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“Comunque si giudichi il bolscevismo, è innegabile
che la rivoluzione russa sia uno dei grandi avvenimenti
della storia dell’umanità e che l’ascesa dei bolscevichi
è un fenomeno di importanza mondiale”.1
John Reed, 1 gennaio 1919
Nella storia
mondiale esistono momenti che rappresentano punti di svolta decisivi;
oggi stiamo vivendo proprio una tale congiuntura. Che si sia a favore o
contro la Rivoluzione d’Ottobre, non può esserci alcun dubbio che
questo singolo avvenimento abbia cambiato il corso della storia
mondiale in un modo che non ha precedenti. La storia del ventesimo
secolo è stata dominata dalle conseguenze di questo evento e ciò è
riconosciuto anche dai commentatori più conservatori e ostili alla
Rivoluzione d’Ottobre. Il crollo dello stalinismo e il tentativo di far
tornare indietro l’orologio della storia di 80 anni è una
trasformazione non meno importante. Qual è il bilancio di questi
avvenimenti? Quali implicazioni hanno per il futuro dell’umanità? Quali
conclusioni ne dobbiamo trarre?
Per quasi tre
generazioni gli apologeti del capitalismo hanno sfogato la propria ira
contro l’Unione Sovietica e non sono stati risparmiati sforzi nel
tentativo di infangare l’immagine della Rivoluzione d’Ottobre e
dell’economia nazionalizzata e pianificata che ne derivò. I crimini
dello stalinismo tornarono molto utili a tale campagna diffamatoria,
che consisteva nell’identificare il socialismo e il comunismo con il
regime burocratico totalitario che sorse dall’isolamento della
rivoluzione in un paese arretrato. Ma queste calunnie sono prive di
fondamento; il regime instaurato dalla Rivoluzione d’Ottobre non fu né
totalitario né burocratico, bensì il regime più democratico che sia mai
esistito sulla terra, un regime in cui, per la prima volta, milioni di
uomini e donne comuni avevano rovesciato i loro sfruttatori, preso in
mano il proprio destino e iniziato a trasformare la società. Che tale
compito, in determinate condizioni, sia stato deviato lungo canali non
previsti dai dirigenti della rivoluzione non toglie validità alle idee
della Rivoluzione d’Ottobre, né diminuisce l’importanza degli enormi
progressi fatti dall’Urss nei 70 anni successivi.
L’odio per
l’Urss, condiviso da tutti coloro le cui carriere e i cui redditi
derivavano dall’ordine esistente, basato su rendita, interesse e
profitto, non è difficile da comprendere; tale sentimento non aveva
nulla a che vedere col regime totalitario di Stalin, dato che questi
stessi “amici della democrazia” non si facevano scrupolo di lodare
regimi dittatoriali quando faceva loro comodo. La “democratica” classe
dominante britannica, ad esempio, fu ben contenta dell’ascesa di
Hitler, finché i nazisti reprimevano i lavoratori tedeschi e
rivolgevano la loro attenzione verso Est. Dalle stesse bocche, fino al
1939, si levavano cori di fervente ammirazione per Mussolini e Franco.
Anche dopo il 1945 le “democrazie” occidentali, in primo luogo gli
Stati Uniti, garantivano un appoggio attivo alle più ripugnanti
dittature, da Somoza a Pinochet, dalla giunta argentina a Suharto,
purché difendessero la proprietà privata della terra, delle banche e
delle multinazionali.
La loro
ostilità implacabile verso l’Unione Sovietica non dipendeva, dunque, da
un disinteressato amore per la libertà, ma dal gretto interesse di
classe. Odiavano l’Urss non tanto per quello che aveva di cattivo, ma
precisamente per i suoi aspetti progressivi e quello che osteggiavano
non era la dittatura di Stalin (anzi i crimini dello stalinismo
facevano molto comodo come strumento per infangare il nome del
socialismo in Occidente), ma le forme di proprietà statalizzate che
erano quanto restava delle conquiste dell’Ottobre. Il pericolo era
tutto qui: la Rivoluzione aveva abolito radicalmente la proprietà
privata dei mezzi di produzione e per la prima volta nella storia fu
dimostrata la vitalità di un’economia statalizzata e pianificata, non
nella teoria, ma nella pratica. Su un sesto della superficie terrestre,
in un esperimento gigantesco e senza precedenti, fu dimostrata la
possibilità di gestire la società senza capitalisti, latifondisti e
usurai.
Oggi è di moda
sminuire i risultati ottenuti o addirittura negarli completamente.
Eppure la minima considerazione dei fatti porta ad una conclusione ben
diversa. Nonostante tutti i problemi, le carenze e i crimini (di cui, a
proposito, anche la storia del capitalismo ci fornisce un’abbondanza di
esempi), furono realizzati in Unione Sovietica dei progressi
straordinari grazie all’economia nazionalizzata e pianificata in quello
che in termini storici fu un arco di tempo molto breve. Fu questo, e
non altro, a provocare paura e odio nelle classi dominanti
dell’Occidente capitalista e a spingerle anche oggi a raccontare sul
passato le menzogne e le calunnie più spudorate (naturalmente sempre
sotto le sembianze della più squisita “obiettività accademica”).
La borghesia
deve seppellire una volta per sempre gli ideali della Rivoluzione
d’Ottobre e, con la caduta del Muro di Berlino, ha dato vita ad una
valanga di propaganda contro le conquiste delle economie pianificate
della Russia e dell’Europa dell’Est. Questa offensiva ideologica degli
strateghi del capitale contro il “comunismo” è stato un tentativo
premeditato di negare le conquiste storiche scaturite dalla
Rivoluzione. Per questi signori, fin dal 1917 la Rivoluzione
rappresentava un’aberrazione storica, essendo possibile - secondo loro
- una sola forma di società: il capitalismo che è sempre esistito ed
esisterà sempre! Dunque non possono ammettere che si parli di conquiste
dovute ad un’economia nazionalizzata e pianificata; le statistiche
sovietiche sarebbero dunque semplicemente esagerazioni o falsità.
Le cifre non mentono, ma i bugiardi sanno usare le cifre.
Tutti i colossali progressi dell’alfabetizzazione, della sanità e della
previdenza sociale sono stati nascosti da una cascata di menzogne e
distorsioni volta a cancellare le autentiche conquiste del passato.
Tutte le carenze della vita sovietica - che pure non mancavano - sono
state ingrandite in modo sproporzionato e utilizzate per “dimostrare”
che non c’è alternativa al capitalismo. Ora sostengono addirittura che
non si registrarono progressi, ma un declino.
È stato affermato che l’Urss
degli anni ’80 era tanto indietro rispetto agli Stati Uniti quanto lo
era stato l’Impero russo del 1913 - scrive lo storico dell’economia
Alec Nove, che conclude: - le revisioni statistiche hanno avuto un
ruolo politico nel delegittimare il regime sovietico.2
È ironico il
fatto che questa revisione della storia echeggi con forza i vecchi
metodi della burocrazia stalinista, capace di capovolgere la storia,
trasformare figure dirigenti in nullità o demonizzarle, come nel caso
di Lev Trotskij, sostenendo sovente che il nero non era proprio nero,
anzi era uguale al bianco. Gli scritti attuali dei nemici del
socialismo non sono affatto diversi, tranne per il fatto che calunniano
Lenin con lo stesso odio cieco e la stessa malignità che gli stalinisti
riservavano a Trotskij.
Alcuni degli
esempi peggiori di questa scuola provengono proprio dalla Russia, ma
ciò non deve sorprendere, in primo luogo perché questa gente è
cresciuta alla scuola stalinista della falsificazione, che considerava
la verità come un semplice strumento al servizio dell’élite governante.
I professori, gli economisti e gli storici erano abituati, con alcune
onorevoli eccezioni, ad adattare i loro scritti alla “linea” del
momento. Gli stessi intellettuali che avevano lodato Trotskij come
fondatore dell’Armata Rossa e leader della Rivoluzione d’Ottobre non si
fecero scrupoli qualche anno dopo nel denunciarlo come agente di
Hitler. Gli stessi scrittori che avevano incensato il Grande Leader e
Maestro Stalin non ebbero problemi a saltare prontamente dall’altra
parte quando Nikita Kruscev scoprì e denunciò il “culto della
personalità”. Le abitudini sono dure a morire. Il metodo della
prostituzione intellettuale è lo stesso; solo il padrone è cambiato.
Occorre
considerare però anche un altro motivo ben distinto. Molti dei nuovi
capitalisti nella Russia attuale sono stati loro stessi membri della
vecchia nomenklatura, gente che fino a poco tempo fa aveva la tessera
del Partito comunista in tasca e parlava nel nome del “socialismo”, ma
in realtà non aveva nulla a che fare con il socialismo, il comunismo o
la classe operaia. Essi erano parte integrante di una casta dominante
parassitaria che viveva nel lusso sulle spalle dei lavoratori sovietici
ed ora, con lo stesso cinismo, sono passati apertamente dalla parte del
capitalismo. Ma una tale conversione miracolosa non si può consumare
così facilmente; l’intellighenzia convertita sente un bisogno
impellente di giustificare la sua apostasia coprendo di maledizioni la
fede che professava fino a ieri. Con questi mezzi cerca di gettare fumo
negli occhi delle masse lavoratrici e di pulirsi la propria coscienza
(nel caso improbabile che ce l’abbia). Anche il peggior mascalzone
vuole trovare una qualche giustificazione alle proprie azioni.
Contro questa
campagna di menzogne e calunnie è essenziale ristabilire la verità. Non
vogliamo sovraccaricare il lettore di cifre, ma è necessario dimostrare
oltre ogni dubbio gli enormi progressi compiuti grazie all’economia
pianificata. Nonostante i mostruosi crimini della burocrazia, i
progressi dell’Unione Sovietica non solo rappresentano una conquista
storica, ma soprattutto hanno consentito di palesare le enormi
possibilità implicite in un’economia statalizzata e pianificata,
particolarmente se questa venisse gestita in modo democratico. Tali
progressi si stagliano in netto contrasto con il crollo spaventoso
delle forze produttive avvenuto nell’ultimo periodo in Russia e
nell’Europa dell’Est. La transizione verso il capitalismo si è rivelata
un incubo che ha condannato alla miseria la maggior parte della
popolazione.
Come sempre
non può bastare alla classe dominante sconfiggere una rivoluzione;
occorre seppellirla sotto una montagna di letame, in modo da non
lasciare nemmeno il ricordo ad ispirare le nuove generazioni. In ciò
non c’è nulla di nuovo. In Inghilterra nel 1660, ad esempio, dopo la
restaurazione della monarchia, tutti i ricordi della rivoluzione
borghese dovevano essere cancellati dalla memoria collettiva. Carlo II
pose la data ufficiale d’inizio del suo regno al 30 gennaio del 1649,
data in cui era avvenuta l’esecuzione del padre, Carlo I; ogni
riferimento alla repubblica ed ai suoi eventi rivoluzionari venne
rimosso. Carlo II addirittura diede soddisfazione alla sua sete di
vendetta esumando la salma di Oliver Cromwell, per poi farla impiccare
in pubblico a Tyburn. Lo stesso malanimo e lo stesso dispetto,
alimentati dalla paura, sono alla base degli sforzi attuali volti ad
affossare le conquiste e il significato rivoluzionario della
Rivoluzione Russa. La sistematica falsificazione della storia ad opera
della borghesia, anche se di natura un po’ più sottile rispetto ai
linciaggi postumi, non è affatto moralmente superiore ad essi e in
ultima istanza non si dimostrerà più efficace. La locomotiva del
progresso umano non è la menzogna, ma la verità. E la verità non
resterà sepolta per sempre.
Progressi senza precendenti
Quello che è avvenuto nell’Unione Sovietica si può comprendere solo mediante il metodo d’analisi marxista. Già nelle pagine del Manifesto Comunista
Karl Marx e Friedrich Engels avevano spiegato che la forza motrice
della storia umana è lo sviluppo delle forze produttive. Da questo
punto di vista l’economia nazionalizzata e pianificata dell’Urss ha
dato prova per decenni della più straordinaria vitalità; una
trasformazione di tale portata non ha precedenti negli annali della
storia.
Solo i
marxisti hanno saputo spiegare i processi che si sono sviluppati, non
col senno di poi, ma con un anticipo di decenni. Gli scritti sia dei
critici borghesi dell’Urss che dei suoi amici stalinisti sono
caratterizzati da una totale assenza di comprensione. Partendo da punti
di vista diametralmente opposti sono giunti alla identica conclusione:
che il regime stalinista esistente nell’Unione Sovietica avrebbe
continuato ad esistere indefinitamente.
Già prima
della Seconda guerra mondiale, quando la maggioranza dei commentatori
borghesi, come pure gli apologeti di Stalin, non vedevano crepe
nell’armatura del regime “monolitico” dell’Unione sovietica, Lev
Trotskij, leader bolscevico esiliato da Stalin, aveva prospettato due
ipotesi per lo stalinismo: o sarebbe stato rovesciato da una
rivoluzione politica della classe operaia oppure, in base a determinate
condizioni, sarebbe tornato al capitalismo.
Sebbene i
marxisti avessero previsto e spiegato la crisi dello stalinismo,
nemmeno il più grande genio avrebbe potuto predire come la crisi si
sarebbe evoluta. Ciò non ci deve sorprendere; nelle parole di Goethe,
“la teoria è grigia, amico mio, ma l’albero della vita è sempre verde”.
Lo svolgimento effettivo del processo storico è enormemente complesso,
non da ultimo perché coinvolge quello che i marxisti chiamano il
fattore soggettivo, ovvero l’intervento cosciente degli esseri umani.
Prevedere nel dettaglio come si svilupperà il processo storico
richiederebbe non solo prospettive scientifiche, ma anche una sfera di
cristallo, cosa che, nonostante tutti i progressi della scienza
moderna, non è ancora disponibile.
In condizioni
spaventose di arretratezza economica, sociale e culturale il regime di
democrazia operaia instaurato da Lenin e Trotskij cedette il posto allo
Stato operaio mostruosamente deformato di Stalin. Fu un terribile
ripiegamento, che significò la liquidazione del potere politico della
classe operaia; tuttavia non vennero cancellate le conquiste
socioeconomiche fondamentali dell’Ottobre, ovvero i nuovi rapporti di
proprietà, che ebbero la loro espressione più chiara nell’economia
statalizzata e pianificata. La vitalità del nuovo sistema produttivo fu
messa a dura prova nel 1941-45 quando l’Unione Sovietica fu invasa
dalla Germania nazista che poteva contare sulle risorse di tutta
l’Europa.
Nonostante la
perdita di 27 milioni di vite, l’Urss riuscì a sconfiggere Hitler e,
dopo il 1945, procedette a ricostruire la sua economia disastrata in un
arco di tempo sorprendentemente breve, trasformandosi nella seconda
potenza del mondo. Dal paese arretrato, semifeudale e in gran parte
analfabeta che era stato nel 1917, l’Urss divenne un’economia moderna e
sviluppata, con un quarto degli scienziati del mondo e un sistema
sanitario e educativo dello stesso livello o superiore a quelli
occidentali, in grado di lanciare il primo satellite spaziale e di
mandare il primo uomo nello spazio.
Progressi così
strabilianti da parte di un paese che era partito da un livello più
arretrato di quello dell’India di oggi dovrebbero farci pensare. Si può
simpatizzare con gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre, oppure
contestarli, ma una trasformazione così notevole, realizzata in così
poco tempo, richiede l’attenzione di qualsiasi persona in grado di
pensare. Oggi naturalmente il crollo dello stalinismo viene presentato
trionfalmente dai nemici del socialismo come “prova” ultima che la
statalizzazione e la pianificazione non funzionano e che di conseguenza
il genere umano deve rassegnarsi d’ora in poi al dominio eterno delle
leggi del “Mercato”, amen. È infatti questo il messaggio essenziale del
celebre articolo La fine della storia di Francis Fukuyama.
Eppure la storia, nel senso marxista, non è affatto finita e il futuro
del capitalismo mondiale non è più sicuro adesso di quanto lo era prima
della caduta del muro di Berlino: anzi lo è molto meno.
Nell’arco di
50 anni l’Urss ha aumentato il prodotto interno lordo di ben nove volte
e, nonostante la terribile distruzione della Seconda guerra mondiale,
il Pil si è quintuplicato tra il 1945 e il 1979, ad un ritmo tale che,
se nel 1950 il Pil dell’Urss rappresentava appena il 33% di quello
statunitense, nel 1979 aveva raggiunto il 58%. Alla fine degli anni ’70
l’Unione Sovietica era una potenza industriale imponente, che in
termini assoluti aveva già sorpassato il resto del mondo in tutta una
serie di settori chiave. L’Urss era la seconda produttrice industriale
del mondo dopo gli Usa ed era la maggior produttrice di petrolio, di
acciaio, di cemento, di amianto, di trattori e di molti tipi di
macchine utensili. Il programma spaziale sovietico era invidiato da
tutto il mondo.
Queste cifre da sole non sono sufficienti ad esprimere l’entità del progresso: occorre tener conto del fatto che tutto ciò fu realizzato praticamente senza disoccupazione né inflazione.
Una disoccupazione come quella dell’Occidente era sconosciuta
nell’Unione Sovietica e, per la verità, costituiva un reato (è ironico
notare che questa legge rimane a tutt’oggi formalmente in vigore, anche
se ha ormai perso qualsiasi significato). Naturalmente potevano
accadere casi di licenziamento per incompetenza o individui che
perdevano il posto perché in conflitto con le autorità; tali fenomeni
però non nascevano necessariamente dalla natura dell’economia
pianificata statalizzata. Nulla a che vedere con la disoccupazione
ciclica tipica del capitalismo né col cancro che ora colpisce la
struttura e l’organismo del mondo occidentale e nei paesi Ocse condanna
oggi 35 milioni di persone ad una inattività forzata.
Per gran parte
del periodo postbellico l’inflazione fu molto bassa, prossima allo
zero. Cosciente della validità dell’avvertimento di Trotskij, secondo
cui “per un’economia pianificata l’inflazione è come la sifilide”, dopo
la Seconda guerra mondiale la burocrazia tentò di garantire che
l’inflazione restasse sotto controllo, in particolare i prezzi dei
generi di prima necessità.
Prima della
perestrojka (ricostruzione), l’ultima volta in cui erano aumentati i
prezzi della carne e dei latticini era stata nel 1962. I prezzi del
pane, dello zucchero e della maggior parte dei generi alimentari erano
fermi dal 1955. Gli affitti erano estremamente bassi, particolarmente
in confronto all’Occidente, dove la maggior parte dei lavoratori deve
pagare un terzo o più del proprio salario per la casa. Questo cominciò
a venir meno solo negli ultimi anni col caos della perestrojka e ora,
con la corsa verso l’economia di mercato, sia la disoccupazione che
l’inflazione hanno raggiunto livelli mai visti.
Mentre l’Urss aveva ogni anno un bilancio senza deficit, e perfino un piccolo saldo positivo,
è interessante notare come nessun governo occidentale abbia mai
raggiunto lo stesso risultato (come dimostrano le condizioni imposte
dal trattato di Maastricht), così come non sono stati capaci di
conseguire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. I critici
occidentali dell’Unione Sovietica hanno osservato su questi temi un
silenzio diplomatico, dato che questi dati dimostravano le potenzialità
di un sistema economico che pure restava un’economia di transizione,
non il socialismo. Ora il popolo russo sta saggiando le gioie del
capitalismo e scopre cosa voglia dire affrontare un deficit di bilancio
enorme e incontrollabile, a causa del quale i salari non vengono pagati
per mesi di fila.
La questione
centrale, naturalmente, è perché l’Urss è crollata. L’autore spiega
tutto il processo in grande dettaglio e dimostra quali furono i fattori
che, dopo il 1965, frenarono il ritmo di crescita dell’economia
sovietica. Dal 1965 al 1970 il tasso di crescita fu del 5,4 per cento,
mentre nei sette anni successivi, dal 1971 al 1978, il tasso medio fu
solo del 3,7 per cento, mentre le economie capitaliste sviluppate
dell’Ocse raggiungevano il 3,5 per cento. La quota sovietica della
produzione mondiale totale subì addirittura un lieve calo passando dal
12,5 per cento nel 1960 al 12,3 per cento nel 1979, mentre nello stesso
periodo il Giappone aumentò la sua quota dal 4,7 al 9,2 per cento.
Tutti i proclami di Kruscev sul fatto di raggiungere e di sorpassare
l’America si sciolsero come neve al sole. Il tasso di crescita
sovietico continuò a calare fino alla fine del periodo di Breznev,
battezzato da Gorbaciov “il periodo della stagnazione”, quando
raggiunse lo zero.
Una volta
raggiunto questo punto la burocrazia cessò di giocare anche il ruolo
relativamente progressista che aveva avuto in passato e questa fu la
ragione per cui il regime sovietico entrò in crisi. Ciò è un fatto
ormai risaputo, ma, come dice il proverbio, “del senno di poi sono
piene le fosse”. Non è così facile prevedere con grande anticipo i
processi storici; così però è stato nel caso degli straordinari scritti
di Ted Grant sulla Russia. Solo qui troviamo un’analisi completa dei
motivi della crisi del regime burocratico, crisi le cui cause ancora
oggi rimangono nascoste in un libro chiuso con sette sigilli per tutti
gli altri commentatori degli eventi nell’ex Urss.
L’atteggiamento
degli “esperti” borghesi l’abbiamo già commentato, da questo versante
nessuna sorpresa: il socialismo (o il comunismo) è morto, fine del
discorso. I commenti dei dirigenti del movimento operaio non sono molto
migliori. I riformisti di sinistra osservano un silenzio imbarazzato,
mentre i dirigenti dei partiti comunisti in Occidente, che ieri
appoggiavano acriticamente tutti i crimini dello stalinismo, ora
cercano di prendere le distanze da un regime ormai screditato, ma non
sanno rispondere alle domande dei lavoratori e dei giovani comunisti
che vogliono spiegazioni serie.
Tutto ciò è
assolutamente necessario, poiché se non capiamo il passato, traendone
tutte le lezioni necessarie, non saremo mai in grado di affrontare i
grandi compiti che ci attendono nel futuro. La presente opera non solo
pone domande, ma propone delle risposte.La caduta del Muro di Berlino è
stata accolta in Occidente come il segnale d’inizio di una nuova alba.
È stata presentata dai commentatori e dagli apologeti del capitalismo
come la “vittoria finale” del capitalismo sul socialismo.
L’Unione Sovietica non c’è più
- scriveva Martin McCauley: - il grande esperimento è fallito (…). Il
marxismo in pratica è fallito dappertutto. Non esiste un modello
economico capace di competere col capitalismo.3
“Abbiamo vinto!” titolava l’editoriale del Wall Street Journal
del 24/5/89. Francis Fukuyama proclamava che “è giunta l’epoca della
post-storia (…); ha trionfato la democrazia liberale e l’umanità ha
raggiunto l’apice della sua saggezza. La storia è finita”.
L’allora
presidente statunitense George Bush aveva annunciato trionfalmente la
creazione di un “nuovo ordine mondiale” sotto il dominio
dell’imperialismo Usa, ma molto rapidamente questa euforia iniziale è
svanita. Tutto quello che era stato stabile e saldo nei rapporti fra le
potenze durante la guerra fredda si è vaporizzato. Al suo posto sono
arrivati l’instabilità, l’incertezza e il conflitto. Nel febbraio 1990
il Wall Street Journal in una serie di articoli su Gli anni ’90 e oltre
ha significativamente concluso che “c’è ogni ragione per credere che il
mondo degli anni ’90 sarà meno prevedibile e in molti sensi più
instabile del mondo degli ultimi decenni”.
“La fine della guerra fredda non significa un mondo in pace”, ha dichiarato l’Economist
(8/2/92); “al contrario, può significare per un certo tempo che il
mondo sarà un posto ancora più violento”. I governanti occidentali sono
terrorizzati dal pensiero della possibile balcanizzazione dell’ex
Unione Sovietica, una situazione che l’ex Segretario di Stato
statunitense ha paragonato a “uno scenario jugoslavo, ma con armi
nucleari”. Secondo una commentatrice russa, Tatjana Korjagina:
dal punto di vista sociale ed
economico, non c’è nulla di cui rallegrarsi. La disintegrazione
politica dell’Unione, che ora sembra definitiva, aggraverà la crisi e
inasprirà le tensioni sociali. Presto avremo di fronte una catastrofe.
- Conclude: (…) alla confluenza di questi processi abbiamo gli
ingredienti di una rivoluzione sociale.4
Alle soglie
del XXI secolo, gli strateghi del capitale guardano al futuro con
profonda inquietudine. Alle vecchie contraddizioni se ne aggiungono di
nuove, a livello economico, sociale e politico. Possiamo ora affermare
con assoluta certezza che il crollo dello stalinismo non è stato che il
preludio a un nuovo periodo di crisi del capitalismo, che al confronto
farà sembrare le convulsioni dell’Est e i rivolgimenti che il
capitalismo ha vissuto in passato una festicciola per bambini. “Il
capitalismo ha vinto e il comunismo ha perso”, diceva la rivista
americana Newsweek (17/6/96); “Almeno così credevamo”.
Nonostante
tutte le generose promesse di pace e prosperità fatte dai governanti
occidentali dopo il crollo dello stalinismo, il tentativo di introdurre
il capitalismo nell’ex Unione Sovietica è diventato un incubo per la
massa della popolazione. Stanno sistematicamente smantellando le
conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, con una distruzione massiccia
delle forze produttive. Non sorprende il fatto che gli stessi
osservatori occidentali, che prima ingigantivano ogni difetto
dell’economia sovietica e occultavano ogni prova dei suoi successi,
tacciano ora ostinatamente dei gloriosi risultati conseguiti
dall’economia di mercato in questi paesi.
È dal tempo
dei secoli bui che seguirono il crollo dell’Impero Romano che l’Europa
non assisteva ad una tale catastrofe economica in tempo di pace. In
particolare il crollo della produzione in Russia è analogo agli effetti
di una schiacciante sconfitta in guerra o, anzi, in due guerre. Non si
possono trovare paragoni. Negli ultimi sei anni la produzione è caduta
del 60 per cento circa. Basta ricordare che in occasione della Grande
Depressione del 1929-33 la produzione statunitense calò del 30 per
cento! Ogni anno della vita della Russia equivale alla peggior
recessione mai conosciuta in Occidente. Nel 1996 il prodotto interno
lordo è calato ancora del 6 per cento. La produzione industriale si è
ridotta del 5 per cento e quella agricola del 7 per cento. La
produzione nell’industria leggera è caduta del 28 per cento e nei
materiali per l’edilizia del 25 per cento. La produzione chimica e
petrolchimica si è ridotta dell’11 per cento e i nuovi lavori di
costruzione di case del 10 per cento. In Russia il raccolto del grano è
stato il terzo più piccolo degli ultimi trent’anni, ma occorre tener
presente che il declino della Russia non è neanche il caso peggiore;
tra il 1990 e il 1994 le economie delle ex repubbliche dell’Unione
Sovietica sono crollate persino dell’83 per cento (è il caso della
Georgia) e la crisi non si è ancora arrestata.
Un regime in declino
Nel 1936 Lev Trotskij previde che
la caduta dell’attuale
dittatura bonapartista senza la sua sostituzione con un nuovo potere
socialista annuncerebbe così il ritorno al sistema capitalista con un
crollo catastrofico dell’economia e della cultura.5
La storia
degli ultimi sei anni ne ha dato abbondante conferma. Uno dei tratti
distintivi della nuova situazione è la moda di inventare una nuova
terminologia per mascherare la realtà di una politica socialmente
disastrosa. Così in Occidente abbiamo il downsizing (ridimensionamento) e l’outsourcing
(terziarizzazione) ed ora, in relazione al futuro della Russia, abbiamo
lo slogan del “Big Bang”. Questi eufemismi compiaciuti richiamano alla
memoria il Newspeak (la neolingua Ndt) del romanzo di George Orwell 1984,
in cui il Ministero dell’Abbondanza gestisce le carenze, il Ministero
della Pace progetta uno stato di guerra permanente e il Ministero
dell’Amore in realtà è la polizia segreta. Il tanto sbandierato “Big
Bang” comporterebbe la chiusura di tutte le fabbriche e dei settori
“non redditizi”, la fine di tutti i sussidi statali e una rapida
transizione verso il capitalismo. Una tale prospettiva significherebbe
la chiusura del 40 per cento dell’industria russa e circa 25 milioni di
disoccupati. La miseria di oggi sarebbe prosperità in confronto a
questo scenario.
Jonathan Hoffman, economista internazionale presso la Crédit Suisse First Boston, ci regala questa perla di saggezza:
Nessuno promette un percorso
facile. La Russia, a differenza di qualsiasi altra nazione in questo
secolo, va incontro al crollo dell’impero, al crollo dell’ideologia, al
crollo delle istituzioni politiche e al crollo dell’economia. Ma in
tutto questo processo, si potrà intravedere la trasformazione
dell’economia e questa continuerà.
Con grande parsimonia verbale Anthony Robinson, scrivendo sul Financial Times
(11/11/94), dice: “Il dolore è stato maggiore di quanto ci si era
dapprima immaginati”; ciò non aveva impedito però a questo organo del
capitale finanziario di rivendicare una cura ancora più dolorosa
soltanto un mese prima (7/10/94):
Non c’è una via di mezzo, c’è
solo da scegliere fra una stabilizzazione da Big Bang e un crollo
sociale ed economico (…) Prima o poi dovrebbero chiedere al loro popolo
dei sacrifici che finora esso non ha dovuto fare.
Keynes osservò
una volta, quando si stava parlando di soluzioni per il lungo termine,
che “a lungo andare siamo tutti morti”. Un importante rappresentante
della borghesia russa, Sergheij Aleksascenko, già vice ministro del
Tesoro, ha efficacemente sintetizzato il punto di vista borghese:
“Quando mi si chiede cosa succederà, rispondo sempre che fra vent’anni
saremo a posto”.
L’attuale
governo borghese non avrà vent’anni a disposizione per completare la
sua controrivoluzione e consolidare la sua posizione. Nonostante
l’arricchimento di un’élite al vertice, la massa della popolazione non
ha guadagnato nulla dalle “riforme”. I sondaggi indicano grandi
maggioranze contro l’economia di mercato. Un sondaggio del 1994, ad
esempio, ha dato un 25 per cento a favore, a fronte del 40 per cento di
cinque anni prima. Secondo lo stesso sondaggio la maggioranza riteneva
che la privatizzazione fosse “un furto legalizzato, portato avanti a
beneficio della nomenklatura e dei criminali”. Secondo un sondaggio più
recente, condotto nel novembre 1995 dalla statunitense International
Foundation of Electoral Systems, i tre quarti della popolazione sono
profondamente insoddisfatti della situazione attuale. Solo il 20 per
cento credeva che l’economia sarebbe migliorata nei due-tre anni
successivi e, fatto significativo, più della metà voleva il ripristino
del controllo statale sull’economia.6
Tre mesi
prima, secondo un sondaggio del Centro Panrusso per lo Studio
dell’Opinione Pubblica e dell’Università di Strathclyde (Glasgow)
riportato dal Financial Times (17/8/95), due terzi degli
intervistati davano una valutazione positiva del periodo
pre-perestrojka (nel 1992 erano il 50 per cento). Un terzo voleva il
ritorno del regime stalinista, mentre il 10 per cento diceva che anche
il ritorno dello Zar sarebbe stato preferibile. In uno studio su tutta
la Russia pubblicato sul Segodnija (24/1/97), il 48 per cento
degli intervistati era d’accordo o era incline ad essere d’accordo con
l’affermazione che “come sistema per la Russia il socialismo è
preferibile al capitalismo”. Chi non era d’accordo o era incline a non
essere d’accordo erano il 27 per cento, mentre gli altri avevano una
posizione intermedia. Il 43 per cento era d’accordo o era incline ad
essere d’accordo che l’economia della Russia doveva svilupparsi sulla
base della proprietà statale piuttosto che di quella privata, mentre
solo il 19 era di parere opposto. Seguendo le esperienze analoghe della
Lituania, Ucraina, Polonia, Ungheria, Romania e Germania Est, nelle
elezioni del dicembre 1995 alla Duma russa quei partiti che venivano
identificati con la riforma filocapitalista sono stati sconfitti in
modo umiliante, mentre il Partito comunista e i suoi alleati hanno
registrato una vittoria massiccia, che ha messo i nazionalisti in
secondo piano. I risultati hanno fatto scattare l’allarme in tutto il
mondo capitalista.
La rivista Newsweek (17/6/96) ha ammesso:
La severità della transizione
ha suscitato furore. Nelle regioni carbonifere della Russia
settentrionale, i minatori nella prima parte di quest’anno sono rimasti
per mesi senza salario. Ci sono stati molti ritardi anche nel pagamento
delle pensioni. Se capitalismo non significa una paga decente in cambio
di una giornata di lavoro decente - o l’impegno a rispettare gli
obblighi nei confronti dei pensionati - “allora cosa significa?” chiede
con amarezza Ljudmila Sacharova.
La crisi
economica è stata accompagnata da un crollo spaventoso del livello di
vita. Una grossa parte della popolazione vive in condizioni di miseria
che non si vedevano dai tempi della guerra. Come conseguenza degli
enormi debiti accumulati dalle imprese statali e del crollo della
pianificazione centralizzata, i salari non vengono pagati per mesi di
fila.
Solo nel 1995
i salari sono calati quasi del 20 per cento. “Vivo solo di pane e tè;
sono anni che non vedo la carne”, ha detto Fainia Moligina, una
pensionata 67enne che dice di ricevere appena 160.000 rubli al mese;
“se saliranno i prezzi, sarà la fame e basta”. Allora una pagnotta di
pane nero a Mosca costava intorno a 2.200 rubli, ma dato che il
raccolto è stato il peggiore da 30 anni a questa parte, gli esperti del
Ministero dell’Agricoltura hanno avvertito che il prezzo potrebbe
salire rapidamente fino a 4.750 rubli. Il crollo del tenore di vita non
è affatto finito e l’inflazione continua ad erodere salari e pensioni,
che comunque milioni di persone ricevono solo dopo mesi di ritardo e,
secondo quanto ha rivelato il ministro per l’economia Evgenij Jasin,
“pagare integralmente gli arretrati dei salari degli statali e delle
pensioni è assolutamente impossibile”.7
Questo rapido
impoverimento ha significato miseria e sofferenze indicibili per la
grande maggioranza della società. Durante il periodo della riforma, i
salari reali in Russia si sono dimezzati. Oggi milioni di russi
soffrono di malnutrizione, se non addirittura di fame. Secondo il
rapporto annuale del Comitato statistico di Stato, alla fine del 1996
quasi 32 milioni di persone ricevevano meno del reddito definito
“minimo di sussistenza” dal governo, di circa 75 dollari Usa mensili.
La stragrande maggioranza trascorre tutto il giorno alla ricerca del
necessario, solo per sopravvivere.
Ma il quadro
non è ancora completo. Il passaggio verso l’economia di mercato ha
creato una ricca élite di nuovi capitalisti, reclutati fra le fila
della vecchia nomenklatura comunista, che sono coinvolti nella
corruzione, nell’estorsione e nel saccheggio delle industrie statali.
Rappresentano
la nascente borghesia russa, la nuova classe di accaparratori,
operatori del mercato nero, ex burocrati e mafiosi che sono ansiosi di
consolidare il loro potere, i loro privilegi e il loro reddito. Al
posto della “vecchia e sana” concorrenza capitalista, per eliminare i
propri rivali commerciali ricorrono a minacce e all’omicidio. Il loro
motto è “Arricchirsi in fretta!”.
Nelle alte propaggini del mercato - commenta il Financial Times
(7-8/10/95) - supermercati di lusso vendono aragoste vive e costosi
champagne ai nuovi ricchi del paese. Le nuove luccicanti botteghe di
moda russe trovano facilmente acquirenti per vestiti da duemila dollari
e ora per le vie di Mosca girano gli ultimi modelli di Mercedes e ogni
tipo di berlina di lusso.
La situazione
disperata delle masse stride con la ricchezza vanitosa della borghesia
nascente e dei suoi sicofanti. Le flotte di Mercedes color panna, le
scintillanti case di moda rappresentano un insulto per la maggioranza
che lotta per sopravvivere.
Le conseguenze di ciò non sfuggono agli osservatori occidentali più intelligenti:
Il crescente distacco fra ricchi e poveri - scrive il Financial Times
(10/4/95) - è ancora più scandaloso agli occhi russi che non a quelli
occidentali, poiché ha sostituito un ordine comunista in cui la misura
dello status sociale era il potere politico piuttosto che il denaro e
le élite facevano attenzione a mascherare i loro privilegi con omaggi
verbali alle virtù della classe operaia.
Per questi motivi, la
divisione sempre più profonda creata fra vincenti e perdenti negli
ultimi tre anni dalla traumatica trasformazione economica e politica
della Russia emerge come il fattore di base più importante nella lotta
del paese per determinare come procedere.
Il governo
russo stima che, oltre ai conti bancari e alle proprietà all’estero,
potrebbero essere nascosti fino a 20 miliardi di dollari in valuta Usa.
Come riflesso di questa nuova cultura borghese, Mosca ora ha la più
alta concentrazione di casinò d’Europa.
Dall’altro
lato della medaglia la povertà è diventata endemica. A San Pietroburgo
oltre 50.000 anime vivono per le strade e nella capitale, Mosca, questa
cifra raggiunge le 100.000 persone; l’accattonaggio ha raggiunto
dimensioni da epidemia. Nelle condizioni attuali i senzatetto non hanno
diritto alla propiska, il permesso di residenza, senza il quale
nessuno ha il diritto al lavoro, all’assistenza medica ed ai sussidi
dello Stato. Questa gente calpestata può ancora essere incarcerata con
pene fino a due anni per vagabondaggio, accattonaggio o “parassitismo”.
I pensionati, molti dei quali avevano difeso la città durante l’assedio
nazista, sono in una condizione così disperata che diversi di loro
vivono nelle discariche comunali. Un numero crescente ha perso la casa
per gli imbrogli della mafia. L’indigenza ha portato scenari di
angoscia inimmaginabili; recentemente una vecchia senzatetto è stata
condannata a due anni di lavori forzati per aver rubato un paio di
occhiali.
Il mercato
capitalista ha portato con sé tutti gli aspetti peggiori della società
borghese, l’indigenza, la disoccupazione, il crimine violento e la
crescita dell’alcolismo e dei senza dimora, distruggendo allo stesso
tempo i servizi sociali. I tagli selvaggi al finanziamento hanno
lasciato un servizio sanitario che barcolla tra una crisi e l’altra. Il
crescente stato di deprivazione è accompagnato dalla diffusione di
malattie. L’alcolismo, che già sotto lo stalinismo aveva raggiunto
dimensioni allarmanti, è diventato ora un’epidemia. Il consumo di vodka
è aumentato fortemente da quando le limitazioni all’alcool sono state
allentate nel 1991 e con la successiva liberalizzazione del commercio.
Si stima che ora la popolazione russa, che conta 150 milioni di
persone, consumi ormai molta più vodka di quanto consumavano i 280
milioni di abitanti dell’Urss alla fine degli anni ’80.
Più del 25 per cento dei senzatetto di San Pietroburgo ammette di bere la Belaja Sciapka
(liquido per pulizia). D’inverno centinaia di questi paria si riempiono
di vodka a basso prezzo e si sdraiano nel freddo glaciale da cui molti
non si sveglieranno più. Allo stesso tempo un ristorante coreano di
Alma-Ata fa pagare 100 dollari per sedersi a tavola e a Mosca una
camera in un albergo a quattro stelle può costare più di 600 dollari a
notte. Tali sono le meraviglie compiute dall’economia di mercato.
Un quadro straziante della vita russa è stato ritratto in modo vivido da un articolo del giornalista Neil MacKay:
Nell’inverno del 1993, più di
mille senzatetto hanno avuto fortuna, in quanto il governo ha
effettivamente riconosciuto la loro esistenza… quando le autorità hanno
sgomberato i marciapiede dei loro cadaveri congelati (…). La
disintegrazione dell’Impero sovietico ha scosso la Russia fino alle
fondamenta, la rete di sicurezza sociale è crollata e il caos che ne
risulta ha creato i “nuovi poveri” (…). Migliaia di ex prigionieri,
quando vengono rilasciati dalle “zone” - colonie penali russe -, vanno
alla deriva verso una vita senza casa e si trovano in un mondo oscuro
di degradazione avvilente. Si possono osservare ex condannati che
rabbrividiscono agli angoli delle strade, bevendo vodka sfusa insieme a
profughi della guerra dell’Afganistan, a bimbi fuggiaschi e ai malati
di mente e di corpo.8
Secondo un
rapporto recente della Banca Mondiale, un terzo della popolazione vive
al di sotto del livello di povertà; la distribuzione dei redditi è
ormai diseguale così come in Argentina e nelle Filippine. Il calo del
43 per cento del salario reale dal 1991 al 1993, unito alla
liberalizzazione dei prezzi, ha significato che un numero crescente di
persone non può permettersi il paniere minimo di sussistenza, stimato
nel novembre 1994 a circa 30 dollari mensili. Noc’lezka (Riparo
notturno), organizzazione per i senzatetto, stima che il numero reale
di russi che vivono al di sotto della linea di povertà è uno
sbalorditivo 80 per cento, cioè molto superiore alla cifra della Banca
Mondiale.
Dice che solo
il 3 per cento degli alloggi disponibili viene assegnato a quelli delle
liste d’attesa, dove l’attesa media è di 15 anni. Il resto viene
accaparrato da burocrati ben informati. La mafia ha interessi in ogni
campo e nessuno sfugge all’estorsione e al racket. Persino gli
individui che stentano a guadagnare qualche rublo vendendo qualche
oggetto pietoso per la strada sono costretti a pagare un pizzo del 20
per cento.
Al polo
opposto a quello degli osceni arricchiti un numero crescente di persone
viene spinto verso la miseria assoluta. “Le ragazze adolescenti
aspirano alla prostituzione e gli uomini girano armati. Tutti
soffrono”, scrive MacKay. I giovani indigenti sono costretti dalla
mafia ad unirsi a bande di ladri di stile dickensiano, a cui hanno
poche speranze di sfuggire. Oltre alla piaga dell’alcolismo, hanno
buone probabilità di cadere preda di una malattia a cui sfuggiranno in
pochi: la tubercolosi. “Migliaia di persone sono affette da questa
malattia assassina, ma le terapie possono fare ben poco per salvarle. A
cosa serve la medicina, chiedono gli attivisti di Noc’lezka, quando dormi in un sacco da rifiuti?”.
“Il capitalismo può nuocere gravemente alla salute”
Come corollario del crollo del tenore di vita, assistiamo ad un forte declino della salute della massa della popolazione. Newsweek
ha definito la vita media “indicatore ultimo della salute generale di
una nazione”. Il livello attuale della Russia è peggiore di quello
dell’India, del Pakistan e di altri paesi in via di sviluppo e continua
a calare. Al confronto, anche nel momento più acuto della crisi
sotto lo stalinismo, la vita media in Urss nel 1987 era ancora di 65,1
anni per gli uomini e 73,8 per le donne. In Gran Bretagna l’attuale
vita media maschile è 74 anni. Non sorprende che il Financial Times
(14/2/94) abbia titolato in prima pagina: “La Russia di fronte alla
crisi demografica con la mortalità alle stelle”. L’articolo spiega che:
(…) solo nell’ultimo anno la
mortalità è salita del 20 per cento, ovvero 360.000 morti in più
rispetto al 1992. I ricercatori credono che ormai la vita media
maschile della Russia sia scesa a 59 anni, ben al di sotto della media
per il mondo industrializzato, il livello più basso per la Russia dai
primi anni ’60.
Un articolo sulla rivista statunitense Time (27/6/94) osservava:
Per molti europei dell’est
l’era della libertà si sta trasformando nel periodo peggiore dalla
Seconda guerra mondiale. L’Europa dell’Est sta attraversando una crisi
sanitaria di dimensioni spaventose; i demografi e i funzionari della
sanità segnalano mortalità e sterilità su una scala vista solo in tempo
di guerra. I disturbi al corpo e alla mente assumono una diffusione
epidemica. In diversi paesi, Russia compresa, la popolazione è
addirittura in calo in termini assoluti. “Il calo è catastrofico”, dice
Regine Hildebrandt, ministro del governo regionale di Brandenburg; “è
come una guerra”.
In Russia, Bulgaria, Estonia e
Germania Orientale, le morti superano le nascite a volte in proporzione
di 2:1. La vita media in quasi tutte le zone dell’Est è in calo,
particolarmente fra gli uomini, in un periodo in cui anche i paesi più
poveri del Terzo Mondo registrano dei miglioramenti. In Ungheria la
media è 65 anni per gli uomini e 74 per le donne, rispetto alle cifre
di 67,3 e 75 per il 1975, e a 73,4 e 81,8 per gli uomini e le donne
francesi di oggi. La mortalità in Russia è cresciuta del 30 per cento
dal 1989, colpendo soprattutto gli uomini, secondo il demografo Murray
Feshbach dell’Università di Georgetown (USA) che stima che la vita
media maschile russa sia calata a 59 anni, circa ai livelli del
Pakistan. - Per Nicholas Eberstadt, ricercatore dell’American
Enterprise Institute di Washington, - “in passato, tali sconvolgimenti
si riscontravano nelle società industriali solo in tempo di guerra”.
Queste cifre
sono ancora più sconvolgenti se consideriamo che l’Unione Sovietica
aveva raggiunto un livello di strutture sanitarie e una vita media
analoghi a quelli di molti paesi capitalisti avanzati. Per sostenere
questa affermazione non è necessario nemmeno riferirsi all’Urss. Per
vedere il contrasto con un’economia pianificata, anche di un paese
relativamente arretrato, basta confrontare la situazione di Cuba, di
cui parla Time.
Malgrado il
blocco economico criminale con cui Washington intende strozzare Cuba,
l’Organizzazione Panamericana della Sanità (Paho), un settore
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, descrive il sistema
sanitario cubano come “migliore di quello fornito dal resto delle
Americhe”, tanto che a Cuba vanno anche cittadini di paesi come la
Svezia per ottenere cure in certi campi della medicina. Pur subendo il
peso di una carenza critica di medicamenti e di farmaci come risultato
del blocco, Cuba può vantare ancora 51.000 medici, ovvero 1 per ogni
231 abitanti.
Nonostante le difficoltà - ammette Time
- la mortalità cubana per neonati e bambini al di sotto dei cinque anni
continua a migliorare. Con 9,4 morti per mille infanti l’anno scorso,
il livello cubano è superato nell’emisfero occidentale solo da quello
del Canada (7 per mille nel 1992) e degli Usa (9 per mille), secondo il
Paho.
La situazione
attuale della Russia è ben diversa. Le malattie, i suicidi, gli
omicidi, l’alimentazione insufficiente e la disperazione si sono
sommati alla demolizione del servizio sanitario per ridurre la Russia a
livelli da Terzo Mondo. Secondo la Rabociaja Tribuna, “la
maggioranza dei russi sono cronicamente malnutriti. Manca il 25 per
cento di proteina di alta qualità e fino al 50 per cento di vitamine,
mentre il deficit calorico è intorno al 20 per cento”. L’alta mortalità
maschile è collegata ai suicidi, agli omicidi e alla cattiva
alimentazione, ma anche alla mancanza generale di prospettive e alla
perdita di speranza nel futuro.
Malattie che
in passato erano state eliminate hanno cominciato a ricomparire:
colera, difterite, dissenteria, antrace, foruncolosi multipla e antrace
maligno siberiano.
Queste malattie infettive, che
hanno alzato la testa dovunque, dalla regione di Leningrado alla
periferia nord-occidentale e alle città della costa pacifica, sono
diventate così diffuse che un giornale di Mosca ha istituito una
rubrica delle “epidemie”, che informa i lettori sull’ultima malattia
del giorno - rivela il Financial Times (14/9/94).
L’organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha lanciato l’allarme di un’epidemia di difterite nell’ex Urss.
La difterite era considerata
una malattia infantile e sembrava che fosse stata eliminata dall’Europa
dopo una diffusa immunizzazione a partire dalla fine degli anni ’40.
Nel 1980 sono stati segnalati solo 623 casi.
L’ultimo focolaio è iniziato a
Mosca e a San Pietroburgo nel 1991, ma nel 1994 l’epidemia, che uccide
fra il 5 e il 10 per cento delle sue vittime, aveva contagiato già
quasi 48.000 persone in quasi tutte le regioni di Russia, Ucraina,
Bielorussia, Moldavia, Azerbaijan, Armenia, Georgia, Kazakistan,
Tajikistan e Uzbekistan - racconta il Financial Times (20/6/95).
Il dott. Jo
Asvall, direttore regionale europeo dell’Oms, ha avvertito che “questa
è la più grave minaccia alla salute pubblica dell’Europa dal tempo
della Seconda guerra mondiale”.
I medicinali
scarseggiano, mentre quelli disponibili hanno prezzi proibitivi. Sotto
il vecchio regime, medicine di produzione sovietica si vendevano
praticamente al prezzo di costo, ma a partire dal 1992 il prezzo dei
farmaci ha cominciato a salire più velocemente dei prezzi di altri
prodotti.
Già nel febbraio 1992 le medicine erano scomparse dagli scaffali. Il giornale sindacale Trud
alla fine del 1992 denunciò che “le farmacie trovano particolarmente
redditizi gli accordi con le strutture commerciali. Comprano medicine
all’estero e le rivendono a prezzi in valuta pregiata”.9
Secondo il
dott. Boris Storozilov, capo medico dell’Ospedale municipale nº 32 di
Mosca, la privatizzazione della medicina statale procede in modo
strisciante. Dice che:
(…) a causa del capitalismo
selvaggio che si sta sviluppando intorno a noi e dell’impossibilità dei
medici di tirare avanti in questo nuovo ambiente, alcuni di loro
prendono soldi sottobanco dai loro pazienti per quello che dovrebbero
fare gratuitamente.10
Quando i loro
salari venivano pagati, spesso in ritardo, i medici prendevano un
misero stipendio di 85.000 rubli mensili, le infermiere 65.000. “Con
salari del genere ci è impossibile trovare nuovi giovani da assumere”,
dice il dott. Storozilov. “Tutti si buttano nel commercio”.
E.M. Andreev,
del Comitato dello Stato per la Statistica, cerca in un articolo di
sdrammatizzare la gravità della crisi sanitaria, ma è costretto ad
ammettere che, in base alle tendenze attuali, alla fine del secolo XX
la vita media dei maschi in Russia sarà solo di 50 anni e quella
femminile di 63 anni. Inoltre è costretto a riconoscere che la causa di
fondo è economica:
Anche nel 1993 è continuato il
calo dei fondi destinati alla sanità pubblica. L’efficacia reale delle
cure ospedaliere si è ridotta ancora di più a causa della carenza di
medicamenti moderni e dell’usura dell’attrezzatura ormai obsoleta. Il
livello dei salari nel servizio sanitario pubblico russo nel 1992 (i
dati per il 1993 non sono disponibili) era inferiore per un fattore di
1,7 a quello dell’economia in generale. Nelle condizioni di una riforma
verso il mercato ci si può difficilmente aspettare servizi efficienti
da personale medico malpagato.
Oltre alla
povertà ed ai tagli, la sensazione dilagante di insicurezza e di paura
provoca ogni genere di problemi psicologici. Lo stesso autore ammette
che gli sconvolgimenti e i conflitti provocati dalle riforme creano
“un’instabilità sociale crescente e un livello generale di nevrosi”.11
L’introduzione
dei princìpi del mercato nel campo della sanità ha prodotto conseguenze
devastanti. La giornalista moscovita Irina Gluscenko riporta:
Circa un anno fa sulla tivù
russa c’era gente entusiasta e sincera che spiegava che il sistema
statale delle farmacie soffocava l’iniziativa dei lavoratori. Si diceva
che una centralizzazione eccessiva creava carenze di medicine e rendeva
impossibile un lavoro efficace con i pazienti. Poi, con l’accelerazione
delle riforme economiche, le farmacie sono state trasformate in aziende
commerciali, il cui obiettivo era guadagnare soldi. Se guadagnavano di
più, significava che lavoravano con successo, anche se moriva più gente
(…).
L’assalto alle farmacie è
iniziato prima della mercificazione degli altri campi dell’economia,
grazie all’odio provato dalle nuove autorità per l’assistenza medica
gratuita che era stata uno dei pilastri del socialismo. Molte farmacie
non sono state privatizzate e sono rimaste imprese municipali, tuttavia
la loro funzione è stata completamente cambiata; le farmacie sono
obbligate sia ad autofinanziarsi che a portare introiti nelle casse del
comune.12
Nel 1993, con
il crollo dell’assistenza medica gratuita, sono stati introdotti piani
sanitari privati, ma questi sono fuori della portata della maggioranza
della popolazione. È stato stimato che solo il 10 per cento dei russi
sarebbe coperto da un’assicurazione privata, la quale dà loro il
diritto di usufruire degli esclusivi ospedali del Cremlino, a cui
accedevano in passato i massimi burocrati del Partito.
Nel 1992 con i prezzi alle stelle il consumo di medicine è calato del 30 per cento. Secondo la Gluscenko:
(…) quello che è successo alle
farmacie è tipico di quanto accade ora nell’insieme del sistema
sanitario. Nel 1991 il 3,4 per cento del Pil russo era destinato al
servizio sanitario. Nel 1992 questa cifra è stata dimezzata. Mancano i
fondi non solo per ammodernare l’attrezzatura, ristrutturare gli
ospedali e svolgere le ricerche, ma anche per gli stipendi dei medici.13
In un paese in
cui l’industria e lo Stato erano intimamente legati, il processo verso
l’economia di mercato ha portato conseguenze impreviste. Se da un lato
il governo federale aveva sempre sostenuto i costi operativi degli
ospedali, in passato erano le fabbriche di zona a finanziare l’acquisto
della maggior parte delle attrezzature. Ora che le fabbriche sono in
fallimento, questo legame si è rotto.
“Adesso le
fabbriche sono più povere di noi”, dice il dott. Storozilov. “Stanno
lavorando a metà capacità e mandano a casa i lavoratori, quindi la
ruggine sta mangiando la nostra attrezzatura medica”.
Un altro
risultato che ha notato è la riluttanza dei lavoratori ad ammettere che
sono malati, per paura di perdere il lavoro. “Lavorano finché non
crollano e solo allora vengono all’ospedale”.14
Sotto il
vecchio sistema i lavoratori avevano almeno un servizio sanitario
gratuito e condizioni di vita relativamente stabili. Nelle parole di
Julika Lukacs, una pensionata ungherese, “sotto i comunisti la società
non era divisa; non c’erano criminalità né povertà e vivevamo felici”.
Può essere un ricordo esageratamente roseo, ma è condiviso da molti. Un
minatore di Vorkuta ha detto di votare Zjuganov, “perché sotto i
comunisti mi sentivo al sicuro”. Un altro russo che è stato
intervistato sulla democrazia ha rivelato i pensieri ormai diffusi fra
milioni di persone con la seguente risposta:
Libertà? Sì, l’abbiamo. Ma
libertà di fare cosa? Di morire di appendicite? Di comprare un giaccone
occidentale a 200 marchi tedeschi, quando il salario medio è 5 marchi
settimanali. Libertà di dare bustarelle di 1000 dollari l’anno agli
insegnanti perché istruiscano i nostri figli o di pagare 50 dollari per
essere visti da un medico decente?.
La situazione delle donne
Il grande
socialista utopista francese Fourier vide nella situazione delle donne
l’indicatore più significativo del progresso di un regime sociale. Il
tentativo di introdurre il capitalismo in Russia ha avuto conseguenze
disastrose a questo riguardo. Tutte le conquiste che le donne avevano
realizzato con la Rivoluzione Russa - che per inciso cominciò l’8 marzo
con lo sciopero delle lavoratrici tessili - vengono sistematicamente
cancellate. Il volto reazionario del regime filoborghese è denunciato
implacabilmente dalla situazione odierna delle donne.
La Rivoluzione
bolscevica gettò le basi per l’emancipazione sociale delle donne e,
sebbene la controrivoluzione politica stalinista costituisse un
parziale indietreggiamento, è innegabile che le donne in Urss avessero
fatto enormi passi in avanti nella lotta per l’uguaglianza.
La Rivoluzione d’Ottobre ha
mantenuto fede onestamente ai suoi obblighi nei confronti della donna -
scrisse Trotskij. - Il giovane governo non solo le diede tutti i
diritti politici e legali in uguaglianza con l’uomo, ma, ciò che è più
importante, fece tutto quello che gli era possibile, e in ogni caso
molto di più di quanto avesse mai fatto qualsiasi altro governo, per
garantirle un accesso effettivo a tutte le forme economiche e culturali
del lavoro.
La Rivoluzione
d’Ottobre fu una pietra miliare nella lotta per l’emancipazione
femminile. In precedenza, sotto lo zarismo, le donne erano viste come
una semplice appendice della casa. La legge zarista permetteva
esplicitamente all’uomo di usare la violenza contro sua moglie; in
certe zone rurali le donne erano costrette a portare il velo ed era
loro vietato di imparare a leggere e a scrivere. Dal 1917 al 1927 fu
approvata tutta una serie di leggi che davano alle donne l’uguaglianza
formale con gli uomini. Il programma del 1919 del Partito comunista
proclamò audacemente:
Non limitandosi
all’uguaglianza formale delle donne, il partito si adopera per
liberarle dagli oneri materiali dell’obsoleto lavoro casalingo
sostituendolo con case collettive, mense pubbliche, lavanderie
centrali, asili nido ecc.
Le donne non
erano più obbligate a vivere con i loro mariti o ad accompagnarli se un
cambiamento di lavoro comportava un trasferimento. Avevano pari diritto
ad essere capo famiglia e avevano l’uguaglianza di salario. Si prestava
attenzione al ruolo materno delle donne e furono introdotte leggi
speciali sulla maternità che vietavano orari lunghi e il lavoro
notturno e stabilivano la maternità pagata, assegni familiari e scuole
materne.
L’aborto fu
legalizzato nel 1920, il divorzio fu semplificato e venne introdotto il
matrimonio civile. Fu abolito anche il concetto di figlio illegittimo.
Nelle parole di Lenin, “nel senso letterale, non abbiamo lasciato in
piedi nemmeno un mattone delle leggi odiose che mettevano le donne in
una posizione di inferiorità rispetto agli uomini…”.
Furono
realizzati progressi materiali che facilitavano il pieno coinvolgimento
delle donne in tutti i campi della vita sociale, economica e politica:
l’apertura di mense gratuite nelle scuole, un sistema di sussidi
speciali per alimenti e abbigliamento ai bambini bisognosi, consultori
per la gravidanza, cliniche per la maternità, nidi d’infanzia sul
lavoro ecc. È vero che l’emergere dello stalinismo comportò una serie
di controriforme in campo sociale, che influirono drasticamente sulla
situazione delle donne.
Ma dopo la
morte di Stalin la crescita economica postbellica consentì un generale
e continuo miglioramento: pensionamento a 55 anni, nessuna
discriminazione di retribuzione e di condizioni di impiego, nonché il
diritto delle donne incinte a passare a lavori più leggeri con la
maternità pienamente pagata per 56 giorni sia prima che dopo il parto.
La nuova legislazione del 1970 abolì il lavoro notturno e sotterraneo
per le donne. Il numero di donne nell’istruzione universitaria come
percentuale del totale degli studenti era il 28 per cento nel 1927, il
43 per cento nel 1960 e il 49 per cento nel 1970. Gli unici altri paesi
al mondo in cui le donne costituivano oltre il 40 per cento del totale
nell’istruzione universitaria erano la Finlandia, la Francia e gli
Stati Uniti.
Ci furono
miglioramenti delle strutture prescolastiche per i bambini: nel 1960 i
posti erano 500.000, ma nel 1971 erano più di cinque milioni. Gli
enormi progressi dell’economia pianificata, con il conseguente
miglioramento del servizio sanitario, si riflettevano nel raddoppio
della vita media femminile, da 30 a 74 anni, e nella riduzione del 90
per cento della mortalità infantile. Nel 1975 le donne che lavoravano
nella pubblica istruzione erano il 73 per cento. Nel 1970 il 98 per
cento degli infermieri erano donne, come pure il 75 per cento degli
insegnanti, il 90 per cento dei bibliotecari e il 75 per cento dei
medici. Nel 1950 circa 600 donne avevano ottenuto dottorati di scienza,
nel 1984 erano salite a 5.600! Il passaggio verso il capitalismo ha
ribaltato rapidamente le conquiste del passato, riportando le donne
nello stato del più nero asservimento, ipocritamente nel nome della
“famiglia”.
La maggior
parte del peso della crisi viene scaricata sulle spalle delle donne. Le
donne sono le prime ad essere licenziate, per evitare di pagare sussidi
sociali, come l’assegno familiare e la maternità. Dato che fino a pochi
anni fa le donne costituivano il 51 per cento della forza lavoro russa
e che lavorava il 90 per cento delle donne, la crescita della
disoccupazione ha significato che più del 70 per cento dei disoccupati
della Russia sono ormai donne; in certe località la cifra è del 90 per
cento.
Il crollo dei
servizi sociali e la crescita della disoccupazione significa
l’eliminazione sistematica di tutti i benefici dell’economia
pianificata per le donne. In Russia la disoccupazione condanna molta
più gente alla povertà che in Occidente, poiché molti servizi sociali
sono gestiti direttamente dal luogo di lavoro:
In Russia la disoccupazione
comporta ancora un biasimo profondo. Solo nel 1991 ha cessato di essere
un reato. Chi non ha lavoro va incontro alla miseria assoluta. Il
sussidio di disoccupazione è collegato al salario minimo di 14.620
rubli mensili, un terzo del livello ufficiale di sussistenza e circa un
settimo del salario medio. I senza lavoro sono spesso messi peggio di
quanto suggeriscono queste cifre perché la maggior parte dei servizi
sociali di base, come sanità, scuola e trasporti, sono forniti dalle
aziende piuttosto che dagli enti locali e quindi sono disponibili solo
per chi lavora (Economist, 11/12/93).
Sotto il
regime precedente, in media le donne ricevevano il 70 per cento del
salario maschile. La cifra è ora del 40 per cento. Mantenere una
famiglia con un solo salario era già difficile nella vecchia Urss; ora,
con l’aumento drammatico della povertà, è praticamente impossibile.
Così le donne sono le vittime principali di questo regime reazionario.
La prostituzione è aumentata enormemente, grazie al tentativo delle
donne di sopravvivere vendendo il proprio corpo a chi ha il denaro per
comprarlo, principalmente agli spregevoli “nuovi ricchi” e agli
stranieri. Esse cadono preda della mafia che pretende almeno il 20 per
cento di ogni transazione. Nelle riviste occidentali, le donne russe
vengono presentate al pari di quelle del Terzo Mondo come possibili
mogli per uomini i quali, per motivi insondabili, non riescono a
trovarsi una partner nel proprio paese. Nella schiavitù umiliante delle
donne, ridotte allo stato di merce, si concentra l’umiliazione di un
paese costretto a sottomettersi al giogo dello sfruttamento nella sua
forma più gretta e vergognosa.
Il 10 febbraio
1993 l’allora ministro del lavoro J. Melikjan annunciò la soluzione del
governo al problema della disoccupazione. In un linguaggio che avrebbe
fatto onore a qualsiasi uomo politico borghese di destra in Occidente,
disse di non vedere il bisogno di programmi speciali per aiutare le
donne a tornare al lavoro. “Perché dovremmo cercare posti di lavoro per
le donne quando gli uomini sono inattivi e ricevono il sussidio di
disoccupazione?”, ha chiesto. “Che gli uomini lavorino e le donne si
occupino della casa e dei figli”. Un tale linguaggio, che in passato
sarebbe stato impensabile, è visto ormai come una cosa normale ed
accettabile. Qui, più chiaramente che altrove, vediamo il vero volto
della controrivoluzione capitalista: rozzo, brutale e ignorante, un
ritorno mostruoso ai tempi della schiavitù zarista, in cui ogni schiavo
aveva il diritto di farla da padrone in casa per compensare la propria
condizione degradante.
Il tentativo
del governo di istituire una nuova politica di “ritorno al focolare” si
è riflesso in diverse bozze di una nuova legge in fase di elaborazione.
La prima bozza avrebbe di fatto annullato il diritto all’aborto e
avrebbe vietato alle donne con figli minori di 14 anni di lavorare più
di 35 ore settimanali, escludendole così da molti lavori. In seguito
alle proteste sono state eliminate le clausole più controverse. Ora la
legge abolisce l’obbligo per lo Stato di fornire un servizio d’asilo
per i figli delle donne lavoratrici e, come compensazione, alle donne
che hanno tre figli o più vengono offerti sussidi per poter rimanere a
casa a curarli. La situazione delle donne sarà portata indietro di 70
anni. Rigettate negli oscuri recessi della famiglia, le donne sono
costrette a pagare un prezzo terribile: nel 1993, 14mila donne russe
sono state uccise dal proprio marito o convivente, una cifra 20 volte
più grande che negli Usa.
L’emergere di un capitalismo mafioso
Oggi Mosca è una metropoli in
ostaggio di gangster, di spacciatori di droga e di magnaccia. Una
società in cui lo Stato una volta regolava tutto col terrore e il
commercio era un reato è stata sostituita da una giungla in cui il
commercio è regolato col terrore e chi denuncia un crimine viene
eliminato da un killer direttamente a casa sua (…). Intanto il peccato
rende bene e la rimunerazione è abbastanza vantaggiosa per i nuovi
ricchi della Russia; in una tarda serata di metà settimana, al Teatro Grill
(…), giovani furbi in giacca firmata brandiscono telefoni cellulari,
come il pennacchio di un despota orientale, mentre ordinano aragosta
canadese e champagne francese (…). Sono accompagnati da guardie del
corpo tarchiate in giacca di pelle che siedono ai loro tavoli a fianco
delle loro mantenute (…). Secondo l’opinione dei più cinici, lo zigzag
morale e sociale della Russia non solo ha reso la mafia inevitabile, ma
nel medio termine forse anche necessaria. La sua schietta devozione al
profitto individuale ne fa una forza armata e spietata contro chi
volesse restaurare il collettivismo statale.15
Queste righe
danno un’immagine vivida del tipo di capitalismo che emerge oggi in
Russia. Una delle principali accuse dirette contro il vecchio regime
riguardava la sua corruzione endemica, che effettivamente esisteva e
costituiva uno dei principali motivi di malcontento delle masse. Ma
l’esperienza di sei anni di riforme procapitaliste ha dimostrato che il
nuovo ordine è di gran lunga più corrotto di qualsiasi cosa lo abbia
preceduto. L’illusione che la Russia possa arrivare a una forma
classica di capitalismo “democratico” come nell’Europa occidentale o in
America è stata completamente distrutta. Le cosche mafiose, legate al
capitalismo emergente e spesso indistinguibili dalla borghesia
nascente, sono spuntate dappertutto e i loro tentacoli penetrano ogni
angolo dello Stato, degli affari e della politica. La mafia russa è
anche collegata alle sue omologhe in Italia e altrove.
“Ci sono
indicazioni che [la mafia russa] nell’ex Unione Sovietica stia
utilizzando la mafia italiana per rafforzarsi economicamente così come
ha fatto quella statunitense nella prima parte di questo secolo”,
sostiene il generale
Giovanni Verdicchio, uno dei principali responsabili delle operazioni
antimafia della Guardia di Finanza italiana. Questi elementi criminali
sono visti dai nuovi ricchi come i cani da guardia della nuova Russia,
ma fanno pagare profumatamente le loro prestazioni. Un rapporto
preparato per Boris Eltsin dal Centro analitico per la politica sociale
ed economica afferma che tre quarti delle imprese private sono
costrette a pagare fra il 10 e il 20 per cento dei loro guadagni alle
bande criminali; 150 di tali bande controllano circa 40mila aziende,
compresa la maggior parte delle 1.800 banche commerciali del paese.
Secondo Newsweek, “la mafia russa ha praticamente trasformato la madre patria in una assassinocrazia”.
La nuova élite
della Russia rappresenta un capitalismo mafioso, è permeata dalla
corruzione da cima a fondo e, secondo una certa descrizione elegante, è
“graziosa come il mostro di Frankenstein”. Il capitalismo russo è
ancora più corrotto del famigerato capitalismo clientelare di Marcos
nelle Filippine. Secondo la formulazione di Proudhon, socialista
francese del secolo XIX, “la proprietà è un furto”. Dal punto di vista
strettamente scientifico questa definizione è inesatta, ma nella Russia
odierna si avvicina molto alla verità.
Uno stratega
della finanza occidentale al ritorno da Mosca ha confessato di essere
“rattristato dallo squallore e dalla decadenza diffusi, dalla
corruzione dilagante che si maschera da capitalismo (…). Sono venuto
via con un forte presagio”, ha aggiunto, “che si prospettano
avvenimenti sinistri”. Parlava solo pochi mesi prima dell’assalto
sanguinoso di Eltsin alla Casa Bianca con lo scioglimento del
Parlamento, avvenuto nel novembre 1993.
In Russia i
tentativi di resistere al potere della mafia sono estremamente
rischiosi. Qui, parafrasando la frase di Von Clausewitz, l’omicidio è
la continuazione degli affari con altri mezzi. Solo nel 1993 il
ministero degli interni ha segnalato l’uccisione di 94 persone definite
“imprenditori”, due attentati con esplosivi ogni giorno, di cui quasi
un terzo contro rivali in affari. Nell’agosto 1995, il giorno della
strage della Metropolitana di Mosca, si è svolta una manifestazione di
membri dell’Associazione dei Banchieri e della Tavola Rotonda delle
Imprese. Circondati da guardie del corpo hanno dichiarato che in tre
anni erano stati stipulati 85 “contratti” di omicidio contro loro
membri, 47 dei quali erano stati assassinati.
Uno dei primi 100 miliardari della Russia, Ilja Mitkov, è stato ucciso mentre usciva dal suo ufficio. Secondo il Daily Express (21/9/93),
al tempo della sua morte aveva
un jet privato, un ufficio a Mayfair [il quartiere più ricco di Londra
- NdT] e un attico e una Ferrari a Parigi (…). Aveva costruito un
impero d’affari con due banche e una miriade di altre attività
commerciali (…). Ma sembra che nella giungla del business a Mosca
nessuno sia al sicuro. I giornali dicono che è rimasto ucciso per una
faida riguardante pagamenti falsi, in cui era coinvolta una delle sue
banche.
A differenza
di quello occidentale, il capitalismo mafioso in Russia risolve le
controversie di affari con un metodo diretto e semplice: l’assassinio.
“Gli imprenditori che vogliono protezione assoldano proprie bande, che
risultano utili anche per riscuotere i debiti”.16
Non si tratta di un’eccezione, ma di una situazione endemica.
Nelle aziende maggiori - spiega il Financial Times
(2-3/9/95) - eserciti di centinaia di guardie forniscono sicurezza ai
massimi dirigenti, fanno da esattori, proteggono i clienti e persino
raccolgono informazioni. Sono l’equivalente moderno dei gendarmi di un
signore medioevale, o della scorta di un magnate del bestiame negli Usa
del secolo XIX.
Piotr Filippov, un economista presso il Centro analitico, scrive nel suo rapporto:
Sta crescendo un’intera
generazione per la quale questa situazione è normale e che in tali
circostanze si rivolge non alle autorità ufficiali, ma a quelle
ufficiose. Questa gente per punire un socio colpevole, o poco
accomodante, è più incline a pagare un killer piuttosto che affidarsi
al tribunale per un giudizio.17
Il ministro
degli interni russo, Anatolij Kulikov, stima che gli omicidi per
contratto, con qualche americano fra le vittime, sono scesi da 530 nel
1995 a 450 nel 1996 e riconosce che “gli imprenditori negli ultimi
cinque anni hanno occultato fra 150 e 300 miliardi di dollari” e che il
40 per cento del paese è in mano ad elementi criminali. La legislazione
in preparazione imporrebbe multe agli evasori fiscali fra 862 e 2000
dollari. [Kulikov] dichiara con un capolavoro di understatement:
“Ho qualche apprensione (!) su tutti quegli elementi che quattro o
cinque anni fa erano derelitti, ma che ora sono diventati miliardari”.
Gli operatori
del mercato nero e i mafiosi, che hanno contatti ai livelli più alti
del governo, sono impegnati a tempo pieno a saccheggiare lo Stato.
Questa mafia degli affari ha acquisito ricchezze favolose usando ogni
mezzo a sua disposizione. La maggior parte delle banche sono
controllate dai delinquenti con le loro auto di lusso occidentali,
eleganti accompagnatrici e branchi di muscolose guardie del corpo. Con
questi mezzi si riciclano i proventi della prostituzione, della droga e
del mercato nero. “La situazione a Mosca è come quella di New York
negli anni ’20 e ’30”, ha detto Jim Moody dell’FBI. Si compiono ogni
anni centinaia di omicidi per contratto. I prezzi medi vanno dai mille
ai cinquemila dollari per ogni uccisione.
Secondo l’Economist,
la riforma capitalista e la criminalità si sovrappongono palesemente
nel programma di privatizzazione “un vero affare per i truffatori”.
Cita l’esempio delle aste di privatizzazione a Nizni Novgorod, dove i
potenziali investitori venivano protetti dalla polizia antisommossa
contro i gangster armati ansiosi di intimidire i concorrenti per
garantirsi l’acquisto di proprietà a buon mercato. “Ad un’asta tenutasi
a Saransk, nel centro della Russia europea, non c’era la polizia a
scoraggiare i gangster dal “consigliare” ai rivali di non fare offerte;
si dice che chi ha insistito è stato mutilato”.
I settori più
vulnerabili della società sono rapinati dalle bande mafiose che sono
alla ricerca di facili prede. Il Dipartimento di ricerca sulla
criminalità di Mosca stima che fino ad un quinto degli omicidi
premeditati che avvengono nella capitale siano commessi per
appropriarsi della casa della vittima. Gli anziani vengono costretti,
per disperazione, a cedere il loro alloggio in cambio di denaro, con
l’accordo che il passaggio avverrà solo dopo la loro morte, che
prontamente viene “facilitata”. Il bersaglio principale sono i
pensionati che vivono soli. Negli obitori della città giacciono oltre
3.500 cadaveri “che probabilmente sono quelli di proprietari di
appartamento scomparsi”. Dice il Financial Times (2-3/9/95):
Qualche settimana prima [dell’attentato], nei bidoni dei rifiuti nella strada vicino alla
Metro erano stati rinvenuti tre cadaveri, uccisi a colpi di pistola e
mutilati. Si diceva che non avevano pagato l’affitto. - L’articolo
continua: - Uomini d’affari e dirigenti d’azienda si trovano spesso
faccia a faccia con una pistola in veste di esattore di debiti, non
necessariamente come ultima possibilità - e conclude: - Non esiste una
legislazione efficace sull’esazione dei debiti.
Sulla presente opera
La caduta del
Muro di Berlino e il crollo dello stalinismo hanno sollevato molti
interrogativi anche nella Russia stessa. Questo libro si pone
l’obiettivo di chiarire questi problemi e di rispondere alla propaganda
dei nemici del socialismo, basandosi su dati, cifre ed argomentazioni.
È un compito atteso a lungo. Non si tratta di un esercizio scolastico,
ma rappresenta una preparazione per il futuro. Che cos’era l’Unione
Sovietica, perché è crollata e quale sarà il futuro della Russia?
Furono queste le domande poste da Trotskij nel suo capolavoro La Rivoluzione Tradita,
scritto nel 1936, che conserva a tutt’oggi il pieno vigore e la
rilevanza di allora. Chi desidera seriamente comprendere ciò che è
successo in Russia non può ignorare questa grande opera di analisi
marxista, che è il punto di partenza anche del presente libro. Come
nella Rivoluzione Tradita, l’obiettivo è quello di gettare luce
sul carattere del regime emerso dalla Rivoluzione d’Ottobre, di
analizzarne le tendenze contraddittorie, di delinearne l’ascesa e la
caduta e, infine, di indicare la via del futuro.
Prima, qualche
parola sulla metodologia alla base di questa opera. È superfluo dire
che il metodo usato qui è quello del marxismo, cioè del materialismo
dialettico e storico, poiché solo questo ci fornisce gli strumenti
scientifici che occorrono per analizzare dei processi complessi e
contraddittori, per separare l’accidentale dal necessario, per
distinguere fra quello che gli uomini e le donne pensano e dicono su se
stessi e gli interessi materiali che rappresentano in ultima istanza.
Solo con tali mezzi è possibile comprendere quanto è successo
nell’Unione Sovietica, capire quindi ciò che avviene ora e, almeno
provvisoriamente, stabilire una prospettiva per i futuri avvenimenti.
L’autore di
questa opera ha trascorso la maggior parte della propria vita studiando
la questione russa ed è particolarmente qualificato per fornirne
un’analisi marxista. Ted Grant fu un seguace attivo di Trotskij fin dai
tempi dell’Opposizione di Sinistra Internazionale e può essere
considerato oggi il principale esponente delle idee del trotskismo.
Gran parte del presente libro si fonda sul ricco contributo di
materiale scritto da Ted nell’arco di cinquant’anni, in particolare la
sua analisi del carattere dei nuovi regimi stalinisti dell’Europa
dell’Est e della Cina e il suo sviluppo creativo ed originale della
teoria di Trotskij sul bonapartismo proletario in relazione alla
rivoluzione coloniale.
La prima parte
del libro tratta la Rivoluzione Russa e trae un bilancio storico
dell’Ottobre, rispondendo a molte delle critiche, delle distorsioni e
degli equivoci che da decenni la circondano. Nel corso di questa
sezione ci sono diversi capitoli che presentano un’esposizione
dettagliata della teoria marxista dello Stato in relazione al regime di
transizione che emerse dalla Rivoluzione d’Ottobre. Si traccia il
percorso dell’ascesa della burocrazia e della controrivoluzione
politica stalinista in tutte le sue fasi. Questa parte, particolarmente
la critica alla teoria del “capitalismo di Stato” (inclusa una preziosa
appendice sulla legge del valore nel periodo di transizione) può
presentare per il lettore più difficoltà delle altre parti del libro,
però è essenziale afferrare questi punti al fine di comprendere
l’insieme del processo. Va notato che queste sezioni furono pubblicate
originariamente verso la fine degli anni ’40 in un’importante opera di
Ted intitolata La teoria marxista dello Stato. Per rendere
questo e altro materiale pubblicabile in forma di libro è stato
necessario un certo lavoro di redazione, di cui una grossa parte è
toccata a me e a Rob Sewell. Eventuali variazioni di stile notate dal
lettore dipendono unicamente da questo.
È opportuno
ricordare che più di 25 anni fa Ted Grant aveva analizzato
correttamente i motivi della crisi dello stalinismo e ne aveva previsto
il crollo. Ogni altra tendenza politica, di scuola borghese o gli
stalinisti stessi, dava per scontato che i regimi apparentemente
monolitici esistenti in Russia, in Cina e nell’Europa dell’Est
sarebbero durati praticamente in eterno. Ancora alla data odierna si
cerca invano una spiegazione delle vere cause della crisi dello
stalinismo in tutti gli scritti della borghesia, dei riformisti e degli
ex stalinisti, per non parlare della miriade di gruppi e gruppuscoli
settari alla periferia del movimento operaio. Questi processi vennero
analizzati in anticipo negli scritti di Ted sulle prospettive internazionali,
a partire dall’agosto del 1972. Purtroppo all’epoca quel materiale
veniva letto da poche persone. L’opera presente metterà per la prima
volta questa analisi dettagliata e approfondita a disposizione di un
pubblico più ampio.
Alla luce
dell’esperienza successiva, non è necessario modificare quello che si
scrisse all’epoca riguardo i motivo della crisi dello stalinismo e
l’inevitabilità del suo crollo. Questa analisi segue lo stesso metodo
utilizzato da Trotskij. L’unica correzione che si deve introdurre
riguarda la prospettiva del ritorno del capitalismo in Russia. Per
molto tempo l’autore aveva ritenuto che un tale sviluppo fosse ormai da
escludersi, giudizio che ora risulta sbagliato, ma va detto per inciso
che nei decenni passati praticamente tutti gli osservatori, che fossero
stalinisti o borghesi, erano dello stesso parere. Gli avvenimenti russi
offrono una dimostrazione dello straordinario genio di Trotskij - che
con Lenin fu uno dei due grandi pensatori marxisti di questo secolo -
ed egli aveva ragione anche su questo punto. Ciò nonostante l’autore
ritiene che il processo verso il capitalismo in Russia non sia stato
portato ad una conclusione definitiva e potrebbe ancora invertire la
rotta. Le diverse possibilità vengono esaminate nell’ultima sezione,
che spiega il rapporto dialettico fra gli avvenimenti in Russia e nel
resto del mondo.
Dato l’impasse
dell’attuale regime filoborghese della Russia, qual è la prospettiva
più probabile? Il crollo dell’Unione Sovietica e il processo verso la
restaurazione del capitalismo hanno aperto un capitolo nuovo e
contraddittorio. La previsione di Trotskij, per cui la burocrazia
stalinista al fine di conservare i suoi privilegi “nel futuro deve
inevitabilmente cercare un appoggio per se stessa nei rapporti di
proprietà [capitalisti]”, si è avverata. Lo spettacolo disgustoso di
vecchi dirigenti del Partito comunista, direttori d’impresa e
funzionari che strappano la tessera e si dichiarano apertamente
“imprenditori” con la stessa facilità con cui un uomo in treno passa
dagli scompartimenti per fumatori a quelli per i non fumatori dimostra
quanto fosse lontano il regime stalinista dall’autentico socialismo.
Nell’ultima parte della sua opera l’autore pone il problema del futuro
della Russia e delinea diverse possibilità. Ciò dipende dal fatto che
il processo verso il capitalismo ha ancora un carattere incompleto;
sono possibili diversi esiti.
Il marxismo è
una scienza, ma non di tipo esatto, come la matematica e l’astronomia.
Un astronomo può determinare la posizione di una galassia lontana
milioni di anni luce, ma ci sono scienze e scienze; la medicina ad
esempio è una scienza, ma non esatta. Basandosi da una parte sulla
propria conoscenza della scienza medica e, dall’altra, su tutti i
sintomi osservabili, il medico arriva ad una diagnosi. Le possibilità
sono sempre varie; ad esempio, un dolore alla pancia può significare
un’ulcera, una colica o un cancro allo stomaco. Ma in definitiva il
medico deve decidere quale sia più probabile, perché deve passare dalla
teoria all’azione e decidere la terapia.
Una
prospettiva ha per definizione un carattere condizionale. Non è un
progetto bello e pronto, ma solo un’ipotesi su cui lavorare, che va
costantemente rivista, riempita nel dettaglio e confrontata con lo
sviluppo reale degli avvenimenti. Sarebbe dunque un errore pretendere
dall’opera presente che tratti in modo esauriente ogni aspetto della
situazione. Per la loro stessa natura le prospettive devono occuparsi
di processi generali. La situazione attuale è quella di
transizione fra due epoche e presenta tutta l’instabilità che
caratterizza tali momenti. Il compito di elaborare le prospettive è
reso più difficile - ma non impossibile - dai rapidi cambiamenti in
atto. Quando si ha a che fare con situazioni complesse, con molte
variabili, è necessario spiegare le diverse varianti che esistono,
indicando le conseguenze di ciascuna. Ma alla fine è necessario
spiegare quale variante sia la più probabile.
Le prospettive
hanno necessariamente un carattere algebrico, non aritmetico. Le
incognite devono essere quantificate in base all’esperienza reale. Le
prospettive possono essere integrate, modificate o anche scartate se
non trovano un riscontro nella realtà. Nell’elaborare le prospettive
gli errori sono inevitabili, ma per un marxista anche da un errore si
può trarre vantaggio a condizione che venga identificato, spiegato e
corretto. Nello stesso modo, nella storia della scienza, un esperimento
può essere di grande utilità pur non rendendo il risultato desiderato,
poiché serve per indicare la strada verso una via di indagine più
proficua e aumenta il patrimonio delle nostre conoscenze, anche se in
modo negativo.
Per definire
lo scopo di questo libro non possiamo fare di meglio che citare
l’introduzione di Trotskij al suo capolavoro sullo stalinismo, La rivoluzione tradita:
L’oggetto del presente studio
è di valutare correttamente quello che è, per meglio comprendere quello
che sta per realizzarsi. Ci soffermeremo sul passato solo nella misura
in cui ciò ci aiuterà a prevedere il futuro. La nostra esposizione sarà
critica. Chiunque si inchini di fronte al fatto compiuto, non può in
nessun modo preparare l’avvenire (…). È un volto quello che vogliamo
mostrare e non una maschera.18
Quest’anno
segna l’ottantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Gli
apologeti del capitalismo e la loro eco nel movimento operaio cercano
di confortarsi col pensiero che il crollo dell’Urss significhi la fine
del socialismo. Invece no! Quello che è fallito in Russia non è il
socialismo, ma un modello fasullo, una sua mostruosa caricatura. Sotto
molti aspetti il regime stalinista era l’antitesi del regime
democratico instaurato dai bolscevichi nel 1917. La caduta dello
stalinismo fu prevista in anticipo da Ted Grant. A tutt’oggi cerchiamo
invano un’analisi coerente su questo processo negli scritti di
qualsiasi altra tendenza politica, a livello mondiale. Nel futuro la
caduta dello stalinismo sarà vista non come la fine del socialismo, ma
solo come un episodio del processo verso la trasformazione socialista
della società su scala mondiale. Gli anatemi al socialismo, al marxismo
e al comunismo suonano sempre più vuoti, perché vengono pronunciati nel
contesto di un capitalismo mondiale sempre più in crisi. Il calo dei
tassi di crescita, la disoccupazione di massa permanente, gli attacchi
al tenore di vita, i tagli brutali della spesa pubblica, l’abolizione
dello Stato sociale… è questa la realtà del capitalismo nei paesi
avanzati nell’ultimo decennio del ventesimo secolo. È in questo
contesto che si sta tentando di restaurare il capitalismo in Russia.
Quali sono le sue prospettive di successo? È troppo presto per dare una
risposta definitiva, ma il fallimento del “socialismo in un paese solo”
rende ben chiara una cosa: il destino della Russia sarà determinato ora
più che mai dagli avvenimenti su scala mondiale.
Londra, 8 marzo 1997
1. John Reed, Dieci giorni che sconvolsero il mondo, pag. 22
2. Alec Nove, An economic history of the USSR, pag. 438
3. M. McCauley, The Soviet Union 1917-1991, pagg. XV e 378
4. Morning Star, 2/1/92
5. L. Trotskij, La rivoluzione tradita, pag. 235
6. Financial Times, 29/11/95
7. The Guardian, 27/5/96
8. The Big Issue, 8-21/12/95
9. Citato su Russian Labour Review, nº 2, 1993
10. Financial Times, 14/9/94
11. Kimija y Zizn, nº 10, ottobre 1994
12. Russian Labour Review, nº 2, 1993, pag. 42
13. Ibid
14. Financial Times, 14/9/94
15. The Sunday Times, 8/5/94
16. The Economist, 19/2/94
17. The Economist, 19/2/94
18. L. Trotskij, La rivoluzione tradita, pagg. 5-6
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