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L’arresto di Abdullah Ocalan, presidente del Pkk, e la condizione del popolo curdo
L’arresto
di Abdullah Ocalan, presidente del Pkk (Partito dei lavoratori del
Kurdistan), ha portato all’attenzione di tutto il mondo il tema
dell’oppressione del popolo curdo. Il governo turco ha tentato di
dipingere Ocalan come un terrorista sanguinario, responsabile della
morte di migliaia di turchi. È vero che molti soldati e civili turchi
sono morti nei quindici anni di guerra contro il separatismo curdo. Ma
non per responsabilità di un uomo. È il risultato dell’oppressione
nazionale dei curdi da parte della classe dominante turca, la stessa
classe che opprime tutti i lavoratori in Turchia, che siano curdi o
turchi. Migliaia di curdi sono morti nelle operazioni dell’esercito
turco nella Turchia sud orientale.
Ovunque i lavoratori
hanno tutto l’interesse a sostenere la lotta del popolo curdo contro
l’oppressione subita per mano del regime turco. Tuttavia, non è
sufficiente semplicemente sostenere la causa del popolo curdo. È anche
necessario spiegare cosa c’è dietro l’oppressione dei curdi e mostrare
una via d’uscita all’impasse che hanno di fronte.
Ocalan si è appellato a
parecchi paesi europei per ottenere l’asilo politico, o almeno un
processo internazionale. Nessuno di essi era pronto, anche se il
diritto di asilo è previsto in tutte le loro costituzioni. In realtà
danno asilo politico quando fa comodo a loro e in questo caso lo hanno
negato a Ocalan. Il fatto che nessuna potenza europea fosse preparata a
dare a Ocalan l’asilo politico dimostra come tutti hanno sostenuto
tacitamente la richiesta turca del suo arresto.
La richiesta di asilo di Ocalan
La Germania
inizialmente aveva richiesto l’arresto di Ocalan. Quando era giunto in
Italia l’anno scorso, per cercare asilo, è stato arrestato a causa
della richiesta tedesca. Ma una volta arrestato le autorità tedesche
non hanno chiesto la sua estradizione. La Germania non voleva la patata
bollente. Il governo italiano è non poteva estradare Ocalan in Turchia
perché la Costituzione proibisce l’estradizione in paesi in cui vige la
pena di morte. Quindi ha deciso di fare pressioni su di lui per fargli
capire che era indesiderato. Costretto a lasciare l’Italia ha viaggiato
per settimane in mezzo mondo in cerca di un altro rifugio sicuro. Ha
fatto appello al governo greco, ma tutto quello che sono riusciti a
fare è stato mettere a disposizione la loro ambasciata in Kenya e che
si è poi rivelata una trappola. Questo dimostra come tutti i governi
occidentali parlino di autodeterminazione per le nazioni più piccole,
ma nei fatti li trattano come moneta di scambio nelle loro manovre.
La Cia è stata
chiaramente coinvolta nell’informare le autorità turche della presenza
di Ocalan nell’ambasciata greca a Nairobi. Il governo greco ha pure
collaborato proponendo a Ocalan di lasciare l’ambasciata, lasciandogli
credere che stava per andare in Olanda. È ovvio che il governo greco è
stato messo sotto enorme pressione dagli Stati Uniti. La Turchia è un
alleato importante degli Usa nell’area.
La collaborazione del
governo greco nell’arresto di Ocalan ha destabilizzato la situazione in
Grecia. Il primo ministro greco, Costas Simitis, è stato attaccato per
aver fatto cadere Ocalan in mano turca. Il ministro degli esteri greco
e due altri ministri sono stati costretti alle dimissioni su questa
questione. Essa ha causato uno scontento diffuso per quello che viene
considerato un tradimento. Simitis deve affrontare un’opposizione
interna al suo partito, il Pasok. La gioventù del Pasok ha organizzato
manifestazioni in solidarietà con i curdi, in aperta opposizione alla
direzione del partito.
Secondo il New York
Times, Papandreu (ministro degli esteri incaricato del governo Pasok)
non ha nascosto la sua costernazione per la diplomazia abborracciata
del governo. ´Qualunque errore sia stato fatto, la Grecia ha una
responsabilità parziale nell’aver rimesso Ocalan alla Turchia, ha
detto. C’è un’ovvia sensazione di umiliazione nella pubblica opinione
che deve essere riconosciuta. L’arresto di Ocalan, che era sotto la
protezione greca a Nairobi fino a quando non è stato preso dagli agenti
turchi, è stato un colpo molto duro per i tanti greci che simpatizzano
per la causa curda... (New York Times, 19/2/99).
La popolarità di
Simitis già languiva. Quest’ultima crisi aumenterà ulteriormente
l’opposizione al suo governo. Infatti ha cercato di salvarsi la faccia
aumentando la demagogia anti-turca, e questo si collega ad un aumento
delle tensioni fra i due paesi, entrambi membri della Nato.
Così tutti i governi
europei si dividono la responsabilità per il destino che ora attende
Ocalan. In Turchia le autorità sono riuscite a ottenere 36 pagine di
sue confessioni. Possiamo ben intuire con quali metodi gli è stata
estorta questa confessione. Come ha commentato The Guardian (26/2/99),
Solo chi ha interrogato il signor Ocalan sa quello che ha realmente
detto, intendendo ovviamente che possa essere stata usata la tortura.
Ocalan ora è stato
accusato di tradimento e lo Stato sta chiedendo la sentenza di morte. I
governi occidentali, dopo avergli rifiutato tutti l’asilo, stanno
facendo pressioni sul governo turco per un "processo equo".
Il retroscena storico
Prima di
questi avvenimenti probabilmente molta gente non aveva neppure mai
sentito parlare dei curdi. Ma chi sono i curdi? I curdi sono in tutto
circa 24-27 milioni. Il Kurdistan è un territorio della grandezza della
Francia. La maggior parte dei curdi è divisa fra la Turchia, l’Iran,
l’Iraq e la Siria, con un’enclave più piccola nelle repubbliche
ex-sovietiche del Caucaso. I confini che dividono il Kurdistan sono
confini artificiali, disegnati contro la volontà del popolo curdo,
secondo gli interessi dei paesi imperialisti. Questi confini hanno
diviso villaggi, città e persino famiglie.
I curdi sono uno dei
popoli più antichi del Medio Oriente. Hanno vissuto nella zona
conosciuta come Kurdistan per circa 2500 anni, ben prima che
arrivassero i turchi. Hanno la loro lingua, che si suddivide in vari
dialetti e non è assimilabile alla lingua araba o a quella turca. Il
dialetto più parlato è il Kurmanci, parlato da circa il 60% dei curdi e
il 90% dei curdi turchi lo parla. L’altro dialetto principale è il
Sorani, parlato da circa il 25% dei curdi, principalmente in Iran e
Iraq. Esiste una vasta letteratura in lingua curda che risale al decimo
secolo avanti cristo. La stragrande maggioranza dei curdi sono
musulmani, circa il 75% sono sunniti e il 15% leviti.
I curdi hanno giocato
un ruolo significativo nella storia della regione a partire dai tempi
antichi. Secondo fonti arabe e armene i curdi hanno fondato parecchi
Stati durante l’epoca islamica fra il decimo e il tredicesimo secolo.
Il sultano Saladino (Salâh al-Dîn) era curdo ed è stato il fondatore
dello stato di Ayyûbid, che comprendeva l’Egitto, la Siria e il
Kurdistan, e ha giocato un ruolo particolarmente significativo nella
storia.
I turchi, originari
dell’Asia Centrale, sono giunti in quella che è conosciuta come Turchia
molto più tardi, dopo l’undicesimo secolo, e fondarono gli Stati
seleucide (Selechuk) e in seguito ottomano. Il Kurdistan è stato
oggetto di contesa fra l’impero ottomano e quello persiano. I principi
curdi, in questo periodo, riuscirono a mantenere una certa autonomia
schierandosi una volta con l’uno, una volta con l’altro. Tuttavia nel
1638, il Kurdistan venne ufficialmente diviso fra l’impero ottomano e
quello di Persia nel trattato di Kasri Shirin. Da allora in poi il
Kurdistan è stato preda del dominio straniero.
Il tradimento dell’imperialismo francese e inglese
All’inizio
del diciannovesimo secolo i curdi combatterono per l’unità e
l’indipendenza, ma furono sempre sconfitti. Alla fine della Prima
guerra mondiale la questione curda riemerse. L’impero ottomano crollò e
le zone che dominava furono divise in nuovi Stati. Nel 1920 venne
firmato dalla Turchia e dalle potenze alleate il trattato di Sèvres.
L’articolo 64 del
trattato dichiarava che: "se entro un anno il popolo curdo all’interno
delle zone definite dall’art. 62 (la zona conosciuta come Kurdistan)
mostreranno che la maggioranza della popolazione desidera
l’indipendenza dalla Turchia, e se il Consiglio (della Lega delle
Nazioni) dunque considera che questi popoli sono capaci di una tale
indipendenza e raccomanda che dovrebbe essere garantita loro, la
Turchia qui presente accetta di eseguire tale raccomandazione e di
rinunciare a tutti i diritti e titoli su queste zone."
La Turchia inizialmente
definì i suoi nuovi confini come quelli "che comprendono le zone in cui
ci sono i turchi e la maggioranza curda". Circa 70 membri curdi del
Parlamento erano presenti alla prima sessione della Grande Assemblea
Nazionale ad Ankara e vennero ufficialmente designati come "deputati
del Kurdistan". Il rappresentante turco, Ismet Pasha, dichiarò alla
firma del trattato di Losanna nel 1923 che, "i curdi non sono una
minoranza, ma una nazione; il governo di Ankara è il governo dei turchi
cosÏ come dei curdi".
Questo fu affermato
solo per ingannare i curdi in Turchia. Sia il trattato di Sévres che
quello di Losanna furono lettera morta dal momento in cui vennero
firmati. L’imperialismo britannico e quello francese non avevano alcuna
intenzione di permettere ai curdi di avere un loro Stato. Nella
costruzione del moderno Stato turco non c’era spazio per i curdi.
L’imperialismo britannico stracciò il trattato di Sévres e utilizzò gli
aerei della Raf contro i curdi nelle loro fortezze in montagna.
Successivamente
l’esistenza dei curdi venne negata. La lingua curda, la cultura curda,
e persino i concetti di "curdo" e "Kurdistan" vennero proibiti.
L’articolo 39 del trattato di Losanna, secondo il quale i cittadini
turchi avevano il diritto di usare liberamente le loro lingue
rispettive a seconda delle zone in cui vivevano, fu calpestato, e la
lingua curda venne totalmente proibita nel sistema scolastico e nella
stampa. Parlare dei curdi e criticare la loro oppressione divenne un
crimine grave e punito severamente.
Il tradimento dei curdi
da parte dell’imperialismo britannico e francese divenne manifesto con
il trattato di Losanna, firmato il 24 luglio 1923 che divideva la
regione fra la Turchia, l’Iran, l’Iraq, senza menzionare i curdi. Così
quelle zone del Kurdistan che erano parte dell’impero ottomano vennero
divise ancora una volta. Parte di esse vennero incluse nei Mandati
britannici e francesi, che più tardi diventarono la Siria e l’Iraq. La
zona più grande del Kurdistan rimase dentro la Turchia.
Di conseguenza, nel
1925 ci fu una rivolta generalizzata nel Kurdistan turco meridionale e
due anni dopo si sviluppò un movimento di resistenza che durò per tre
anni nel nord e nella zona orientale. Queste rivolte vennero represse
dall’esercito turco, ma solo dopo combattimenti feroci e pesanti
perdite. Il governo turco poi introdusse una serie di misure allo scopo
di assorbire i curdi nella nazione turca e di spazzare via la loro
cultura e la loro distinta identità nazionale. Lo studio della lingua
turca venne reso obbligatorio e i curdi divennero ufficialmente
chiamati i "turchi delle montagne".
Questa oppressione dei
curdi ha condotto a ulteriori sollevamenti. I principali ci furono nel
1930 ad Ararat e a Dersim nel 1938. Lo stato turco combatté
permanentemente una guerra in Kurdistan. E dal 1979, la Turchia domina
il Kurdistan attraverso la legge marziale, uno stato di emergenza e una
guerra sporca.
Ai giorni nostri i
curdi in Turchia non sono riconosciuti come una minoranza perché le
minoranze riconosciute dovrebbero avere il diritto all’insegnamento
della propria lingua. Il bando, imposto dall’ultimo governo militare
turco ad usare la lingua curda nella vita di tutti i giorni, è stato
tolto nel 1991, ma il curdo è ancora illegale nelle trasmissioni dei
media, nel sistema scolastico e nelle istanze politiche. In questo
momento è in corso un processo per bandire il principale partito turco
filocurdo. Persino difendere i diritti dei curdi in modo pacifico è
considerato un crimine.
La situazione dei curdi in Iraq e in Iran
I curdi che
vivono all’interno dei confini dell’Iraq hanno anche loro resistito
all’oppressione a partire dalla prima guerra mondiale. Ci sono state
rivolte negli anni 1919-23 e ancora nel 1933 e successivamente. La più
grande rivolta curda in Iraq iniziò nel 1961 e durò fino al 1970. Il
governo dell’Iraq riconobbe formalmente un’identità curda dopo il
rovesciamento della monarchia nel 1958. Ma c’è stato un conflitto
costante fra lo stato iracheno - sempre più centralizzato e totalitario
da quando il partito Ba’ath è giunto al potere nel 1968 - e i curdi con
la loro tradizione delle tribù di montagna e la loro crescente auto
coscienza di essere una potente nazione.
Nel 1970 il governo
dell’Iraq raggiunse un "accordo" con i curdi riguardo ad un’autonomia
nella regione. Ma questo rappresentò semplicemente una tattica per
prendere tempo da parte di Baghdad il che portò a una nuova guerra nel
1975 che durò fino al 1991. L’Iran sosteneva i curdi iracheni. Come
sempre succede, l’Iran sosteneva i curdi in Iraq mentre continuava a
opprimere i suoi curdi. Saddam Hussein, sotto pressione, inizialmente
fece delle concessioni territoriali all’Iran. Poi per riconquistare
queste zone, cominciò una devastante guerra di otto anni contro l’Iran
che distrusse le zone curde dell’Iraq. Usando come scusa il fatto che
alcune fazioni curde appoggiarono l’Iran nella guerra del 1980/88,
Saddam Hussein reagì razziando villaggi e attaccando i contadini con
armi chimiche uccidendo migliaia di curdi.
Saddam Hussein subì una
sconfitta pesantissima durante la guerra del Golfo del 1991 e i curdi
si ribellarono ancora. La rivolta scoppiò spontaneamente nelle città
industriali del nord - Suleyama, Hawlir e Kirkuk - dove si concentra
l’industria petrolifera. Ispirati dalla rivoluzione iraniana contro lo
scià nel 1979 formarono shoras, ma furono poi schiacciati dalle truppe
irachene, e l’imperialismo occidentale logicamente non fece nulla per
aiutarli. Ancora una volta, vediamo come le sorti dei curdi dipendono
dagli interessi dell’imperialismo, questa volta dell’imperialismo Usa.
Mentre massacrava le
reclute irachene che tornavano sconfitte dal Kuwait, di fronte alla
rivolta spontanea dei curdi nel nord dell’Iraq l’imperialismo Usa
lasciò intatto il corpo d’élite della Guardia Repubblicana di Saddam,
che si spostò per rioccupare le città curde del nord. Gli imperialisti
hanno preferito Saddam al potere piuttosto che la rivoluzione
socialista. Tuttavia anche la guardia repubblicana venne sconfitta e
estromessa da Suleyama, il centro della rivolta.
Il problema era che
nessuno aveva una strategia chiara su ciò che doveva essere fatto. I
dirigenti dell’Upk e del Pdk, avendo una visione puramente
nazionalista, erano incapaci di sviluppare una strategia di classe e di
appellarsi ai lavoratori di tutto l’Iraq per unirsi a loro nella lotta
e rovesciare Saddam Hussein.
Una volta che la
ribellione curda venne schiacciata, gli Stati Uniti crearono una
cosiddetta "zona franca" per i curdi all’interno dell’Iraq imponendo
una zona di interdizione aerea a nord del 36° parallelo. I profughi
espulsi precedentemente poterono rientrare nella loro patria. Ma non
prima di una nuova guerra fra curdi nel nord dell’Iraq. Dal 1994 al
1998, le due fazioni curde irachene - il Partito democratico del
Kurdistan guidato dal Massoud Barzani e l’Unione patriottica del
Kurdistan, guidata da Jalal Talabani - combatterono una guerra
sanguinaria per il potere nel nord dell’Iraq. Come abbiamo visto molte
volte, specialmente in Medioriente e nei Balcani, i dirigenti borghesi
delle piccole nazioni, sotto la parvenza "dell’autodeterminazione",
finiscono con l’essere gli agenti di una potenza imperialista o di
un’altra.
I problemi dei curdi
iracheni non sono ancora stati risolti oggi. Le due fazioni, il Pdk e
l’Upk, sono semplici burattini degli interessi contrastanti degli
imperialisti nella zona. Il Pkk è entrato in conflitto con il Pdk di
Barzani, la fazione nel nord dell’Iraq, che controlla il confine
turco-iracheno. Barzani ha criticato il Pkk per aver installato delle
basi militari nel territorio curdo iracheno per lanciare attacchi alla
Turchia! Il Pdk controlla la strada attraverso la quale passano le
merci fra Iraq e Turchia e trae beneficio da questo attraverso tasse
che gli è permesso imporre sulle merci che viaggiano su questa via,
compreso il petrolio venduto all’estero dall’Iraq, in barba alle
sanzioni delle Nazioni Unite. Per mantenere questa lucrosa attività e i
buoni rapporti con la Turchia, il dirigente del Pdk ha spezzato le
attività del Pkk all’interno dell’Iraq. Come segno di gratitudine i
turchi hanno aiutato il Pdk nella sua lotta contro l’Upk. Nel 1997
forze turche hanno aiutato il Pdk a bloccare un assalto dell’Upk.
Più recentemente le
autorità turche hanno favorito un accordo fra il Pdk e l’Upk affinché
le basi del Pkk venissero chiuse. Senza basi in Siria e in Iraq, e
senza una popolazione simpatizzante che li sostenesse con cibo, rifugi,
trasporto di armi, a causa della deportazione di massa,
il Pkk trovava sempre
maggiori difficoltà a sostenere la sua guerra di guerriglia. Allo
stesso tempo tutto il paese è sotto embargo dell’Onu e i curdi iracheni
stanno soffrendo come il resto della popolazione.
Da parte sua ha portato
avanti una politica di oppressione contro i curdi simile a quella della
Turchia. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Iran è stato occupato a
nord dall’Unione Sovietica e a sud dalla Gran Bretagna. I curdi
riuscirono a proclamare la Repubblica Curda di Mahabad nei territori
occupati dall’Unione Sovietica. Ma immediatamente dopo, una volta che
le truppe sovietiche si ritirarono, il governo di Teheran, con
l’appoggio della Gran Bretagna e dell’America, annientò la Repubblica
di Mahabad.
Ancora quando la
rivoluzione iraniana rovesciò lo Scia nel 1979, i curdi dell’Iran
settentrionale poterono godere di una certa libertà con la formazione
di una regione autonoma. Ma questo non durò a lungo. Il nuovo regime
dei mullah calpestò militarmente i curdi e la resistenza armata al
regime fondamentalista islamico che governa l’Iran dal 1979.
L’ipocrisia dell’imperialismo Usa
Ciò che
allarmava il governo turco era che nei primi anni ‘90 il movimento di
Ocalan aveva un certo controllo su una gran parte della Turchia
orientale, che stabiliva i suoi funzionari locali, raccoglieva tasse e
si amministrava con un suo proprio sistema legale. Esisteva un appoggio
di massa al Pkk. Questo spiega la campagna militare selvaggia del
governo turco in cui molti villaggi curdi vennero bruciati e molti
sospetti simpatizzanti con i ribelli vennero torturati o uccisi o fatti
sparire. Tra il 1991 e il 1997 qualcosa come 1500 nazionalisti curdi
morirono in quelli che ancora fino al gennaio del 1998 venivano
classificati come "crimini senza risposta". Poi un rapporto del governo
rivelò che le uccisioni erano il lavoro delle squadre della morte,
sponsorizzate dallo Stato.
In tutto ciò
l’ipocrisia degli Usa è nauseante. Mentre continuavano a parlare della
condizione dei curdi in Iraq, chiudevano gli occhi sull’oppressione dei
curdi in Turchia. Permisero persino all’esercito turco di entrare nel
territorio iracheno per inseguire il Pkk, nonostante la cosiddetta
protezione dei curdi del nord dell’Iraq contro il "diavolo" Saddam
Hussein.
I curdi in Turchia
La parte più
grande del Kurdistan, che sia in termini di popolazione sia di
territorio è circa la metà del totale, si trova all’interno della
Turchia. Corrisponde a un terzo del territorio della Turchia. Circa 13
milioni di curdi vivono entro i confini della Turchia, fra gli 8 e i 10
milioni in Iran, 5 milioni in Iraq, e 1,5 milioni in Siria.
Circa un terzo degli
emigranti che hanno lasciato la Turchia negli scorsi 20-30 anni e che è
giunto in paesi europei sono curdi. Se aggiungiamo a questo il numero
di curdi dalla Turchia e da altri paesi che sono giunti in Europa negli
ultimi anni per ragioni politiche ed economiche, il numero di curdi che
vivono in Europa sale a circa un milione.
Sui circa 13 milioni di
curdi che vivono in Turchia, il 70-75% vive oggi prevalentemente nei
quartieri poveri e malfamati di Ankara e altre città ad ovest della
capitale, insieme a milioni di lavoratori turchi. In più, centinaia di
migliaia sono andati nelle città del Kurdistan o sono emigrati, spesso
illegalmente, in Europa; di coloro i quali hanno lasciato i loro
villaggi qualcosa come 560mila, secondo le stime accettate dal
Dipartimento di Stato, sono stati evacuati con la forza dalle forze
governative. [l’obiettivo dei villaggi vuoti è servito a togliere
risorse al Pkk, compreso cibo e uomini che avrebbero potuto unirsi ad
esso] Secondo fonti del governo turco, l’80% degli abitanti dei
villaggi che sono diventati emigrati nelle città sono disoccupati.
Un giornalista del The
Guardian ha visitato un villaggio nel sud est della Turchia all’inizio
dell’anno e ha fatto un rapporto sulla situazione che affrontano i
curdi:
Gli uomini dal villaggio di Kalkum nel sud est della Turchia si incontrano allo stesso bar alla stessa ora ogni giorno...
Il loro villaggio è
stato dato alle fiamme e gli abitanti sono stati evacuati più di sei
anni fa dall’esercito turco, all’apice della sua battaglia contro il
Pkk, il movimento separatista curdo. Il bar è nel centro della ricca
città di Diyarbakir, dove gli abitanti del villaggio hanno incontrato
centinaia di migliaia di altri profughi espulsi dalla campagna
circostante.
L’intensità della
guerra curda è diminuita nella misura in cui i militari hanno saturato
la regione con decine di migliaia di uomini. Ma il significato della
dislocazione è forte come sempre. Il conflitto infiamma ancora le menti
degli espropriati.
"Siamo tutti stati
evacuati" ha detto un uomo con lo sguardo triste, "e nessuno di noi ha
un lavoro stabile. Alcuni di noi provano a vendere delle merci per
strada; altri addirittura mendicano", (The Guardian, 2/1/1999).
Appoggio di massa al Pkk
Solo
comprendendo questa situazione possiamo spiegare come il Pkk, l’ala più
combattiva del movimento nazionalista curdo in Turchia, sia stato in
grado di emergere come forza di massa nella Turchia sud orientale. Il
Pkk è sostenuto da milioni di curdi all’interno della Turchia. Non
possiamo perdonare, ovviamente, le bombe contro i civili nelle città, o
gli assassini per vendetta di chiunque non si conformasse alle
decisioni del Pkk. Questi metodi non servono a far avanzare la causa
del popolo curdo. Infatti hanno rafforzato i generali turchi che
possono usare questi attacchi come scusa per la loro campagna militare
contro i curdi, e in particolare contro il Pkk.
Lo scopo dei lavoratori
e dei contadini curdi dovrebbe essere quello di costruire una unità con
i lavoratori turchi contro il nemico comune, che sono i capitalisti e i
proprietari terrieri che dominano la Turchia. Questo non può essere
fatto attraverso una campagna terrorista. Bisogna coinvolgere i
lavoratori turchi che pure sono oppressi dal regime turco. Questo vale
ancora di più oggi se si considera che milioni di curdi si sono
proletarizzati e vivono in città come Istanbul e Ankara a fianco dei
lavoratori turchi. Lavorano nelle stesse fabbriche, negli stessi posti
di lavoro. La soluzione ai problemi dei curdi sta in una lotta unitaria
contro il regime di oppressione della Turchia insieme ai lavoratori
turchi.
Inizialmente il Pkk
aveva proclamato che il suo obiettivo non era solo la separazione
totale delle zone a lingua curda dalla Turchia, ma anche quello di uno
stato che unisse tutti i curdi, della Turchia, dell’Iran, dell’Iraq e
della Siria. Nessuno di questi regimi nella zona lo permetterebbe. E
neppure l’imperialismo occidentale potrebbe tollerare una cosa del
genere. Tutti i regimi nella zona sono pronti a dare un appoggio
limitato a questo o a quel gruppo di nazionalisti curdi, quando questo
serve ai loro interessi, ma non accetteranno mai di buon grado la
creazione di uno stato indipendente curdo.
Conflitti interimperialistici
Il sostegno
per questo o quel movimento nazionalista curdo, che ogni regime nella
zona può dare, riflette solamente i ristretti interessi nazionali. Il
regime iracheno ha sostenuto diverse fazioni in tempi diversi, lo
stesso vale per il regime iraniano, quello siriano o turco. Ma aiutare
i curdi per formare un loro stato significherebbe creare un precedente
per cui i curdi che stanno nei loro stati inizierebbero a rivendicare
la separazione. Questo condurrebbe ad una rottura dell’Iraq e della
Turchia. In questo contesto ad avvantaggiarsi sarebbe l’Iran. Questo
spiega perché gli Usa danno un moderato appoggio ai curdi del nord
dell’Iraq, ma mai permetterebbe loro di costruire un loro proprio
stato, perché questo metterebbe sotto enormi pressioni la Turchia che
in questo processo potrebbe spaccarsi.
Ecco perché il popolo
curdo non può riporre nessuna fiducia in nessuna potenza imperialista
che periodicamente sembra stare dalla loro parte. Li useranno solo come
moneta di scambio nelle loro manovre nella zona.
Il petrolio è un
elemento importante nel conflitto. Una gran parte delle risorse
petrolifere dell’Iraq sono in Kurdistan. Una parte delle risorse
petrolifere dell’Iran sono anche in Kurdistan, nella regione attorno a
Kirmanshah. Le risorse petrolifere della Turchia sono quasi
esclusivamente in Kurdistan (nella regione attorno a Batman,
Diyarbakir, Adiyaman). Le risorse petrolifere della Siria sono quasi
prevalentemente in Kurdistan, nella regione attorno a Cezir. I
territori del Kurdistan sono anche ricchi di risorse minerarie come
ferro, rame, cromo, carbone, argento, oro, uranio, e fosfati.
Inoltre ci sono
progetti per sviluppare l’estrazione di petrolio nel Caspio. Per
trasportare questo petrolio si stanno considerando diverse vie per la
costruzione di nuovi oleodotti. Uno di essi dovrebbe passare attraverso
o vicino il Kurdistan turco, e porterebbe il petrolio dall’Azerbaijan e
dagli altri paesi produttori dell’ex Unione sovietica della zona del
Caspio, fino ad un terminale della città turca di Ceyhan, sul
Mediterraneo.
Questo è uno dei motivi
per cui la classe governante turca non abbandonerà il controllo di
quest’area. L’altro è legato al fatto che la borghesia turca, dopo la
caduta del muro di Berlino, ha forti ambizioni per estendere la sua
influenza verso est. Ha ambizioni annessionistiche sui territori ricchi
di petrolio del nord dell’Iraq, anch’essi in territorio curdo. In
realtà le incursioni in Iraq, se da una parte hanno l’obiettivo di
spezzare le forze del Pkk, dall’altra costituiscono una scusa per
stabilire una presenza armata nel nord dell’Iraq. La zona di
interdizione aerea del nord dell’Iraq, imposta dall’imperialismo
occidentale, in realtà aiuta la Turchia in questi obiettivi.
Anche la Siria ha le
proprie ambizioni. Ma è stata indebolita dal crollo dell’Unione
sovietica, suo ex-alleato. Se l’Unione sovietica fosse stata ancora una
superpotenza, probabilmente la Turchia non sarebbe stata in grado di
costringere la Siria a espellere Ocalan. Il governo turco ha costretto
la Siria, minacciandola di un intervento armato, ad abbandonare il suo
appoggio al Pkk. I militanti del Pkk sono stati costretti ad
abbandonare i loro rifugi in Siria e nella valle della Bekaa nel
territorio del Libano controllato dalla Siria.
La Siria e la Turchia
sono in conflitto da molto tempo rispetto all’attribuzione della
provincia turca di Hatay sulla frontiera siriana. Questo è il motivo
per cui la Siria, fino all’ottobre 1998, appoggiava il Pkk, in
opposizione al governo di Ankara (salvo poi chiudere nel silenzio un
milione di curdi nella parte nord del proprio territorio).
L’imperialismo
statunitense è molto preoccupato per la situazione in Turchia, perché,
dopo Israele, è il suo alleato principale nella regione. Un conflitto
latente va avanti da anni tra la Grecia e la Turchia. Le aspirazioni
imperialiste della classe dirigente turca rafforzano le crescenti
tensioni con la Siria, l’Iraq e l’Iran. Questo spiega l’attuale
alleanza "de facto" della Turchia con Israele. Israele fornisce armi
alla Turchia e la Turchia permette ad Israele di compiere esercitazioni
dei suoi aerei sul territorio turco. Su questo fronte gli Stati Uniti
appoggiano la Turchia. Sono state di fatto le pressioni
dell’imperialismo Usa a costringere la Grecia a consegnare Ocalan ai
turchi.
La battaglia del Pkk in difficoltà
La forte
pressione dell’esercito turco e lo smantellamento delle le sue basi in
Siria hanno costretto il Pkk ad una ritirata militare. Ciò è successo
prima della cattura di Ocalan. In realtà l’ironia della situazione
vuole che lo stesso Ocalan stava proponendo di trovare una "soluzione
politica" al problema. Il Pkk, basandosi sugli esempi dell’Irlanda del
Nord, dei palestinesi e dell’Eta nei Paesi Baschi, ha dichiarato per la
seconda volta, nel settembre 1998, un cessate il fuoco unilaterale.
Ocalan ha abbandonato
la rivendicazione per un Kurdistan indipendente e si è appellato
all’Unione europea e ai governi europei rivendicando per i curdi turchi
una autonomia limitata. Queste non sono posizioni che ci si
aspetterebbe da un vero leader comunista. Non ci si può aspettare un
aiuto concreto ai curdi oppressi dalle borghesie dell’Europa
occidentale. L’Unione europea ha importanti legami commerciali con la
Turchia, e in un prossimo futuro sta pianificando di farla entrare
nell’Unione. I governi europei stanno rifornendo la Turchia di armi che
servono ad uccidere gli uomini, le donne e i bambini curdi!
I militari turchi non
sono pronti ad arrivare ad un compromesso con la guerriglia del Pkk.
Hanno minacciato la Siria di guerra, e sono all’offensiva contro i
curdi. La cattura di Ocalan ha ridato loro fiducia. Dopo il suo
arresto, i militari turchi hanno mandato migliaia di soldati nel
territorio iracheno, con carri armati ed elicotteri, per inseguire i
guerriglieri del Pkk.
Centinaia di arresti
sono stati compiuti in tutto il paese. Anche il giovane fratello di
Ocalan, Mehmet, che sembra non abbia nulla a che fare con la
guerriglia, è stato arrestato. Questo dimostra i metodi spietati dei
militari turchi. Vogliono distruggere Ocalan con tutti i mezzi
possibili e umiliarlo di fronte agli occhi delle migliaia di curdi che
guardano verso il Pkk e il suo leader imprigionato.
Per adesso l’esercito
non è pronto a parlare di "soluzioni politiche". Vuole eliminare il
problema militarmente. Vorrebbero farci credere che il problema curdo è
senza vie d’uscita. Tuttavia una simile conclusione sarebbe un grosso
errore. Per ora il Pkk è in ritirata, ma se non si trova una soluzione
duratura, il problema riemergerà di nuovo.
Il governo turco, con
le sue deportazioni di massa e le sue migrazioni forzate dei curdi, non
capisce che sta scavando la propria tomba. Concentrando masse di curdi
nelle città hanno preparato la strada per un genuino movimento di massa
di tutti i lavoratori turchi, che contrariamente alla guerriglia
coinvolgerà attivamente la maggioranza dei curdi. Questo contesto pone
le basi per una lotta unitaria dei lavoratori curdi e turchi, qualcosa
che darà una vera scossa al regime militare fin nelle sue fondamenta.
Tutti i lavoratori, che
siano curdi o turchi o di un’altra etnia, in Turchia si trovano di
fronte agli stessi problemi fondamentali: la repressione militare,
cattive condizioni degli alloggi, disoccupazione. Tutti problemi
aggravati dalla guerra nella Turchia orientale. La maggioranza dei
lavoratori sono organizzati negli stessi sindacati. Se nascesse un
movimento radicato nelle città si unirebbero per combattere i nemici
comuni. La soluzione del problema curdo è impossibile sotto il regime
capitalista. Fino a quando i curdi rimarranno oppressi e senza diritti
la lotta continuerà ad emergere ripetutamente.
Le autorità turche
vogliono spezzare le ossa al Pkk, ma allo stesso tempo sono state
costrette ad un qualche riconoscimento dell’identità curda. Ad esempio
non è più vietato usare la lingua curda nella vita di tutti i giorni,
anche se non sono ammesse trasmissioni televisive o radiofoniche, e
l’uso della lingua curda nelle scuole sia ancora vietato. Se 20 anni fa
avessero fatto concessioni reali su queste questioni, queste sarebbero
state probabilmente sufficienti, ma, ora è "troppo poco e troppo
tardi". Mezze misure non bastano più, ma, d’altra parte anche il Pkk
non offre soluzioni.
Manca di una
prospettiva internazionale e di un genuino approccio "di classe" al
problema dei lavoratori e dei contadini curdi. Senza questo non è
possibile conquistare i lavoratori della Turchia e di tutto il
Medioriente alla causa del popolo curdo. Senza una prospettiva
internazionale il pericolo del nazionalismo è sempre presente. Lo
dimostra una recente dichiarazione di Ocalan che continuando a
difendere il diritto dei curdi all’autonomia, ha proposto un’espansione
della Turchia verso est. Ma l’autonomia dei curdi non potrà essere
ottenuta in questo modo, non è così che si potrà fare appello ai
lavoratori e ai contadini dei paesi ad est della Turchia!
Quello che questo
dimostra è l’impasse dei dirigenti del Pkk dopo 15 anni di guerriglia.
Il Pkk è più lontano che mai dai suoi obiettivi di autodeterminazione
per il popolo curdo. Il fatto è che sotto il sistema capitalistico
questo non è possibile. Come ha dichiarato l’Economist (20/02/99)
esprimendo le convinzioni dell’imperialismo britannico, "I curdi devono
riconoscere che da un punto di vista politico, non c’è posto in
Medioriente per uno Stato curdo indipendente." Aggiunge qualche
consiglio allo Stato turco: "una pace durevole può essere costruita
solo se i curdi, soprattutto in Turchia ma non solo, ottengono delle
concessioni giuste che fino ad ora gli sono state negate." Naturalmente
nell’articolo non si fa assolutamente cenno al ruolo dell’imperialismo
britannico negli ultimi anni e la sua responsabilità nella negazione
delle aspirazioni curde.
Una soluzione sotto il sistema capitalista è impossibile
Solo un
periodo prolungato di sviluppo economico permetterebbe una soluzione
della questione curda. Se ci fossero abbastanza posti di lavoro e case
per tutti i lavoratori della Turchia, sia turchi che curdi, se ci fosse
un aumento costante nei livelli di vita di tutta la gente di quest’area
del mondo, allora si potrebbe parlare di una soluzione "pacifica" e
"politica". Ma il mondo si trova di fronte ad uno scenario esattamente
opposto. Il 40% è già in recessione e il rimanente 60% sta andando in
questa direzione particolarmente. I paesi sottosviluppati si trovano in
difficoltà. La disoccupazione sta aumentando e il livello di vita delle
masse è costantemente sotto attacco.
Il Kurdistan è un area
particolarmente arretrata da un punto di vista dello sviluppo
economico. La popolazione vive in povertà in un paese potenzialmente
ricco. Le condizioni da paese coloniale hanno impedito lo sviluppo
della zona. Qualsiasi profitto fatto in Kurdistan esce dal paese. La
società non è stata modernizzata e le strutture feudali del passato non
sono state completamente eliminate. La struttura tribale nelle aree
agricole è rimasta. Il Kurdistan è ancora dominato da un sistema
sociale semi-feudale. Non esistono né una classe borghese né una classe
operaia nel senso moderno del termine. In altre parole la borghesia
turca non è stata capace di portare a termine i compiti della
rivoluzione democratica borghese.
Nel tentativo di
ridurre l’appoggio al Pkk, il governo turco ha parlato della necessità
di avere più strade, più scuole, più assistenza medica per il sud-est
del paese. Questo è il motivo per cui hanno avanzato l’idea del
"Progetto del sud-est dell’Anatolia". L’idea è di sviluppare l’economia
della Turchia sud orientale. Il piano prevede la spesa di un miliardo e
ottocento milioni di dollari per trasporti, assistenza medica,
educazione, telecomunicazioni, settore minerario, industria e turismo.
Ma i nazionalisti curdi non sono così ottimisti. L’investimento estero
nella regione non è sufficiente e molti imprenditori turchi dubitano
che possa portare profitti.
Come riporta il
Financial Times: Gli imprenditori del sud-est arretrato della Turchia
riescono a malapena a tenere il conto di quante volte il governo ha
promesso di dare una spinta allo sviluppo economico nella regione.
"Un assalto di
investimenti", ha annunciato Bulent Ecevit, il paterno primo ministro,
per rabbonire i curdi riottosi dopo la cattura, la settimana scorsa, di
Abdullah Ocalan, leader della guerriglia del Pkk. Ma a questa
dichiarazione non È seguito da nessun calcolo rispetto a quanti soldi
sarebbero stati destinati alla regione, (Financial Times, 24/02/99).
Mentre il governo parla
di investire soldi, i capitalisti si rendono conto che il mercato
mondiale non lascia spazio per lo sviluppo del Kurdistan. Così i soldi
sono spesi per la repressione piuttosto che per lo sviluppo economico.
La guerra contro il Pkk costa alla Turchia 8 miliardi di dollari
all’anno.
Una federazione socialista è l’unica via d’uscita
Tutto questo
dimostra che non ci può essere via d’uscita per il popolo curdo sotto
il capitalismo. Quindi come possono essere soddisfatte le aspirazioni
dei curdi all’autodeterminazione? Fino a quando si manterranno gli
interessi delle varie classi dominanti a livello locale e
internazionale, la strada verso l’autodeterminazione è bloccata. La
vera autonomia può essere raggiunta solo attraverso una federazione
socialista di tutto il Medioriente, compresa la Turchia.
All’interno di questa
federazione ci sarebbe autonomia per tutte le minoranze, compresi i
curdi. Avrebbero diritto ad usare la loro lingua, a sviluppare la loro
cultura, etc. Una volta che gli interessi del capitalismo e del
latifondismo siano eliminati avrebbero persino la possibilità di avere
il loro proprio Stato. Non ci sono altre vie.
Tutti i regimi in
questa area opprimono la loro popolazione. È interesse dei lavoratori
di tutto il Medioriente rovesciare le loro classi dirigenti. Questo è
il motivo per cui la lotta deve essere rivolta alla costruzione in
tutti questi paesi di partiti che difendano i lavoratori in modo
autentico che possano unire le classi lavoratrici di tutte le
nazionalità nella lotta verso il socialismo. Non è un’utopia, ma
l’unica strada praticabile.
Bisogna ricordare che i
curdi si sono spesso trovati vicini ad ottenere l’indipendenza in
momenti in cui c’era un movimento insurrezionale a livello
internazionale. La rivoluzione russa del 1917 rovesciò lo zarismo e
portò al ritiro dei russi dalla regione. Questo, insieme all’ondata
rivoluzionaria generale, in seguito alla prima guerra mondiale, aveva
aperto la possibilità di uno Stato curdo: da qui il trattato di Sévres
del 1920. Non appena il movimento si è indebolito la reazione è
riuscita a riprendere in mano la situazione e i curdi della Turchia, ma
non solo, furono schiacciati.
Alla fine della seconda
guerra mondiale, la presenza delle truppe sovietiche nel nord
dell’Iran, insieme con i movimenti rivoluzionari su scala mondiale,
permisero il formarsi di uno Stato curdo nel nord dell’Iran, che è
stato poi distrutto dallo stesso Iran un anno più tardi, con l’appoggio
dell’imperialismo britannico.
Di nuovo nel 1979 fu la
rivoluzione dei lavoratori iraniani contro lo Scià che diede ai curdi
nel nord un respiro temporaneo e una certa autonomia, con
l’instaurazione di una regione autonoma, per essere poi schiacciata di
nuovo una volta instaurata la reazione dei mullah. Se fosse esistito in
Iran un partito rivoluzionario autentico, le cose si sarebbero
sviluppate in modo diverso. Una rivoluzione socialista sarebbe stata
possibile in Iran. Questa rivoluzione avrebbe concesso l’autonomia ai
curdi del nord. Questo avrebbe influenzato i lavoratori in tutto il
Medioriente. Sarebbe stato l’inizio di una rivoluzione in tutta la zona
e, in questo contesto, la questione dei curdi e di tutte le minoranze
nella regione, avrebbe potuto essere risolta.
Questo dimostra che nel
corso della storia la questione dell’autonomia dei curdi è stata
strettamente collegata ai movimenti rivoluzionari dei lavoratori nella
regione e su scala mondiale. Dobbiamo basarci sulle prospettive di una
rinnovata ondata di lotta di classe in tutto il Medioriente. Solo così
possiamo vedere la possibilità di rovesciare i regimi dispotici che
dominano in quest’area, e così la possibilità concreta di
autodeterminazione per tutte le minoranze.
Londra, 26 febbraio 1999
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