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Articolo scritto il 22/4/1939. Apparso il 9/5/1939 in “Socialist
Appeal” col titolo “The problem of the Ucraine”.
Di seguito riportiamo due articoli sull’Ucraina scritti da Trotskij 50
anni fa. lo scopo di questi scritti era chiarire quali parole d’ordine erano
più adeguate per intervenire nell’Ucraina che allora era divisa tra più
stati, anche se la maggior parte apparteneva all’URSS. Trotskij partendo dalla
constatazione che in Ucraina, anche in quella sovietica, sono cresciute a
dismisura le tendenze nazionaliste, propone con decisione lo slogan per un’Ucraina
indipendente e socialista. Spiega come l’Ucraina può unificarsi ed essere
libera solo sulla base di una rivoluzione socialista e critica chi, dicendo di
voler difendere l’URSS, non accetta il diritto dell’Ucraina a separarsi dall’URSS
stessa. La scelta di questa parola d’ordine dipende dall’analisi delle
condizioni oggettive, di quanto è grande la frustrazione delle masse ucraine
nei confronti di Mosca. Non si tratta di difendere un principio morale, ma di
trovare il percorso più facile per coinvolgere le masse ucraine nella lotta per
il socialismo evitando che cadano nella trappola del nazionalismo borghese.
La questione ucraina, che diversi governi e molti “socialisti” (e persino
molti “comunisti”) hanno cercato di dimenticare o di celare nel più
profondo ricettacolo della storia, è di nuovo all’ordine del giorno, stavolta
con forza raddoppiata. Il recente aggravarsi di questo problema è intimamente
legato alla degenerazione dell’Unione Sovietica e del Comintern, ai successi
del fascismo ed all’imminenza della prossima guerra imperialista. Messa in
croce tra quattro stati, l’Ucraina occupa attualmente la posizione che fu un
tempo della Polonia, ma con questa differenza: oggi le relazioni internazionali
sono infinitamente più tese e si evolvono a ritmo molto più accelerato. La
questione ucraina è destinata a svolgere un ruolo assai importante nel futuro
dell’Europa: non per nulla Hitler ha tanto propagandato il suo piano per la
creazione di una “Grande Ucraina”, e non per nulla ha accantonato questo
stesso problema con tanta tempestiva cautela. La Seconda Internazionale, che
esprimeva gli interessi della burocrazia e dell’aristocrazia operaia degli
stati imperialisti, ha del tutto ignorato questo problema, e nemmeno la sua ala
sinistra gli ha prestato la necessaria attenzione: basti pensare che Rosa
Luxemburg, nonostante il brillante intelletto ed il sincero spirito
rivoluzionario, definì la questione ucraina come l’invenzione di un
gruppuscolo di intellettuali. Del resto, anche nel Pc polacco una simile
posizione ha lasciato profonde tracce: la dirigenza della sezione polacca del
Comintern ha visto nella questione ucraina un mero ostacolo e non un problema
rivoluzionario, e da ciò vengono i continui tentativi opportunistici di
accantonare questo problema, di passarlo sotto silenzio o di prorogarlo ad un
futuro indefinito.
Il Partito bolscevico giunse ad una corretta messa a fuoco della questione
ucraina con difficoltà e solo gradualmente, sotto la costante pressione di
Lenin. Egli, che non faceva distinzioni aristocratiche fra i popoli e che
considerava la tendenza ad evitare o a posporre i problemi delle nazionalità
oppresse come puro sciovinismo grande-russo, aveva esteso il diritto all’autodeterminazione,
in altre parole alla separazione, agli ucraini come ai polacchi.
Preso il potere, sorse all’interno del partito un serio scontro riguardante
la risoluzione di numerosi problemi delle varie nazionalità, ereditati dalla
vecchia Russia zarista: Stalin, allora commissario del popolo per le
nazionalità, rappresentò costantemente la tendenza più centralista e
burocratica, e questo si evidenziò particolarmente proprio con la questione
della Georgia e quella dell’Ucraina. La corrispondenza su questi punti è
rimasta sinora inedita: speriamo di poter pubblicarne la piccola parte a nostra
disposizione. Ogni rigo delle lettere e delle proposte di Lenin vibra della
premura di concedere il più possibile a quei popoli che erano stati oppressi in
passato; dalle proposte e dalle dichiarazioni di Stalin, al contrario, emerge
sempre la tendenza verso il centralismo burocratico: per tutelare le “necessità
amministrative”, cioè gli interessi della burocrazia, si definivano anche le
più legittime rivendicazioni delle nazionalità oppresse come manifestazioni di
nazionalismo piccoloborghese. Questi sintomi si potevano osservare già nel
1922-23: da allora si sono sviluppati mostruosamente, ed hanno portato all’immediato
soffocamento di ogni tipo di evoluzione nazionale indipendente dei popoli dell’URSS.
Nella concezione del vecchio partito bolscevico, l’Ucraina sovietica
avrebbe dovuto divenire l’asse poderoso intorno al quale si sarebbero riunite
tutte le altre parti del popolo ucraino. Ora è indiscutibile che nel primo
periodo della sua esistenza l’Ucraina sovietica esercitò un grande potere di
attrazione anche dal punto di vista della nazionalità, e incoraggiò la lotta
degli operai, dei contadini e degli intellettuali rivoluzionari dell’Ucraina
Occidentale asservita alla Polonia; ma durante gli anni della reazione
termidoriana, la posizione dell’Ucraina Sovietica mutò radicalmente, insieme
con la valutazione della questione ucraina: quanto più profonde erano state le
speranze risvegliate, tanto più acute fu la disillusione.
Certamente la burocrazia ha oppresso e soffocato anche il popolo della Grande
Russia. Ma in Ucraina le cose sono state molto più compromesse dall’annientamento
delle speranze nazionali: le restrizioni, le purghe, la repressione e in
generale tutte le forme di persecuzione, in nessun luogo hanno assunto un
carattere così criminale come in Ucraina, nella lotta alla possente e radicata
aspirazione del popolo ucraino ad una maggiore libertà ed indipendenza. Per la
burocrazia totalitaria, l’Ucraina sovietica è diventata solo una divisione
amministrativa di un insieme economico, e una base militare dell’URSS.
Sicuramente la burocrazia stalinista erige statue a Sevcenko, ma soltanto per
schiacciare maggiormente sotto il suo peso il popolo ucraino, e per obbligarlo a
cantar laudi, nella lingua del “Kobzar”, alla banda di massacratori del
Cremlino.
Verso quelle zone dell’Ucraina attualmente al di fuori delle proprie
frontiere l’attitudine del Cremlino è oggi la stessa che ha verso tutte le
nazionalità oppresse, le colonie e le semicolonie: esse sono gli spiccioli da
spendere nei trattati internazionali con i governi imperialisti. Nel recente
XVIII congresso del “Partito comunista”, uno dei più ripugnanti rinnegati
del comunismo ucraino, Manuilski, ha chiaramente spiegato che non solamente l’URSS,
ma anche il COMINTERN (l’”alleanza-truffa” secondo l’espressione di
Stalin) non si sono mai impegnati per l’emancipazione di popoli oppressi nei
casi in cui gli oppressori non fossero nemici della cricca di Mosca. Stalin,
Dimitrov e Manuilski difendono l’India dal … Giappone, ma non dall’Inghilterra,
e sono disposti a cedere per sempre l’Ucraina Occidentale alla Polonia in
cambio di un accordo diplomatico che attualmente risulta vantaggioso per i
burocrati del Cremlino. Siamo ben lontani da quando nella loro politica non
andavano più in là di qualche accomodamento episodico. Non resta la minima
traccia della primitiva fiducia delle masse dell’Ucraina Occidentale verso il
Cremlino: dopo l’ultima “purga” in Ucraina, in Occidente non resta più
nessuno che voglia far parte di quella satrapìa del Cremlino che seguita ad
usufruire del nome di Ucraina Sovietica. Le masse operaie dell’Ucraina
Occidentale, della Bucovina, dell’Ucraina Carpatica sono in piena confusione:
dove andare? Che cosa vogliamo? Indubbiamente questa situazione favorisce le
cricche ucraine più reazionarie, che dimostrano il proprio “nazionalismo”
cercando di vendere il popolo ucraino a questo o a quell’imperialismo in
cambio di un‘indipendenza fittizia. Hitler basa la sua politica ucraina su
questa tragica confusione. Una volta abbiamo detto: se non fosse stato per
Stalin (per la nefasta politica del Comintern in Germania) non ci sarebbe nessun
Hitler. Ora possiamo aggiungere: se non fosse per la violenza fatta all’Ucraina
dalla burocrazia stalinista non ci sarebbe una politica hitleriana verso l’Ucraina
stessa.
Non ci dilungheremo ad analizzare qui i motivi che hanno spinto Hitler a
mettere da parte, almeno per ora, l’obiettivo della Grande Ucraina: devono
ricercarsi da un lato negli accordi fraudolenti stipulati dall’imperialismo
tedesco, e dall’altro nel timore di evocare un demone che potrebbe poi essere
difficile esorcizzare. Hitler ha donato l’Ucraina carpatica ai macellai
ungheresi, e ciò è stato fatto se non con l’aperta approvazione di Mosca,
almeno con la certezza che questa approvazione ci sarebbe poi stata. E’ come
se Hitler avesse detto a Stalin: “Se io stessi preparando un attacco imminente
all’Ucraina sovietica, avrei certo tenuto l’Ucraina Carpatica nelle mie mani”.
In cambio Stalin, nel XVIII Congresso, ha apertamente preso posizione in favore
di Hitler contro le calunnie delle “democrazie occidentali”. Hitler
attaccare l’Ucraina? Mai e poi mai! Combattere Hitler? Non vi è alcun motivo.
Ovviamente Stalin interpreta il regalo della Ucraina Carpatica all’Ungheria
come un atto di pace.
E questo significa che, per il Cremlino, una parte del popolo ucraino si è
realmente convertito in moneta di scambio nei suoi conteggi internazionali. La
Quarta Internazionale deve comprendere chiaramente l’enorme importanza che la
questione ucraina ha non solo per il destino dell’Europa orientale, ma per il
futuro dell’Europa intera: stiamo parlando di una nazione di ovvia importanza
come crocevia tra gli stati, che eguaglia numericamente la popolazione della
Francia, e che occupa un territorio ricchissimo e di altissima importanza
strategica.
La questione del destino dell’Ucraina si pone in tutta la sua preminenza:
è necessario porsi un obiettivo chiaro e definito che sia adatto alla nuova
situazione. A mio parere, in questo momento uno solamente è l’obiettivo
possibile: una Ucraina sovietica, unita, libera e indipendente, operaia e
contadina.
Questo programma è in aperta contraddizione, in primo luogo, con gli
interessi delle tre potenze imperialiste del settore: Polonia, Ungheria e
Romania. Solo qualche imbecille, pacifista ad oltranza, può pensare che l’indipendenza
e l’unificazione si possano ottenere con pacifici metodi diplomatici, come i
referendum, le decisioni della Società delle Nazioni, e simili. Naturalmente,
non sono affatto meglio quei “nazionalisti” che pensano di risolvere la
questione ucraina entrando al servizio di un imperialismo contro un altro:
Hitler ha dato una buona lezione a questi avventurieri regalando (ma fino a
quando?) l’Ucraina Carpatica agli ungheresi, che hanno immediatamente
sacrificato molti fedeli ucraini. Finché il problema verrà affrontato solo
dagli stati imperialisti in termini di potenza bellica, la vittoria dell’uno o
dell’altro gruppo significherà soltanto un nuovo smembramento e una
sottomissione ancora più brutale del popolo ucraino. Il programma
indipendentista per l’Ucraina, nell’età dell’imperialismo è direttamente
ed indissolubilmente legato al programma della rivoluzione proletaria, e sarebbe
criminale farsi illusioni in proposito.
Ma l’indipendenza di un’Ucraina unificata significherebbe la separazione
dell’Ucraina Sovietica dall’URSS, grideranno in coro tutti gli “amici”
del Cremlino. E che cos’ha questo di così terribile?Gli rispondiamo. Il culto
fervente delle frontiere nazionali ci è alieno. Non sosteniamo la posizione di
un insieme “unito e indivisibile”. Dopo tutto, anche la Costituzione del’URSS
riconosce ai suoi popoli federati il diritto all’autodeterminazione, ovvero
alla separazione, e neppure l’interessata aristocrazia del Cremlino si
preoccupa di negare questo principio. Almeno finché resta solo sulla carta: la
minima intenzione di porre apertamente la questione di un’Ucraina indipendente
significherebbe, infatti, l’immediata esecuzione con l’accusa di tradimento.
Ma è proprio questo spregevole sbaglio, proprio questa spietata persecuzione di
ogni libera idea nazionale che ha portato le masse lavoratrici ucraine a
considerare la dominazione del Cremlino una mostruosa oppressione, ancor di più
di quanto lo facciano le masse della Grande Russia. Con una simile situazione
interna, è naturalmente impossibile anche solo pensare che l’Ucraina
Occidentale si possa unire volontariamente all’URSS come è oggi: per questo,
l’unificazione dell’Ucraina presuppone la liberazione della cosiddetta
Ucraina Sovietica dal tallone stalinista. Anche in questo, la cricca
bonapartista raccoglierà ciò che ha seminato.
Ma tutto questo non provocherebbe un indebolimento militare dell’URSS?
Urleranno terrorizzati gli “amici” del Cremlino. Rispondiamo che sono invece
le tendenze centrifughe incontrollate, generate dalla dittatura bonapartista
ciò che causa l’indebolimento dell’URSS. In caso di guerra, l’odio delle
masse per la cricca dominante potrebbe portare alla caduta di tutte le conquiste
sociali di Ottobre. La fonte dello spirito disfattista è nel Cremlino stesso. D’altra
parte, un’Ucraina Sovietica indipendente diverrebbe, anche in contrasto coi
propri interessi, un possente baluardo a sudovest dell’URSS. Più presto si
scalzerà, si schiaccerà e si liquiderà l’attuale casta bonapartista, più
ferma sarà la difesa della Repubblica e più sicuro il suo futuro socialista.
Naturalmente un’Ucraina operaia e contadina potrà in seguito unirsi con la
Federazione Sovietica: però volontariamente e alle condizioni che riterrà essa
stessa accettabili, la qual cosa presuppone una rigenerazione rivoluzionaria
dell’URSS. La reale emancipazione del popolo ucraino è inconcepibile senza
una rivoluzione o una serie di rivoluzioni in Occidente che devono culminare con
la creazione degli Stati Uniti Sovietici d’Europa. Un’Ucraina indipendente
potrebbe, e indubbiamente lo farebbe, essere membro alla pari di questa
federazione. La rivoluzione proletaria in Europa a sua volta non lascerebbe in
piedi neanche una pietra della ripugnante struttura del bonapartismo stalinista:
in tal caso, la stretta unione degli Stati Uniti d’Europa e dell’URSS
rigenerata sarebbe inevitabile e produrrebbe infiniti vantaggi per il continente
asiatico e quello europeo, inclusa ovviamente l’Ucraina. Qui però entriamo in
questioni di secondo o terzo livello: la cosa importante è la garanzia
rivoluzionaria dell’unità e indipendenza di un’Ucraina operaia e contadina
nella lotta tanto contro l’imperialismo che contro il bonapartismo di Mosca.
L’Ucraina è particolarmente ricca ed esperta in false vie di lotta per l’emancipazione
nazionale; qui si è tentato di tutto: il piccolo-borghese Skoropadski e la
Rada, Petlura, l’”alleanza” con gli Hohenzollern e gli accordi con la
Entente. Dopo tutti questi tentativi, soltanto dei cadaveri politici possono
continuare a riporre speranze in qualcuna delle fazioni della borghesia ucraina
come dirigenza della lotta nazionale per l’indipendenza. Il proletariato
ucraino è in grado non soltanto di portare a termine il processo (che è
essenzialmente rivoluzionario) ma anche di prendere l’iniziativa di questa
operazione: il proletariato e solo il proletariato può riunire attorno a sé le
masse contadine e gli intellettuali nazionali sinceramente rivoluzionari. Al
principio dell’ultima guerra imperialista, gli ucraini Melenevski (“Basok”)
e Skoropis-Yeltujovski cercarono di porre il movimento di liberazione ucraino
sotto l’ala protettrice del generale degli Hohenzollern, Ludendorff, e per far
ciò si nascosero dietro slogan di sinistra: i marxisti rivoluzionari li
stanarono a pedate. Così dovranno comportarsi i rivoluzionari del futuro. La
guerra che si approssima creerà un’atmosfera favorevole ad ogni sorta di
avventurieri, di cacciatori di miracoli e di cercatori del Vello d’Oro: tutti
questi signori, cui piace scaldarsi le mani al tepore della questione nazionale,
non dovranno essere ammessi nei ranghi del movimento operaio in lotta. Nessun
compromesso con l’imperialismo, fascista o democratico che sia! Non la più
piccola concezione ai nazionalisti ucraini, tanto ai reazionari clericali che ai
liberali pacifisti! Niente “Fronti Popolari”! Totale indipendenza del
partito proletario come avanguardia dei lavoratori! Questa, a mio parere, è la
politica corretta nei riguardi della questione ucraina. Parlo personalmente e a
nome mio. Il problema deve essere aperto alla discussione internazionale, e i
primi ad aver il diritto di parlare sono i marxisti rivoluzionari ucraini.
Dobbiamo ascoltarli con maggiore attenzione. È meglio però che si sbrighino: c’è
poco tempo per prepararsi!
L’indipendenza dell’Ucraina e la confusione dei settari
[Pubblicato sul Socialist Appeal, il 15 e il 18 di settembre del 1939.
Trotskij risponde qui a una critica all’articolo “La questione ucraina”,
scritto il 30 luglio 1939.]
In una delle piccole pubblicazioni settarie che appaiono in America e che si
alimentano delle briciole che cadono dal tavolo della Quarta Internazionale,
ricambiandole con la più nera ingratitudine, mi sono imbattuto casualmente nell’articolo
dedicato al problema ucraino. Che confusione! Il settario autore si oppone,
naturalmente, alla parola d’ordine di una Ucraina Sovietica indipendente. È a
favore della rivoluzione mondiale e a favore del socialismo “totalmente”. Ci
accusa di ignorare gli interessi dell’Urss e di rinnegare il concetto di
rivoluzione permanente. Ci accusa di essere centristi. La critica è molto
severa, quasi implacabile. Disgraziatamente non capisce assolutamente niente (il
nome della sua pubblicazione, The Marxist, suona alquanto ironico). Ma la sua
incapacità di comprendere assume forme così definite, quasi classiche, che ci
permettono di chiarire la questione meglio e più a fondo.
Il nostro critico inizia con la seguente posizione: “Se gli operai dell’Ucraina
Sovietica abbattono lo stalinismo e ristabiliscono un autentico Stato operaio,
devono separarsi dal resto dell’Unione Sovietica? No”. E così via. “Se
gli operai abbattono lo stalinismo…” allora vedremo cosa fare chiaramente.
Ma prima bisogna abbatterlo. E per far questo non bisogna chiudere gli occhi
davanti alla crescita delle tendenze separatiste in Ucraina, ma darle un’espressione
politica corretta.
“Non [si deve] voltare le spalle all’Unione Sovietica -continua l’autore-
ma rigenerarla e rafforzarla come un potente bastione della rivoluzione
mondiale: questa è la strada del marxismo”. La tendenza reale dello sviluppo
delle masse nazionali oppresse viene sostituita dal nostro saggio con
speculazioni riguardo le strade migliori possibili per tale sviluppo. Con questo
metodo, ma con molta più logica, si potrebbe dire: “Il nostro compito non è
difendere una Unione Sovietica degenerata, ma la vittoriosa rivoluzione mondiale
che trasformerà tutto il mondo in una nuova Unione Sovietica mondiale”
eccetera. Simili aforismi non valgono niente.
Il critico ripete varie volte la mia posizione, che il destino di un’Ucraina
indipendente è indissolubilmente legato alla rivoluzione mondiale. Di questa
prospettiva generale, l’ABC per un marxista, si limita a farne una ricetta di
passività conciliatrice e nichilismo nazionale.
Il trionfo della rivoluzione proletaria su scala mondiale è il prodotto
finale di molteplici movimenti, campagne e battaglie, e non una condizione data
a priori con cui risolvere automaticamente tutti i problemi. Solamente una
posizione diretta e ferma sulla questione ucraina nelle circostanze esistenti
faciliterà l’aggruppamento delle masse piccolo borghesi e contadine dietro il
proletariato, come in Russia nel 1917. Sicuramente il nostro autore potrebbe
obiettare che in Russia prima dell’Ottobre c’era la rivoluzione borghese in
corso, invece ora abbiamo alle nostre spalle la rivoluzione socialista. Una
rivendicazione che poteva essere progressista nel 1917 è attualmente
reazionaria. Simile ragionamento, nel pieno spirito dei burocrati e dei settari,
è falso dall’inizio alla fine.
Il diritto all’autodeterminazione dei popoli è, naturalmente, un principio
democratico e non socialista. Ma i principi genuinamente democratici li appoggia
e li porta in pratica nella nostra éra solo il proletariato rivoluzionario;
proprio per questa ragione, s’intrecciano con i compiti socialisti. La decisa
lotta del Partito Bolscevico per il diritto all’autodeterminazione dei popoli
oppressi della Russia facilitò notevolmente la presa del potere da parte del
proletariato. La rivoluzione proletaria risolvendo i problemi democratici, come
quello agrario e quello nazionale, diede alla Rivoluzione Russa un carattere
combinato. Il proletariato stava affrontando già compiti socialisti, ma non
poteva elevare a quel livello i contadini e le nazionalità oppresse (in
prevalenza contadine esse stesse) che erano obbligati a risolvere i loro compiti
democratici. Da qui sorgono i compromessi storicamente ineludibili tanto nel
campo agricolo, come in quello nazionale. Nonostante i vantaggi economici dell’agricoltura
su grande scala, il governo sovietico si vide costretto a dividere i grandi
possedimenti rurali. Solo dopo vari anni poté passare alle fattorie collettive,
ed essendosi spinto troppo avanti si vide costretto, pochi anni più tardi, a
fare concessioni ai contadini consegnandogli terre private che in molti posti
tendono a inghiottire le fattorie collettive. Le tappe successive di questo
processo contraddittorio non sono ancora risolte.
La necessità di un compromesso, o meglio ancora di una serie di compromessi,
si pone in una forma simile nel campo del problema nazionale, la cui strada
segue un percorso non più lineare di quello della rivoluzione agraria. La
struttura federale della Repubblica Sovietica è un compromesso tra le
necessità centralistiche dell’economia pianificata e quelle
anticentralistiche delle nazioni che erano oppresse nel passato. Al momento
della costruzione dello Stato operaio nella forma di una Federazione, il Partito
Bolscevico sancì nella costituzione il diritto dei popoli alla separazione
completa, dimostrando così che il partito non considerava affatto che la
questione nazionale fosse risolta per sempre.
L’autore dell’articolo arguisce che i dirigenti del partito speravano di
“convincere le masse a rimanere dentro la struttura di una Repubblica
Sovietica Federale”. Questo è giusto, se la parola “convincere” non si
prende nel senso di presentare argomenti logici, ma nel senso di passare
attraverso l’esperienza di una collaborazione economica, politica e culturale.
L’agitazione astratta a favore del centralismo non ha di per sé maggior peso.
Come si è già detto, la federazione era una deviazione necessaria dal
centralismo. Si deve aggiungere inoltre che la composizione della federazione
non è in nessun modo posta a priori, per sempre. A seconda delle condizioni
oggettive, una federazione può evolvere verso un maggiore centralismo, o al
contrario, verso una maggiore indipendenza delle sue parti nazionali.
Politicamente non si tratta se è vantaggioso “in generale” per vari popoli
convivere nei confini di uno stato, ma se una nazione in particolare trova
vantaggioso, sulla base della propria esperienza, aderire ad un determinato
stato.
In altre parole: qual è, in queste circostanze, la tendenza che predomina
sul compromesso del regime federativo, la centrifuga o la centripeta? O per
essere più concreti: sono riusciti o no Stalin e i suoi satrapi ucraini a
convincere le masse ucraine della superiorità del centralismo di Mosca sull’indipendenza
dell’Ucraina? Questa domanda è di importanza decisiva. Purtroppo il nostro
autore neanche sospetta della sua esistenza.
Vogliono le grandi masse del popolo ucraino separarsi dall’Urss? A prima
vista sembrerebbe difficile rispondere a questa domanda, in quanto il popolo
ucraino, come altri dell’Urss, è privato della possibilità di esprimere la
propria volontà. Ma la stessa origine del regime totalitario e l’intensificazione
della sua brutalità, soprattutto in Ucraina, provano che la vera volontà delle
masse ucraine è completamente ostile alla burocrazia sovietica. Non mancano
prove evidenti che l’origine di quest’ostilità è la soppressione dell’indipendenza
ucraina. Le tendenze nazionaliste scoppiarono violentemente nel periodo tra il
1917 e il 1919. Il Partito Borotba è stata l’espressione di sinistra di
queste tendenze.(1)
L’indicatore più importante del successo della politica leninista è stata
la fusione del Partito Bolscevico Ucraino con l’organizzazione dei borotbisti.
Durante il decennio successivo, invece, ci fu una vera rottura con il gruppo
Borotba, e i suoi dirigenti furono perseguitati. Skripnik(2), bolscevico della
Vecchia Guardia, uno stalinista puro, è stato portato al suicidio per un’ipotetica
tolleranza eccessiva delle tendenze nazionalistiche.
Il vero “organizzatore ” di questo suicidio è stato l’emissario
stalinista Postishev(3), che poi rimase in Ucraina quale rappresentante della
politica centralista di Mosca.
Ora lo stesso Postishev è caduto in disgrazia. I fatti sono profondamente
sintomatici, in quanto rivelano quanta forza ci sia dietro la pressione dell’opposizione
nazionalista alla burocrazia. In nessun altro posto le purghe e la repressione
hanno assunto un carattere così selvaggio e massiccio come in Ucraina.
La decisa presa di distanza degli elementi democratici ucraini dell’Unione
Sovietica è di enorme importanza politica. Quando il problema ucraino si
aggravò all’inizio di quest’anno, non si sono sentite per niente le voci
dei comunisti, ma quelle dei clericali e dei socialisti nazionalisti erano
abbastanza forti. Questo significa che l’avanguardia proletaria ha lasciato
che il movimento nazionale ucraino gli sfuggisse dalle mani e si spingesse molto
avanti sulla strada del separatismo. Infine è anche abbastanza rilevante lo
stato d’animo che predomina tra gli emigrati nel continente americano. Per
esempio in Canada, dove gli ucraini costituivano il grosso del Partito
Comunista, nel 1933 è cominciato, secondo quanto mi ha informato un esponente
di spicco del movimento, un rilevante esodo degli operai e dei contadini ucraini
dalle fila del comunismo, cadendo nell’apatia o in diversi tipi di
nazionalismo. L’insieme di questi sintomi e di fatti testimonia
irrefutabilmente il crescente rafforzamento delle tendenze separatiste tra le
masse ucraine.
Questo è l’elemento che sta alla base dell’intero problema. Dimostra che
nonostante il gigantesco passo avanti compiuto dalla Rivoluzione d’Ottobre nel
campo delle relazioni nazionali, la rivoluzione proletaria isolata in un paese
arretrato si è dimostrata incapace di risolvere il problema nazionale, in
special modo quello ucraino, che è, nella sua essenza, di carattere
internazionale. La reazione termidoriana, che ha portato alla burocrazia
bonapartista, ha fatto arretrare le masse anche nel campo nazionale. Le grandi
masse del popolo ucraino non sono soddisfatte della propria sorte come nazione e
vogliono cambiarla drasticamente. Il politico rivoluzionario, a differenza del
burocrate e del settario, deve prendere questo fatto come punto di partenza.
Se il nostro critico fosse capace di pensare politicamente, si sarebbe
ricordato senza grosse difficoltà degli argomenti degli stalinisti contro la
parola d’ordine di un’Ucraina indipendente: “…nega la posizione della
difesa dell’Unione Sovietica”, “rompe l’unità delle masse
rivoluzionarie”, “non serve agli interessi della rivoluzione ma a quelli
dell’imperialismo”. In altre parole, gli stalinisti ripeterebbero i tre
argomenti del nostro autore. Lo faranno indubbiamente anche domani. La
burocrazia del Cremlino dice alla donna sovietica: siccome c’è il socialismo
nel nostro paese, devi essere felice nell’Urss e smettere di fare aborti (o
subisci il castigo). Agli ucraini dice: siccome la rivoluzione socialista ha
già risolto la questione nazionale, il vostro dovere è di essere felici nell’Urss
e rinunciare a qualsiasi idea di separazione (o affrontate il plotone di
fucilazione).
Cosa dice un rivoluzionario alla donna? “Deve decidere da sola se desidera
avere un figlio; io difenderò il suo diritto all’aborto contro la polizia del
Cremlino.” Al popolo ucraino dice: “Quello che mi interessa è il vostro
atteggiamento nei confronti della vostra sorte nazionale e non i sofismi ‘socialisti’
della polizia del Cremlino; io appoggerò la vostra lotta per l’indipendenza
con tutte le mie forze!”.
I settari, come spesso succede, si trovano dalla parte della polizia, mentre
proteggono lo status quo, ossia la violenza poliziesca, attraverso una sterile
speculazione riguardo i vantaggi dell’unificazione socialista delle nazioni
invece della loro divisione. Certamente la separazione dell’Ucraina è
svantaggiosa nei confronti di una federazione socialista volontaria ed
egualitaria; ma sarebbe positiva se paragonata allo strangolamento burocratico
del popolo ucraino. Per continuare insieme più compattamente e più
onestamente, a volte è necessario prima separarsi. Lenin amava citare il fatto
che le relazioni tra gli operai svedesi e norvegesi migliorarono e si fecero
più stretti dopo che si ruppe l’unificazione conflittuale di Svezia e
Norvegia.
Dobbiamo partire da fatti e non da principi ideali. La reazione termidoriana
dell’Urss, la sconfitta di varie rivoluzioni, le vittorie del fascismo -che
sta aggiustando a suo modo la mappa dell’Europa- si devono pagare in contanti
in tutti gli ambiti, incluso nella questione ucraina. Se ignoreremo la
situazione determinata dalle sconfitte, se pretenderemo che non sia successo
niente di straordinario, e se contrapponeremo astrazioni familiari a fatti
sgradevoli, potremmo di sicuro dare alla reazione le possibilità di una
rivincita in un futuro più o meno immediato.
Il nostro autore interpreta la rivendicazione di una Ucraina indipendente
così: “Prima di tutto l’Ucraina Sovietica deve rendersi indipendente dal
resto dell’Unione Sovietica,dopo avremo la rivoluzione proletaria e la
unificazione del resto dell’Ucraina”. Ma, come ci può essere una
separazione senza prima una rivoluzione? L’autore cade in un circolo vizioso,
e la parola d’ordine di un’Ucraina indipendente insieme alla “logica
difettosa” di Trotskij rimane completamente screditata. In realtà questa
peculiare logica -“prima” e “dopo”- non è altro che un esempio
flagrante di pensiero scolastico. Il nostro sventurato critico non sospetta
neanche che i processi storici possono accadere non solo “prima” e “dopo”
ma anche parallelamente, influenzarsi [a vicenda], avere un’accelerazione o un
ritardo mutui, e che il compito dei politici rivoluzionari consiste propriamente
nell’accelerare l’azione e la reazione reciproca dei processi progressivi.
La parola d’ordine di una Ucraina indipendente mira a colpire al cuore la
burocrazia di Mosca e permette all’avanguardia proletaria di trascinare le
masse contadine. Dall’altra parte, la stessa rivendicazione apre al partito
proletario la possibilità di giocare un ruolo dirigente nel movimento nazionale
ucraino di Polonia, Romania e Ungheria. Entrambi i processi politici daranno un
impulso in avanti al movimento rivoluzionario e aumenteranno il peso specifico
dell’avanguardia proletaria.
La mia posizione sul fatto che gli operai e i contadini dell’Ucraina
Occidentale (Polonia) non vogliono unirsi all’Unione Sovietica tale come è
costituita e del fatto che è un argomento in più a favore dell’indipendenza
dell’Ucraina, il nostro saggio la elude con l’affermazione che, anche se
fosse questo il loro desiderio, non dovrebbero unirsi all’Unione Sovietica
perché potrebbero farlo appena “dopo la rivoluzione proletaria in Ucraina
Occidentale” (ovviamente Polonia). In altre parole: adesso la separazione dell’Ucraina
è impossibile, e dopo il trionfo della rivoluzione sarebbe reazionaria. Un
ritornello vecchio e conosciuto!
Luxemburg, Bucharin, Piatakov e molti altri hanno usato la stessa
argomentazione contro il programma dell’autodeterminazione nazionale: sotto il
capitalismo è utopico, sotto il socialismo è reazionario. L’argomentazione
è falsa fino al midollo perché ignora il momento della rivoluzione sociale e i
suoi compiti. È certo che sotto il dominio dell’imperialismo è impossibile
un’indipendenza genuinamente stabile e ferma delle nazioni piccole e medie. È
anche certo che con un socialismo totalmente sviluppato, ossia con la
progressiva dissoluzione dello Stato, il problema dei confini nazionali
scomparirà. Ma tra i due fatti -il presente e il completo socialismo- sono
compresi quei decenni nel corso dei quali ci prepariamo a realizzare il nostro
programma. La rivendicazione di un’Ucraina Sovietica indipendente è di
principale importanza per la mobilitazione delle masse e per la loro educazione
nel periodo di transizione.
I settari semplicemente ignorano che la lotta nazionale, una delle forme più
labirintiche e complesse ma allo stesso tempo più importanti della lotta di
classe, non si può eliminare con vaghi riferimenti alla futura rivoluzione
mondiale. Avendo distolto gli occhi dall’Urss, e mancando di appoggio e di
direzione da parte del proletariato internazionale, le masse piccolo borghesi e
anche proletarie dell’Ucraina Occidentale sono candidate sicure della
demagogia reazionaria. Indubbiamente nell’Ucraina Sovietica avvengono processi
simili, solo che sono più difficili vederli allo scoperto. La rivendicazione
dell’Ucraina indipendente, sostenuta da tempo dall’avanguardia proletaria,
porterà inevitabilmente a una stratificazione della piccola borghesia, e
faciliterà l’alleanza dei suoi strati più bassi con il proletariato. Solo
così si può preparare la rivoluzione proletaria.
“Se gli operai portano a termine una rivoluzione vittoriosa in Ucraina
Occidentale -insiste l’autore- la nostra strategia sarebbe allora di
rivendicare che l’Ucraina Sovietica si separi e si unisca alla sua parte
occidentale? Al contrario.” Quest’affermazione chiarisce fino in fondo la
“nostra strategia”. Un’altra volta ascoltiamo la stessa cantilena: “Se
gli operai portano a termine…” I settari si accontentano di una deduzione
logica partendo da una rivoluzione ipoteticamente già riuscita. Ma per un
rivoluzionario la cosa essenziale è proprio come aprire la strada alla
rivoluzione, come facilitare alle masse l’avvicinamento della rivoluzione,
come avvicinare il momento della rivoluzione, come assicurarsi il suo trionfo.
“Se gli operai portano a termine”, una rivoluzione vittoriosa, certamente
che tutto andrà bene. Ma proprio adesso non c’è nessuna rivoluzione
vittoriosa, [ma] c’è una reazione vittoriosa.
Quello è il compito: cercare il ponte che permette di passare dalla reazione
alla rivoluzione. Detto di passaggio, quello è il senso di tutto il nostro
programma di transizione (L’agonia mortale del capitalismo e i compiti della
Quarta Internazionale). Importa poco se i settari di ogni genere non riescono a
comprendere il significato. Lavorano con astrazioni: un’astrazione di
imperialismo e un’astrazione della rivoluzione socialista. Il problema della
transizione dall’autentico imperialismo all’autentica rivoluzione, il
problema di come mobilitare le masse per la conquista del potere in una
situazione storica data, continua ad essere per questi sterili sapientoni un
libro sigillato con sette sigilli.
Ammucchiando in modo indiscriminato tremende accuse, il nostro critico
dichiara che la parola d’ordine di un’Ucraina indipendente serve agli
interessi degli imperialisti (!) e degli stalinisti (!) perché “nega
completamente la posizione della difesa dell’Unione Sovietica”. Non si
capisce perché compaiano tirati per i capelli, “gli interessi degli
stalinisti”. Ma limitiamoci alla questione della difesa dell’Urss. Un’Ucraina
indipendente minaccerebbe questa difesa solamente se fosse ostile non solo alla
burocrazia, ma anche all’Urss. Nel caso si compisse questa premessa
(ovviamente falsa), come può chiedere un socialista che si trattenga un’Ucraina
ostile dentro i confini dell’Urss? O la domanda ingloba solo il periodo della
rivoluzione nazionale?
Apparentemente il nostro critico ha riconosciuto l’inevitabilità di una
rivoluzione politica contro la burocrazia bonapartista. Nonostante ciò, come
ogni rivoluzione comporta indubbiamente qualche rischio dal punto di vista della
difesa. Che fare? Se il nostro critico avesse realmente pensato al problema,
avrebbe risposto che quel pericolo è un rischio storico ineludibile che non
può evitarsi, perché sotto il dominio della burocrazia bonapartista l’Urss
è condannata. Lo stesso ragionamento è applicabile all’insurrezione
rivoluzionaria nazionale, che non è altra cosa che una parte della rivoluzione
politica.
Occorre evidenziare che l’argomento più serio contro l’indipendenza non
passa neanche per la testa del nostro critico. L’economia dell’Ucraina
Sovietica rientra in un piano. La sua separazione minaccia la rottura di quel
piano e la riduzione delle forze produttive. Ma neanche tale argomento è
decisivo. Un piano economico non è qualcosa di sacro. Se gli stati nazionali di
una federazione, nonostante il piano unificato, vanno ognuno per conto proprio,
ciò vuol dire che il piano non li soddisfa. Un piano è opera degli uomini. Si
può rifare conformemente alle nuove frontiere. Nella misura in cui quel piano
sia vantaggioso per l’Ucraina, lei stessa vorrà, e saprà, come arrivare all’accordo
economico necessario con l’Unione Sovietica, come anche stipulare la
necessaria alleanza militare.
Per di più è inammissibile scordarsi che il saccheggio e il dominio
arbitrario della burocrazia formano parte del piano economico attuale, che porta
via un forte bottino dall’Ucraina. Il piano dev’essere controllato
drasticamente, tutto e in primo luogo in questo aspetto. La decadente casta
dominante sta distruggendo sistematicamente l’economia, l’esercito e la
cultura del paese. Sta annichilendo il fior fiore della sua popolazione e sta
preparando il terreno per la sua catastrofe. L’eredità della rivoluzione si
può solo salvare con un rovesciamento. Quanto più decisa e risoluta sarà la
politica dell’avanguardia proletaria riguardo la questione nazionale tra le
altre [questioni], più successo avrà il rovesciamento rivoluzionario e minore
[sarà] il suo costo.
La parola d’ordine di un’Ucraina indipendente non significa che rimarrà
isolata per sempre, ma che potrà determinare nuovamente da sola e secondo la
propria libera volontà quali saranno i suoi rapporti con il resto dell’Unione
Sovietica e con i suoi vicini occidentali. Consideriamo una variante ipotetica
favorevole al nostro critico: la rivoluzione avviene simultaneamente in tutta l’Unione
Sovietica. Il polipo burocratico è strangolato e messo da parte. Il congresso
costituente dei soviet è all’ordine del giorno.
L’Ucraina esprime il suo desiderio di ridefinire le sue relazioni con l’Urss.
Perfino il nostro critico, speriamo, sarà pronto a concederle questo diritto.
Ma per determinare liberamente le proprie relazioni con le altre repubbliche
sovietiche, per avere il diritto di dire di sì o di no, le si deve ridare una
totale libertà di azione, almeno durante la durata del suo periodo costituente.
Per [definire] questo [processo] non c’è altro nome che indipendenza statale.
Adesso supponiamo che la rivoluzione coinvolga anche la Polonia, la Romania e
l’Ungheria. Ogni settore del popolo ucraino viene liberato ed entra nei
negoziati per unirsi all’Unione Sovietica. Allo stesso tempo esprime il
desiderio di avere voce in capitolo sulla questione delle relazioni tra l’Ucraina
unificata e l’Unione Sovietica, con la Polonia Sovietica, ecc…
È evidente che per decidere su ognuna di queste questioni sarà necessario
convocare l’Assemblea Costituente dell’Ucraina unificata. Ma una Costituente
implica uno Stato indipendente che si prepara a determinare il suo regime
interno e la sua posizione internazionale.
Si può supporre con una certa proprietà che nel caso che trionfi la
rivoluzione mondiale, la tendenza all’unità acquisterà una forza enorme, e
che tutte le repubbliche sovietiche troveranno le forme adeguate di alleanza e
di collaborazione. Si potrebbe arrivare a questa meta se tutti i legami
conflittuali, e di conseguenza le vecchie frontiere, saranno distrutti
totalmente, solo se ognuna delle parti contrastanti è totalmente indipendente.
Per accelerare e facilitare questo processo, per rendere possibile una genuina
fratellanza tra i popoli nel futuro, gli operai dell’avanguardia della Grande
Russia devono comprendere fin d’ora le cause del separatismo ucraino, così
come il potere latente e il diritto storico che lo sostengono, e deve annunciare
senza riserve al popolo ucraino che sono pronti ad appoggiare con tutte le loro
forze la parola d’ordine di un’Ucraina Sovietica indipendente, in una lotta
congiunta contro la burocrazia autocratica e contro l’imperialismo.
I nazionalisti piccolo borghesi ucraini considerano corretta la parola d’ordine
di un’Ucraina indipendente. Ma fanno obiezioni se si lega tale rivendicazione
con la rivoluzione proletaria. Vogliono un’Ucraina democratica indipendente e
non un’Ucraina Sovietica. È necessario entrare qui in un’analisi più
dettagliata della questione in quanto non si tratta solo dell’Ucraina, ma
anche della valutazione generale di un’epoca, che varie volte abbiamo
analizzato. Evidenzieremo solamente gli aspetti più importanti.
La democrazia sta degenerando e sta morendo perfino nei suoi centri
metropolitani. Solo gli imperi coloniali più ricchi o i paesi borghesi
particolarmente privilegiati possono mantenere ancora oggi un regime
democratico, ma anche lì sono in decadenza. Non c’è nessun valido motivo per
supporre che un’Ucraina povera e arretrata potrà dar vita e potrà mantenere
un regime democratico. Inoltre l’indipendenza dell’Ucraina non avrà lunga
vita in un sistema imperialista. L’esempio della Cecoslovacchia è abbastanza
eloquente. Mentre saranno in vigore le leggi dell’imperialismo, la sorte delle
piccole e medie nazioni continuerà ad essere instabile. Solo la rivoluzione
proletaria potrà abbattere l’imperialismo.
La parte più grossa della nazione ucraina è rappresentata ora dalla Ucraina
Sovietica. Lo sviluppo dell’industria vi ha creato un potente proletariato
puramente ucraino. Esso è destinato a diventare il leader del popolo ucraino in
tutte le sue future lotte. Il proletariato ucraino vuole sottrarsi alle grinfie
della burocrazia. La rivendicazione di un’Ucraina democratica è possibile
storicamente. Ma il suo unico scopo è consolare gli intellettuali piccolo
borghesi. Non unirà le masse. E senza le masse è impossibile l’emancipazione
e l’unificazione dell’Ucraina. Il nostro severo critico ci scaglia il
termine “centrismo” a ogni passo. Secondo lui tutto l’articolo è scritto
per smascherare il nostro “centrismo”. Ma non fa nessun tentativo di
dimostrare in cosa consiste esattamente il “centrismo” della rivendicazione
di un’Ucraina Sovietica indipendente. Sicuramente non è un compito facile.
Il nome centrismo si dà a una politica che è nella sua essenza opportunista
e che cerca di apparire rivoluzionaria nella forma. L’opportunismo consiste in
un adattamento passivo alla classe dominante e al suo regime, a ciò che esiste
già, incluso anche le frontiere nazionali. Il centrismo condivide quest’aspetto
fondamentale dell’opportunismo, ma per adattarsi al malcontento degli operai
lo ricoprono di commenti di sinistra.
Se partiamo da questa definizione scientifica, risulterà che la posizione
del nostro sventurato critico è in parte e nell’insieme centrista. Prende
come spunto i limiti specifici (accidentali dal punto di vista della politica
nazionale e rivoluzionaria) che dividono le nazioni, come se fossero qualcosa di
immutabile. La rivoluzione mondiale, che per lui non è una realtà vivente ma l’incantesimo
di uno stregone, deve accettare quei limiti come punto di partenza.
Non si preoccupa minimamente delle tendenze centrifughe nazionaliste che
possono indirizzarsi verso la reazione o verso la rivoluzione. Violano il loro
pigro schema amministrativo costruito sul modello del “prima” e “dopo”.
Fugge dalla lotta per l’indipendenza nazionale contro l’oppressione
burocratica e si rifugia nelle speculazioni riguardo la superiorità dell’unità
socialista. In altre parole: la sua politica (se si può chiamare politica i
commenti scolastici sulla politica degli altri) contiene i tratti più nefasti
del centrismo.
Il settario è un opportunista che ha paura di se stesso. Nel settarismo l’opportunismo
(centrismo) rimane incapsulato nella sua fase iniziale, come un bocciolo. Poi si
apre per un terzo, per metà e a volte anche di più. Abbiamo allora una
peculiare combinazione di settarismo e centrismo (Vereecken), o di settarismo
con un poco di opportunismo (Sneevliet). Ma ci sono casi in cui marcisce senza
fiorire (Oehler). Se non sbaglio, Oehler dirige The Marxist.(4)
(1) - Il Partito Borotba (Lotta) dell’Ucraina agì tra il 1918 e il 1920,
fin quando si unì al Partito Comunista Ucraino. A metà degli anni Venti la
direzione del Pc era occupata dagli ex-borotbisti e portò avanti una politica
di ucrainizzazione fino a verso la fine del decennio, cioè quando gli
stalinisti si schierarono contro questa politica e cacciarono dalla direzione i
borotbisti. La maggior parte di loro morirono nelle purghe degli anni ‘30
(2) - Nicolai A. Skripnik (1872-1933) si unì alla socialdemocrazia russa nel
1897. Dopo la rivoluzione di Ottobre fu più volte commissario degli affari
interni e dell’educazione della Repubblica Socialista dell’Ucraina e fu
membro del CC del Partito Comunista Ucraino.
(3) - Pavel P. Postishev (1888-1940) è stato membro della Vecchia Guardia
Bolscevica, ha fatto parte dell’Ufficio Politico nel 1926 ed è stato
segretario del Partito Comunista di Ucraina. È stato arrestato e giustiziato
nel 1938.
(4) - Georges Vereecken rappresentava una tendenza settaria all’interno
della sezione belga del movimento trotskista. Henricus Sneevliet (1883-1942) è
stato uno dei fondatori del Partito Comunista d’Olanda e d’Indonesia. Si
separò da questo nel 1927 e nel 1933 il suo gruppo si unì al movimento a
favore della Quarta Internazionale. È stato uno dei firmatari del primo appello
pubblico per una nuova internazionale. Nonostante ciò ruppe con questa nel 1938
per differenze sulla politica sindacale e sulla Guerra Civile Spagnola. Ugo
Oehler capeggiava una frazione settaria del Workers Party degli Usa, che si
opponeva alla sua entrata nel Partito Socialista come forma per conquistare la
crescente ala sinistra che si stava formando in quel partito. Lui e il suo
gruppo vennero espulsi nel 1935 per violazione della disciplina di partito.
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