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La sinistra europea, il dibattito interno, l’errore
scissionista
Dopo la vittoria elettorale dell’Unione, che prelude all’entrata del Prc
nel governo Prodi, è necessaro considerare nuovamente la situazione del partito
e le sue prospettive. Una delle prime conseguenze del voto sarà indubbiamente
un’accelerazione del processo di costruzione della “Sezione italiana della
Sinistra europea”, ossia di un’aggregazione che vedrà Rifondazione inserita
in nuova struttura alla quale parteciperanno altri soggetti politici. Questa
decisione, già assunta nel seminario tenuto a Roma il 18-19 marzo, trova nuovo
alimento nell’accelerazione che Prodi, i Ds e la Margherita vogliono imprimere
alla costruzione del Partito democratico.
Vogliamo qui brevemente ricordare la nostra critica alla costituzione della
Sinistra europea (Se), in primo luogo per le sue basi politiche volutamente e
dichiaratamente non comuniste. La piattaforma della Se, i suoi programmi e la
sua azione sono stati fin dal principio fondati non su una prospettiva di
classe, ma su un timido riformismo pacifista intriso di illusioni nell’Europa
“di pace e democratica”.
La “Sezione italiana” della Se
La formalizzazione di una nuova struttura in Italia non può che contribuire
a complicare e aggravare le difficoltà di strategia alle quali il nostro
partito andrà inevitabilmente incontro. È evidente, infatti, che al di là
delle proclamazioni la nuova struttura tenderà a porsi come ambito decisionale
alternativo a quelli di partito, che fatalmente si troveranno ad essere
tendenzialmente espropriati della propria autonomia di decisione.
Non stiamo qui a rincorrere speculazioni giornalistiche sul nome o sul
simbolo, andiamo alla sostanza del problema. Nella Se, per quanto è dato di
capire ad oggi, confluiranno forze assai ridotte dal punto di vista del
radicamento e della partecipazione organizzata. Tuttavia tali forze avranno un
peso spropositato dettato dal “metodo del consenso” che, per comune accordo,
sarà alla base delle decisioni nella nuova formazione. In sostanza non potrà
valere il principio “una testa un voto” che renderebbe schiacciante il peso
del Prc, ma varrà una estenuante trattativa di vertice, sottratta a qualsiasi
reale controllo e partecipazione della militanza.
Proviamo a fare delle ipotesi: se, ad esempio, domani il Prc ritenesse
opportuno presentare un proprio candidato indipendente in un’elezione, e le
altre forze della Se fossero dell’avviso opposto, quale percorso democratico
esisterebbe per assumere una decisione valida per tutti? E per quali vie i
militanti del Prc potrebbero far valere la propria opinione?
Altro esempio: cosa succede se domani il Prc ritiene giusto aderire o
promuovere una manifestazione e gli altri aderenti alla Se hanno una posizione
differente, quale posizione prevarrà? Oppure ognuno andrà per la sua strada
facendo finta di niente?
Si potrebbe moltiplicare a piacere questo esempio, che serve ad illustrare la
contraddizione (e per dirla tutta, l’ipocrisia) di fondo dell’intera
operazione. Si dice infatti che fra le forze coinvolte non vi sono differenze
politiche. E tuttavia, a dire dello stesso Bertinotti, una parte dei soggetti in
campo rifiuta di aderire al Prc in quanto non “gradiscono” vuoi il
sostantivo “Partito”, vuoi l’aggettivo “comunista”. Bene, saremo forse
semplicisti, ma continuiamo a ritenere che se un militante politico ritiene di
non voler stare in un partito e di non essere comunista, non abbiamo basi
sufficienti per costruire assieme una organizzazione politica. Potremo
sicuramente essere alleati in una battaglia, possiamo puntare a convincerlo in
base al dibattito e all’esperienza comune, ma è evidentemente tutt’altra
cosa che fare finta che non ci sia differenza fra chi crede che l’alternativa
socialista al capitalismo sia necessaria e chi no.
L’unico esito di questo processo non può che essere una crescente
sottrazione di autonomia decisionale e organizzativa per il Prc, senza che
peraltro ne venga alcun beneficio. La nuova struttura avrà propri organismi e
propri ambiti decisionali, i quali tenderanno fatalmente a prevaricare quelli
del Prc.
Si profila, almeno nelle intenzioni, una situazione nella quale vi sono due
partiti intersecati: l’uno, la “Sezione italiana della Se”,
prevalentemente elettoralistico e di immagine, ma con uno stretto rapporto con
le rappresentanze parlamentari; in questo primo partito, le attuali aree di
minoranza del Prc saranno poco o nulla rappresentate. Rimarrà poi il “vecchio”
partito, con le sue federazioni e i suoi circoli, sempre più marginalizzato e
depotenziato, una sorta di recinto nel quale le posizioni critiche, se lo
riterranno, saranno libere di abbaiare alla luna mentre le decisioni importanti
vengono prese altrove…
Non sfugge a nessuno come questo percorso sia strettamente vincolato all’ingresso
del Prc nel governo. L’istituzionalizzazione crescente è il primo prezzo che
paghiamo per le scelte assunte nello scorso congresso. Il problema della
prospettiva si pone.
Ci sono compagni che pongono la questione se questo processo non sia ormai
irreversibile, ossia, per dirlo apertamente, se non sia meglio abbandonare
Rifondazione e proporsi di costruire una nuova forza comunista all’esterno del
Prc. Non è sorprendente che queste posizioni stiano prendendo piede all’interno
di Progetto comunista, dal quale si stacca un pezzo che annuncia una scissione
dal Prc.
Il problema però non si limita al gruppo di Ricci e Stefanoni. Su questo
tema lo stesso Ferrando mantiene, almeno fino ad ora, un silenzio assordante,
che ci pare tanto più irresponsabile alla luce del fatto che la tentazione
scissionista è ben presente anche nella sua area.
Vogliamo rivolgere un appello chiaro in particolare a quei compagni delle
minoranze che sono oggi attraversati dal dubbio se restare o meno nel partito.
Uscire dal Prc è un grave errore, una scelta che sottrae forze militanti a un
partito che inevitabilmente sarà attraversato da forti dibattiti nei prossimi
anni. Questo è tanto più vero considerato che la crisi di prospettiva
coinvolge anche le altre minoranze interne al Prc, l’Ernesto ed Erre.
Entrambe, infatti, si trovano in una situazione fortemente contraddittoria,
chiamate inevitabilmente a gestire le scelte dell’Unione (considerata la loro
presenza nei gruppi parlamentari), ma soprattutto messe in difficoltà da un
problema di fondo: passato ormai da tempo il congresso, passate anche le
elezioni, non è più il momento dei distinguo tattici o delle proclamazioni
generali: la linea decisa al congresso di Venezia non solo è maggioritaria, ma
è pienamente operante: si può accettarla, magari tentando di condizionare
questa o quella sfumatura; oppure si può contrastarla, come noi riteniamo si
debba fare, proponendone una alternativa; le vie di mezzo condannano al rischio
della confusione politica e dello sfilacciamento organzzativo.
Il voto ha dimostrato come il Prc rimanga un punto di riferimento importante
a sinistra, e non poteva essere altrimenti. Proprio le speranze che hanno spinto
tanti a votare il partito domani saranno la leva per rimettere in discussione l’attuale
corso governista e l’abbraccio, potenzialmente devastante per il partito e per
le nostre ragioni, al governo Prodi.
Non è questo il momento di andarsene, questo è il momento in cui più che
mai bisogna essere presenti, nel partito e nelle lotte, lavorare con tenacia
affinché quelle migliaia di militanti che rimarranno inevitabilmente delusi
dall’esperienza governativa possano un domani trovare una proposta differente.
Un’alternativa alla posizione di Bertinotti è certo più che mai
necessaria; ma questa alternativa può maturare solo in connessione con la lotta
di classe, con l’esperienza che migliaia di compagni faranno nella prossima
fase.
Questo non significa che il nostro compito sia di attendere passivamente lo
sviluppo degli avvenimenti. Dobbiamo al contrario proporci con sistemacità nel
partito e fuori come punti di riferimento per un dibattito che non tarderà a
cominciare. Prodi finora può essere prodigo di belle parole e di qualche gesto
dal costo limitato, compreso il ritiro delle truppe dall’Iraq, che era
comunque stato messo in conto anche dalla destra. Ma ben presto arriveranno i
bocconi amari, e allora cominceremo a sentir dire “non è per questo che
abbiamo votato contro Berlusconi”, le mobilitazioni oggi temporanemente messe
in ombra dal processo elettorale, ricominceranno. È quello il terreno sul quale
potranno avanzare le posizioni critiche che abbiamo fin qui sostenuto e che
indubbiamente troveranno ascolto in fasce sempre più ampie del partito e fra
gli attivisti della sinistra in generale.
Sappiamo che la strada che proponiamo non è rettilinea; d’altra parte,
quando mai la lotta di classe lo è stata? Ma siamo sicuri che è l’unica
sulla quale si può costruire un dialogo fecondo con le forze migliori del Prc e
del movimento operaio e far crescere l’alternativa rivoluzionaria.
12 Aprile 2006
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