Home arrow Politica Italiana arrow Articoli di politica italiana arrow Sardigna Natzione e Indipendentzia Repubrica de Sardigna
Prossime iniziative
Menu
Home
Verso l'11 ottobre
Rifondazione Comunista
Politica Italiana
Movimento operaio
Giovani in lotta
Internazionale
America Latina
Venezuela
Teoria marxista
Economia
Scienza ed Ambiente
Storia e Memoria
Antifascismo
Movimento Noglobal
Immigrazione
Donne e Rivoluzione
Tutto il resto...
Archivio numeri FM
Link
Iniziative
Mailing list
Iscriviti alla nostra mailing list
Il nostro opuscolo contro il razzismo
Festa Rossa 2007
webtv
Articoli correlati
Sardigna Natzione e Indipendentzia Repubrica de Sardigna Stampa E-mail
Scritto da Mauro Piredda   
La questione sarda e l’indipendentismo interclassista



La questione delle nazionalità oppresse è da sempre un tema centrale per i marxisti, anche se probabilmente non c’è argomento che più di questo abbia subìto distorsioni. Abbiamo già affrontato la questione della nazione sarda in fase congressuale (FalceMartello 181) “sollecitati” dai compagni dell’Ernesto (che collocano la questione sarda all’interno di quella meridionale) e stimolati da “Kontra!”, la corrente indipendentista del Prc, relatori di due documenti-manifesto. Ora proviamo a analizzare il pensiero di due forze indipendentiste, Sardigna Natzione (Sn) e Indipendentzia Repubrica de Sardigna (Irs), che hanno anche un certo peso politico a livello regionale (entrambe oltre l’1%). Non ci poniamo di dare pagelle, ma semplicemente di partire da considerazioni di fondo per cercare di capire la neanche tanto velata relazione che c’è tra un pensiero di sinistra e un’opzione indipendentista.

Tralasciando il pensiero di Antoni Simon Mossa e l’esperienza de su Populu Sardu a cavallo tra la fine dei ’70 e gli inizi degli ’80, Sn (già Partidu Sardu Indipendentista) è una delle formazioni storiche dell’indipendentismo isolano che già da diversi anni partecipa alle competizioni elettorali.


In un documento (Pro unu indipendentismu cuncordu e forte) reperibile sul loro sito web, il segretario nazionale, Bustianu Cumpostu, traccia una divisione tra le due anime del sardismo: quella unionista incarnata storicamente dal Partito Sardo d’Azione (PSd’Az) di Lussu e Bellieni (che negli anni ’70 aveva un programma piuttosto radicale, a sinistra del Pci e che oggi flirta con la Lega) e quella prettamente indipendentista di cui gli stessi si fanno depositari.


Tuttavia fu proprio l’alleanza con gli unionisti del PSd’Az alle politiche del 2001 a favorire l’uscita dell’altro leader, Gavino Sale, che successivamente insieme ad altri ha dato vita a Irs.


Essere o non essere di sinistra?


Sia ai tempi di Sale (ex Fgci) che tutt’ora, possiamo notare come una buona fetta dell’elettorato di Sn è dichiaratamente di sinistra, e lo stesso Cumpostu, probabilmente accortosi di ciò intende precisare la propria posizione.


Pare doveroso citare alcuni dei diversi passi tratti dal documento in questione.


“Se difendere le classi sociali discriminate e sfruttate da altre classi privilegiate che basano i loro privilegi su tale sfruttamento significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se essere di sinistra significa pensare che la lotta di liberazione nazionale sarda sia di esclusiva prerogativa delle classi discriminate, allora non siamo di sinistra”.


“[...] Se riconoscere il diritto all’indipendenza dei popoli oppressi significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa riconoscere tale diritto ai popoli oppressi da altri stati e non a quelli oppressi dallo stato italiano, allora noi non siamo di sinistra”.


Per ragioni di spazio non citiamo gli altri dubbi amletici di Bustianu (reperibili sul sito), ma ci limitiamo a questi due, funzionali al nostro compito.


Pare scontato, ma è necessario ribadire che i marxisti sostengono il diritto all’autodecisione delle nazioni. Siamo però convinti che un popolo si autodetermina veramente quando prende per mano il proprio destino, quando la ricchezza è distribuita, quando la lotta delle classi subalterne spiana la strada per il socialismo.


Siamo veramente sicuri che l’imprenditore caseario - per citarne uno - per il fatto che subisca un’oppressione nazionale italianista (ammesso che se ne accorga) stia peggio del lavoratore di Milano, dello studente di Roma o addirittura subisca la stessa oppressione del pastore sardo che vede una bottiglia d’acqua minerale più cara di un litro di latte prodotto dalle sue pecore? C’è da chiedersi: chi è che decide il prezzo del latte?


Non negando l’esistenza dell’oppressione nazionale, difendiamo fino in fondo il diritto del popolo sardo ad esprimersi nella propria lingua, a difendere la propria cultura (difesa che altri faranno solo se funzionale al profitto) se necessario a separarsi, per libera scelta, dai confini prestabiliti (non se conviene o meno ad un manipolo di possidenti per motivi fiscali).


Tolto di mezzo il primo equivoco - e quindi riconoscendo tale diritto anche al popolo sardo - occorre ribattere sul fatto che non c’è contraddizione alcuna nel militare in un partito cosiddetto italianista.


Come sosteneva Trotskij un’organizzazione rivoluzionaria non è il prototipo dello Stato futuro; lo strumento deve essere adatto alla fabbricazione del prodotto, non deve identificarsi col prodotto stesso. Siamo per la presa di coscienza della classe operaia ovunque nel mondo e di conseguenza siamo contro la divisione del movimento dei lavoratori su basi etniche e diamo la preferenza ad un’indipendenza di classe da chi, pur appartenendo alla nazionalità oppressa, è causa dell’oppressione di chi sta in posizioni subalterne.


Infine, siamo per il socialismo a livello internazionale, perché solo su tali basi sarà possibile estirpare qualsiasi tipo di oppressione nazionale. Per questo Falcemartello è impegnata nella costruzione di una tendenza marxista a livello internazionale, dove non siano i sardi a separarsi dagli italiani ma gli uni e gli altri ad unirsi al movimento operaio internazionale.


Disobbedienza identitaria


Irs, l’altra forza presa in esame, vanta il primo indipendentista eletto nelle istituzioni ad un certo livello. Le elezioni provinciali a Sassari hanno visto l’affermazione di Sale che si è preso una rivincita rispetto a cinque anni prima, quando, in lizza con Sn, per una manciata di voti non aveva raggiunto il quorum necessario. Un’ottima affermazione personale entrambe le volte che si pone molto al di sopra dei risultati ottenuti dai suoi compagni di Sn ieri e di Irs oggi.


Potremo concentrarci sul ruolo dell’individuo e fare una sorta di 2+2 affermando che Gavino è di estrazione comunista che tuttora si dichiara di sinistra per giustificare l’incetta di voti, anche in questo caso buona parte di estrazione giovanile e di sinistra, ma così facendo non renderemmo giustizia a nessuno.


Il fatto è che Irs incarna i valori di una certa sinistra antagonista (disobbedienti) altrimenti assente in loco: l’assalto all’estetica del potere (dove a uno sfondamento delle zone rosse corrisponde la passeggiata-incursione nella Villa Certosa, residenza estiva di sua emittenza Silvio Berlusconi), la disobbedienza civile (con una chiara ispirazione alla non-violenza di matrice gandhiana), lo zapatismo, il “Governo Provvisorio” (una sorta di “Leoncavallo” o “Rebeldìa” in salsa sarda, non quello di Kerenskij) e altri clichés propri dell’area, sposati persino dal Prc stesso e dalla sua organizzazione giovanile in tempi non sospetti.


“Noi ci sentiamo parte di una sinistra mondiale di valori - così Sale all’epoca dell’European Social Forum fiorentino del 2002, nel quale i nostri uscirono ufficialmente - [...] la specificità delle nazioni senza stato sono un forte deterrente alla globalizzazione”. Un antiglobalismo che poco si distingue da quello di Sn quando sostiene che “capitalismo e comunismo sono due forme di globalizzazione”.


Una pratica che, disdegnando in entrambi i casi il carattere di classe nella lotta contro la globalizzazione capitalista, lasciando spazio solo alle “nazioni senza stato”, sempre più, giorno dopo giorno si pone in antitesi con l’ascesa della lotta di classe in America Latina e in Europa (con gli esordi in Corsica): una lotta questa che ci dimostra non solo quanto ancora sia valido e concreto l’obiettivo socialista (capace di sradicare sia l’oppressione di classe che quella nazionale), ma che ci fa vedere anche come ci si organizza, intervenendo sul conflitto reale (e non su quello simbolico e mediatico) con metodi democratici e condivisi propri del movimento operaio.


Quale via per l’indipendenza propone Irs? Il manifesto dice: “Non vogliamo distruggere altre nazioni o smantellare altri stati, men che meno quello che ci tiene oppressi: l’Italia per noi può tranquillamente continuare ad esistere e sarà un buon stato vicino con cui vivere e rapportarci in pace ed amicizia…” (cap. V del manifesto politico del movimento).


Quello italiano non è affatto uno Stato buono, né mai lo è stato e tanto meno pacifico. Come fa a non vederlo un sardo, oltretutto indipendentista?


Per quanto riguarda poi la prospettiva di una separazione a “freddo” sarebbe già metafisica se in Sardegna non si disputassero interessi fondamentali della classe dominante, figuriamoci con la quantità di basi militari italiane, Usa e Nato che si concentrano sull’isola, tale da rendere una separazione intollerabile non solo per la borghesia italiana ma per lo stesso imperialismo Usa.


Una dichiarazione di indipendenza dallo Stato italiano, che, lo ripetiamo, pacifico non è, porterebbe inevitabilmente alla repressione e al conflitto, e ciò renderebbe superate dai fatti le posizioni pacifiste e non-violente di Irs.


Per la vera liberazione della Sardegna possiamo contare solamente sul sostegno dei lavoratori del resto del mondo, compresi gli italiani, rendendoci indipendenti da quei rappresentanti delle classi agiate della Sardegna (autonomisti e non) che hanno sempre strumentalizzato la causa sarda per il proprio tornaconto.


Fonti:


http://www.sardignanatzione.it/relata_busti.htm


http://www.indipendentzia.net/acara/

 

12 Aprile 2006 
 
< Prec.   Pros. >