitense crollò del 48,7 per cento. La American National Research
League nel marzo 1933 stimò che i disoccupati statunitensi erano
17.920.000. In Germania i senza lavoro erano più di sei milioni.
Bastano questi confronti per evidenziare la superiorità dell’economia
pianificata sull’anarchia della produzione capitalista.
Nell’Urss,
rispetto a una popolazione cresciuta del 15 per cento, il numero dei
tecnici era aumentato di 55 volte nel periodo 1913-1963, le persone
coinvolte nell’istruzione a tempo pieno di oltre sei volte; il numero
di libri pubblicati di 13 volte; i posti letto ospedalieri di quasi
dieci volte; i posti in asilo nido di 1.385 volte. C’erano 205 medici
per ogni 100.000 persone, in confronto ai 170 dell’Italia e
dell’Austria, ai 150 degli Stati Uniti, ai 144 della Germania
Occidentale, ai 110 di Gran Bretagna, Francia e Olanda e ai 101 della
Svezia. La vita media raddoppiò e la mortalità infantile diminuì di
nove volte. Fra il 1955 e il 1959 lo spazio abitativo (statale e delle
cooperative) raddoppiò, mentre quello privato venne più che triplicato.
Tra il 1955 e il 1970 il numero di medici era aumentato da 135.000 a
484.000 e il numero di posti letto passò da 791.000 a 2.224.000.
Nonostante il
terribile colpo inferto all’agricoltura dalla collettivizzazione
forzata di Stalin, da cui essa non si riprese mai del tutto, i
progressi realizzati consentirono alla Russia di nutrire a sufficienza
la sua popolazione. Un tale progresso economico, ottenuto in un tempo
così breve, è senza paragone nel mondo. In soli tre anni, dal 1953 al
1956, la terra coltivata aumentò di ben 35,9 milioni di ettari, una
superficie equivalente al totale della terra coltivata in Canada.
Questo risultato è in netto contrasto con la spaventosa situazione
delle masse in India, in Pakistan e nel resto del Terzo Mondo.
Questo
progresso dell’economia sovietica è ancora più impressionante data
l’arretratezza cronica che caratterizzò il suo punto di partenza. La
vecchia economia zarista, un paese semifeudale con affioramenti di
nuclei d’industria moderna, principalmente proprietà del capitale
straniero, fu frantumata nella Prima guerra mondiale. Poi vennero due
rivoluzioni, la guerra civile, il blocco economico imperialista,
l’intervento straniero e una carestia in cui morirono sei milioni di
persone. A questo si devono aggiungere gli innumerevoli milioni di
lavoratori, contadini, tecnici e scienziati che perirono, prima nel
corso della collettivizzazione forzata e poi nelle grandi epurazioni
staliniste degli anni ’30.
La
pianificazione burocratica spinse l’economia in avanti, ma lo fece
pagando un prezzo tre volte più alto del costo della rivoluzione
industriale in Occidente. La malgestione, lo spreco, la corruzione
insiti nella gestione della burocrazia costituirono un pesante fardello
per l’economia sovietica, portandola infine a un punto morto.
La Seconda
guerra mondiale in Europa fu un’ulteriore testimonianza delle conquiste
dell’economia pianificata. La guerra si era ridotta in realtà ad una
lotta titanica fra l’Urss e la Germania nazista, in cui la Gran
Bretagna e gli Usa fecero da spettatori. Costò all’Urss 27 milioni di
morti; solo nell’assedio di Leningrado morirono un milione di persone.
Vaste aree della Russia furono annesse da Hitler o completamente
distrutte dai nazisti con la loro politica di fare “terra bruciata”.
Quasi il 50 per cento di tutto lo spazio abitativo urbano nel
territorio occupato - 1,2 milioni di case - fu distrutto, come pure 3,5
milioni di case nelle campagne: lo storico Alec Nove a questo proposito
riporta che:
(…) molte città giacevano in
rovina. Migliaia di borgate furono distrutte; tanto che la gente viveva
in buchi per terra. Un gran numero di fabbriche, dighe e ponti che
erano stati costruiti con tanti sacrifici nel primo piano quinquennale
ora si dovevano ricostruire.2
Nel periodo
del dopoguerra, senza alcun programma di aiuti come il Piano Marshall
di cui beneficiò l’Europa occidentale, l’Urss realizzò progressi da
gigante su tutti i fronti. Grazie all’economia statalizzata e alla
pianificazione, l’Unione Sovietica ricostruì rapidamente le proprie
industrie devastate, con tassi di crescita che superavano il 10 per
cento. Insieme all’imperialismo Usa, l’Urss era emersa dalla guerra
come una superpotenza. “La storia mondiale non ha mai conosciuto una
cosa simile”, dice Nove. Già nel 1953 l’Urss aveva accumulato una
scorta di 1,3 milioni di macchine utensili di tutti i tipi, il doppio
di quanto aveva prima della guerra. Tra il 1945 e il 1960 la produzione
annua di acciaio crebbe da 12,25 a 65 milioni di tonnellate. Nello
stesso periodo la produzione di petrolio passò da 19,4 a 148 milioni di
tonnellate e quella di carbone da 149,3 a 513 milioni. Dal 1945 al
1964, il reddito nazionale sovietico aumentò del 570 per cento, in
confronto al 55 per cento raggiunto dagli Usa. Non dimentichiamo che
gli Usa erano usciti dalla guerra con le loro industrie intatte e con
due terzi dell’oro del mondo nelle loro riserve. Gli Usa avevano
guadagnato moltissimo dallo sforzo bellico e di conseguenza furono in
grado di imporre il loro dominio in tutto il mondo capitalista.
Prima della
guerra l’Unione Sovietica era ancora molto indietro rispetto non solo
agli Usa, ma anche all’Europa; nonostante ciò, entro la metà degli anni
’80 l’Urss aveva superato la maggior parte delle altre economie
capitaliste, ad eccezione degli Usa. Almeno in termini assoluti, l’Urss
occupava il primo posto in molti campi chiave di produzione, come
l’acciaio, il ferro, il carbone, il petrolio, il gas, il cemento, i
trattori, il cotone e la produzione di molti tipi di utensili di
acciaio. A metà degli anni ’80 la Cambridge Engineering Research
Association del Massachusetts definì l’industria sovietica del gas
naturale - che aveva raddoppiato la produzione in meno di dieci anni -
un “caso di successo spettacolare”.3 Anche nel campo dell’informatica,
dove negli anni ’70 si era detto che l’Urss era di dieci anni indietro
rispetto all’Occidente, il distacco si era ridotto fino al punto in
cui, secondo gli stessi esperti occidentali, era pari a soli 2-3 anni.
La
dimostrazione più spettacolare della superiorità dell’economia
pianificata, dove questa era gestita bene, era il programma spaziale
sovietico. Dal 1957 l’Urss era in prima posizione nella “corsa
spaziale”. Mentre gli americani atterravano sulla luna, i sovietici
stavano costruendo una stazione spaziale che li avrebbe portati fino ai
confini del sistema solare.
Come
sottoprodotto, l’Unione Sovietica vendeva sui mercati mondiali il razzo
Proton, economico, potente ed affidabile, ad un prezzo di circa 15
milioni di dollari inferiore a quello dell’Ariane, il progetto spaziale
europeo.
Ancora nel
1940 due terzi della popolazione sovietica vivevano nell’arretratezza
rurale. Ora la situazione è stata capovolta. Due terzi vivono nelle
città e solo un terzo in campagna; in altre parole abbiamo assistito
nell’Urss allo stesso processo che abbiamo visto in Occidente negli
ultimi 50 anni, lo sviluppo dell’industria ha portato ad un’enorme
rafforzamento del proletariato a spese dei contadini e degli strati
intermedi della società. Ma nell’Urss questo processo
(“proletarizzazione”) era stato portato avanti in una misura mai vista,
concentrando la forza lavoro in gigantesche imprese industriali con
100mila o più lavoratori. Oggi il proletariato sovietico, lungi
dall’essere arretrato e debole, è la classe operaia più potente a
livello internazionale.
La situazione
nel campo dell’istruzione costituiva una delle principali conquiste
storiche della Rivoluzione d’Ottobre. Nell’Urss, circa un lavoratore su
tre aveva una specializzazione e un gran numero di giovani provenienti
dalla classe operaia accedeva all’università. Il numero totale di
allievi che ricevevano un’istruzione tecnica superiore ed universitaria
si quadruplicò tra il 1940 e il 1964. Nel 1970 in Urss c’erano 4,6
milioni di studenti universitari, con 257.000 laureati in ingegneria
(negli Usa, a paragone, c’erano 50.000 laureati in questo campo). La
spesa pro capite per l’istruzione era quattro volte quella britannica.
Basta uno
sguardo alle cifre per capire la superiorità dell’economia pianificata
di fronte alla quale stride l’inconsistenza delle meschine convinzioni
politiche dei dirigenti riformisti e socialdemocratici in Occidente,
che hanno accettato, a salvaguardia delle compatibilità del sistema
capitalista, di tagliare drasticamente la spesa per l’istruzione e la
sanità e quella sociale in generale.
La crescita
dell’economia portò un miglioramento continuo del livello di vita.
Nell’ultimo periodo prima del crollo la stragrande maggioranza dei
sovietici possedeva elettrodomestici come televisori, frigoriferi e
lavatrici. Gli affitti erano fissati a circa il 6 per cento del reddito
e non erano aumentati dal 1928. Un piccolo appartamento a Mosca, fino a
poco tempo fa, costava circa 17 dollari al mese, compresi il gas, la
luce, il telefono e l’acqua calda. Inoltre il pane costava intorno alle
400 lire al chilo e, come per lo zucchero e la maggior parte dei generi
alimentari di base, il suo prezzo non cresceva dal 1955; quelli della
carne e dei latticini non salivano dal 1962. Questa situazione iniziò a
cambiare solo negli anni ’80.
Oggi, a causa
del processo di transizione verso il capitalismo, questa situazione è
cambiata radicalmente, con l’abolizione dei sussidi e del controllo sui
prezzi. Nel 1993 l’inflazione ha raggiunto il 2.600 per cento e, pur
essendo calata da allora, rimane comunque alta.
I colossali
vantaggi di una società che aveva abolito il capitalismo e il
latifondismo sono stati evidenziati, almeno nei loro contorni, da
questa crescita senza precedenti. Tuttavia i progressi dell’economia
sovietica nei primi sessant’anni furono estremamente diseguali e
contraddittori; una realtà ben lontana dal quadro idilliaco dipinto in
passato dagli “Amici dell’Unione Sovietica”. Senza dubbio un regime di
democrazia operaia avrebbe superato di gran lunga quello che è stato
realizzato sotto lo stalinismo con tutta la corruzione e la malgestione
che esso comportava. È in questo sviluppo contraddittorio dell’economia
sovietica che si trova la chiave per capire il crollo dello stalinismo
alla fine degli anni ’80 e il processo verso la restaurazione del
capitalismo.
Le leggi di sviluppo del capitalismo come sistema socioeconomico furono analizzate in modo brillante da Marx nei tre volumi del Capitale.
Lo sviluppo di un’economia pianificata e statalizzata, che è il
presupposto per il progresso verso il socialismo, si svolge in modo del
tutto diverso. Le leggi del capitalismo si manifestano nel gioco cieco
delle forze del mercato, attraverso il quale la crescita delle forze
produttive avviene in modo automatico. La legge del valore, che si
esprime attraverso il meccanismo di domanda e offerta, distribuisce le
risorse fra un settore e un altro. Non esiste un piano né un intervento
cosciente. Ma le cose sono diverse quando lo Stato centralizza
l’economia nelle proprie mani. Qui lo Stato operaio occupa la stessa
posizione nei confronti dell’economia intera che occupa il singolo
capitalista nel contesto di una sola fabbrica.
Per questo
motivo, le azioni del governo sovietico negli ultimi settant’anni sono
state così decisive - nel bene o nel male - per lo sviluppo economico.
“Non esiste un altro governo al mondo”, osservò Trotskij, “nelle cui
mani è concentrato in una tale misura il destino di tutto il paese (…);
il carattere centralizzato dell’economia nazionale trasforma il potere
statale in un fattore di enorme importanza”. In queste circostanze la
politica del regime era decisiva. Nel vicolo cieco del dominio
burocratico lo spettacolare sviluppo economico si inceppò. A differenza
dello sviluppo capitalistico, che dipende dal mercato per assegnare le
risorse, l’economia nazionalizzata richiede una pianificazione e una
direzione coscienti. Ciò non si può fare per opera di un pugno di
burocrati a Mosca, nemmeno se questi fossero Marx, Engels, Lenin e
Trotskij.
Una tale
situazione richiede la partecipazione della massa della popolazione
alla gestione dell’industria e dello Stato. A lungo andare era
inevitabile che un regime di malgestione burocratico bloccasse
l’economia, nella misura in cui questa fosse diventata più complessa e
tecnologicamente avanzata. Negli anni ’70 l’economia sovietica era
giunta all’impasse, ma i motivi di ciò saranno l’argomento di un altro
capitolo.
Qui basta dire
che, nonostante la soffocante presa burocratica dello stalinismo, i
successi dell’economia pianificata furono dimostrati, non sulle pagine
del Capitale, ma in un’arena industriale che copriva la sesta
parte della superficie terrestre, non nel linguaggio della dialettica,
ma in quello dell’acciaio, del cemento e dell’energia elettrica. Come
spiegò Trotskij,
(…) se anche l’Urss dovesse
soccombere sotto i colpi sferrati dall’esterno e per gli errori dei
suoi dirigenti - il che, lo speriamo fermamente, ci sarà risparmiato -
resterebbe, come garanzia dell’avvenire, questo fatto indistruttibile,
che solo la rivoluzione proletaria ha permesso a un paese arretrato di
ottenere in meno di vent’anni risultati senza precedenti nella storia.4
La Rivoluzione d’Ottobre fu un colpo di Stato?
Nel tentativo
di screditare i bolscevichi non sono stati risparmiati sforzi per
falsificare la cronaca della storia. La menzogna più comune è quella di
definire la Rivoluzione d’Ottobre un golpe, cioè una manovra effettuata
da una piccola minoranza con metodi cospiratori dietro le spalle della
maggioranza. I bolscevichi, secondo questa opinione, avrebbero
strappato il potere al Governo Provvisorio nato dalla Rivoluzione di
Febbraio, governo che, a quanto pare, avrebbe rappresentato la volontà
democratica del popolo. Se il “complotto” di Lenin non fosse riuscito,
dicono, la Russia avrebbe imboccato la strada della democrazia
parlamentare occidentale e tutti sarebbero vissuti felici e contenti.
Questa storiella è stata ripetuta così tante volte che molti l’hanno
accettata acriticamente, cosa che non deve sorprendere perché risponde
all’obiettivo di addormentare l’intelletto con cui è stata confezionata…
Sorge
spontanea una domanda: se il Governo Provvisorio rappresentava davvero
la stragrande maggioranza e i bolscevichi erano solo un gruppo
insignificante di cospiratori, come mai questi ultimi riuscirono a
rovesciare il governo? Dopotutto il governo disponeva (almeno
formalmente) di tutta la potenza dell’apparato statale, l’esercito, la
polizia, i cosacchi, mentre i bolscevichi erano un piccolo partito che,
all’inizio della rivoluzione di febbraio, non aveva che circa 8.000
militanti in tutta la Russia.
Come fu
possibile che una minoranza insignificante rovesciasse uno Stato
potente? Se accettiamo il discorso sul golpe, dobbiamo supporre che
Lenin e Trotskij disponevano di poteri magici. Ed eccoci di nuovo nel
mondo delle fiabe, che non ha posto nella vita reale o nella storia.
In realtà la
teoria “cospirativa” della storia non spiega nulla; semplicemente
presuppone quello che è invece da dimostrare. Un modo di ragionare così
superficiale, per cui ogni sciopero sarebbe provocato da “agitatori” e
non dal malcontento accumulatosi in fabbrica, è tipico della mentalità
poliziesca. Quando viene proposto seriamente da sedicenti accademici
come spiegazione di grandi avvenimenti storici, possiamo solo grattarci
la testa perplessi, oppure supporre che ciò sia fatto con un secondo
fine. La motivazione del poliziotto che tenta di attribuire uno
sciopero alle attività di un gruppo nascosto di agitatori è evidente;
questo tipo di argomentazione non è diverso. L’idea essenziale
implicita in questa teoria è che la classe operaia sia incapace di
capire quali siano i propri interessi (che naturalmente, secondo questi
signori, sarebbero identici a quelli dei padroni). Così, se i
lavoratori si muovono per prendere in mano il proprio destino, l’unica
spiegazione deve essere che sono stati ingannati da demagoghi senza
scrupoli.
Tale
ragionamento - che, a proposito, si potrebbe usare anche contro la
democrazia in generale - manca il segno. Come fu possibile per Lenin e
Trotskij “ingannare” la maggioranza decisiva della società in modo che
nel breve volgere di nove mesi il Partito bolscevico, da minoranza
insignificante, riuscisse a conquistare la maggioranza nei soviet, gli
unici organi veramente rappresentativi della società, e prendere il
potere? Ciò fu possibile solo perché il Governo Provvisorio borghese
aveva in quello stesso breve periodo dimostrato il proprio totale
fallimento, solo perché esso non aveva assolto a nemmeno uno dei
compiti posti dalla rivoluzione democratico-borghese. Un solo fatto è
sufficiente a dimostrare ciò: il Partito Bolscevico prese il potere
nell’ottobre in base al programma “pace, pane e terra”, il che è
l’illustrazione più vivida del fatto che il governo provvisorio non
aveva soddisfatto nemmeno uno dei bisogni più elementari del popolo
russo. Questo, e solo questo, è in grado di spiegare il successo della
Rivoluzione d’Ottobre.
La cosa che
più colpisce negli avvenimenti del 1917 è proprio il coinvolgimento
attivo delle masse ad ogni tappa, che è in realtà l’essenza di una
rivoluzione. Nei periodi normali la maggioranza della gente è disposta
ad accettare che le decisioni più importanti che incidono sulla propria
vita siano prese da altri, da “quelli che sanno” - uomini politici,
funzionari dello Stato, giudici, “esperti” -, ma nei momenti critici le
persone “comuni” iniziano a mettere tutto in discussione. Non si
accontentano più di far decidere gli altri per loro; vogliono pensare
ed agire per se stesse. Ecco cos’è una rivoluzione. Si vedono elementi
di questo in ogni sciopero: i lavoratori cominciano a partecipare
attivamente, a parlare, a giudicare, a criticare… cioè a decidere il
proprio destino.
Agli occhi del
burocrate e del poliziotto (e per certi storici, i cui processi mentali
si sintonizzano sulla stessa lunghezza d’onda) questo fatto appare come
una pazzia strana e minacciosa. In realtà è vero proprio il contrario;
in tali situazioni gli uomini e le donne smettono di agire come automi
e cominciano a comportarsi come veri esseri umani con mente e volontà
autonoma.
Essi diventano
rapidamente consapevoli della propria condizione e delle proprie
aspirazioni. In tali circostanze, cercano coscientemente quel partito e
quel programma che riflettano le loro aspirazioni, mentre respingono
gli altri. Una rivoluzione è sempre caratterizzata dalla rapida ascesa
e declino di partiti, individui e programmi, in cui gli elementi più
radicali tendono a crescere.
Tutti i
discorsi e gli scritti di Lenin di questo periodo esprimono una fiducia
incrollabile nella capacità delle masse di cambiare la società. Lungi
dall’adottare metodi “cospiratori”, egli si basava su richiami
all’iniziativa rivoluzionaria di operai, contadini poveri e soldati.
Nelle Tesi di Aprile egli spiega:
Non vogliamo che le masse ci
credano sulla parola; non siamo ciarlatani. Vogliamo che le masse
superino i loro errori attraverso l’esperienza”.5
Disse successivamente:
L’insurrezione deve contare
non su una cospirazione e non su un partito, ma sulla classe avanzata
(…) l’insurrezione deve contare su un’offensiva rivoluzionaria del
popolo”.6
Il fatto che
Lenin contraponesse le masse al partito non era casuale. Sebbene il
Partito bolscevico giocasse un ruolo fondamentale nella rivoluzione, il
processo non era a senso unico, ma dialettico. Lenin spiegò più volte
che le masse sono cento volte più rivoluzionarie del più rivoluzionario
dei partiti. È una legge il fatto che in una rivoluzione il partito
rivoluzionario e la sua direzione siano soggetti alle pressioni di
classi estranee; l’abbiamo visto in numerose occasioni della storia.
Una parte della direzione in tali momenti inizia a tentennare e a
esitare ed è necessaria una lotta interna per superare questi
indecisioni. Così avvenne anche nel partito bolscevico dopo il ritorno
di Lenin in Russia, quando, dopo la Rivoluzione di Febbraio, i
dirigenti bolscevichi a Pietrogrado (in particolare Zinoviev, Kamenev e
Stalin) assunsero un atteggiamento conciliante verso il governo
provvisorio, caldeggiando persino la fusione con i menscevichi. La
linea del partito fu cambiata solo dopo una lotta aspra, in cui Lenin e
Trotskij unirono le proprie forze e si batterono per una seconda
rivoluzione, in cui la classe operaia prendesse il potere nelle proprie
mani.
In questa
lotta Lenin si rivolse direttamente ai lavoratori avanzati, scavalcando
a piè pari il Comitato centrale. Disse che “il “paese” dei lavoratori e
dei contadini poveri (…) è mille volte più a sinistra dei Cernov e
degli Tsereteli e cento volte più a sinistra di noi”.7
La forza
motrice della rivoluzione fu in ogni fase il movimento delle masse. Il
compito dei bolscevichi fu di fornire una chiara espressione politica e
organizzativa a questo movimento, per assicurare che fosse concentrato
al momento giusto per la presa del potere e per evitare insurrezioni
premature che portassero alla sconfitta. Per un certo tempo ciò volle
dire anche frenare le masse: nel giugno l’importante comitato di Vyborg
a Pietrogrado si era lamentato del fatto che “dobbiamo fare la parte
dei pompieri”8; nell’agosto, al VI congresso del partito, il bolscevico
Podvoisky aveva ammesso che “fummo costretti a passare la metà del
nostro tempo a calmare le masse”.9
Mobilitazione permanente
Numerosi
osservatori di tutti i partiti testimoniano il livello straordinario di
partecipazione delle masse. Nelle parole di Marc Ferro, “i cittadini
della nuova Russia, avendo abbattuto lo zarismo, erano in uno stato di
mobilitazione permanente”.10 L’importante esponente menscevico Nikolai
Suchanov riporta che “tutta la Russia manifestava di continuo in quei
giorni. Tutte le province si erano abituate a cortei in piazza”.11
Nadezda Krupskaja, moglie di Lenin, ricorda:
Le strade in quei giorni
presentavano uno spettacolo curioso: dappertutto la gente si
raccoglieva in gruppi, dibattendo in modo intenso e discutendo degli
ultimi avvenimenti. Discussioni che nessuno poteva interrompere! (…) La
casa in cui abitavamo guardava su un cortile, e anche qui, se si apriva
la finestra di notte, si sentivano discussioni accese. Si vedeva un
soldato seduto lì, ed era presente sempre un pubblico, di solito
qualche cuoca o cameriera della casa di fianco, o dei giovani. Un’ora
dopo mezzanotte si sentivano frammenti di discorso: “bolscevichi,
menscevichi…” Alle tre di notte: “Miliukov, bolscevichi”. Alle cinque,
sempre gli stessi discorsi da comizio, politica ecc. Ora le notti
bianche di Pietrogrado sono sempre associate nella mia mente a quei
dibattiti politici notturni.12
John Reed presenta lo stesso quadro:
Al fronte i soldati lottavano
contro gli ufficiali e, nei loro comitati, imparavano l’autogoverno.
Nelle fabbriche, i comitati di fabbrica, queste organizzazioni uniche,
acquistavano forza ed esperienza e prendevano coscienza della loro
missione storica di lotta contro il vecchio ordine. Tutta la Russia
stava imparando a leggere e leggeva - di politica, di economia, di storia - perché la gente voleva sapere…
in ogni città, in quasi tutte le cittadine, al fronte, ogni gruppo
politico aveva il suo giornale e, a volte, ne aveva più d’uno.
Centinaia di migliaia di opuscoli venivano distribuiti da migliaia di
organizzazioni e si riversavano tra i soldati, nei villaggi, nelle
fabbriche, nelle strade. La sete di istruzione, non soddisfatta per
tanto tempo, con la rivoluzione esplodeva in una frenesia di
espressioni. Solo dall’Istituto Smolnij nei primi sei mesi, ogni giorno
uscirono tonnellate, carrette, vagoni di libri, che saturarono il
paese. La Russia assorbiva insaziabile la parola scritta come la sabbia
ardente assorbe l’acqua. E non si trattava di favole, di storia
falsificata, di religione annacquata, di romanzi corruttori da quattro
soldi, ma di teorie sociali ed economiche, di filosofia, delle opere di
Tolstoj, di Gogol, di Gorkij (…)
Conferenze, dibattiti,
discorsi, nei teatri, nei circhi, nelle scuole, nei circoli, nelle sale
di riunione dei soviet, nelle sedi dei sindacati, nelle caserme (…).
Che spettacolo meraviglioso vedere dalle officine Putilov riversarsi
fuori quarantamila operai per ascoltare i socialdemocratici, i
socialisti rivoluzionari, gli anarchici, chiunque, qualunque cosa
avevano da dire, fino a quando volevano parlare! Per mesi a
Pietrogrado, in tutta la Russia, ogni angolo di strada fu una tribuna
pubblica. Nei treni, nei tram, dovunque, nascevano discussioni e
dibattiti.13
La sete di
idee si rifletteva in un enorme interesse per la parola stampata. John
Reed descrive la situazione rispetto ai soldati del fronte:
Andammo al fronte della XII
Armata, alle spalle di Riga, dove uomini sparuti e senza scarpe si
ammalavano nel fango di terribili trincee; quando ci videro si
rizzarono in piedi, i visi smunti, la carne che appariva livida dagli
strappi delle divise, per domandarci avidamente: “Ci avete portato
qualcosa da leggere?”.14
Il Partito
bolscevico guadagnò consensi perché rappresentava l’unico programma che
indicava una via d’uscita. Il celebre slogan di Lenin fu: “Spiegare
pazientemente!” Le masse poterono sperimentare i programmi dei
menscevichi e dei socialrivoluzionari nella pratica e li scartarono. I
voti ai candidati bolscevichi nei soviet aumentarono di continuo in
modo che nel settembre avevano già conquistato la maggioranza a
Pietrogrado, Mosca, Kiev, Odessa e in tutti i centri principali. A
questo punto, la questione di un passaggio del potere dallo screditato
Governo Provvisorio, che non rappresentava che se stesso, ai soviet,
organi democratici della massa dei lavoratori e dei soldati (che nella
stragrande maggioranza erano contadini) era una necessità urgente. La
crescita del Partito bolscevico in questo periodo è una cosa mai vista
nella storia dei partiti politici. Da soli 8.000 militanti nel
febbraio, esso crebbe già a 177.000 entro il VI Congresso tenutosi nel
luglio. Inoltre va ricordato che questo fu realizzato nonostante un
apparato estremamente debole e in condizioni di brutale persecuzione.
Scrive la Krupskaja:
La crescita dell’influenza
bolscevica, particolarmente fra i soldati, era evidente. Il VI
Congresso saldò ancora più strettamente le forze dei bolscevichi.
L’appello emanato in nome del VI congresso del Partito parlava della
posizione controrivoluzionaria assunta dal governo Provvisorio,
dell’imminente rivoluzione mondiale e della battaglia fra le classi.15
La crescita
numerica del partito esprimeva solo in parte il rapido aumento della
sua influenza di massa, soprattutto nei soviet degli operai e dei
soldati. Marcel Liebman descrive così il progresso del Partito:
Il Partito di Lenin registrò
in tutto l’anno 1917 successi elettorali notevoli e praticamente
continui. Se all’inizio della rivoluzione esso aveva solo una piccola
rappresentanza nel soviet di Pietrogrado, nel maggio il gruppo
bolscevico della sezione operaia di quell’istituzione possedeva già una
maggioranza quasi assoluta. Un mese dopo, durante la prima conferenza
dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, tre quarti dei 568 delegati
espressero consensi per le tesi bolsceviche. Eppure fu solo alla fine
dell’estate che i leninisti raccolsero il pieno frutto della loro
politica di opposizione al Governo Provvisorio. Nelle elezioni
municipali di Pietrogrado svoltesi nel giugno i bolscevichi ottennero
fra il 20 e il 21 per cento dei voti; nell’agosto, quando il partito
risentiva ancora delle conseguenze delle Giornate di Luglio, esso ebbe
il 33 per cento. A Mosca nel giugno i bolscevichi avevano ottenuto poco
più del 12 per cento dei voti; nel settembre avevano la maggioranza
assoluta, col 51 per cento dei voti. Che la loro presa fosse
particolarmente forte fra la classe operaia è chiaro dal progresso
della loro rappresentanza nelle conferenze dei comitati di fabbriche. A
Pietrogrado, entro il settembre, non c’erano più menscevichi né
socialrivoluzionari presenti alle riunioni regionali di questi
organismi, essendo stati sostituiti da bolscevichi.16
Diamo l’ultima
parola su questo argomento ad un avversario importante del bolscevismo,
che fu anche testimone oculare e storico della Rivoluzione Russa, cioè
il menscevico Sukhanov. Descrivendo la situazione degli ultimi giorni
di settembre, scrive:
I bolscevichi lavoravano con
ostinazione e senza sosta. Erano fra le masse, ai banchi delle
fabbriche, ogni giorno e senza pausa. Decine di oratori, grandi e
piccoli, parlavano a Pietrogrado, alle fabbriche e nelle caserme, ogni
benedetto giorno. Per le masse, erano diventati la loro gente, perché
erano sempre presenti, prendendo la guida nelle piccole questioni come
pure negli affari più importanti della fabbrica e della caserma. Erano
diventati l’unica speranza (…). Le masse vivevano e respiravano insieme
ai bolscevichi.17
Partito e classe
La Rivoluzione Russa si svolse in un periodo di nove
mesi. Durante quel tempo il Partito bolscevico, usando i mezzi più
democratici, conquistò la maggioranza decisiva fra gli operai e i
contadini poveri. Il fatto che riuscisse così facilmente a superare la
resistenza delle forze di Kerenskij si può spiegare solo con questo
fatto. Inoltre, come vedremo, non esisteva modo in cui i bolscevichi
avrebbero potuto mantenersi al potere senza l’appoggio della
maggioranza schiacciante della società. In ogni fase, il ruolo decisivo
fu giocato dall’intervento attivo delle masse; fu questo a mettere
l’impronta su tutto il processo. La classe dominante, con in testa i
suoi rappresentanti politici e militari, poteva solo digrignare i denti
ed era ormai incapace di conservare il potere nelle sue mani. È vero
che essa progettava cospirazioni continue contro la rivoluzione,
compresa l’insurrezione armata del generale Kornilov, volta a
rovesciare Kerenskij e ad instaurare una dittatura militare, ma tutto
ciò naufragò contro il movimento delle masse.
Il fatto che le masse appoggiassero i bolscevichi fu
riconosciuto all’epoca da tutti, compresi i nemici più accaniti della
Rivoluzione, che – naturalmente - spiegarono un tale fenomeno dando la
colpa ad ogni genere di influenze maligne, alla “demagogia”,
all’immaturità degli operai e dei contadini, alla loro presunta
ignoranza e ricorrendo ad ogni altro ragionamento che dimostrasse
l’inutilità della democrazia stessa. Ma come mai le masse divennero
ignoranti e immature solo dopo aver smesso di sostenere il Governo
Provvisorio? Una tale trasformazione ha del miracoloso. Se teniamo
presente il fatto ovvio che tale giudizio sia motivato da dispetto, da
malizia e da un sentimento di rabbia impotente, possiamo meglio
apprezzare la valenza del seguente commento di un giornale di destra,
che costituisce una preziosa ammissione del fatto che i bolscevichi
godevano davvero dell’appoggio delle masse. Il 28 ottobre il Russkaja Volja pubblicò un articolo in cui si diceva:
Che probabilità di successo hanno i bolscevichi? È una domanda alla
quale è difficile rispondere in quanto il loro principale sostegno è…
l’ignoranza delle masse popolari. Essi ci speculano sopra, ci lavorano
con una demagogia inarrestabile.18
È impossibile capire gli avvenimenti del 1917 senza
tenere presente il ruolo fondamentale delle masse. Lo stesso vale per
la Rivoluzione Francese del 1789-94, un fatto che gli storici spesso
non riescono ad assimilare (vi sono notevoli eccezioni, come
l’anarchico Kropotkin e, nei nostri tempi, George Rudé). Ma qui, per la
prima volta nella storia, se escludiamo l’episodio breve ma glorioso
della Comune di Parigi, la classe operaia riuscì veramente a prendere
il potere e almeno ad iniziare la trasformazione socialista della
società. È proprio per questo che i nemici del socialismo sono
costretti a dire menzogne sulla Rivoluzione d’Ottobre e a calunniarla.
Non possono perdonare Lenin e i bolscevichi per essere riusciti a
guidare la prima rivoluzione socialista, per aver dimostrato che una
cosa del genere è possibile, tracciando quindi la strada alle
generazioni future. Un tale precedente è pericoloso! È dunque
necessario “dimostrare” (con l’aiuto della solita squadra di accademici
“obiettivi”) che il tutto fu una brutta faccenda, da non ripetere.
L’affermazione che la Rivoluzione d’Ottobre fu solo
un golpe viene spesso motivata indicando il numero di persone
relativamente piccolo coinvolto nell’insurrezione stessa. Questo
ragionamento apparentemente profondo non regge al minimo vaglio. In
primo luogo confonde l’insurrezione armata con la rivoluzione, cioè
confonde la parte con il tutto. In realtà l’insurrezione è solo una
parte della rivoluzione, sebbene rappresenti una parte importante.
Trotskij la paragona alla cresta di un’onda. In effetti i combattimenti
avvenuti a Pietrogrado furono molto limitati; si potrebbe dire che
l’insurrezione fu incruenta e il motivo di ciò fu che il 90% del lavoro
era già stato compiuto in precedenza, conquistando l’appoggio della
maggioranza decisiva fra gli operai e i contadini. Era ancora
necessario ricorrere alle armi per superare la resistenza del vecchio
ordine, ma la resistenza fu di minima entità; il governo crollò come un
castello di carta, perché nessuno era disposto a difenderlo.
A Mosca, principalmente per gli errori dei
bolscevichi locali che non agirono in modo abbastanza deciso, gli
junkers controrivoluzionari passarono inizialmente all’offensiva
perpetrando un massacro. Ciò nonostante, incredibilmente, furono
liberati, dietro la promessa di non partecipare ad ulteriori atti
violenti contro il potere dei soviet. Fu un fatto assai tipico dei
primi giorni della Rivoluzione, caratterizzati da una certa ingenuità
da parte delle masse che non avevano ancora capito di quale violenza
terribile fossero capaci i difensori del vecchio ordine. Altro che un
regime sanguinario di terrore! La Rivoluzione si comportò in un modo
straordinariamente benevolo, finché la controrivoluzione non dimostrò
la sua vera natura. Il generale bianco P. Krasnov fu uno dei primi a
guidare un’insurrezione contro i bolscevichi, alla testa dei cosacchi.
Fu sconfitto dalle guardie rosse e consegnato ai bolscevichi dai propri
cosacchi, ma anche lui fu lasciato libero. Di questo Victor Serge
scrive giustamente:
La rivoluzione fece l’errore di mostrare magnanimità verso il capo
dell’attacco cosacco. Avrebbero dovuto fucilarlo lì per lì. Dopo pochi
giorni riebbe la libertà, dopo aver dato la sua parola d’onore di non
prendere mai più le armi contro la rivoluzione. Ma quale valore possono
avere promesse d’onore nei confronti dei nemici della patria e della
proprietà? Egli partì per il Don dove avrebbe messo la regione a ferro
e fuoco.19
Possiamo dire, visto il numero di persone
relativamente piccolo coinvolto direttamente nei combattimenti
dell’Ottobre, che esso fu un golpe? Ci sono molte somiglianze fra la
guerra di classe e le guerre fra nazioni. Anche in queste ultime solo
una piccola parte della popolazione è nelle forze armate e solo una
piccola minoranza dell’esercito è al fronte. Di questa, anche nel corso
di una battaglia importante, solo una minoranza dei soldati è impegnata
nei combattimenti in un determinato momento. I veterani sanno che si
passa molto tempo ad aspettare nell’inattività, anche nel corso di una
battaglia. Molto spesso le riserve non vengono mai chiamate all’azione.
Però senza le riserve, nessun generale responsabile darebbe l’ordine di
avanzare. Inoltre non è possibile condurre una guerra con successo
senza il pieno appoggio della popolazione in patria, anche se
quest’ultima non partecipa direttamente ai combattimenti. Il Pentagono
lo ha imparato a sue spese nelle fasi finali della guerra del Vietnam.
L’argomentazione per cui i bolscevichi poterono
prendere il potere senza le masse (un golpe) viene legata di solito
all’idea che il potere fu preso, non dalla classe operaia, ma da un
partito. Neanche questo discorso regge. Senza un’organizzazione -
sindacati e partito - la classe operaia non è che materia grezza per lo
sfruttamento, come spiegò Marx molto tempo fa. È vero che il
proletariato dispone di un potere enorme; non gira una ruota, non
splende una lampadina, senza il suo permesso. Ma senza
un’organizzazione tale potere è solo potenziale, così come il vapore
costituisce una forza colossale, ma senza cilindro e stantuffo esso è
destinato a disperdersi inutilmente nell’aria. Affinché la forza della
classe operaia non sia più solo potenziale e diventi una realtà, essa
deve essere organizzata e concentrata per colpire in un solo punto. Ciò
si può realizzare solo tramite un partito politico con una direzione
coraggiosa e lungimirante e un programma corretto, quale fu il Partito
bolscevico sotto la direzione di Lenin e di Trotskij. Basandosi sul
movimento delle masse - un movimento che rappresentava tutto ciò che di
vivo, progressivo e vibrante esistesse nella società russa – furono
capaci di dare ad esso forma, obiettivo e voce. È questo il peccato
mortale del bolscevismo, dal punto di vista della classe dominante e
dei suoi portavoce nel movimento operaio. È questa la ragione del loro
odio e ripugnanza verso il bolscevismo, asprezza e dispetto tali da
condizionare il loro atteggiamento anche a distanza di tre generazioni.
Senza il Partito bolscevico, senza la direzione di
Lenin e Trotskij, i lavoratori russi non avrebbero mai preso il potere
nel 1917, nonostante l’eroismo delle masse. Il partito rivoluzionario
non si può improvvisare sul momento, così come non si può improvvisare
uno stato maggiore allo scoppio della guerra. Esso deve essere
preparato sistematicamente nel corso degli anni e dei decenni.
Questa lezione è stata dimostrata da tutta la
storia, soprattutto dalla storia del ventesimo secolo. Rosa Luxemburg,
la grande rivoluzionaria e martire della classe operaia, sottolineò
sempre l’iniziativa rivoluzionaria delle masse come forza motrice della
rivoluzione. In questo aveva pienamente ragione. Nel corso di una
rivoluzione le masse imparano rapidamente. Ma una situazione
rivoluzionaria, per sua stessa natura, non può durare indefinitamente.
La società non può rimanere in uno stato permanente di fermento, né la
classe in uno stato perenne di attivismo incandescente. O si propone
tempestivamente uno sbocco o il momento andrà perso. Non c’è il tempo
di sperimentare, durante il quale i lavoratori possano imparare
procedendo a tentativi. In una situazione di vita o di morte, gli
errori si pagano molto cari! Dunque, al movimento “spontaneo” delle
masse è necessario unire un’organizzazione, un programma, una
prospettiva, una strategia e una tattica, ovvero un partito
rivoluzionario guidato da quadri esperti. Non c’è altro modo.
Bisogna aggiungere che in ogni momento i bolscevichi
avevano sempre presente di fronte a loro la prospettiva della
rivoluzione internazionale. Non credettero mai di poter conservare il
potere solo in Russia. È una testimonianza impressionante della
vitalità della Rivoluzione d’Ottobre il fatto che, nonostante tutte le
vicissitudini, tutti i crimini di Stalin e la terribile distruzione
della Seconda guerra mondiale, le conquiste di base furono mantenute
per così tanto tempo, anche quando la rivoluzione, privata dell’aiuto
del resto del mondo, dovette contare solo sulle proprie risorse.
“Tutto il potere ai soviet!”
Come corollario delle calunnie contro l’Ottobre, si
tenta di dipingere la Rivoluzione di Febbraio a tinte rosee. Il regime
“democratico” di Kerenskij, si afferma, avrebbe guidato la Russia verso
un futuro glorioso di prosperità, se solo i bolscevichi non avessero
rovinato tutto quanto. Ahimè! L’idealizzazione della Rivoluzione di
Febbraio non regge al minimo esame. La Rivoluzione del Febbraio 1917 -
che aveva abbattuto il vecchio regime zarista - non risolse nemmeno uno
dei compiti della rivoluzione nazional-democratica: riforma agraria,
una repubblica democratica, il problema delle nazionalità oppresse
nell’impero zarista. Non fu capace nemmeno di soddisfare la richiesta
più elementare delle masse: la fine del massacro imperialista e la
conclusione di una pace democratica. In poche parole, nel corso di nove
mesi il regime di Kerenskij diede ampia prova della sua totale
incapacità di soddisfare anche i bisogni più elementari del popolo
russo. Da solo, questo fatto permise ai bolscevichi di andare al potere
con l’appoggio della maggioranza decisiva della società.
La Russia zarista che emergeva dalle devastazioni
della Prima guerra mondiale era una semicolonia, dove la Francia, la
Germania e la Gran Bretagna avevano molti interessi. Aveva meno del 3
per cento della produzione industriale mondiale; non poteva competere
sui mercati. Per ogni cento chilometri quadrati di terra, vi erano solo
0,4 chilometri di ferrovia. Nelle campagne, circa l’80 per cento della
popolazione sopravviveva con difficoltà su milioni di piccoli
appezzamenti. La borghesia russa era entrata troppo tardi nell’arena
della storia; non era riuscita ad assolvere a nessuno dei compiti della
rivoluzione democratico-borghese, come invece era successo in
Inghilterra e in Francia nei secoli XVII e XVIII. Al contrario, i
capitalisti russi si appoggiavano da una parte sull’imperialismo e
dall’altra sull’autocrazia zarista; erano legati a doppio filo ai
vecchi proprietari fondiari ed all’aristocrazia. La borghesia,
inorridita dalla Rivoluzione del 1905, era diventata più conservatrice
e sospettosa verso gli operai; non aveva nessun ruolo rivoluzionario da
giocare.
Se agli albori della sua storia essa si era dimostrata troppo poco
matura per effettuare una Riforma - dice Trotskij - lo era divenuta
troppo quando giunse il momento di dirigere la rivoluzione.20
L’unica classe rivoluzionaria in Russia era il
proletariato, giovane e piccolo, ma altamente concentrato. In base alle
leggi dello sviluppo diseguale e combinato, un paese arretrato assimila
le conquiste materiali ed intellettuali dei paesi avanzati. Esso non
riproduce fedelmente tutte le fasi del passato, ma salta tutta una
serie di tappe intermedie. Ciò dà luogo ad uno sviluppo
contraddittorio, in cui gli aspetti più moderni si sovrappongono a
condizioni estremamente arretrate.
Gli investimenti stranieri in Russia avevano creato
grosse fabbriche e industrie altamente avanzate. I contadini venivano
strappati alle loro radici, gettati nell’industria e proletarizzati da
un giorno all’altro. Toccò a questo giovane proletariato - che non
aveva nessuna delle tradizioni conservatrici del suo omologo
occidentale – il compito immane di portare la società russa fuori
dall’impasse in cui si trovava. Il tentativo di contrapporre il regime
di Febbraio a quello che scaturisce dall’Ottobre è assolutamente
infondato. Se i bolscevichi non avessero preso il potere, la Russia
sarebbe andata verso un futuro, non caratterizzato da una prospera
democrazia borghese, ma dalla barbarie fascista sotto il tallone di
Kornilov o di un altro generale bianco. Un tale sviluppo avrebbe
comportato non un progresso, ma una regressione terribile.
Nella Rivoluzione d’Ottobre, il proletariato
vittorioso dovette affrontare in primo luogo i problemi fondamentali
della rivoluzione nazional-democratica e poi procedette,
ininterrottamente, a portare a termine i compiti del socialismo. Era
questa l’essenza della rivoluzione permanente. La catena del
capitalismo aveva ceduto nel suo anello più debole, come diceva Lenin.
La Rivoluzione d’Ottobre rappresentava l’inizio della rivoluzione
socialista mondiale. Nella Rivoluzione di Febbraio erano sorti
spontaneamente comitati di operai e di soldati, come era successo nel
1905. I comitati, ovvero i soviet, si trasformarono da comitati di
sciopero allargati in strumenti politici della classe nella lotta per
il potere e successivamente in organi amministrativi del nuovo Stato
operaio. Erano molto più democratici degli organismi - eletti su basi
territoriali - della democrazia borghese. Per parafrasare Marx, la
democrazia borghese permette ai lavoratori di votare ogni cinque anni
per dei partiti che non rappresentano i loro interessi. In Russia, una
volta estesi fra i contadini, questi organismi abbracciarono la
stragrande maggioranza delle popolazione.
Durante i nove mesi intercorsi tra il Febbraio e
l’Ottobre, i soviet costituirono un potere alternativo allo Stato
borghese; fu un periodo di “dualismo di potere”. Una delle
rivendicazioni più importanti dei bolscevichi in tutto quel periodo fu:
“Tutto il potere ai soviet!” Mesi di spiegazione paziente e la dura
esperienza degli avvenimenti convinsero la stragrande maggioranza dei
lavoratori e dei contadini poveri della giustezza delle tesi
bolsceviche. La Rivoluzione d’Ottobre portò al potere un nuovo governo
rivoluzionario, la cui autorità derivava dal Congresso dei Soviet.
Contrariamente alle credenze comuni, non fu un regime monopartitico, ma
all’origine un governo di coalizione fra bolscevichi e
socialrivoluzionari di sinistra. Il compito urgente che il governo
doveva affrontare era di allargare l’autorità del potere sovietico -
l’egemonia della classe operaia - in tutta la Russia. Il 5 gennaio del
1918 il governo emanò un decreto per cui i soviet locali venivano
investiti di tutti i poteri detenuti dalle vecchie amministrazioni e si
proponeva: “Tutto il paese deve essere coperto da una rete di nuovi
soviet”.
Il sistema non fu un fenomeno esclusivamente russo,
come invece affermano i riformisti. La Rivoluzione del novembre 1918 in
Germania generò spontaneamente degli organismi simili; erano
l’incarnazione dell’autorganizzazione dei lavoratori. In ogni porto,
città e caserma della Germania, furono costruiti soviet degli operai,
dei soldati e dei marinai, che avevano il potere politico reale.
Sorsero dei soviet anche in Baviera e durante la Rivoluzione ungherese
del 1919. Anche in Gran Bretagna sorsero nel 1920 dei Consigli d’Azione
che Lenin definì “soviet in tutto tranne nel nome”, come pure durante
lo Sciopero Generale del 1926 (comitati d’azione e consigli sindacali).
Sebbene gli stalinisti e i riformisti tentarono di impedire la
ricomparsa dei soviet, questi riemersero nella Rivoluzione ungherese
del 1956 con la creazione del Consiglio Operaio di Budapest.
In origine il soviet - la forma di rappresentanza
popolare più democratica e flessibile finora concepita - era
semplicemente un comitato di sciopero allargato. Nati nella lotta di
massa i soviet (o consigli operai) assunsero dei compiti estremamente
ampi e infine si trasformarono in organi di diretto governo
rivoluzionario. Oltre ai soviet locali, eletti in ogni città, cittadina
e borgata, in ogni grande città esistevano anche soviet di rione (raionnij), di distretto e di provincia (oblastnij o gubiernskij)
e infine venivano eletti delegati al Comitato Esecutivo Centrale
Panrusso dei Soviet con sede a Pietrogrado. I delegati al Soviet dei
Deputati degli Operai, dei Soldati e dei Contadini venivano eletti su
ogni luogo di lavoro ed erano soggetti alla revoca immediata del
mandato. Non esisteva un’élite burocratica; nessun deputato, nessun
funzionario riceveva più del salario di un operaio specializzato.
Subito dopo la rivoluzione il governo sovietico
emanò tutta una serie di decreti economici, politici, amministrativi e
culturali. A livello di base le organizzazioni sovietiche spuntavano
come funghi. Dappertutto si tentò di abolire la distinzione fra le
funzioni legislative e quelle esecutive, per consentire alla gente di
partecipare direttamente all’applicazione delle decisioni che aveva
preso. Di conseguenza le masse iniziarono a prendere in mano il proprio
destino. Nel novembre 1917 Lenin scrisse un appello sul Pravda:
Compagni, lavoratori! Ricordatevi che ora siete voi stessi al timone
dello Stato. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete per prendere in mano
gli affari dello Stato (…) Datevi subito da fare; cominciate fin dal
basso, non aspettate nessuno.21
Era ansioso che le masse venissero coinvolte nella gestione dell’industria e dello Stato. Nel dicembre 1917 Lenin scrisse:
Uno dei più importanti compiti di oggi, se non addirittura il più
importante, è disviluppare l’iniziativa indipendente degli operai, e
del popolo lavoratore e sfruttato in generale, svilupparla nel modo più
ampio possibile nel lavoro organizzativo creativo. A tutti i costi
dobbiamo rompere il vecchio pregiudizio assurdo, selvaggio, spregevole
e ripugnante per cui solo le classi superiori, solo i ricchi e quelli
che hanno fatto la loro scuola sono capaci di amministrare lo Stato e
di dirigere lo sviluppo organizzativo della società socialista.22
Il mito dell’Assemblea Costituente
Fra le numerose leggende messe in giro per
presentare la Rivoluzione d’Ottobre in cattiva luce, forse la più
persistente è quella sull’Assemblea Costituente. Secondo questa, i
bolscevichi prima della rivoluzione avevano rivendicato un parlamento
eletto democraticamente (Assemblea Costituente), ma dopo la rivoluzione
lo sciolsero. Visto che erano in minoranza - si dice - decisero di
sciogliere il parlamento democraticamente eletto e di ricorrere alla
dittatura.
Ora, questo ragionamento trascura diverse questioni
fondamentali. In primo luogo, la richiesta di un’Assemblea giocò
indubbiamente un ruolo progressista nel mobilitare le masse,
particolarmente i contadini, contro l’autocrazia zarista, ma fu solo
una fra una serie di rivendicazioni rivoluzionarie-democratiche e tra
queste non necessariamente la più importante. Le masse furono
conquistate alla rivoluzione in base ad altre rivendicazioni, in
particolare “Pace, pane e terra”. Queste a loro volta divennero realtà
solo perché erano legate ad un’altra rivendicazione: tutto il potere ai
soviet.
La Rivoluzione di Febbraio fallì precisamente perché
non era capace di soddisfare questi bisogni impellenti della
popolazione. La totale impotenza del regime di Kerenskij non era
casuale; rifletteva il carattere reazionario della borghesia russa.
Solo il trasferimento rivoluzionario del potere nelle mani della parte
più decisamente rivoluzionaria, la classe operaia, rese possibile
mettere fine alla guerra e distribuire la terra ai contadini. Fu questa
la funzione della Rivoluzione d’Ottobre.
La convocazione delle elezioni all’Assemblea
Costituente l’anno successivo ebbe il carattere di una rivendicazione
di secondaria importanza. I bolscevichi intendevano usarla per
mobilitare la maggioranza dei contadini e coinvolgerli nella vita
politica. Soprattutto dal punto di vista dei contadini, la democrazia
parlamentare formale è più che inutile, se non come mezzo per portare
avanti una politica che risolva i loro bisogni più urgenti. In certe
circostanze l’Assemblea Costituente avrebbe potuto giocare un ruolo
progressista. Ma in pratica divenne evidente che questa Assemblea
Costituente poteva essere solo un ostacolo e un punto di riferimento
per la controrivoluzione. Qui il lento meccanismo delle elezioni
parlamentari rimaneva molto indietro rispetto al rapido flusso della
rivoluzione. Il vero atteggiamento dei contadini fu rivelato nel corso
della guerra civile, mentre i socialrivoluzionari di destra e la
maggior parte dei menscevichi collaborarono coi Bianchi. Al tempo della
Rivoluzione d’Ottobre i Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati
rappresentavano tutto ciò che di vivo e dinamico c’era nella società
russa. Nei soviet, che erano di gran lunga più democratici di qualsiasi
parlamento, la classe operaia votò per i bolscevichi. Allo stesso tempo
anche i soldati, per la maggior parte contadini, votarono nella
stragrande maggioranza per i bolscevichi, come dimostra la seguente
tabella:
Risultati elettorali a Mosca
|
|
|
Voti
|
|
|
Percentuali
|
|
|
Partito
|
Giugno
|
|
Settembre
|
Giugno
|
|
Settembre
|
|
Socialrivoluzionari
|
474.885
|
|
54.374
|
58
|
|
14
|
|
Menscevichi
|
76.407
|
|
15.887
|
12
|
|
4
|
|
Cadetti
|
168.781
|
|
101.106
|
17
|
|
26
|
|
Bolscevichi
|
75.409
|
|
198.230
|
12
|
|
51
|
(Fonte: Oskar Anweiler, Die Rätebewegung in Russland, 1905-21)*
* Bisogna tener conto che i dati di giugno si
riferiscono alle elezioni alla Duma cittadina di Mosca (consiglio
comunale), mentre quelli di settembre si riferiscono ai consigli di
zona. In questo secondo caso la partecipazione non superò il 50 % dei
votanti.
Le cifre dimostrano, da una parte, una crescente
polarizzazione fra le classi, a destra (si noti il voto del partito
borghese cadetto) e a sinistra, e un crollo dei partiti del “centro”,
cioè i menscevichi e i socialrivoluzionari. Ma l’elemento più notevole
è la vittoria schiacciante dei bolscevichi, che dal solo 12 per cento a
giugno passano ad avere la maggioranza assoluta.
Ciò dimostra che i bolscevichi avevano l’appoggio
della stragrande maggioranza degli operai e di una parte consistente
dei contadini. Nel novembre 1917 il dirigente menscevico J.O. Martov
dovette ammettere lui stesso che “quasi tutto il proletariato sostiene
Lenin”.23 Precisamente su questa base i bolscevichi poterono abbattere
lo screditato Governo Provvisorio e prendere il potere incontrando una
resistenza minima. Questi fatti da soli smentiscono il mito per cui la
Rivoluzione d’Ottobre fu un golpe.
La sua legittimità democratica fu invece stabilita
chiaramente. Ma ciò non si riflesse nelle elezioni all’Assemblea
Costituente, dove i bolscevichi ottennero solo il 23,9 per cento dei
voti (a cui vanno aggiunti però i voti degli SR di sinistra che nel
frattempo erano usciti dal partito):
Assemblea Costituente (voti)
|
Partiti contadini:
|
|
|
SR russi
|
15.848.004
|
|
SR ucraini
|
1.286.157
|
|
Coalizione socialista ucraina
|
3.556.581
|
|
Totale SR e alleati
|
20.690.742
|
|
|
|
|
Partiti operai:
|
|
|
Bolscevichi
|
9.844.637
|
|
Menscevichi
|
1.364.826
|
|
Altri socialisti
|
601.707
|
|
|
|
|
Partiti borghesi e di destra:
|
|
|
Cadetti
|
1.986.601
|
|
Gruppi russi conservatori
|
1.262.418
|
|
Gruppi nazionalisti
|
2.620.967
|
Assemblea Costituente (seggi)
|
SR russi
|
299
|
|
SR ucraini
|
81
|
|
SR di sinistra
|
39
|
|
Bolscevichi
|
168
|
|
Menscevichi
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18
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Altri socialisti
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4
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Cadetti
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15
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Conservatori
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2
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Gruppi nazionalisti
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(Fonte: Oskar Anweiler, Die Rätebewegung in Russland, 1905-21)
Nonostante ciò, i bolscevichi rimasero saldamente al
potere. Perché? Tradizionalmente gli SR di destra avevano guidato i
contadini, fin dai tempi dei narodnici di inizio secolo. Questi
elementi piccolo borghesi erano l’aristocrazia tradizionale del
villaggio: professori, avvocati, “i signori che parlavano bene”.
Durante la Prima guerra mondiale, molti di questi divennero ufficiali
nell’esercito. Al tempo della Rivoluzione di febbraio questi
rivoluzionari democratici esercitavano un’influenza considerevole fra i
soldati contadini. Il loro “rivoluzionarismo” vago e amorfo
corrispondeva ai primi risvegli di coscienza fra i contadini. Ma la
marea della rivoluzione si muove rapidamente. Poco dopo la Rivoluzione
di Febbraio gli SR di destra tradirono i contadini abbandonando il
programma della lotta rivoluzionaria per la pace e la terra.
A chi potevano rivolgersi i contadini in divisa? Una
volta iniziate alla vita politica le masse contadine, specialmente lo
strato più attivo nell’esercito, la cui esperienza della guerra aveva
accresciuto il loro livello di comprensione in confronto a quello dei
loro fratelli nelle campagne, arrivarono presto a capire la necessità
di un rovesciamento rivoluzionario per conquistare pace, pane e terra.
Questo si poteva realizzare solo attraverso un’alleanza rivoluzionaria
col proletariato. La comprensione di questo fatto fu evidenziata nelle
elezioni ai soviet con uno spostamento brusco a sinistra. Nell’autunno
del 1917, i vecchi dirigenti SR di destra avevano perso la loro base
fra i soldati, che passarono a frotte dalla parte degli SR di sinistra
e dei loro alleati bolscevichi.
Le elezioni all’Assemblea Costituente vennero
organizzate in fretta dopo la rivoluzione in base a liste compilate
prima dell’Ottobre, quando i contadini non avevano ancora avuto tempo
per capire i processi in atto e la spaccatura fra socialrivoluzionari
di sinistra e di destra non si era ancora verificata. Non c’era stato
tempo perché i contadini nel loro complesso afferrassero il significato
della Rivoluzione d’Ottobre e del potere sovietico, particolarmente nei
campi vitali della riforma agraria e della pace. La dinamica di una
rivoluzione non si può tradurre facilmente nel meccanismo ingombrante
del parlamentarismo. Nelle elezioni all’Assemblea Costituente, la massa
inerte delle campagne arretrate fu gettata sul piatto della bilancia.
Sotto il peso della zavorra di mille anni di schiavitù i villaggi erano
rimasti indietro rispetto alle città.
Questi SR di destra non erano i rappresentanti
politici dei contadini, bensì i loro sfruttatori politici.
Implacabilmente ostili alla Rivoluzione d’Ottobre, avrebbero
riconsegnato il potere ai proprietari terrieri ed ai capitalisti con
una sorta di controrivoluzione democratica come quella che tolse il
potere dalle mani della classe operaia tedesca nel novembre 1918.
Esistevano due centri di potere, reciprocamente alternativi. I
reazionari si raggrupparono intorno allo slogan: “Tutto il potere
all’Assemblea Costituente”. Di fronte a questa situazione i
bolscevichi, con l’appoggio degli SR di sinistra, non esitarono a dare
la priorità agli interessi della rivoluzione rispetto alle finezze
costituzionali. Basandosi sui soviet, i bolscevichi sciolsero
l’Assemblea Costituente. Non ci fu resistenza. Anche oggi questo
episodio provoca una reazione di indignazione in certi ambienti, eppure
rimane una contraddizione lampante: se l’Assemblea Costituente
rappresentava davvero la volontà delle masse, perché nessuno corse a
difenderla? Non fu alzata una mano in sua difesa, precisamente perché
era un anacronismo senza rappresentatività. Il motivo di ciò è spiegato
molto bene dal celebre storico inglese della Rivoluzione russa, E.H.
Carr:
Gli SR erano andati alle elezioni come partito unico presentando una
sola lista di candidati. Il loro manifesto elettorale conteneva molti
principi e obiettivi, ma, pur essendo pubblicato all’indomani della
Rivoluzione d’Ottobre, era stato stilato prima di quell’avvenimento e
non definiva l’atteggiamento del Partito in proposito. Ora, tre giorni
dopo l’elezione la maggioranza del partito aveva fatto una coalizione
con i bolscevichi e si era divisa formalmente dall’altra parte che
manteneva la sua aspra faida contro i bolscevichi. La proporzione fra
SR di destra e di sinistra nell’Assemblea Costituente - 370 a 40 - era
fortuita. Era del tutto diversa dalla proporzione corrispondente nella
composizione del congresso contadino e non rappresentava
necessariamente l’opinione degli elettori su un punto vitale che non
era stato sottoposto al loro giudizio. “Il popolo”, disse Lenin, “ha
votato un partito che non esisteva più”. Riesaminando tutta la faccenda
due anni dopo, Lenin trovò un’altra argomentazione che era più
consistente di quanto fosse apparsa a prima vista. Egli notò che nelle
grandi città industriali i bolscevichi superavano quasi dappertutto gli
altri partiti. Nelle due capitali prese insieme, ottennero la
maggioranza assoluta, con i Cadetti al secondo posto e gli SR molto
indietro in terza posizione. Ma nelle questioni della rivoluzione
valeva il noto principio: “la città inevitabilmente trascina la
campagna dietro di sé; la campagna inevitabilmente segue la città”. Le
elezioni all’Assemblea Costituente, se non registrarono la vittoria del
bolscevichi, avevano indicato chiaramente la strada verso di essa per
chi aveva occhi per vedere.24
Questo fu riconosciuto con parole simili dallo stesso Kerenskij, che nelle sue memorie scrisse:
L’apertura dell’Assemblea Costituente finì come una tragica farsa.
Non avvenne nulla che le desse la qualità di memorabile azione di
retroguardia in difesa della libertà.25
I contadini e i soviet
La Rivoluzione d’Ottobre fu quasi pacifica perché
nessuna classe era disposta a difendere il vecchio ordine, il Governo
Provvisorio o l’Assemblea Costituente, come riconosce qui Kerenskij. I
contadini non erano disposti a battersi per difendere l’Assemblea
Costituente. Invece, nella guerra civile che seguì, la maggioranza dei
contadini passò dalla parte dei bolscevichi una volta sperimentato il
regime delle Guardie Bianche e conosciuto il ruolo degli SR di destra e
dei menscevichi, che aprivano sempre la strada alla controrivoluzione
bianca. Con la dittatura dei vari generali bianchi tornarono i vecchi
proprietari. I contadini forse non si intendevano molto di politica, ma
capivano che solo i bolscevichi erano disposti a dare loro la terra -
cosa che questi ultimi fecero il giorno dopo la rivoluzione - mentre i
cosiddetti partiti contadini erano solo una foglia di fico per il
ritorno dei vecchi schiavisti. Ciò fu sufficiente per decidere la
questione.
In un libro di recente pubblicazione, Tragedia di un Popolo: la Rivoluzione Russa 1891-1924,
che per qualche sconosciuto motivo pretende di essere uno studio serio
della Rivoluzione Russa, l’autore Orlando Figes non perde occasione di
manifestare un’ostilità particolarmente velenosa verso il bolscevismo.
Questo è tipico del nuovo stile; si potrebbe parlare quasi di un genere
letterario, la storia “accademica”, che ha come intenzione quella di
calunniare Lenin ed identificare la Rivoluzione d’Ottobre con lo
stalinismo. Eppure anche questo autore è costretto ad ammettere quanto
segue:
Ci fu un’indifferenza ancora più profonda fra i contadini, base
tradizionale di sostegno al Partito SR. L’intellighenzia SR si era
sempre sbagliata nel credere che i contadini condividessero la sua
venerazione per l’Assemblea Costituente. Per i contadini istruiti, o
per quelli che erano stati esposti a lungo alla propaganda degli SR,
l’Assemblea era forse un simbolo politico della “rivoluzione”, ma per
la massa dei contadini, la cui visione politica era limitata ai
ristretti confini del proprio villaggio e dei propri campi, si trattava
solo di una cosa remota situata nella città, dominata dai “capi” dei
vari partiti, che essi non capivano, e che non assomigliava affatto
alle loro organizzazioni politiche. Era un parlamento nazionale, che
l’intellighenzia aveva a cuore da molto tempo, ma i contadini non
condividevano la concezione che aveva quest’ultima sulla nazione
politica; il suo linguaggio di “statismo” e “democrazia”, di “diritti e
doveri civici”, era per i contadini una cosa estranea e quando essi
utilizzavano questa retorica urbana vi attribuivano un significato
specifico “contadino” adatto alle esigenze delle loro comunità. I
soviet dei villaggi erano molto più vicini agli ideali politici della
massa dei contadini, essendo in effetti niente più di una forma più
rivoluzionaria delle tradizionali assemblee di villaggio. Attraverso i
soviet di villaggio e di volost (provincia), i contadini
stavano già portando avanti la propria rivoluzione sulla terra che per
essere completata non aveva bisogno della sanzione di un decreto
dell’Assemblea Costituente (né, se è per questo, del Governo Sovietico
stesso). Gli SR di destra non capivano questo fatto fondamentale: che
l’autonomia dei contadini attraverso i loro soviet di villaggio, dal
loro punto di vista, aveva ridotto il significato di un qualsiasi
parlamento nazionale, poiché avevano raggiunto la loro volja,
l’antico ideale contadino di autogoverno. Senz’altro, per abitudine o
per riguardo agli anziani dei villaggi, la massa dei contadini avrebbe
dato il suo voto agli SR nelle elezioni all’Assemblea Costituente. Ma
ben pochi erano disposti ad unirsi alla battaglia degli SR per il suo
ripristino, come avrebbe dimostrato il deprimente fallimento del Komuch
nell’estate del 1918. Praticamente tutte le risoluzioni dei villaggi
sull’argomento resero chiaro che non volevano la restaurazione
dell’Assemblea in quanto “padrone politico della terra russa”, nelle
parole di una delle risoluzioni, con un’autorità al di sopra dei soviet
locali.26
E, come illustrazione di questo fatto, Figes cita le
parole dell’SR di destra Boris Sokolov, che conosceva da vicino le
opinioni dei contadini come risultato della sua attività di agitatore
SR nell’esercito:
“Per la massa dei soldati al fronte, l’Assemblea Costituente era una
cosa totalmente sconosciuta e per niente chiara; era indubbiamente
terra incognita. Le loro simpatie erano chiaramente per i soviet. Erano
queste le istituzioni che per loro erano vicine e care, in quanto
ricordavano le loro assemblee di villaggio (…). Più di una volta mi è
capitato di sentire i soldati, anche i più intelligenti, contestare
l’idea dell’Assemblea Costituente. Per la maggior parte era associata
con la Duma dello Stato, un’istituzione che era loro lontana. ‘A cosa
serve una qualche Assemblea Costituente, quando abbiamo già i nostri
soviet, dove i nostri propri deputati possono incontrarsi per decidere
tutto?’”27
Va detto che le proteste sdegnose degli storici
borghesi su questo argomento rivelano o una totale ignoranza della
realtà storica oppure sono indice di una memoria altamente selettiva.
Oliver Cromwell, leader della Rivoluzione Inglese del ’600, utilizzò il
suo Esercito Modello per disperdere il Parlamento per motivi molto
simili a quelli che convinsero i bolscevichi della necessità di
chiudere l’Assemblea Costituente. I moderati Presbiteriani, che
dominavano nel Parlamento, avevano rappresentato il primo risveglio,
confuso e incoerente, della Rivoluzione, ma ad un certo punto si erano
trasformati in una forza conservatrice sbarrando la strada alle masse
piccolo-borghesi radicalizzate che volevano andare più in là. Non c’è
dubbio che la rimozione di questo ostacolo fu fondamentale per la
vittoria dei Roundheads (Teste Rotonde).
Si verificarono processi analoghi nella Rivoluzione
francese, quando la tendenza rivoluzionaria più coerente associata ai
giacobini epurò ripetutamente la Convenzione Nazionale e addirittura
mandò i propri avversari alla ghigliottina. Di nuovo, è chiaro che
senza una tale decisa azione, la rivoluzione non avrebbe mai potuto
prevalere contro i potenti nemici dentro e fuori della Francia. Ogni
genere di argomentazioni legalistiche e moralistiche è stato rivolto
contro i giacobini, ma queste mancano l’obiettivo; l’essenza di una
rivoluzione è che si tratta di una rottura decisiva col vecchio ordine.
La feroce resistenza delle vecchie classi possidenti a volte la
costringe a prendere misure drastiche nella propria autodifesa. Ma
nessuno ha ancora spiegato come Cromwell o Robespierre avrebbero potuto
agire in qualche altro modo riuscendo ugualmente a portare a termine la
Rivoluzione. Dopo aver disperso il Parlamento Lungo, Cromwell osservò:
“Non si è sentito neanche l’abbaiare di un cane né un rimpianto
visibile e diffuso”.28
Al Terzo Congresso Pan-russo dei Soviet, tenutosi nel gennaio 1918, Lenin disse:
Molto spesso vengono delegazioni di operai e di contadini al governo
per chiedere, ad esempio, cosa fare con un determinato tratto di terra.
E frequentemente mi sono sentito in imbarazzo quando ho visto che non
avevano pareri molto definiti. E ho risposto loro: il potere siete voi,
fate tutto quello che volete, prendete tutto quello che volete; noi vi
appoggeremo (…).29
Al VII Congresso del Partito, svoltosi qualche mese
dopo, egli sottolineò che “il socialismo non può essere realizzato da
una minoranza, dal Partito; può essere realizzato solo da decine di
milioni di persone, quando avranno imparato a farlo loro stesse”.30
Queste dichiarazioni di Lenin - e dichiarazioni
simili si possono trovare a volontà - riflettevano la sua fiducia
profondamente radicata nella capacità dei lavoratori di decidere il
proprio futuro. Stridono nettamente con le menzogne degli storici
borghesi che hanno tentato di contaminare le idee democratiche del
leninismo con i crimini dello stalinismo. Questa “dittatura del
proletariato” era in tutti i sensi un’autentica democrazia operaia, a
differenza del regime totalitario di Stalin sviluppatosi in seguito. Il
potere politico era nelle mani delle masse, che erano rappresentate
attraverso i soviet. All’inizio anche i partiti filocapitalisti (ad
eccezione delle Centurie Nere, un’organizzazione estremamente
reazionaria ed antisemita) avevano libertà di organizzazione. Furono
solo le esigenze della successiva guerra civile e le attività dei
sabotatori e dei controrivoluzionari a costringere i bolscevichi a
mettere fuori legge gli altri partiti, come misura temporanea. I
Socialrivoluzionari di sinistra passarono all’opposizione e
minacciarono di sabotare la rivoluzione uccidendo l’ambasciatore
tedesco, Conte Mirbach, allo scopo di spingere la Russia in guerra con
la Germania. Questi elementi furono i mandanti del tentato assassinio
di Lenin nel 1918, attentato che fallì sul momento, ma sei anni dopo
gli stroncò la vita.
Non appena i lavoratori e i contadini presero il
potere, dovettero affrontare l’intervento armato imperialista volto ad
abbattere il potere sovietico. Nella prima metà del 1918, le forze
navali britanniche e francesi occuparono Murmansk ed Arcangelo nel nord
della Russia. Pochi giorni dopo, le loro forze marciavano su
Pietrogrado. Nell’aprile i giapponesi sbarcarono a Vladivostok e fu
instaurato un “governo panrusso di Omsk”. Nel volgere di due mesi
questo governo fu rovesciato da un golpe che stabilì la dittatura
dell’ammiraglio Kolciak. Intanto l’imperialismo tedesco aveva occupato
la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Ucraina in collusione con i
generali delle Guardie Bianche Krasnov e Wrangel. Il pretesto
utilizzato fu quello di assistere “la popolazione in lotta contro la
tirannide bolscevica”. Presi in una morsa a tenaglia i bolscevichi
rischiavano di perdere Pietrogrado nell’autunno 1919. “Eravamo fra
l’incudine e il martello”, scrisse Trotskij.31
Si fa un gran parlare sul cosiddetto Terrore Rosso e
sui mezzi violenti usati dalla Rivoluzione per difendersi. Ma ci si
dimentica troppo facilmente che la Rivoluzione d’Ottobre stessa fu
praticamente pacifica. Il vero bagno di sangue avvenne nella guerra
civile, quando la repubblica sovietica fu invasa da ventun eserciti
stranieri. I bolscevichi avevano ereditato un paese in rovina e un
esercito frantumato e si erano trovati subito di fronte ad una
ribellione armata guidata da Kerenskij e dagli ufficiali bianchi
sostenuti dall’intervento degli eserciti stranieri. Ad un certo punto
l’autorità del potere sovietico fu ridotta a solo due province,
equivalenti all’antico principato di Mosca, eppure i bolscevichi
riuscirono a cacciare indietro la controrivoluzione. Anche se
accettassimo (erroneamente) che Lenin e Trotskij in qualche modo
avessero preso il potere alla testa di un piccolo gruppo di cospiratori
privo di un appoggio di massa, l’idea che potessero sconfiggere le
forze unite delle Guardie Bianche e degli eserciti stranieri su una
tale base è francamente assurda.
La guerra comporta necessariamente il ricorso alla
violenza, la guerra civile più delle altre. Lo Stato operaio, debole ed
assediato, fu costretto a difendersi con le armi in pugno o arrendersi
agli eserciti bianchi che, alla stessa maniera di tutti gli eserciti
simili, nel corso della storia del mondo, ricorsero ai metodi più
bestiali e sanguinari per terrorizzare i lavoratori e i contadini. Se
questi avessero prevalso il risultato sarebbe stato un mare di sangue.
Non c’è nulla di più comico dell’affermazione che, se solo i
bolscevichi non avessero preso il potere, la Russia avrebbe imboccato
la strada di una democrazia capitalista prospera. I fatti fanno a pugni
con questa idea! Già nell’estate del 1917 l’insurrezione del generale
Kornilov aveva dimostrato che l’instabile regime di dualismo di potere
stabilitosi nel Febbraio si stava sgretolando. L’unica domanda era chi
sarebbe riuscito a stabilire una dittatura: Kerenskij o Kornilov.
A tutti gli attacchi ipocriti rivolti ai bolscevichi
per il cosiddetto terrore rosso c’è una risposta molto semplice. Anche
il governo borghese più democratico sulla Terra non tollererebbe mai
l’esistenza di gruppi armati che tentassero di rovesciare l’ordine
esistente con mezzi violenti. Tali gruppi vengono messi subito fuori
legge e i loro dirigenti vengono incarcerati o giustiziati. Questo è
considerato perfettamente legale ed accettabile per la morale borghese.
Eppure non si applicano gli stessi criteri al governo bolscevico
assediato, che lottava per la propria sopravvivenza ed era sotto
attacco da tutte le parti. L’ipocrisia è ancora più nauseante se
consideriamo il fatto che furono precisamente questi governi
occidentali “democratici” ad organizzare la maggior parte delle
offensive militari contro i bolscevichi in quel periodo.
Già alla Conferenza di Pace di Versailles, i governi degli Alleati vittoriosi si preparavano a rovesciare i bolscevichi:
Bullin, nella sua testimonianza davanti al comitato del Senato per
le relazioni estere, descrisse così l’umore prevalente alla conferenza
di Parigi nell’aprile 1919: “Kolciak avanzò di 100 miglia e subito
tutta la stampa parigina ruggiva e strillava sull’argomento,
annunciando che Kolciak sarebbe arrivato a Mosca entro quindici giorni;
così tutti i presenti, fra cui, mi dispiace dirlo, alcuni membri della
commissione americana, cominciarono a sviluppare un atteggiamento
tiepido sulla pace in Russia, perché credevano che Kolciak sarebbe
arrivato a Mosca e avrebbe cancellato il governo sovietico”.32
Il carattere antidemocratico della borghesia russa
fu evidente anche prima della Rivoluzione d’Ottobre, quando essa
bramava l’ingresso sulla scena di un Napoleone che ristabilisse
“l’ordine”. Secondo le parole del grande capitalista Stepan Georgevich
Lianozov:
La rivoluzione è una malattia. Prima o poi le potenze straniere
devono intervenire qui - come si interverrebbe per curare un bambino
malato e insegnargli a camminare - (…) Nei trasporti c’è
demoralizzazione, le fabbriche si chiudono e i tedeschi avanzano. La
fame e la sconfitta potrebbero far ragionare il popolo russo.33
Come dimostrano le osservazioni di Lianozov, la
calunnia ripugnante per cui Lenin sarebbe stato un agente tedesco - che
incredibilmente gira ancora - è in totale contrasto coi fatti. Non fu
Lenin, ma la borghesia russa ad essere filotedesca. Nel 1917 furono
questi ambienti a cullarsi sull’idea di vendere la Russia al nemico.
Dopo l’Ottobre questo non fu l’eccezione, ma la regola. Questi
“patrioti” addirittura desideravano l’arrivo dell’esercito tedesco;
preferivano il tallone straniero al potere degli operai e dei contadini
russi. Questo sentimento filotedesco era diffuso fra le classi
possidenti. John Reed ricorda una conversazione alla casa di una
famiglia russa benestante:
Nella famiglia russa, presso la quale vivevo, a tavola l’argomento
di conversazione era, quasi invariabilmente, l’arrivo dei tedeschi che
avrebbero portato “la legge e l’ordine”… Mi capitò di trascorrere una
serata in casa di un commerciante moscovita e, mentre prendevamo il tè,
domandai alle undici persone a tavola se preferissero “Guglielmo o i
bolscevichi”. Vinse Guglielmo, dieci contro uno…34
Reazione selvaggia
Nella guerra civile che seguì all’Ottobre, ci fu una
proliferazione di generali reazionari. L’idea che la democrazia si
sarebbe potuta impiantare sul suolo russo con le baionette delle
Guardie bianche è un controsenso palese. Dietro le linee bianche
tornarono i vecchi proprietari e i capitalisti per vendicarsi dei
lavoratori e dei contadini. La stragrande maggioranza dei contadini non
era per il socialismo, pur simpatizzando coi bolscevichi per il loro
programma agrario rivoluzionario. Ma una volta resisi conto che gli
eserciti bianchi erano dalla parte dei proprietari, finì ogni sostegno
contadino nei loro confronti.
I generali bianchi rappresentavano la reazione
zarista nella sua forma più brutale. Erano dei precursori del fascismo,
ma mancava loro la base attiva di quest’ultimo, anche se ciò non
avrebbe reso il loro dominio più mite. Per vendicarsi per lo spavento
patito e per dare una lezione alle masse, avrebbero scatenato per anni,
se non per decenni, un regno di terrore simile a quello che in futuro
avrebbero fatto Franco o Pinochet. Sarebbe stato un regime di terribile
declino, sul piano sociale, culturale ed economico.
Le orrende atrocità degli eserciti bianchi,
comandati da A.I. Denikin, A.V. Kolciak, N. Judenic, P.N. Wrangel ed
altri, riflettevano il panico di una élite condannata. Wrangel si vantò
che, dopo aver fucilato un prigioniero rosso su dieci, avrebbe dato
agli altri la possibilità di dimostrare il loro “patriottismo” e di
“riparare i loro peccati” in battaglia. I prigionieri vennero torturati
a morte, i contadini ribelli vennero impiccati e si organizzarono
orrendi pogrom contro gli ebrei nelle zone occupate. Dappertutto venne
restaurato il potere dei proprietari terrieri.
Come mezzo di autodifesa i bolscevichi ricorsero alla cattura di ostaggi. Victor Serge ricorda:
Dal tempo dei primi massacri da parte dei bianchi, dell’uccisione di
Volodarskij e di Uritskij e dell’attentato a Lenin (nell’estate del
1918), era diventata generale e legale l’usanza di prendere ostaggi e,
spesso, di giustiziarli. Già la Ceka (Commissione Straordinaria per la
Repressione contro la controrivoluzione, la speculazione e le
diserzioni), che arrestava i sospetti in massa, tendeva a decidere
indipendentemente il loro destino, sotto il controllo formale del
Partito, ma in realtà all’insaputa di tutti. Stava diventando uno Stato
all’interno dello Stato, protetto dal segreto militare e da procedure a
porte chiuse. Il partito si sforzò di controllarla mettendone a capo
uomini incorruttibili come l’ex condannato Dzerzhinsky, un sincero
idealista, spietato ma cavalleresco…35
In una tale situazione gli eccessi furono
inevitabili, sebbene Lenin e Dzerzhinsky facessero del loro meglio per
impedirli. Le atrocità bianche provocarono una reazione violenta:
(…) i massacri di Monaco rafforzarono lo stato d’animo terroristico,
e le atrocità commesse ad Ufa dalle truppe dell’ammiraglio Kolciak, che
bruciavano vivi i prigionieri rossi, avevano consentito di recente ai
cekisti di prevalere contro quelli del partito che speravano in una
misura maggiore di umanità.36
La difesa principale della Rivoluzione non
consisteva però nella Ceka, ma nella politica internazionalista dei
bolscevichi. La loro propaganda rivoluzionaria ebbe un effetto sui
soldati degli eserciti imperialisti, che erano stanchi della guerra. Il
malcontento e l’ammutinamento aperto negli eserciti invasori costrinse
gli imperialisti a ritirarsi. La solidarietà internazionale della
classe operaia salvò la Rivoluzione Russa. Il seguente brano dà una
certa idea della situazione:
Seri ammutinamenti nei primi mesi del 1919 nella flotta francese e
nelle unità militari francesi sbarcate ad Odessa e in altri porti del
Mar Nero portarono all’inizio di aprile ad un’evacuazione forzata.
Parlando delle truppe di diversa nazionalità sotto il comando
britannico sul fronte di Arcangelo il responsabile delle operazioni
militari del Ministero della guerra britannico riferì nel marzo 1919
che il loro morale era “così basso da lasciarle in balìa della
propaganda bolscevica attiva ed insidiosa che il nemico sta conducendo
con crescente energia e abilità”. I particolari furono resi noti molto
più tardi attraverso i rapporti ufficiali americani. Il 1º marzo 1919
si verificò un ammutinamento fra le truppe francesi che avevano avuto
l’ordine di avvicinarsi al fronte; qualche giorno prima una compagnia
di fanteria britannica aveva “rifiutato di andare al fronte” e poco
dopo una compagnia americana “ha rifiutato per un certo tempo di
tornare in servizio al fronte”.37
Dopo la sconfitta di Kolciak i bolscevichi tentarono
di normalizzare la situazione. Nel gennaio 1920, con il consenso di
Lenin e Trotskij, Dzerzhinsky propose l’abolizione della pena di morte
in tutto il paese, tranne nelle zone in cui erano in atto operazioni
militari. Il 17 gennaio il decreto fu approvato dal governo e firmato
da Lenin come presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo. Ma
nel giro di tre mesi la situazione cambiò di nuovo. Con l’appoggio di
Gran Bretagna e Francia, il reazionario regime polacco di Pilsudski
attaccò la Russia sovietica; i polacchi catturarono Kiev; la
rivoluzione era di nuovo in pericolo mortale. La pena di morte fu
reintrodotta e la Ceka ebbe poteri allargati. Qui vediamo ancora come
l’intervento straniero volto a restaurare il vecchio ordine in Russia
costrinse la Rivoluzione ad usare metodi violenti per difendersi.
Solo un ipocrita negherebbe ad un popolo il diritto
di difendersi con tutti i mezzi a disposizione contro la minaccia di
una controrivoluzione sanguinosa. Naturalmente, se si ritiene che sia
meglio che le masse semplicemente porgano l’altra guancia,
sottomettendosi all’oppressione, allora bisogna condannare i
bolscevichi. Una tale filosofia può solo significare l’accettazione
permanente di ogni regime reazionario che possa mai esistere, anzi
escluderebbe il progresso sociale in generale. La vera motivazione di
quelli che calunniano la Rivoluzione d’Ottobre non è la morale o
l’amore per l’umanità, ma solo la difesa codarda dello status quo, cioè
del regime degli sfruttatori.
I generali bianchi non furono schiacciati dalla
superiorità delle armi, ma dalle diserzioni di massa, dagli
ammutinamenti e dalle insurrezioni continue nelle zone occupate. Al
comando di Trotskij si costituì l’Armata Rossa, una forza combattiva
rivoluzionaria di oltre cinque milioni di soldati. Il fatto stesso che
l’Armata Rossa si potesse creare così rapidamente dal nulla è prova
sufficiente della base di massa della rivoluzione. All’inizio pochi
avrebbero puntato molto sulla sopravvivenza del nuovo regime. Però
malgrado lo svantaggio di partenza, l’Armata Rossa cacciò indietro il
nemico su tutti i fronti.
Il risultato straordinario di Trotskij fu riconosciuto anche dai
nemici della rivoluzione, come dimostrano le seguenti citazioni di
ufficiali e diplomatici tedeschi:
Max Bauer in seguito fece omaggio a Trotskij come “dirigente ed organizzatore militare nato” e aggiunse:
“Come abbia messo insieme un nuovo esercito dal nulla in mezzo a
battaglie feroci e abbia poi organizzato e addestrato questo esercito è
una cosa davvero napoleonica”.
E Hoffmann pronunciò lo stesso verdetto:
“Anche dal punto di vista strettamente militare ci si stupisce per
il fatto che fu possibile per le truppe rosse appena reclutate
schiacciare le forze, a volte ancora ingenti, dei generali bianchi ed
eliminarle completamente”.38
La vittoria degli oppressi in lotta aperta contro i
loro ex padroni è senza dubbio uno degli episodi più entusiasmanti
degli annali della storia umana, ricchi come sono di sconfitte di
ribellioni di schiavi e di tragedie simili. Ancora abbiamo il diritto
di chiedere ai detrattori dell’Ottobre: come fu possibile che questo
gruppo ristrettissimo e non rappresentativo sia riuscito a sconfiggere
i potenti eserciti delle guardie bianche, spalleggiati da 21 eserciti
stranieri? Un tale risultato è concepibile solo se si accetta il fatto
che i bolscevichi avevano l’appoggio, non solo della classe operaia, ma
anche di ampie fasce dei contadini poveri e medi.
A questo punto tutto il mito sulla cospirazione di
una minoranza crolla sotto il proprio peso. La Rivoluzione bolscevica
non fu un golpe, ma la rivoluzione più popolare della storia. Solo
questo può spiegare come riuscirono, nonostante tutti gli svantaggi,
non solo a prendere il potere, ma anche a conservarlo saldamente. E
tutto questo fu realizzato in base ad una democrazia operaia, un regime
che dava alla classe operaia diritti molto maggiori di quelli concessi
anche dai più democratici regimi borghesi.
L’internazionalismo di Lenin
La marea
montante della rivoluzione stava inondando l’Europa. Nel novembre 1918
la Rivoluzione tedesca spazzò via la dinastia degli Hohenzollern,
costringendo il Kaiser Guglielmo a cercare rifugio in Olanda. La
rivoluzione pose fine alla Prima guerra mondiale, quando si formarono
soviet in tutta la Germania. Il generale Golovin riferì le sue
trattative con Winston Churchill nel maggio 1919 sulla continuazione
dell’intervento britannico: “La questione di un appoggio armato era per
lui quella più difficile; il motivo era l’opposizione della classe
operaia inglese all’intervento armato…”.
I primi
ammutinamenti nella flotta francese al largo di Odessa e negli eserciti
degli altri Alleati decretarono la fine delle spedizioni militari in
Russia. Nel 1920 i portuali degli East India Docks di Londra
rifiutarono di caricare la Jolly Roger con munizioni destinate in
segreto alla Polonia, perché le impiegasse contro la Russia Sovietica.
Alla Conferenza di Pace di Versailles il primo ministro britannico
Lloyd George scrisse in un memorandum confidenziale a Clemenceau:
Tutta l’Europa è pervasa dallo
spirito della rivoluzione. C’è fra i lavoratori un profondo senso non
solo di malcontento, ma anche di rabbia e di rivolta contro le
condizioni dell’anteguerra. L’intero ordine esistente, nei suoi aspetti
politici, sociali ed economici, è messo in discussione dalla massa
della popolazione da un capo all’altro dell’Europa.39
Con la fine
dell’intervento straniero, l’Armata Rossa spazzò via rapidamente i
rimasugli degli eserciti bianchi. La notizia della rivoluzione in
Europa portò il bolscevico Karl Radek a dichiarare: “La rivoluzione era
giunta. La massa del popolo sentiva il suo passo di ferro. Il nostro
isolamento era finito”. Tragicamente questa valutazione risultò
prematura. La prima ondata della rivoluzione consegnò il potere ai
dirigenti della socialdemocrazia, che sviarono e tradirono il
movimento. Lenin vide nella sconfitta della prima ondata della
rivoluzione europea un colpo terribile che avrebbe causato l’isolamento
della repubblica sovietica per un certo periodo. Non era un problema
secondario, era in gioco la vita o la morte della rivoluzione. Lenin e
i bolscevichi avevano spiegato molto chiaramente che, se la rivoluzione
non si fosse allargata in Occidente, essi sarebbero stati destinati
alla sconfitta. Il 7 marzo 1918 Lenin aveva riassunto così la
situazione:
Dal punto di vista storico e
su scala mondiale, indubbiamente non ci sarebbe speranza nella vittoria
finale della nostra rivoluzione se essa rimanesse isolata, se non ci
fossero movimenti rivoluzionari in altri paesi. Quando il Partito
Bolscevico ha intrapreso da solo questo compito, lo ha fatto nella
ferma convinzione che la rivoluzione stesse maturando in tutti i paesi
e che alla fine - e non al principio - non importava quali difficoltà
avremmo dovuto attraversare, né quali sconfitte ci aspettavano, sarebbe
arrivata la rivoluzione socialista mondiale, e sta arrivando; sarebbe
maturata, e sta maturando e raggiungerà la piena maturità. Ripeto che
la nostra salvezza da tutte queste difficoltà è una rivoluzione di
tutta l’Europa.40
Poi Lenin concludeva:
In ogni caso, in tutte le circostanze concepibili, se la Rivoluzione tedesca non dovesse soccorrerci, siamo condannati.41
Qualche settimana dopo egli ribadì la stessa posizione:
La nostra arretratezza ci ha
messi in prima linea e periremo a meno che non siamo capaci di
resistere finché non avremo un forte sostegno da parte dei lavoratori
insorti degli altri paesi.42
Il compito
principale era di aggrapparsi al potere il più a lungo possibile. Lenin
non contemplò mai la possibilità di un prolungato isolamento dello
Stato sovietico. O l’isolamento si sarebbe interrotto o il regime
sovietico sarebbe stato sconfitto. Tutto dipendeva dalla rivoluzione
mondiale. Il suo ritardo creò enormi difficoltà, che avrebbero prodotto
conseguenze profonde. Al posto dell’estinzione progressiva dello Stato,
si verificò il processo opposto. Con la miseria crescente, aggravata
dalla guerra civile e dal blocco economico, la “lotta per l’esistenza
individuale”, per usare la frase di Marx, non scomparve né si attenuò,
ma negli anni successivi assunse una ferocia mai vista. Invece di
costruire sui fondamenti del capitalismo più avanzato, il regime
sovietico tentava di superare problemi di natura presocialista e
perfino precapitalista. Il compito divenne quello di “raggiungere
l’Europa e l’America”. Questo era ben lontano dalla “fase inferiore del
comunismo” prevista da Marx. I bolscevichi furono costretti ad
affrontare problemi economici e culturali che erano stati risolti da
tempo in Occidente. Lenin dichiarò in un’occasione che il socialismo
era “il potere sovietico più l’elettrificazione”, per illustrare il
compito fondamentale all’ordine del giorno.
Non era la
formula di una qualche “via russa al socialismo”; al contrario, fu
sempre legata alla prospettiva di una rivoluzione mondiale. Tuttavia
era un tentativo di affrontare l’isolamento dello Stato operaio
accerchiato da potenze capitaliste ostili. La terribile arretratezza
della Russia, unita all’isolamento della rivoluzione, iniziava a pesare
sulla classe operaia sovietica. La guerra civile, la carestia e
l’esaurimento fisico la portarono all’apatia politica e diedero luogo a
crescenti deformazioni burocratiche nello Stato e nel partito. Era
vitale l’aiuto internazionale per assicurare la sopravvivenza della
giovane repubblica sovietica. I bolscevichi non potevano fare altro che
mantenersi al potere - nonostante tutte le avversità - il più a lungo
possibile finché non fosse arrivato l’aiuto dall’Occidente. “La storia
non dà nulla gratuitamente”, scrisse Trotskij nel 1923:
Avendoci dato uno sconto su un
punto - la politica - ci fa pagare di più su un altro: la cultura. Più
facilmente (in senso relativo, naturalmente) il proletariato russo ha
attraversato la crisi rivoluzionaria e più diventa ora difficile il suo
lavoro di costruzione socialista.43
Non sarebbe
difficile stabilire oltre ogni dubbio la posizione di Lenin sulla
necessità della rivoluzione mondiale. Infatti, a meno che lo Stato
sovietico non fosse riuscito ad uscire dal suo isolamento, egli
riteneva che la Rivoluzione d’Ottobre non avrebbe potuto sopravvivere a
lungo. Questa idea venne ripetuta a più riprese negli scritti e nei
discorsi di Lenin dopo la Rivoluzione. I seguenti non sono che qualche
esempio; si potrebbero moltiplicare a volontà:
24 gennaio 1918:
Siamo lontani dall’aver
completato anche il periodo di transizione dal capitalismo al
socialismo. Non abbiamo mai nutrito la speranza di arrivarci senza
l’aiuto del proletariato internazionale. Su questo conto non abbiamo
mai avuto illusioni (…); la vittoria finale del socialismo in un paese
solo è naturalmente impossibile. Il nostro distaccamento di lavoratori
e di contadini che sorregge il potere sovietico è uno dei contingenti
del grande esercito mondiale, che attualmente è stato diviso dalla
guerra, ma che cerca l’unità (…). Ora possiamo vedere chiaramente fino
a che punto andrà lo sviluppo della Rivoluzione. L’ha iniziata il
russo; la finiranno il tedesco, il francese e l’inglese e la
rivoluzione sarà vittoriosa.44
8 marzo 1918:
Il congresso considera che
l’unica garanzia sicura del consolidamento della rivoluzione socialista
che è stata vittoriosa in Russia, sia la sua trasformazione in una
rivoluzione mondiale della classe operaia.45
23 aprile 1918:
Raggiungeremo la vittoria
definitiva solo quando saremo riusciti finalmente a distruggere in modo
conclusivo l’imperialismo internazionale, che conta sull’enorme forza
dei suoi mezzi e della sua disciplina. Ma noi raggiungeremo la vittoria
solo insieme a tutti i lavoratori degli altri paesi, di tutto il
mondo.46
14 maggio 1918:
Aspettare che le classi
operaie facciano la rivoluzione su scala internazionale significa che
tutti rimarranno sospesi a mezz’aria (…) Potrebbe iniziare con un
successo spettacolare in un paese e poi attraversare periodi
agonizzanti, poiché la vittoria finale è possibile solo su scala
mondiale e solo per gli sforzi uniti dei lavoratori di tutti i paesi.47
29 luglio 1918:
Non abbiamo mai nutrito
l’illusione per cui le forze del proletariato e del popolo
rivoluzionario di un solo paese, per quanto fossero eroiche,
organizzate e disciplinate, potessero abbattere l’imperialismo
internazionale. Ciò si può realizzare solo con gli sforzi congiunti dei
lavoratori del mondo (…). Non ci siamo mai ingannati credendo che si
potesse realizzare per gli sforzi di un paese solo. Sapevamo che i
nostri sforzi conducevano inevitabilmente ad una rivoluzione mondiale e
che la guerra iniziata dai governi imperialisti non poteva essere
fermata dagli sforzi di quei governi stessi. Può essere fermata solo
dagli sforzi di tutti i lavoratori; e quando noi siamo andati al potere
il nostro compito (…) è stato di conservare quel potere, quella torcia
del socialismo, affinché potesse spargere più scintille possibile per
alimentare le fiamme crescenti della rivoluzione socialista.48
8 novembre 1918:
Fin dall’inizio della
Rivoluzione d’Ottobre, la questione principale davanti a noi è stata
quella della politica estera e dei rapporti internazionali. Non solo
perché da ora in poi tutti gli Stati del mondo vengono collegati
saldamente insieme dall’imperialismo in una sola massa sporca e
sanguinosa, ma perché la vittoria completa della rivoluzione socialista
in un solo paese è inconcepibile e richiede la collaborazione più
attiva di almeno alcuni paesi avanzati, fra cui non si colloca la
Russia (…). Non siamo mai stati così vicino alla rivoluzione proletaria
mondiale come lo siamo adesso. Abbiamo dimostrato che non ci
sbagliavamo quando contavamo sulla rivoluzione proletaria mondiale (…).
Anche se schiacciassero un paese, non potrebbero schiacciare la
rivoluzione proletaria mondiale, non farebbero che alimentare le fiamme
che li consumeranno tutti.49
20 novembre 1918:
La trasformazione della nostra
Rivoluzione Russa in una rivoluzione socialista non fu un’avventura, ma
una necessità, poiché non c’era altra alternativa; l’imperialismo
anglofrancese ed americano inevitabilmente distruggerà l’indipendenza e
la libertà della Russia se la Rivoluzione mondiale socialista, il
bolscevismo mondiale, non trionferà.50
15 marzo 1919:
Una vittoria completa e
definitiva su scala mondiale non si può ottenere solo in Russia; essa
si può realizzare solo quando il proletariato è vittorioso almeno in
tutti i paesi avanzati o, in ogni caso, in alcuni dei paesi avanzati
più grandi. Solo allora potremo dire con piena fiducia che è prevalsa
la causa del proletariato, che il nostro primo obiettivo - il
rovesciamento del capitalismo - è stato raggiunto. Abbiamo raggiunto
l’obiettivo in un paese e questo ci pone di fronte un secondo compito.
Dato che il potere sovietico è stato stabilito, visto che la borghesia
è stato rovesciata in un paese, il secondo compito è condurre la lotta
su scala mondiale, su un livello diverso, la lotta dello Stato
proletario circondato da Stati capitalisti.51
5 dicembre 1919:
Sia prima che durante la
Rivoluzione d’Ottobre, abbiamo sempre detto che ci consideriamo e
possiamo solo considerarci uno dei contingenti dell’esercito proletario
internazionale (…). Abbiamo sempre detto che la vittoria della
rivoluzione socialista quindi può essere considerata raggiunta solo
quando si sarà trasformata nella vittoria del proletariato almeno in
alcuni paesi avanzati.52
20 novembre 1920:
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