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Elezioni israeliane Stampa E-mail
Scritto da Francesco Merli   

Una stabilità solo apparente

Le elezioni israeliane del 28 marzo sono state presentate sulla stampa internazionale sostanzialmente come una prova di stabilità, un voto di fiducia nel successore di Ariel Sharon, Ehud Olmert. Uno sguardo meno superficiale ci consegna una fotografia della situazione politica israeliana assai più instabile.


In questa campagna elettorale Olmert ha giocato tutte le carte a sua disposizione per costruire intorno alla sua leadership un clima di mobilitazione nazionale. La questione centrale avrebbe dovuto essere, per parere pressoché unanime, “la sopravvivenza stessa di Israele”, ovvero il conflitto israelo-palestinese, la questione dei confini e il futuro della Galilea (Cisgiordania) e dei territori occupati.

Kadima non sfonda


Olmert, alla guida del nuovo partito Kadima, ha cercato di accreditarsi quale legittimo erede della politica di Sharon. Disimpegno unilaterale dalle posizioni difficilmente difendibili (come è avvenuto l’estate scorsa con lo smantellamento delle colonie a Gaza), intensificazione della politica di colonizzazione della Cisgiordania, completamento a ritmo serrato del “muro di protezione” voluto da Sharon e definizione di fatto dei confini israeliani per attuare la separazione dalla maggioranza della popolazione palestinese, da relegare in un surrogato di Stato alla mercè dell’ingombrante vicino.


Per dare credibilità alla sua capacità di ricorrere al pugno di ferro, Olmert non ha esitato il 14 marzo - in piena campagna elettorale - ad ordinare il raid conclusosi con l’assedio della prigione di Gerico (nel territorio dell’Autorità nazionale palestinese - Anp) ed il rapimento di cinque militanti palestinesi lì detenuti tra cui Ahmed Saadat, leader del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp). Questo a costo di minare definitivamente la credibilità residua del presidente palestinese Abu Mazen. Il processo a Saadat, accusato di essere il mandante dell’assassinio del ministro ultrareazionario Zeevi, doveva essere il piatto forte della campagna elettorale di Olmert.


Per inciso, il raid è stato sferrato con la complicità di Europa e Stati Uniti, che hanno ritirato i propri osservatori dalla prigione dieci minuti prima dell’attacco.


Kadima è stato accreditato nei sondaggi preelettorali di conquistare 35-40 seggi alla Knesset, in un chiaro tentativo di “pilotare” le scelte degli elettori. Il risultato di 28 seggi non può che essere considerato deludente e costringe Olmert ad un governo in coalizione con i laburisti.


Astensione record


L’operazione di “serrare le fila” intorno a Kadima è sostanzialmente fallita ed il quadro che emerge deve preoccupare non poco la classe dominante israeliana perché la nota caratteristica di queste elezioni è stata la disaffezione di massa ai soliti discorsi, un “freddo distacco” da dirigenti che pretendono dal popolo israeliano assegni in bianco per far fronte al “comune nemico”.


È la calma che precede la tempesta. La crisi israeliana, solo parzialmente attenuata dalla ripresa economica dell’ultimo anno, ha alimentato un crescente malessere e polarizzazione sociale che comincia ad esprimersi anche sul piano politico. Le condizioni di vita in questi anni sono peggiorate per la maggioranza degli israeliani e la diseguaglianza sociale è cresciuta. Vedere ancora una volta sepolta sotto la solita retorica sionista ogni aspettativa di soluzione dei problemi più stringenti ha portato al più alto astensionismo della storia israeliana. L’affluenza è stata del 63%, il 5% in meno rispetto alle elezioni del 2003.


Cresce la polarizzazione sociale


Il metro con cui la maggioranza degli israeliani ha misurato le forze politiche in campo appare ben diverso rispetto a quanto auspicato dalla classe dominante. In cima alla lista vi sono la questione salariale, le pensioni, la richiesta di maggiori protezioni sociali.


Ciò spiega il risultato al di sopra delle aspettative della vigilia del “nuovo” partito laburista, basato sulla centrale sindacale Histadrut, di cui l’attuale leader laburista Peretz era segretario fino a pochi mesi fa.


La campagna elettorale di Peretz era stata inizialmente molto attenta a costruirsi un’immagine d’inflessibile difensore dei ceti più poveri, anche se poi il Labour si è appiattito eccessivamente sul terreno voluto da Olmert, aderendo al clima di “unità nazionale”. Peretz ha escluso la possibilità di andare al governo con la destra, ma ha dato la sua disponibilità ad entrare in un coalizione con Kadima (una coalizione di centro-sinistra avrebbe una maggioranza risicata di 62 su 120 alla Knesset).


La parziale delusione per la mancata svolta del partito laburista ha concorso a creare uno spazio elettorale considerevole per altre forze politiche che sembrano porre con maggiore chiarezza la priorità di politiche sociali come il partito dei pensionati, che ha conquistato inaspettatamente 7 seggi.


A conferma della nostra analisi, una formazione considerata di sinistra come il Meretz (per la sua politica favorevole ai negoziati con i palestinesi), ma sostanzialmente liberale sul terreno economico e sociale, ha scontato una sostanziale stagnazione.


I laburisti al governo con Kadima


Il coinvolgimento al governo per l’ennesima volta dei laburisti nella versione attuale, molto più vicina ad una classica socialdemocrazia orfana della destra borghese laburista che ha seguìto compattamente Simon Peres in Kadima, rappresenta per la classe dominante israeliana allo stesso tempo una garanzia ed un’incognita in previsione di forti conflitti sociali.


La società israeliana è percorsa da notevoli tensioni che si stanno accumulando sotto la superficie e inevitabilmente porteranno all’esplosione di conflitti sociali e alla polarizzazione del quadro politico.


Più di un milione di palestinesi cittadini israeliani sono sottoposti ad una costante discriminazione. L’esistenza di una esigua borghesia palestinese “integrata” non può nascondere che i palestinesi che vivono in Israele sono di fatto cittadini di serie B e sono il settore più povero della popolazione. Non molto meglio da un punto di vista economico sta la maggioranza degli ebrei, di origine araba (i cosiddetti ebrei sefarditi), tra i quali si sta sviluppando una crescente estraneità rispetto all’establishment di origine europea. L’integrazione delle centinaia di migliaia di immigrati dall’Est europeo è sostanzialmente abortita. Sono stati usati per alimentare il flusso di coloni nei Territori occupati. Ora vengono abbandonati. Per molti di loro è stato naturale lo sbocco della milizia nella destra fondamentalista ebraica e si sentono traditi dalla politica di Sharon-Olmert che ha portato allo smantellamento delle colonie a Gaza.


La grande maggioranza degli israeliani d’altro canto è stanca del conflitto permanente provocato dal regime d’occupazione e ritiene insensata e troppo costosa la politica di colonizzazione dei territori occupati. Per questo preme in modo confuso per una svolta.


L’insieme di queste contraddizioni costituisce una ricetta finita per l’esplosione della lotta di classe in Israele. I primi ad esserne investiti saranno il sindacato ed il partito laburista. Nella misura in cui queste tensioni cresceranno, aumenterà l’instabilità all’interno del governo, fino alla sua rottura.


Il pericolo della destra religiosa


Chi esce con le ossa rotte dalle elezioni è la destra storica israeliana, mentre cresce una destra religiosa fondamentalista che potrebbe assumere in futuro chiare connotazioni fasciste.


Il principale partito della destra storica, il Likud, nonostante la virata a destra impressa da Benjamin Netanyahu (che ha impostato la campagna elettorale come se fosse un referendum contro la scelta di ritirarsi unilateralmente da Gaza) ha ottenuto solo 11 seggi, scavalcato dai 14 seggi di Yisrael Beitenu, che difende la prospettiva di epurare gli arabi dalla società israeliana ed ottiene l’appoggio di un settore decisivo dei coloni. Altri partiti della destra razzista di matrice religiosa (come il Partito nazionale religioso, l’Unione nazionale o il Fronte ebraico) che difendono varie “soluzioni finali” del problema palestinese hanno ricevuto finora un consenso elettorale trascurabile, ma possono operare indisturbati nonostante difendano molte delle posizioni razziste del disciolto partito Kach.


In passato questi gruppi di fanatici sono stati utilizzati da un settore della classe dominante per alimentare una strategia della tensione volta a deviare l’attenzione della massa della popolazione dai pressanti problemi sociali per indirizzarla contro un nemico esterno o interno.


Ricordiamo a questo proposito l’assassinio del primo ministro Rabin e la strage del 24 febbraio 1994, quando Baruch Goldstein, un fanatico seguace del partito Kach (successivamente messo fuori legge), appena giunto in Palestina da Brooklin attaccò a colpi di mitra, sotto gli occhi della polizia israeliana, la moschea di Hebron piena di gente per il venerdì del Ramadan provocando 29 morti e 150 feriti.


Nel momento in cui i dirigenti del partito laburista non fossero più in grado di controbilanciare la spinta della massa dei lavoratori per cambiare le condizioni di vita e si troveranno costretti a cavalcare le lotte, un settore della classe dominante israeliana potrebbe tentare di giocare di nuovo questa carta.

12 Aprile 2006 

 
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