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La questione dell’Irlanda del Nord è da sempre in primo piano per molti
attivisti di sinistra e del movimento operaio italiano. L’oppressione
plurisecolare dell’imperialismo inglese sull’isola, le migliaia di morti
degli ultimi trent’anni, l’ennesimo processo di pace che sta andando in
fumo, pongono interrogativi cui cercheremo di fornire una risposta in questo
scritto.
Le origini
La colonizzazione inglese ebbe inizio nel XII secolo, ma l’occupazione vera
dell’isola, attraverso guerre di sterminio e il trapianto di coloni inglesi e
scozzesi in Irlanda, occuperà in realtà tutto il XVI e il XVII secolo. Se nel
1641 i cattolici detengono il 59% delle terre irlandesi, nel 1714 ne
possiederanno solo il 7%. I contadini, scacciati dalle loro terre, soprattutto
nel nord est (Ulster) e nel sud est, furono costretti a spostarsi nelle contee
più occidentali e vennero sostituiti con i coloni della Gran Bretagna.
La creazione di questa nuova base protestante doveva servire a formare una
minoranza artificiale, leale alla monarchia britannica. L’intera strategia
dell’imperialismo britannico si basava e si baserà sulla politica del “divide
et impera”, cioè “dividi e comanda”.
All’inizio del Settecento, dopo il definitivo trionfo della monarchia
inglese, la maggioranza della popolazione irlandese fu colpita da una serie di
dure leggi restrittive. Queste stabilivano che un cattolico non potesse
ricoprire incarichi pubblici, votare, arruolarsi nell’esercito e, soprattutto,
comprare appezzamenti di terreno. L’effetto di queste misure, e di tutte le
altre prese dall’imperialismo inglese che aveva come religione di Stato l’anglicanesimo,
nei secoli a venire, fu quello di portare la massa della popolazione ad
identificarsi con la religione cattolica come sinonimo d’identità nazionale.
L’Irlanda doveva rimanere una colonia ad economia quasi esclusivamente
agricola, una riserva alimentare per lo sviluppo industriale della Gran
Bretagna. Lenin descrisse così questo processo:
La Gran Bretagna deve il suo brillante sviluppo economico e la prosperità
della sua industria in larga misura al trattamento cui ha sottoposto i contadini
irlandesi, trattamento che ricorda i crimini della Saltycika, proprietaria di
servi della gleba in Russia.
L’Inghilterra prosperava, mentre l’Irlanda deperiva e continuava ad
essere un paese puramente agricolo, arretrato e semiselvaggio, un paese di
miseri contadini fittavoli.
(Marx Opere, vol. 20, pag. 137, Editori Riuniti, 1966).
Contro una simile dominazione, rivolte periodiche erano inevitabili.
Nel 1798, sotto l’effetto della rivoluzione francese e di quella americana,
scoppiava la rivolta degli United Irishmen (Irlandesi uniti), guidata dal
giovane protestante Wolfe Tone. La lotta contro l’oppressione inglese aveva
riunito assieme la piccola borghesia di Belfast e i piccoli proprietari delle
contee di Antrim e Down, protestanti, con i contadini di Connaught e Wexford,
cattolici.
Fin dall’inizio la rivolta fu però contrassegnata da tradimenti,
confusione e disorganizzazione, elementi che, combinati con la repressione
inglese, la condussero verso un esito tragico.
La sconfitta degli United Irishmen non era tuttavia casuale. Rifletteva l’atteggiamento
delle diverse classi coinvolte e l’assenza di una borghesia, con una forza
consistente, che volesse veramente lottare per l’indipendenza. Solo nel nord
esisteva una borghesia nascente capace di giocare un ruolo rilevante, grazie al
grande sviluppo dell’industria manifatturiera, ma essa era legata a doppio
filo alla Gran Bretagna. Nel resto del paese la classe capitalista era troppo
timida e debole per assumersi la direzione della lotta. Guardava alla Francia
perché venisse a “liberarla”. Le classi più elevate erano talmente
intimidite dal fatto che le tendenze più radicali dei contadini e delle classi
meno abbienti prendessero il sopravvento, che preferivano a ciò la dominazione
straniera. Dal 1798 in poi la borghesia irlandese sosterrà sempre più
apertamente la repressione dei movimenti di massa.
Nel 1801 l’Atto d’Unione unificherà Irlanda e Inghilterra in un solo
regno, diretta conseguenza della sconfitta di tre anni prima. Uno dei suoi
effetti fu l’abolizione delle tariffe protettive votate dal parlamento
irlandese, che determinò l’atrofia delle nascenti industrie dell’isola. L’attività
produttiva fu limitata alla sola agricoltura. Allo stesso tempo si
approfondivano le divisioni settarie, con l’istituzione dell’Orange Order,
un’organizzazione reazionaria protestante esistente ancora oggi.
L’unione realizzò un sistema di sfruttamento da parte dei latifondisti e
degli intermediari che combinava gli aspetti peggiori dello sfruttamento
capitalista con l’appropriazione, grazie a metodi semifeudali, del surplus e
spesso dell’indispensabile per vivere. Con la rivoluzione agraria, dalla metà
del secolo scorso in poi, i proprietari terrieri si rifiutarono di dare in
affitto i piccoli appezzamenti di terra per sostituirvi il pascolo, attuando
estese operazioni di sfratto dei contadini.
Tra il 1855 e il 1866 un milione di irlandesi, emigrati o defunti, furono
sostituiti con un milione di capi di bestiame.
Marx ed Engels
Marx ed Engels analizzarono approfonditamente le vicende irlandesi e videro
nel movimento di liberazione nazionale una grande forza progressista. Ammiravano
le tradizioni di lotta degli irlandesi, ma allo stesso tempo erano perfettamente
coscienti dei loro lati deboli e della loro eterogenea composizione di classe. L’opposizione
liberale della piccola borghesia urbana, capitanata da elementi come Daniel O’Connell,
suscitava spesso in loro critiche severe, per il suo desiderio di giungere a
compromessi con le classi dominanti inglesi, i suoi appelli alla moderazione, il
suo timore di lasciare via libera alle energie rivoluzionarie del popolo.
Le simpatie dei due andavano a un’ala più radicale, orientata verso la
liberazione rivoluzionaria dell’isola, che esprimeva nei suoi programmi le
istanze della popolazione. Disapprovavano però, in movimenti come quello
Feniano, dominante fra i ceti popolari, la tattica delle congiure
avventuristiche e degli attentati terroristici nonché il loro rifiuto di
stabilire contatti con il movimento operaio inglese.
Per quei signori il movimento operaio è pura eresia, e il contadino
irlandese non deve sapere che gli operai socialisti sono i suoi unici alleati in
Europa,
(Engels a Marx, “L’Irlanda e la questione irlandese”, pag. 269, Ediz.
Progress, 1975).
Il loro programma si basava sul riconoscimento del diritto all’autodeterminazione
del popolo irlandese al pari di tutti gli altri popoli oppressi. Richiedevano l’abolizione
dell’atto di unione e l’indipendenza per l’Irlanda. Questi punti avrebbero
dovuto essere le parole d’ordine dello stesso movimento operaio inglese. L’indipendenza
avrebbe, infatti, aiutato anche la classe operaia britannica, in quanto l’oppressione
coloniale aumentava il potere della classe dominante sfruttatrice.
Per accelerare lo sviluppo sociale d’Europa, è necessario operare per la
catastrofe dell’Inghilterra ufficiale. A questo fine, bisogna attaccarla in
Irlanda. È questa il suo punto vulnerabile. Perduta l’Irlanda, è l’“Impero”
britannico a crollare, e la lotta di classe in Inghilterra, fino ad oggi
sonnolenta e cronica, assumerà forme acute.
(Marx a Paul e Laura Lafargue, op. cit., pag. 275).
Marx ed Engels non escludevano una successiva, volontaria e libera
Federazione delle due isole, ma sulla base di un diverso sistema economico, un
sistema socialista. Sul finire del secolo si definivano quindi due tendenze.
Una, quella dei borghesi liberali, che si accontentava delle riforme che la
Corona concedeva come sottoprodotto della lotta per la liberazione nazionale, e
che non collegava la liberazione dell’Irlanda alla fine dell’opposizione di
classe; a questo proposito il parlamento inglese aveva votato una serie di leggi
sulla proprietà della terra che permettevano l’acquisto ai fittavoli
irlandesi e sembrava orientato a concedere l’Home Rule, cioè l’istituzione
di un parlamento irlandese che avesse il potere di legiferare sulle questione
interne all’isola.
L’altra legava la lotta per l’autodeterminazione ad obiettivi
rivoluzionari e si basava sul nascente proletariato urbano.
La classe operaia entra in scena
Nel 1907 James Larkin arrivò a Belfast da Liverpool per organizzare il
Sindacato dei Portuali. Nel luglio cominciò uno sciopero di 500 portuali, che
in seguito si estese ad altri settori, per rivendicare aumenti salariali e il
riconoscimento dei diritti sindacali, ottenendo una vittoria parziale.
Lavoratori protestanti e cattolici scendevano in lotta assieme. Gli interessi di
classe si dimostrarono più forti delle divisioni religiose.
Gli anni tra il 1907 e il 1914 furono anni di ascesa della lotta di classe,
in Inghilterra come in Irlanda. Il Sindacato irlandese dei trasporti (Itgwu),
fondato da Larkin, che raggruppava anche lavoratori di altri settori, passò da
4.000 membri nel 1911 a 300.000 nel 1913.
In quello stesso anno un episodio significativo fu la lotta nel settore delle
linee tranviarie di Dublino. Il suo proprietario, Walter J. Murphy, voleva
distruggere l’Itgwu e dichiarò la serrata insieme con altri datori di lavoro.
25.000 lavoratori furono licenziati. Dopo una dura lotta i licenziati furono
reintegrati, ma il fatto che Murphy era un membro del Partito nazionalista
irlandese e un fervente sostenitore della Home Rule, come gli altri capitalisti
coinvolti nella vertenza, non faceva certo avvicinare i lavoratori protestanti
alla causa nazionalista.
La reazione intanto si organizzava. Nel 1912 100.000 protestanti si
radunavano in un sobborgo di Belfast contro la Home Rule. Un anno dopo 250.000
abitanti dell’Ulster firmavano una petizione con una richiesta simile e
costituivano un’organizzazione paramilitare, l’Ulster Volunteer Force (Uvf),
di cui facevano parte 100.000 membri. L’Uvf era una forza reazionaria dove
trovavano posto gli strati più arretrati della società nordirlandese. Alla
base c’erano lavoratori e piccoli borghesi, ma al vertice si trovavano nobili,
avvocati, uomini d’affari, medici, ecc. Il grande capitale britannico
finanziava tutta l’operazione.
L’indipendenza, come era stata concepita dai leaders nazionalisti, era un
attacco al tenore di vita dei lavoratori protestanti. Il programma del Partito
nazionalista comprendeva ad esempio il taglio dei finanziamenti al welfare per l’Irlanda.
Anche il Sinn Fein, un nuovo movimento fondato nel 1900 caratterizzato da una
fraseologia più radicale, rifiutava un approccio di classe. I suoi massimi
dirigenti appoggiarono il padronato nello sciopero del 1913.
James Connolly
Come illustrato in precedenza, c’era invece chi disponeva di un chiaro
atteggiamento di classe e aveva compreso l’analisi di Marx ed Engels. Il
massimo esponente di questa corrente rispondeva al nome di James Connolly.
Irlandese di Edinburgo, formò alla fine del secolo il Partito socialista
repubblicano d’Irlanda. Diventò uno dei principali organizzatori dell’Igtwu
e dal 1914 Segretario generale. Secondo Connolly, “solo la classe operaia
rimane l’erede incorruttibile della lotta per la libertà in Irlanda”.
Riecheggiando la teoria della rivoluzione permanente di Trotskij, spiegava come
i compiti della rivoluzione socialista e quelli della liberazione nazionale
erano totalmente interconnessi. I lavoratori, assumendo il potere nelle loro
mani, potevano procedere alla riforma agraria e distribuire la terra ai
contadini, cosa che la borghesia nazionale era incapace di fare. Solo una
rivoluzione socialista avrebbe potuto assicurare, espropriando la classe
capitalista, un tenore di vita decente sia alle masse cattoliche sia a quelle
protestanti.
Pochi giorni prima della sua morte, Connolly chiarì i suoi obiettivi:
Lottiamo per l’Irlanda agli irlandesi. Ma chi sono gli irlandesi? Non il
latifondista che affama i contadini, non il capitalista assetato di profitti,
non l’avvocato untuoso o il giornalista prezzolato. Non sono questi gli
irlandesi da cui dipende il futuro. Non sono questi, ma la classe operaia
irlandese costituisce le uniche fondamenta sicure sulle quali una nazione può
essere costruita.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, Connolly fu uno dei pochi ad
opporsi al conflitto. I dirigenti nazionalisti parteciparono entusiasticamente
alla guerra, pensando che la Corona li avrebbe ricompensati per la loro
affidabilità. Migliaia e migliaia di irlandesi furono mandati al macello nella
trincea di mezza Europa.
Nel frattempo, Connolly aveva già costruito un’organizzazione di
autodifesa dei lavoratori dagli attacchi sempre più frequenti della polizia, l’Irish
Citizen Army, nel 1914.
L’Insurrezione di Pasqua
Nel tentativo di fare nascere un movimento per la definitiva indipendenza e
per dare il via a un’ascesa del conflitto di classe in Europa, Connolly con
diversi esponenti di formazioni nazionaliste preparò l’Insurrezione di Pasqua
del 1916. Poco più di mille uomini marciarono verso la Posta Centrale e altri
edifici strategici di Dublino, prendendone possesso con relativa facilità. Nei
giorni successivi la reazione dello stato inglese fu però spietata. Dato che ai
rivoltosi mancava una reale base di supporto, dopo una settimana di scontri l’esercito
riprese il controllo della città. Nei mesi successivi furono giustiziati
novanta partecipanti all’insurrezione, tra cui lo stesso Connolly.
L’errore dell’Insurrezione di Pasqua non fu nel fatto che avvenne, ma che
accadde troppo prematuramente. Connolly si sbagliava quando pensava che essa
avrebbe dato il via a un movimento in Europa.
La teoria che un gruppo di persone, anche i lavoratori più determinati, può
fungere da detonatore per movimenti di massa è falsa. Solo quando le condizioni
per la lotta di massa esistono, solo quando le masse sono pronte a sacrificarsi
in uno scontro anche duro, allora anche un piccolo gruppo di rivoluzionari può
giocare un ruolo importante. La forza di alcune migliaia di uomini armati è
limitata, ma essa, collegata alla forza schiacciante del movimento operaio
organizzato, diventa ben altra cosa. Lo sciopero generale per fermare i
rifornimenti alle truppe e fare entrare in scena le masse, era una proposta
necessaria per cercare di fare vincere l’insurrezione. Ma Connolly non la
fece.
Le condizioni per un’azione di massa rivoluzionaria non esistevano in
Irlanda né in Europa nel 1916. A Dublino l’avanguardia della classe
lavoratrice si sollevò, ma fu massacrata, prima che un movimento cominciasse in
Europa. Connolly era morto, Larkin in prigione in America, senza che un partito
marxista fosse stato creato per mantenere vive le idee e le tradizioni
rivoluzionarie. Nel vuoto tutta una serie di elementi opportunisti presero il
sopravvento, fregiandosi del nome di Connolly, come vedremo in seguito.
Lo sciopero del 1919
La guerra aveva arrestato la radicalizzazione sociale che era in atto nell’isola,
ma la fine delle ostilità fece ritornare in prima linea il movimento operaio,
che diventò la principale preoccupazione delle classi dominanti britanniche. Ne
determinò l’atteggiamento negli anni a venire, lasciando il segno anche nelle
formazioni Unioniste e trasformando il movimento nazionalista.
Nel 1919 si aprì una vertenza generale in Irlanda e Inghilterra per la
riduzione dell’orario di lavoro. In Irlanda questa rappresentava il culmine di
una serie di scioperi che coinvolgevano tutti i settori. Il 14 Gennaio 1919,
20.000 metalmeccanici e lavoratori dei cantieri navali scesero in sciopero
marciando in corteo per Belfast. Fu l’inizio di quattro settimane di sciopero
che dimostrarono la forza della classe operaia. I lavoratori si impadronirono
del governo della città, controllando ciò che funzionava e decidendo ciò che
non doveva funzionare. Alla testa della lotta erano il comitato di sciopero e il
consiglio dei Sindacati di Belfast (Belfast Trades Council).
Le divisioni religiose scomparvero durante il movimento. Testimone di ciò
era la composizione del Comitato di sciopero, dove la maggioranza dei membri era
protestante, ma il presidente era cattolico. Come nel 1907, ma a un livello
superiore, si dimostrava che quando il movimento operaio avanza, il settarismo
religioso indietreggiava. Solo i tentennamenti e le sconfitte davano la
possibilità di riacquistare uno spazio a queste tendenze reazionarie.
Dopo un mese di lotta, i lavoratori di Glasgow, davanti al pericolo di un
intervento dell’Esercito, ritornavano al lavoro. Belfast rimaneva isolata, i
lavoratori solo attraverso una maggioranza risicata decidono di continuare lo
sciopero: è allora che la polizia, cosciente di questa divisione, forza i
picchetti e ristabilisce “l’ordine” in città. Lo sciopero era stato
sconfitto, ma il Primo maggio seguente centomila persone partecipavano alla
manifestazione di Belfast. I candidati del Partito laburista ottennero un ottimo
risultato nelle elezioni locali dello stesso anno.
De Valera e Michael Collins
Nel sud il protrarsi della guerra, unito all’appoggio che i leaders
nazionalisti moderati le davano, stava scontentando larghe fasce di popolazione.
La coscrizione obbligatoria degli irlandesi a partire dal 1916 acuì questo
processo. Nelle elezioni politiche del 1918 il Partito nazionalista passò da 80
seggi a sette, mentre il Sinn Fein ne conquistò 73. Il massiccio voto per il
Sinn Fein dimostrava il passaggio delle masse irlandesi dal nazionalismo
moderato al populismo e al radicalismo piccolo borghese. L’obiettivo non era
più un’indipendenza limitata, ma la Repubblica.
Ma qual era il programma del Sinn Fein e dei suoi dirigenti, come Griffiths,
De Valera e Michael Collins? La dichiarazione del Parlamento irlandese,
illegale, affermava che “il diritto alla proprietà privata doveva essere
subordinato al bene pubblico”; De Valera nei suoi discorsi rendeva omaggio a
James Connolly. Allo stesso tempo questi uomini mantenevano buone relazioni coi
capitalisti cattolici e con la gerarchia ecclesiastica, “i pilastri della
nazione irlandese”.
Il movimento operaio deve aspettare, la nazione deve venire prima degli
interessi specifici all’interno di essa, spiegava De Valera. Per usare una
frase di Connolly, mentre i vecchi nazionalisti erano i nemici aperti della
classe operaia, questi repubblicani radicali erano gli alleati più pericolosi.
La tragedia fu che i dirigenti del movimento operaio ascoltarono i consigli
di quelli del Sinn Fein. William O’Brien, il segretario dell’Igtwu, sostenne
il candidato del Sinn Fein in un’elezione suppletiva del 1917. I dirigenti
dell’Igtwu accettarono di aderire ad un Fronte Nazionale insieme ai
nazionalisti piccolo-borghesi.
Nel congresso dell’Itgwu nell’agosto 1918 si era deciso di cambiare il
proprio nome in Irish Labour Party e di presentarsi alle imminenti elezioni.
Sotto le pressioni di De Valera, e nonostante l’opposizione della base, i
dirigenti laburisti decisero di ritirarsi “negli interessi della nazione”.
Gli interessi della nazione erano in realtà gli interessi del capitale. L’unità
nazionale del Sinn Fein era l’unita dei proletari e dei piccoli contadini
cattolici dietro le bandiere dei partiti procapitalisti, a cui l’Irish Labour
Party sacrificava l’unità dei lavoratori cattolici e protestanti.
Quale avrebbe dovuto essere il programma della classe operaia? Per unificare
lavoratori cattolici e protestanti sarebbe dovuta andare oltre una serie di
rivendicazioni “democratiche”.
Sì a una repubblica, ma a una repubblica dei lavoratori; non solo un
parlamento, ma un’assemblea costituente rivoluzionaria che nazionalizzasse le
fabbriche e la terra sotto il controllo della classe lavoratrice. Non il governo
del “popolo irlandese”, ma dei lavoratori irlandesi; non solo indipendenza,
ma indipendenza dal capitalismo britannico. Non solo contro l’oppressione
nazionale, ma per una posizione internazionalista così da stringere i legami
più saldi con la classe operaia britannica.
Verso la divisione
Il nazionalismo radicale del Sinn Fein non avrebbe mai potuto attrarre i
lavoratori protestanti del Nord. Nel 1919 cominciarono le prime azioni dell’Irish
Republican Army (Ira), l’Esercito repubblicano irlandese. L’imperialismo
reagì con i metodi repressivi ben conosciuti. Nel 1920 fu imposto il coprifuoco
nelle principali città, 5.000 repubblicani furono rinchiusi in prigione.
Centinaia furono i morti nei due schieramenti.
La borghesia inglese capì che con la repressione militare si sarebbe forse
tenuto sotto controllo la situazione, a fronte di un prezzo politico ed
economico ben difficile da sostenere a lungo. Non poteva poi risolvere il
problema di un movimento operaio che si stava sviluppando e che avrebbe potuto
avere un effetto in Gran Bretagna. In questo periodo, infatti, grande era la
simpatia dei lavoratori britannici verso la causa irlandese.
L’imperialismo fece di tutto per aumentare il settarismo. I pogrom e le
atrocità commesse dalle squadracce unioniste avevano l’appoggio della Gran
Bretagna. Le forze dell’ordine non fornivano alcuna protezione ai cattolici.
In questo periodo il governo inglese fece la proposta che venisse costituita una
speciale forza di polizia nell’Ulster: in altre parole che alle bande
paramilitari protestanti fossero date uniformi ed armi direttamente da Sua
Maestà (questa forza prese poi il nome di Royal Ulster Constabulary, Ruc).
La divisione dell’Irlanda non fu uno dei risultati della situazione interna
irlandese. Come vedremo non fu imposta dal movimento nel Sud. Piuttosto i
dirigenti repubblicani furono costretti a negoziare un cessate il fuoco sulla
base delle condizioni dettate dall’imperialismo.
Non fu concessa nemmeno a causa della resistenza portata avanti dagli
Unionisti. L’Uvf si sviluppò solo sulla base dell’appoggio della borghesia
britannica. Se l’esercito inglese avesse voluto, all’epoca avrebbe distrutto
le sue brigate, armate in maniera del tutto insufficiente.
La divisione fu imposta dall’imperialismo inglese per soddisfare le sue
necessità, per tracciare un confine tra i lavoratori cattolici e protestanti in
Irlanda, e tra il movimento operaio irlandese e quello inglese.
I dirigenti repubblicani accettarono il trattato, firmato nel dicembre 1921,
da una parte perché la loro natura di classe li rendeva inclini al compromesso,
dall’altra perché non vedevano alcuna possibilità di vittoria. Michael
Collins stimava che nel 1921 l’Ira potesse contare su 2-3.000 uomini come veri
combattenti, però avesse seri problemi di approvvigionamento d’armi e
munizioni.
Ma soprattutto i metodi di lotta adottati, come le campagne di attentati e di
terrorismo individuale, non potevano sconfiggere l’imperialismo. La storia
dimostra che solo l’azione delle masse può cambiare la società.
In seguito all’accordo, una vera e propria guerra civile si scatenò nel
sud, e le forze del nuovo Stato irlandese si scagliarono con violenza inaudita
contro chi si opponeva al trattato. Questo non era però il frutto di un
tradimento improvviso da parte di Collins o altri. Era la logica conseguenza dei
metodi di lotta e delle forze sociali che l’avevano guidata.
Le divisioni si approfondirono anche fra la classe lavoratrice. Il Northern
Ireland Labour Party (Nilp) adottò la teoria reazionaria che è stata sempre
portata avanti dagli Unionisti, secondo cui gli interessi del movimento operaio
del nord sono difesi meglio mantenendo il legame con il capitalismo inglese. Le
idee di Collins andavano bene per i lavoratori cattolici. Queste idee
rappresentarono sempre un enorme ostacolo per lo sviluppo dell’unità della
classe lavoratrice e determinarono anche la sua disintegrazione negli anni
settanta.
La lotta per i diritti civili
Dopo il 1945, l’imperialismo britannico aveva cambiato la sua strategia per
l’Irlanda del Nord. L’Irlanda era stata divisa nel 1921 per mantenere il
possesso delle industrie del Nord e delle importanti basi militari, ma
soprattutto per impedire il diffondersi della rivoluzione sociale che
accompagnò la lotta per la liberazione nazionale.
Nessuno di questi fattori esisteva più dopo il 1945. La guerra fredda aveva
spostato i nemici dell’Inghilterra ad est e l’Ulster si avviava con il resto
della Gran Bretagna verso un periodo di boom economico prolungato, mentre l’Eire
si era stabilizzato come satellite delle potenze capitaliste più forti. Nel
1968 la Repubblica d’Irlanda era il quinto importatore di beni britannici.
I capitalisti britannici ed irlandesi prospettavano un processo graduale di
costruzione di un’Irlanda unita, dove la Gran Bretagna avrebbe dominato, cioè
un lungo periodo di stabilità per massimizzare i profitti.
L’opinione generalizzata secondo cui le differenze in Irlanda si sarebbero
pian piano appianate spiega l’inerzia dei governi laburisti dell’immediato
dopoguerra, dopo le vittorie elettorali del 1945 e del 1954. Al NILP era
concesso un posto nella direzione nazionale del Labour Party. I suoi dirigenti
preferivano ignorare la bomba ad orologeria che avevano sotto i piedi. Sotto la
superficie enormi tensioni stavano montando, mentre cresceva il malcontento e la
rabbia lasciate in eredità dalla divisione.
Ai padroni protestanti era stata concessa la facoltà di creare un regime
antidemocratico, che impediva a 300.000 lavoratori di votare (in gran parte, ma
non esclusivamente, cattolici), gli Unionisti si assicuravano una loro
maggioranza e si garantivano il controllo della macchina statale. Il censimento
del 1961 dimostrava la natura discriminatoria del regime.
Nelle elezioni al parlamento di Stormont, sebbene ci fosse il suffragio
universale, c’era anche un secondo voto per i laureati e per gli uomini d’affari.
Dato che i cattolici erano di fatto messi al bando dall’educazione superiore e
dai commerci, ciò dava ai protestanti circa 26.000 voti in più. Nella contea
di Antrim, dove vivevano quasi 67.000 cattolici, tutti e sette seggi andavano
agli unionisti!
Nelle elezioni amministrative la discriminazione era ancora più evidente.
Oltre ai meccanismi sopra descritti, potevano votare solo i proprietari di case,
impedendo il voto non solo di molti cattolici delle classi più basse, ma anche
di molti lavoratori protestanti. A tutto ciò si aggiungeva una peculiare
definizione dei collegi elettorali. A Derry anche con le leggi elettorali
descritte sopra i cattolici erano chiaramente in maggioranza, ma gli Unionisti
eleggevano 12 rappresentanti, i cattolici solo otto.
Il controllo delle amministrazioni locali rendeva inoltre molto difficile per
i cattolici l’assegnazione di case popolari, nonché di posti di lavoro
pubblici.
A metà degli anni sessanta l’attenzione dell’opinione pubblica era
concentrata sulla lotta per i diritti civili della minoranza nera negli Usa. Era
evidente a tutti che simili livelli di disuguaglianza erano presenti anche in
Gran Bretagna.
Il movimento per i diritti civili cominciò anche in Irlanda del Nord. All’inizio
i lavoratori cercarono di esprimersi attraverso le loro organizzazioni
tradizionali. Malgrado che per tutto il dopoguerra il Nilp avesse continuato a
difendere una posizione pro-unionista, a causa della pressione dal basso, nel
1965 si dichiarò a favore di eguali diritti per tutti e un anno dopo pubblicò
un appello assieme ai sindacati per “una persona, un voto” e la
ridefinizione dei collegi elettorali.
Ma i dirigenti del Nilp non diedero una direzione di classe al movimento,
lasciandola ad elementi piccolo borghesi, che, confinando gli obiettivi del
movimento ad eguali opportunità e guardando alla repubblica d’Irlanda come
modello, si alienarono l’appoggio di molti lavoratori protestanti.
Questi ultimi hanno sempre temuto che una riunificazione su basi capitaliste
con l’arretrata economia del Sud non avrebbe significato nient’altro che una
ridivisione delle disuguaglianze.
Come ammise in seguito la leader del movimento per i diritti civili,
Bernadette Devlin, “Capimmo che, anche se lo presentavamo nella maniera più
amichevole possibile, più posti di lavoro per i cattolici voleva dire meno
posti per i protestanti. La loro era una paura reale.”
Il 1969
Il mostro settario costruito dall’imperialismo sfuggì dal controllo. Le
marce per i diritti civili furono attaccate brutalmente dalla Ruc e dai suoi
reparti speciali, le B-Specials. Nell’agosto del 1969 si raggiunse l’apice
della violenza. In due notti furono bruciate trecento case e uccise sei persone.
5.000 cattolici si rifugiarono nel sud dell’Isola.
Intanto si organizzava anche la resistenza. A Derry le forze dell’ordine
erano state espulse dal quartiere di Bogside (“No-Go” areas). I lavoratori
organizzavano da soli i servizi sociali e dirigevano la lotta contro la Ruc e le
B-Specials dalle barricate, mentre i Giovani Socialisti controllavano la
stazione radio locale, Free Derry.
Anche a Belfast e in altre città i lavoratori organizzavano la difesa delle
loro case. Nei cantieri navali “Harland and Wolff” a maggioranza
protestante, 8.000 lavoratori su 9.000 decisero di non partecipare ai pogrom
settari.
Questa corretta reazione dei lavoratori mancava però di una direzione. Tutti
i principali
leaders del movimento operaio, infatti, appoggiarono l’invio delle truppe dell’esercito
inglese, per “ristabilire la legge e l’ordine”.
Il governo laburista decise l’intervento perché impaurito non solo per l’“anarchia”
regnante a Belfast e Derry, ma anche per gli effetti che gli avvenimenti
avrebbero potuto avere nelle città inglesi, in cui vivevano centinaia di
migliaia di lavoratori irlandesi. I dirigenti socialdemocratici, come sempre, si
comportarono come fedeli servitori degli interessi della borghesia.
Anche la sinistra laburista, i dirigenti del movimento dei diritti civili,
come John Hume o Bernadette Devlin, i gruppi dell’ultra sinistra difesero l’invio
delle truppe. Anche l’Ira chiese “l’invasione di truppe”, basta che
fossero quelle irlandesi, il che avrebbe avuto ugualmente esiti tragici.
Solo i marxisti, i Giovani Socialisti e il Partito Laburista di Derry
avvertirono del pericolo: Le truppe sono state inviate per imporre una soluzione
nell’interesse del grande capitale dell’Ulster. Entreranno nella zona (di
Bogside, ndr) e ristabiliranno il controllo del governo preparando la strada per
la Ruc.
I marxisti chiedevano il ritiro delle truppe, e al tempo stesso la formazione
di una forza di autodifesa dei lavoratori, basata sui sindacati. Portavano
avanti anche delle rivendicazioni che potessero unire i lavoratori protestanti e
quelli cattolici.
Lo spostamento a sinistra della società irlandese era evidente, sia a nord,
dove il Nilp prese 100.000 voti nel 1970, sia a sud, dove l’Irish Labour Party
arrivò al 17%, uno dei suoi migliori risultati. Il Nilp purtroppo rimase legato
a una politica pro-unionista, proponendo un governo di coalizione con la destra
Unionista.
Il nuovo governo conservatore di Heath, eletto nel 1970, portò avanti una
nuova ondata di repressione, con centinaia di arresti e il coprifuoco sulle zone
cattoliche di Belfast. Vennero varate leggi d’emergenza che prevedevano l’incarcerazione
senza processo. Nel 1972 mille persone erano in carcere per effetto di queste
leggi.
Il 30 gennaio 1972, nella cosiddetta “domenica di sangue”, 13 civili
disarmati vennero uccisi dai soldati inglesi per le strade di Derry durante una
manifestazione.
Nei giorni seguenti, 70.000 persone parteciparono a un corteo di protesta a
Newry e uno sciopero generale di tre giorni paralizzò l’Irlanda del Nord, con
i lavoratori protestanti che cominciavano a partecipare alla lotta.
I dirigenti laburisti facevano solo timide critiche agli “eccessi dell’Esercito”,
chiedendo un’inchiesta parlamentare e il governo diretto di Westminster sull’Ulster.
Provisional Ira
La reazione guadagnava sempre più spazio. I lavoratori e i giovani
cattolici, in mancanza di un’alternativa, entrarono in massa nell’Ira per
difendersi. Così fecero anche i protestanti nelle milizie paramilitari
unioniste.
Nell’inverno del 1969 l’Ira si divise in due gruppi: gli “officials”,
che si stavano spostando a sinistra, avvicinandosi alle idee del marxismo, e i
“provisionals”, appoggiati finanziariamente e militarmente dai servizi
segreti irlandesi e da settori della classe capitalista del Sud. Ovviamente
questi ultimi si assicurarono che l’Ira limitasse i suoi attacchi al Nord,
lasciando intatti i loro profitti e le loro proprietà.
Il principale obiettivo che i “Provos” si proponevano attraverso le loro
campagne militari era quello di cacciare via l’Esercito e la maggior parte
della comunità protestante (un milione di persone!) dall’Irlanda del Nord.
Il marxismo si è sempre opposto ai metodi del terrorismo individuale: è un
vicolo cieco. La campagna di terrorismo individuale è ancora più folle nei
paesi industrializzati, specialmente nell’Irlanda del Nord dove i “provos”
non avevano neanche l’appoggio di tutta la popolazione cattolica. Questa
campagna non avrebbe mai potuto sconfiggere l’esercito britannico, anche se
fosse durata altri 25 o 50 anni. Il terrorismo individuale è controproducente
perché viene usato come scusa da parte dello Stato per rafforzare il suo
apparato e per applicare le leggi repressive. Lo Stato può sfruttare la
repulsione provocata da questi metodi per attaccare e dividere i lavoratori. Le
leggi introdotte contro il terrorismo sono state applicate anche in Gran
Bretagna, in particolare la legge di Prevenzione del Terrorismo è stata usata
per la prima volta contro attivisti del movimento operaio. Le azioni dell’Ira
hanno fornito la scusa per giustificare livelli di sorveglianza che sarebbero
stati inimmaginabili dieci anni fa. I centri delle città, le strade, le
stazioni ferroviarie, i parcheggi sono sempre più attrezzati con telecamere che
controllano e registrano ogni movimento delle persone. Il cosiddetto “anello
di acciaio” intorno alla City di Londra, introdotto dopo la bomba dell’aprile
1993, con le sue videocamere e blocchi stradali è un’indicazione di quello
che si possono permettere.
Come sempre, il terrorismo individuale si è dimostrato incapace di
raggiungere la liberazione nazionale. Ha portato più di tremila morti in trent’anni,
una generazione di militanti repubblicani perduta, l’aumento della reazione e
gli accordi di pace del Venerdì Santo del 1998.
L’accordo del Venerdì Santo
L’accordo prevede la costituzione di una nuova Assemblea dell’Irlanda del
Nord su base proporzionale e una struttura di divisione dei poteri piuttosto
complicata. Contempla inoltre l’istituzione di tutta una serie di organismi di
consultazione tra Londra e Dublino e tra Nord e Sud, nonché il disarmo di tutte
le milizie. Il governo dell’Eire in seguito ha cambiato la Costituzione che
rivendicava diritti sulle sei contee del Nord, Londra ha ritirato qualche
reparto dell’Esercito.
Tutti hanno salutato l’accordo come l’inizio di un irreversibile processo
di pace, ma le cose, come abbiamo visto negli ultimi dodici mesi, non sono
andate del tutto lisce, ed ora il processo di pace è in una fase di stallo.
Perché?
L’accordo, che si sarebbe potuto firmare in qualunque momento negli ultimi
quattro o cinque anni, riflette il fallimento dei metodi del terrorismo
individuale: dopo più di vent’anni di cosiddetta “lotta armata”, l’Ira
è più lontana dall’obiettivo di un’Irlanda unita che all’inizio della
sua campagna. Inoltre riflette il desiderio di molti lavoratori, sia cattolici
sia protestanti, di vedere la fine della violenza e la nuova strategia del
capitalismo britannico.
Le dichiarazioni di Adams, leader del Sinn Fein, non dicevano nulla sul
confine, sul ritiro delle truppe britanniche o sull’Irlanda unita. È stata in
realtà una totale capitolazione. I dirigenti dello Sinn Fein e dell’Ira sono
stati costretti a riconoscere il vicolo cieco in cui si erano messi. Il
reclutamento dei “provos” è crollato se paragonato ai livelli degli anni
‘70, ed insieme a questo anche il loro appoggio nei quartieri cattolici.
La strategia del “Mitra in una mano e l’urna elettorale nell’altra”,
con la speranza di sorpassare l’Sdlp (Partito laburista socialdemocratico, con
un certo appoggio tra i cattolici, ndr), è fallita. Con Adams la direzione si
è impegnata a “moderare” il programma e parla ora di una “soluzione
politica”. Il triste spettacolo di Adams che stringe la mano a Clinton, il
rappresentante dell’imperialismo Usa, dà un’idea della degenerazione
politica della direzione repubblicana.
I politicanti borghesi del sud hanno da tempo abbandonato l’idea di
unificare l’isola. La spesa pubblica dell’Eire ammonta a circa 14 miliardi
di sterline all’anno. Non riuscirebbero mai a sopportare il peso dei quattro
miliardi di sterline che ogni anno il governo britannico destina all’Ulster
solo per mantenere lo status quo.
La classe dominante britannica sarebbe ben disposta a vedere un’Irlanda
capitalista unita, dato che questa rimarrebbe subordinata economicamente e
politicamente all’imperialismo britannico.
Purtroppo, per loro, hanno creato un mostro come Frankenstein nel settarismo
protestante. Giocando la carta “Orange” con la politica del “divide et
impera”, l’imperialismo britannico ha lasciato un’eredità che non può
essere facilmente cancellata. I protestanti combatteranno con ogni mezzo per
fermare la creazione di un’Irlanda unita dove loro verrebbero considerati e
trattati come cittadini di seconda categoria.
Il capitalismo si è dimostrato totalmente incapace di risolvere i problemi
materiali dei lavoratori, sia al Nord sia al Sud. Il sistema economico è
responsabile della disoccupazione e la povertà, che affliggono le masse
lavoratrici, sia protestanti sia cattoliche. Secondo le cifre ufficiali, per
mantenere l’attuale livello di spesa sociale del Nord, in un’Irlanda unita
bisognerebbe aumentare di un 20-30% le imposte. I soldi che potrebbero
impegnarsi ad elargire Clinton e l’Unione Europea (si parla di una cifra
intorno ai 150 milioni di dollari) sono noccioline.
La divisione di poteri fra due comunità è stata tentata più volte, ad
esempio nel Libano e a Cipro, da parte dell’imperialismo inglese. In ambedue i
casi il risultato è stata la guerra civile, tra cristiani maroniti e musulmani
in Libano e tra turchi e greco ciprioti, con l’intervento dell’esercito
turco a Cipro.
Trimble e gli altri dirigenti protestanti più moderati avevano firmato l’accordo
cercando di approfittare della situazione economica favorevole. L’Irlanda del
nord è la regione d’Europa che ha avuto la crescita economica più rapida
negli ultimi tre anni e il volume degli scambi commerciali tra Nord e Sud è
aumentato del 50%. Ricordiamoci che l’Orange Order rappresenta gli interessi
della classe media protestante, che quando sente parlare di profitti, mette da
parte qualunque credo religioso. Ma il Partito Unionista Democratico (Udp) di
Ian Paisley ha ancora un seguito considerevole, anche se non è più in grado di
organizzare uno sciopero generale reazionario, come nel 1974 contro gli accordi
di pace di Sunnigdale. Le sue pressioni hanno spinto Paisley a mostrare il muso
duro sulla questione del disarmo dell’Ira, che ovviamente i protestanti
vorrebbero fosse unilaterale.
Ci sono 100.000 protestanti armati e pronti a combattere. Chi a sinistra
parla tranquillamente di togliere il veto protestante, non riesce ad afferrare
che il vero veto si trova in questa forza armata. Un tentativo serio di andare
verso un’Irlanda unita su basi capitaliste inevitabilmente porterebbe ad una
guerra civile, nella quale potrebbero essere coinvolte anche le forze “ufficiali”
protestanti, come la Ruc e l’esercito dell’Irlanda del Sud. Vedremmo
ripetuti gli orrori della Jugoslavia. Ciò porterebbe inevitabilmente ad una
nuova spartizione dell’Irlanda con la creazione di un piccolo Stato
protestante al Nord.
Attualmente i cattolici hanno enormi illusioni nel “processo di pace”. La
domanda da porsi è: quanto può durare? La verità è che i partiti principali
ora credono che il meglio che si possa ottenere non sia un’Irlanda unita, ma
una qualche forma di Stato semi-autonomo con legami sia con la Gran Bretagna sia
con la Repubblica del Sud. Sperano che questo possa soddisfare le rivendicazioni
di tutti, o almeno dei dirigenti.
Tuttavia è certo che ci vorrà molto per convincere i gruppi come l’Uvf o
l’Udp e gli strateghi borghesi più seri credono che non ci si riuscirà. Nel
caso in cui si riesca ad imporre un tale accordo, l’esercito britannico dovrà
pattugliare le zone protestanti di Belfast per “sistemare” i paramilitari.
È sempre stata questa la speranza dell’Ira quando parlava di una “ritirata
scaglionata”.
Qualsiasi “accordo” più che mettere fine al conflitto (con i 3.000 morti
e più di 30.000 feriti sino ad oggi) getterà le basi per una crisi più seria.
Sicuramente nessuno dei gruppi paramilitari si scioglierà e da ambedue le parti
continueranno operazioni di racket di stampo mafioso, alle quali molti dei
dirigenti si sono abituati in passato. Un esponente unionista spiegava come il
partecipare nella direzione di un’organizzazione paramilitare, ti dà un certo
carisma in società. A breve termine, data la stanchezza dopo tanti anni di
guerriglia, la “pace” potrà reggere. Ma a lungo termine qualsiasi “accordo”
che riusciranno a mettere insieme, a prescindere da eventuali aiuti statunitensi
e dell’Unione Europea, non riuscirà a risolvere i problemi di fondo dei
lavoratori. Tali problemi, la disoccupazione, la questione della casa e dei
servizi sociali, la discriminazione, potranno far ritornare di nuovo in auge il
terrorismo.
Un’Irlanda socialista
C’è solo un fattore che può evitare questa prospettiva, la forza del
movimento operaio. La classe lavoratrice irlandese ha una grande tradizione di
lotte, sia al Nord sia al Sud. I movimenti dei lavoratori nel Sud o nella Gran
Bretagna potranno fare da scintilla per nuovi movimenti al Nord. I sindacati
sono tuttora tra le poche organizzazioni che raggruppano nei propri ranghi sia
lavoratori protestanti sia cattolici, con 225.000 membri: una loro azione
potrebbe spezzare il settarismo. A questo andrebbe aggiunta una conferenza dei
sindacati dalla quale far nascere un partito dei lavoratori.
Con un programma socialista, un partito operaio sarebbe in grado di sfidare i
partiti unionisti ed agire da faro per i lavoratori cattolici e protestanti.
Farebbe venire alla luce le questioni di classe e metterebbe da parte il
settarismo.
Solo risolvendo i problemi sociali sarà possibile trovare una soluzione alla
questione nazionale. Un partito operaio nel Nord, basandosi sui sindacati e con
un programma socialista, sarebbe in grado di superare la divisione settaria e
promuovere un movimento verso un’Irlanda Unita socialista. Questo sarebbe
legato alla lotta per una Gran Bretagna ed un’Europa socialiste. Questa è l’unica
via d’uscita realistica per i lavoratori e l’unica alternativa al settarismo
e alla violenza.
Aprile 1999
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