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La lotta all’imperialismo e la difesa del diritto all’autodeterminazione dei popoli
Le ragioni storiche della polveriera balcanica
Verso l’anno
1000 il Kosovo era una regione contesa da serbi e bulgari; nel 1018
venne conquistato dall’Impero d’Oriente, ma dopo numerose guerre i
serbi lo riconquistarono trasferendo lì il cuore dello Stato, fino alla
battaglia di Kosovo Polje (1389), che vide sconfitto l’esercito serbo e
che aprirà ai turchi le porte dei Balcani per oltre mezzo millennio.
Gli equilibri etnici rimarranno gli stessi per secoli fino alla fine
del 1600 quando fallì l’offensiva turca contro la città di Vienna. I
serbi, alleati degli austriaci, fuggirono dal Kosovo per timore di
rappresaglie, lasciando via libera ai popoli dell’Albania
settentrionale che emigreranno nella regione occupando le pianure
abbandonate dai serbi. Il grosso dell’immigrazione albanese nel Kosovo
avverrà tra la metà del XVIII secolo e la metà del XIX.
I movimenti
rivoluzionari borghesi del XIX secolo, in Germania, in Italia e in
Ungheria risvegliarono anche nei Balcani i sentimenti nazionali delle
diverse etnie che si proponevano di unificare i territori abitati dai
propri connazionali. La mescolanza delle popolazioni rese però
impraticabile ridisegnare i Balcani secondo l’appartenenza etnica,
dando un carattere reazionario alle pretese di chi si proponeva di
riunificare la "Grande Serbia", piuttosto che la "Grande Grecia", la
"Grande Bulgaria", la "Grande Romania".
Solo gli albanesi
tenteranno di ottenere l’indipendenza, non dichiarando guerra ai
turchi, ma seguendo la via diplomatica e limitandosi a rivendicare una
semplice autonomia all’interno dell’Impero Ottomano. Prevarrà, come si
vedrà anche in seguito, un sentimento di debolezza, proprio della
classe dirigente albanese, incapace di conseguire l’indipendenza sulla
base delle proprie forze, che trasformerà l’Albania in un "protettorato
permanente", prima dei turchi, poi degli austriaci, in seguito (tra le
due guerre mondiali) dell’Italia fascista, oggi ancora dell’Italia
"democratica" (per l’Albania) e della Nato (per il Kosovo). L’idea che
la liberazione dall’oppressione di Milosevic possa essere conseguita da
una potenza straniera, idea fatta propria dall’Uck, ha quindi
tradizioni radicate nella stoltezza della classe dominante albanese.
Anche la burocrazia stalinista di Enver Hoxha, che giunse al potere nel
dopoguerra, non fu diversa in questo: l’Albania fu prima strumento
della burocrazia dell’Urss contro Tito e in seguito di Mao nello
scontro cino-sovietico.
Le guerre balcaniche
nel 1912-13 cambiarono le carte in tavola; la sconfitta dei turchi nel
1911 contro l’Italia indebolì lo Stato ottomano, il che diede la
possibilità agli Stati balcanici di riconquistare i territori persi in
precedenza.
La Serbia, il
Montenegro, la Bulgaria e la Grecia si allearono contro l’Impero che
sconfissero nel marzo del 1913. La divisione nel fronte dei vincitori
sulla spartizione delle terre conquistate permetterà ai turchi di
rivalersi su una parte delle terre perdute. La Serbia riuscirà così a
riconquistare il Kosovo, dove invierà un certo numero di coloni,
opportunamente incentivati.
Nel trattato di
Versailles, le potenze vincitrici della prima guerra mondiale (Francia,
Gran Bretagna, Stati Uniti) si spartirono il bottino, concedendo
qualche osso da rosicchiare ai piccoli paesi disposti a sottomettersi
all’imperialismo. Fu in quella occasione che il presidente Usa, Woodrow
Wilson, proclamò il principio di "autodeterminazione nazionale", come
mezzo per balcanizzare l’Europa, assicurandosi la dipendenza di alcune
potenze minori.
La Romania annesse la
Transilvania ungherese e una parte del Banat, come pure la Bessarabia
dalla Russia e la Bukovira dall’Austria. La Jugoslavia fu costituita
dall’unione della Serbia-Montenegro con gli ex territori
austro-ungarici di Croazia, Slovenia, Dalmazia, Bosnia-Erzegovina,
Slavonia, Vojvodina e una parte del Banat. I nuovi stati, creati da una
pace predatoria, univano diverse etnie indipendentemente dalla loro
volontà. Si preparavano così nuove guerre e nuovi conflitti nazionali.
Tutti questi stati erano sotto il giogo dell’imperialismo, governati da
feroci dittature poliziesche o da monarchie feudali assolutiste.
I nazionalisti albanesi
rivolsero il loro sguardo all’Italia; il ministro degli esteri di
Mussolini, Galeazzo Ciano, usa la carta Kosovo e tentò di
strumentalizzarla per far avanzare gli obiettivi di allargamento
territoriale del regime fascista. Ecco un passaggio di Ciano scritto il
21 aprile 1939:
"Ho un colloquio con
Shtylla, ex ministro d’Albania a Belgrado. Mi intrattiene soprattutto
sul problema dei Cossovesi, cioè 850.000 albanesi fortissimi
fisicamente, saldi moralmente, entusiasti all’idea di una Unione alla
madre Patria. Pare che i serbi ne abbiano un terrore panico. Oggi non
bisogna neppure lasciare immaginare che il problema attira la nostra
attenzione: anzi, bisogna cloroformizzare gli jugoslavi. Ma in seguito
bisognerà adottare una politica di vivo interessamento per il Cossovo:
ciò varrà a tener vivo un problema irredentista nei Balcani che
polarizzerà l’attenzione degli stessi albanesi e rappresenterà un
pugnale piantato nel dorso della Jugoslavia."
Nella
seconda guerra mondiale, grazie alla sconfitta della Grecia e alla
spartizione della Jugoslavia, l’Italia riuscì a porre il Kosovo sotto
il proprio controllo. I serbi furono costretti a fuggire. Quando l’8
settembre 1943 Badoglio firma la pace, la dominazione italiana viene
sostituita dall’esercito tedesco.
La guerra di liberazione jugoslava
Contro la
brutale occupazione nazista, iniziata nell’aprile del 1941, si
organizzarono i partigiani di Tito. Il 21 ottobre del 1941, una rivolta
a Kragujevac venne repressa nel sangue. I nazisti uccisero in un solo
giorno oltre 7.000 cittadini. I nazifascisti formarono in Croazia un
governo fantoccio che fece strage di serbi, ebrei e zingari.
La resistenza jugoslava
era composta da decine di migliaia di partigiani di tutte le
nazionalità; la guida del movimento era nelle mani dei comunisti, che
però per volere di Stalin conducevano la lotta solo in chiave
antifascista, non proponendosi come obiettivo la lotta immediata per il
socialismo.
Nell’agosto ‘44 Tito
incontrò Churchill a Napoli e gli assicurò di non voler instaurare un
regime comunista in Jugoslavia. Nell’ottobre Churchill si recò a Mosca
e si accordò con Stalin per la spartizione dei Balcani, che sarebbero
stati così ripartiti:
Romania: 90% alla Russia, 10% alleati
Bulgaria: 75% alla Russia, 25% alleati
Grecia: 10% alla Russia, 90% Gran Bretagna (in accordo con gli Usa)
Jugoslavia e Ungheria spartite a metà tra Russia e alleati
Sulla base di questo
cinico accordo, Stalin diede carta bianca alla Gran Bretagna per
reprimere la resistenza greca egemonizzata dai comunisti e lasciò
aperta la strada all’ingresso della Gran Bretagna in Jugoslavia.
Purtroppo per Stalin e per Churchill le cose andarono diversamente. La
stessa dinamica della guerra di liberazione spinse i partigiani di Tito
ad espropriare in un primo momento i beni dei collaborazionisti del
nazismo e in seguito a nazionalizzare le industrie, le banche e a
iniziare la riforma agraria.
Così facendo venne
abbattuto il capitalismo e si formò uno stato operaio deformato frutto
di un processo rivoluzionario dal carattere profondamente distorto.
Tito in Jugoslavia come Dimitrov in Bulgaria manovrarono tra le classi
instaurando Stati totalitari e monopartitici sul modello del regime
stalinista dell’Urss, dove i lavoratori non avevano alcun potere
politico e dove una burocrazia totalitaria concentrava nelle proprie
mani tutto il potere.
Lo scontro con Mosca e la politica dell’autogestione operaia
La
formazione di uno Stato "socialista" in Jugoslavia non era contemplata
dagli accordi di Yalta voluti da Stalin. Questo aprì uno scontro tra
Mosca e Belgrado. Tito non si sottomise ai voleri di Mosca in quanto
era capo dell’unico paese del blocco orientale, dove la liberazione dai
nazisti non avvenne per opera esclusiva dell’Armata Rossa, ma come
risultato della vittoria militare che i partigiani avevano inflitto sul
campo all’esercito nazista.
Il presidente jugoslavo
era dunque al comando di un apparato dello Stato ("corpo di uomini
armati", secondo la sintetica definizione di Engels) che poteva
contrapporsi all’Armata Rossa. Questo, a differenza degli altri paesi
dell’Europa dell’Est, diede una certa indipendenza a Belgrado dalla
burocrazia sovietica. Il programma di Tito, comunque, non si discostava
dall’idea staliniana del "socialismo in un paese solo": la volontà di
indipendenza da Mosca era dettata proprio dal bisogno di difendere gli
interessi nazionali della burocrazia di cui lui era a capo.
Su questa base si
sviluppò la proposta della "Federazione socialista dei Balcani", che
nei piani di Tito non rappresentava un’unione fraterna tra stati
socialisti basati sulla democrazia operaia, ma una sorta di alleanza
nei Balcani da opporre alla casta burocratica di Mosca. Anche su basi
burocratiche avrebbe avuto comunque un ruolo progressista perché
permetteva una maggiore integrazione delle economie balcaniche.
Questa prospettiva andò
in fumo a causa degli intrighi di Stalin, che ovviamente si oppose con
tutte le sue forze all’idea della federazione. La Lega dei Comunisti di
Tito fu accusata di "revisionismo" e la Jugoslavia fu tagliata fuori
dagli scambi commerciali del COMECON; il che costrinse la burocrazia a
cercare nell’Occidente uno sbocco per le proprie merci.
Nel congresso del 1952
della Lega dei comunisti jugoslavi (Lcj), gli economisti di Belgrado
svilupparono una serie di teorie tese a dimostrare come l’introduzione
di elementi di capitalismo nell’economia pianificata avrebbe
rappresentato un passo in avanti verso la costruzione del socialismo.
Il sistema sovietico venne definito "capitalismo di Stato" e si
individuò nella proprietà statale dei mezzi di produzione la causa di
tutti i mali. Kidric, il principale economista di quei tempi sviluppò
l’idea che si potesse dare via libera ai rapporti monetario-mercantili
senza rinunciare alle "leggi fondamentali del socialismo".
Così nel ‘53 si avviò
la famosa campagna per l’autogestione operaia che in realtà
rappresentava una concessione alle tendenze capitaliste e alla
decentralizzazione dell’economia pianificata.
Si avviò una politica
di divaricazione salariale, con stipendi legati alla produttività e ai
"profitti aziendali", che alla lunga provocò forti disparità di
condizioni tra i lavoratori, avvantaggiando quegli operai che avevano
la fortuna di essere impiegati nelle aziende dove si concentravano gli
investimenti tecnologici dello Stato (di norma nel Nord del paese).
Il divario dei livelli
di vita tra le ricche Slovenia e Croazia e le povere Macedonia,
Montenegro e Kosovo si accentuarono e insieme alle pressioni del
mercato mondiale innescarono quelle forze centrifughe che saranno alla
base dello smembramento della Jugoslavia.
La politica economica
di Belgrado provocò alla lunga iperinflazione e disoccupazione, oltre
che una dipendenza dal Fondo monetario internazionale. Negli anni ‘60 e
‘70 i livelli di crescita economica nella Repubblica Jugoslava erano
ancora rilevanti, ma a un certo punto il sistema entrò in crisi. Il
delicato equilibrio costruito da Tito con la Costituzione jugoslava che
sembrava aver relativamente appianato gli odi nazionali, con la crisi
economica si incrinò. Le diverse burocrazie nazionali per mantenersi al
potere deviarono il malcontento della popolazione contro le altre etnie
e su questa base si servirono dello sciovinismo per mantenersi al
potere e non essere rovesciate dalla classe operaia.
Tra l’86 e l’89 la
classe operaia jugoslava si presentò sulla scena. L’applicazione da
parte del Fondo monetario internazionale di una politica di rigore
verso lo Stato jugoslavo, che era indebitato per oltre 20 miliardi di
dollari, spinse Belgrado ad avanzare politiche di austerità, con tagli
ai salari tra il 20 e il 50% e con un aumento delle tasse. Ci fu
un’ondata di mobilitazioni iniziate a Zagabria che poi si estesero a
Spalato, Fiume, Pola, Zara, Karlovac e subito dopo in Slovenia, Serbia,
Bosnia, Kosovo.
Quella mobilitazione
della classe in chiave antiburocratica e anticapitalista non trovò una
forza organizzata in grado di dirigerla, in parole povere non esisteva
in Jugoslavia un partito che potesse dotare il movimento di un
programma e di una strategia rivoluzionaria. Il movimento in assenza
del fattore soggettivo sfumò e aprì la strada alla rincorsa
nazionalista che Milosevic seppe interpretare magistralmente iniziando
nell’89 la repressione contro gli albanesi del Kosovo.
Allo stesso modo i
dirigenti sloveni e croati concordemente con l’imperialismo, usarono la
carta del nazionalismo, preparando le condizioni per la guerra che si
sviluppò tra il ‘91 e il ‘95 e che fu interrotta temporaneamente dagli
accordi di Dayton. Dei fatti che si sono prodotti in quegli anni
abbiamo già dato un esposizione esauriente nel documento pubblicato
dalla redazione di Falcemartello nel settembre del ‘95: Jugoslavia: una
tragedia annunciata, a cui rimandiamo i nostri lettori.
Gli effetti della restaurazione capitalista in Jugoslavia
Lo
smembramento della ex-Jugoslavia e la nascita della Slovenia, della
Croazia e della Bosnia sono il frutto delle politiche economiche
avanzate dal Fondo monetario internazionale alla fine degli anni ‘80.
Con il ricatto del debito estero, il F.M.I. impose alla Jugoslavia una
politica di austerità e di liberalizzazione economica. Il governo
svalutò la moneta e accettò di trasformare le aziende "autogestite" in
aziende capitaliste.
Questo aprì la strada a
una privatizzazione dei settori più importanti dell’economia e il
fallimento delle aziende meno produttive (guarda caso le prime erano
quasi tutte al Nord, le seconde quasi tutte al Sud). Il governo varò
tra l’88 e l’89 tutta una serie di leggi che toglievano ogni
limitazione alla penetrazione del capitale straniero (che si appropriò
a prezzi stracciati delle migliori aziende pubbliche) e che
permettevano di dichiarare il fallimento delle aziende non produttive.
Fallirono così migliaia di aziende che provocarono quasi un milione di
licenziamenti. Anche il sistema bancario venne smantellato, togliendo
al governo il controllo della leva monetaria.
Belgrado non fu più in
grado di inviare alle Repubbliche autonome le rimesse avendo le casse
completamente vuote. Le repubbliche più ricche non volevano sostenere
il peso di quelle più povere e di fatto si determinò una secessione
economica che preparò la strada a quella politica.
Lubiana e Zagabria
erano già sotto l’orbita tedesca e integrate nell’area del marco, prima
che si dichiarasse la loro separazione da Belgrado. Non fu un caso che
proprio la Germania (insieme al Vaticano) fu il primo paese a
riconoscere gli stati sloveno e croato.
Con l’introduzione del
mercato le cose sono molto peggiorate in tutta la ex-Jugoslavia e in
Serbia in particolare. Il reddito procapite ha subìto una drastica
riduzione da 3300 dollari nell’89 a 1400 nel ‘97. Un’inflazione a tre
cifre è stata provocata dalla politica del governo che nel ‘90 ha
confiscato i conti in divisa dei privati, e nel corso degli anni ‘90 ha
svalutato il dinaro a più riprese. Nel ‘98 il deficit della bilancia
commerciale era di 2 miliardi di dollari e il debito estero ammontava a
15 miliardi di dollari.
La Serbia, sotto la
direzione di Milosevic, è andata molto avanti sul terreno delle
privatizzazioni. Secondo le fonti del governo serbo, nel ‘96
l’industria apparteneva per il 44% al settore privato e per il 14% al
"settore sociale". La disoccupazione già prima dell’inizio della guerra
era al 34%.
I lavoratori con la
restaurazione del capitalismo hanno ottenuto solo guerra, massacri,
distruzioni, disoccupazione e fame. Una minoranza di ex burocrati si è
arricchita sulla pelle dei lavoratori vendendo al capitale
internazionale le ricchezze dello Stato, ma la gran parte della
popolazione ha visto solo arretrare le proprie condizioni di vita.
Lo smembramento della
vecchia Repubblica Jugoslavia iniziato nel ‘91, ha avuto un ruolo
reazionario proprio perché ha facilitato la penetrazione del capitale
internazionale trasformando gli stati balcanici in colonie
dell’imperialismo, abolendo la pianificazione economica che, nonostante
gli sprechi della burocrazia e l’assenza di democrazia operaia, aveva
permesso uno sviluppo delle forze produttive senza precedenti.
Divisioni nel fronte Nato
La "missione umanitaria" aveva obiettivi economici e politici molto precisi.
In Kosovo non c’è
petrolio come in Kuwait, ma la zona ha un’importanza strategica, perché
è situata sul cosiddetto corridoio n°8, il progetto che il F.M.I. ha
finanziato con miliardi di dollari per la realizzazione di oleodotti,
gasdotti e altre vie di trasporto che uniscono l’Adriatico con il Mar
Nero; inoltre i Balcani sono una zona di collegamento con le risorse
energetiche delle repubbliche asiatiche ex-sovietiche.
Ci sono aziende
americane che hanno investimenti nella zona (Tenneco Gas, AT&T,
Hewlett Packard, Ibm, Microsoft, Mobil, Texaco, ecc.) ma la parte del
leone in questi anni l’hanno fatta Germania e Italia.
A differenza di quello
che si possa pensare, l’Italia non ha un ruolo secondario nei Balcani,
ma è una forza imperialista di primaria importanza. Ci sono importanti
investimenti dell’industria tessile, delle calzature, della meccanica e
delle telecomunicazioni. Nel ‘97 la Telecom (con la Ote greca) aveva
acquistato il controllo della Telecom serba. La Fiat aveva accordi di
coproduzione con la Zastava e sia l’Eni, che l’Enel erano impegnate
rispettivamente nella costruzione di gasdotti e di centrali
idroelettriche.
Ma la maggior parte
degli investimenti del capitale italiano (circa il 90%) sono di piccole
e medie imprese, soprattutto del nordest. L’interscambio commerciale
italo jugoslavo era nel ‘98 di 800 milioni di dollari. Queste aziende
hanno visto nella guerra un ostacolo ai propri affari, perché i
bombardamenti hanno distrutto industrie, reti di telecomunicazioni,
infrastrutture.
Le grandi aziende
verranno indennizzate con la ricostruzione (alla Telecom è stata
assegnata dalla Nato la costruzione di una rete di fibre ottiche tra
Tirana e Kukes per un valore di 210 miliardi di lire) ma molte piccole
aziende hanno visto sfumare i capitali investiti.
Se ci fosse stato un
intervento di terra il disastro economico sarebbe stato anche peggiore.
Non sorprende dunque che Italia e Germania fossero favorevoli
all’iniziativa di Chernomyrdin. Gli Usa invece avevano tutto
l’interesse a ridimensionare il ruolo delle due potenze europee,
ribadendo la loro egemonia in un momento in cui l’unificazione europea
è in procinto di mettere in discussione l’esistenza di un solo
"gendarme" nel mondo.
Colpire la Serbia
serviva inoltre a Clinton per dimostrare a tutti i paesi coloniali a
quali pericoli va incontro chi non si sottomette alla volontà
americana. Hanno tentato di dare una dimostrazione di forza e in 48 ore
pensavano di piegare Milosevic, ma le cose non sono andate proprio come
si aspettavano.
In primo luogo perché
in Serbia il popolo si è compattato attorno al governo e non aveva
nessuna intenzione di cedere, mentre in Occidente, nonostante la
propaganda martellante, le posizioni di appoggio all’intervento bellico
hanno attecchito in misura inferiore sui lavoratori di quanto non si
sia visto in passato, ad esempio nella Guerra del Golfo.
Poi sono iniziati i
problemi con la Russia e la Cina, sempre più insofferenti nei confronti
dell’arroganza americana e delle dichiarazioni altisonanti della
signora Albright e del generale Clark.
In Russia l’odio contro
la Nato e in particolare contro gli americani è giunto a un punto mai
visto. Chernomyrdin ha minacciato gli americani dalle pagine del
Washington Post di rompere tutte relazioni con gli Usa. Decine di
migliaia di giovani erano disposti ad andare a combattere a fianco dei
loro fratelli slavi e i militari erano inferociti dall’umiliazione che
gli Usa volevano dare alla Russia. La realtà è che se Eltsin non avesse
assecondato chi nell’apparato civile e militare non era disposto ad
inginocchiarsi ai piedi della Nato, avrebbe rischiato di mettere a
repentaglio la sua stessa sopravvivenza politica. Le elezioni in Russia
sono dietro l’angolo e la situazione nel paese è così tesa che un
atteggiamento di sottomissione verso gli Usa avrebbe anche aperto la
strada a chi tra i militari ragiona di imporsi con un colpo di stato.
L’entrata trionfale dei
militari russi a Pristina dimostra fino a che punto l’imperialismo
rischia grosso con la Russia. Infatti hanno trattato la vicenda con il
massimo tatto, ma ciò dimostra che i tempi in cui gli Usa potevano fare
qualsiasi cosa con il sostegno della Russia sono finiti.
È vero che la Russia ha
bisogno dei soldi dell’Occidente, ma, a parte che di soldi non è che ne
siano arrivati poi così tanti, il F.M.I. li ha sempre prestati a
condizioni che non facevano che peggiorare l’andamento economico del
paese.
Non sorprende che nella
nuova borghesia russa ci sia chi oggi pensi a risolvere i problemi
economici con una classica politica di aggressione imperialista, che
obiettivamente si porrebbe in concorrenza con gli Usa.
Lo stesso vale per la
Cina: da una parte Pechino ha bisogno delle credenziali Usa, per
aderire al Wto (l’organizzazione del commercio mondiale), ma dall’altra
bisogna dire che le condizioni americane stanno facendo pagare a
Pechino un prezzo salato. La scorsa estate la Cina, sottoposta alle
pressioni di Clinton, ha accettato di non svalutare la propria moneta
quando tutti i paesi nel Sud-est asiatico svalutavano le loro monete
anche della metà. Non svalutando lo yuan, come ha ammesso lo stesso
Camdessus, la Cina ha evitato che la crisi del Sud-est asiatico
trascinasse l’intera economia mondiale nel caos, ma i prodotti cinesi
hanno perso di competitività, la Cina ha visto calare la crescita della
propria economia e questo ha provocato enormi tensioni nella
popolazione che ha visto peggiorare notevolmente le proprie condizioni
di vita. Quando poi i cinesi si sono visti bombardare l’ambasciata di
Belgrado, gesto chiaramente intimidatorio, la rabbia della burocrazia,
oltreché della popolazione è esplosa. La Cina con la sua astensione
alla risoluzione del Consiglio di sicurezza ha inviato un messaggio
molto chiaro a Clinton. Gli Usa non possono non tener conto
dell’opinione di Pechino.
Di fatto si è creata
un’alleanza contro gli Usa, che vede uniti la Russia, l’Europa (eccetto
la Gran Bretagna) e la Cina. Se ci fosse stato l’intervento di terra,
questo, invece di dividere il fronte anti-Usa, lo avrebbe rafforzato.
Si sono dovuti fermare e fare un passo indietro, perché le conseguenze
di un intervento sarebbero state peggiori del male che volevano curare.
Intervento "umanitario"?
L’imperialismo
non ha rispettato neanche una parvenza di legalità internazionale. I
raid sono partiti senza l’autorizzazione dell’Onu e senza il mandato
dei parlamenti dei paesi direttamente impegnati nel conflitto. D’altra
parte non avevano scelta considerando che Russia e Cina, in sede di
Consiglio di sicurezza, non avrebbero avallato le posizioni della Nato.
Kofi Annan non li ha
comunque privati della sua benedizione, dimostrando l’inconsistenza
dell’organismo che presiede e degli argomenti di quei "pacifisti" che
ogni volta che inizia un massacro chiedono l’intervento dell’Onu.
I Governi occidentali
hanno giustificato l’intervento dicendo che era necessario fermare i
massacri attuati da Milosevic contro gli albanesi, quando era evidente
che l’aggressione imperialista dava il via libero a Milosevic per
attuare una "pulizia etnica" senza precedenti contro gli albanesi. I
raid contro i civili e l’industria più che indebolire il dittatore
serbo lo rafforzavano, come si era già visto in Iraq con Saddam Hussein.
I "bombardamenti
umanitari" non ci hanno privato delle loro letizie, dell’assassinio
indiscriminato di popolazioni inermi, serbe e albanesi. Sono stati
bombardati i quartieri operai di Belgrado e i convogli di profughi
kosovari, con la precisa idea di intimidire le popolazioni e impedire
ogni reazione allo strapotere dell’imperialismo.
L’obiettivo non era
solo quello di piegare la Serbia, ma di dare un messaggio molto chiaro
a tutte le popolazioni balcaniche: non ci si può sottrarre alla legge
del più forte, l’unica strada che avete è accettare il dominio della
Nato! Hanno così distrutto un paese e massacrato migliaia di civili,
lasciando in condizioni di vita precarie milioni di persone.
Gli imperialisti
avevano tanto a cuore la causa dei kosovari e desideravano così tanto
che tornassero nelle loro case che hanno pensato bene di cospargere
l’intero territorio di bombe a grappolo che provocheranno altri morti e
che renderanno estremamente difficoltoso il rientro dei kosovari,
ammesso che abbiano un interesse a rientrare in una regione distrutta
dai bombardamenti e dove non esistono più le loro abitazioni. Si pensi
che le bombe utilizzate sono molto simili a quelle usate in Vietnam,
dove ancora oggi a 26 anni dal conflitto, c’è gente che ogni giorno
muore o resta mutilata calpestando i campi minati.
La Nato ha riconosciuto
che nel conflitto sono state usate anche bombe all’uranio impoverito,
come quelle usate nel Golfo. Hanno così contaminato la Serbia e il
Kosovo di rifiuti radioattivi che in Iraq, specialmente nella zona di
Bassora, hanno provocato centinaia di migliaia di casi di cancro, di
leucemia e di malformazioni alla nascita.
L’accordo di pace siglato il 2 giugno e quello proposto a Rambouillet
Oggi la
propaganda imperialista sostiene che Milosevic ha accettato le stesse
condizioni che aveva rifiutato a Rambouillet e che se avesse firmato 78
giorni fa non ci sarebbe stata una guerra. Ma in questa storiella non
c’è un briciolo di verità.
Negli accordi di
Rambouillet la Nato pretendeva di separare il Kosovo dalla Jugoslavia;
infatti nell’articolo 8 appendice B, c’era scritto non solo che le
truppe Nato (e non Onu) avrebbero potuto occupare il Kosovo, ma che
avrebbero potuto "passare liberamente, senza restrizioni e senza
limitazioni d’accesso, attraverso la Repubblica Federale di
Jugoslavia... Questa disposizione include (senza limitarsi solo a
questo) il diritto di utilizzare qualsiasi area o ciò che è necessario
per aiuti, addestramento e per operazioni". Inoltre l’articolo 10
prevedeva il libero accesso per la Nato alle strade, ai porti e
aeroporti della Jugoslavia. In poche parole stavano chiedendo al
governo di Milosevic di rinunciare alla propria sovranità e di metterla
nelle mani degli imperialisti.
Di fatto la Nato
pretendeva non solo di separare il Kosovo dalla Serbia, ma di occupare
militarmente l’intero territorio jugoslavo (Serbia e Montenegro
inclusi) trasformando la Repubblica jugoslava in uno stato coloniale
degno del XIX secolo. Erano condizioni inaccettabili e infatti sono
state pensate proprio perché non fossero accettate dalla Jugoslavia.
L’obiettivo degli Usa era di bombardarli comunque.
A Rambouillet era
previsto dopo 3 anni un referendum che avrebbe deciso del futuro del
Kosovo. Di questo referendum nei nuovi accordi non c’è più traccia e
l’integrità territoriale della Jugoslavia non viene messa in
discussione. A comporre le "forze di pace" non c’è un contingente Nato,
bensì un contingente Onu, cosa non irrilevante visto che tutto fa
pensare che i russi non si sottoporranno a un comando unificato.
Gli Usa hanno fatto di
tutto per mettere i russi sotto il proprio comando, ma hanno dovuto
desistere quando i generali russi, in accordo con Milosevic, sono
entrati dalla Serbia in Kosovo occupando l’aeroporto di Pristina.
Lo smacco subìto dagli
Usa è evidente, non hanno potuto evitare che i primi ad entrare in
Kosovo fossero i russi, accolti dall’entusiasmo della popolazione,
mentre i marines erano bloccati dai manifestanti nel porto di Salonicco
in Grecia.
Inoltre nel nuovo
accordo è previsto un numero non ancora quantificato (si parla di
10mila soldati) di militari serbi che stazioneranno in Kosovo, non solo
ai confini ma anche all’interno del paese, con la scusa di difendere i
santuari ortodossi.
Non si può certo dire
che gli Usa abbiano vinto questa guerra, aldilà di quanto viene
spacciato nei mass-media occidentali; la verità è che non hanno piegato
la Serbia (lo si vedeva anche dall’entusiasmo delle truppe serbe in
ritirata dal Kosovo) e che l’imperialismo ha mostrato la sua incapacità
ad imporre nella realtà la superiorità tecnologico-militare che avrebbe
sulla carta.
La "vittoria di Pirro" dell’imperialismo
Come era
prevedibile, i piani di Clinton e della signora Albright erano troppo
ottimisti, la popolazione serba ha dimostrato una forte volontà di
resistere contro l’aggressione, nonostante la violenza dei raid e il
livello di distruzione delle basi produttive del paese.
Come insegna la scienza
militare, era impensabile che la Nato piegasse la Repubblica Jugoslava
solo sulla base dei bombardamenti aerei, per quanto massicci fossero.
Dopo solo due settimane dagli inizi dei bombardamenti la strategia
della Nato era già entrata in crisi e le divisioni tra gli imperialisti
erano emerse con chiarezza.
Da una parte c’erano
gli angloamericani che volevano esacerbare lo scontro inviando le
truppe di terra, dall’altra Italia, Germania e fino a un certo punto la
Francia che cercavano la strada dell’accordo. Si trattava ovviamente di
posizioni dettate da interessi diversi. Un intervento di terra avrebbe
infatti colpito gli interessi economici della borghesia tedesca e
italiana. Questo non significa che l’imperialismo italiano o tedesco
sia più pacifista di quello Usa: se domani i suoi interessi lo
spingessero nella direzione di fare nuove guerre non esiterà a farle.
Gli Usa erano però
preoccupati dagli esiti della guerra. Uno stratega militare americano
aveva calcolato che in un intervento di terra, su un terreno
montagnoso, favorevole per chi difende e contro un esercito addestrato,
da anni impegnato in combattimenti di guerriglia ed estremamente
motivato, le perdite della Nato sarebbero state dell’8%. Ipotizzando
che fossero bastati 200mila uomini (numero peraltro insufficiente) era
possibile perdere più di 15mila uomini (tra morti e feriti).
Non c’era nessuna
certezza di vincere per l’imperialismo; nonostante la superiorità sul
terreno tecnologico potevano essere sconfitti come avvenne nel Vietnam.
Che reazione avrebbe comportato in Europa e negli Usa uno scenario del
genere?
Come spiegavamo
nell’articolo "Quale via d’uscita dalla crisi nei Balcani" su
Falcemartello n°132, a cui rimandiamo i lettori, era quindi probabile
che la linea Albright-Blair venisse battuta dalla linea
Chernomyrdin-Schroeder-D’Alema.
Gli Usa dovevano
accettare una mezza sconfitta (anche se è stata presentata come una
grande vittoria e una resa di Milosevic) per non pagare un prezzo
ancora più alto. Hanno dovuto accettare una mediazione con la Russia e
tollerare una divisione delle responsabilità nel contingente tenuto a
garantire la "pace" nel Kosovo, su cui Clinton aveva dichiarato di non
essere disposto a trattare.
Sulla base di un
accordo, l’Uck è stata scaricata, l’imperialismo, che ha
strumentalizzato la causa albanese per i propri fini, non si è
preoccupato di tradire i kosovari, che come si è visto servivano solo
come pretesto per intervenire contro la Serbia.
Dal giorno dopo
l’accordo, i profughi del Kosovo che sbarcheranno sulle coste italiane
torneranno ad essere dei clandestini da reprimere e ci si dimenticherà
di loro, come di ogni "missione umanitaria" su cui si è particolarmente
distinto il governo italiano con l’operazione Arcobaleno: una politica
ipocrita che, dopo aver favorito un esodo di massa e provocato
massacri, si impegna a dar da mangiare ai poveri profughi.
Con la scusa dell’aiuto
umanitario si giustifica la presenza di militari, che provocheranno
nuove guerre, aumentando l’instabilità nei Balcani. Anche le cosiddette
associazioni non governative, magari di matrice pacifista che
organizzano gli aiuti per i profughi, devono essere viste dai
lavoratori con il massimo scetticismo. Come è stato documentato da più
fonti tra cui il Manifesto, in più di un occasione queste associazioni
sono state scoperte a trasportare armi, insieme a medicinali e
alimentari.
I popoli balcanici non
hanno bisogno di questi aiuti, l’unico aiuto che possono ricevere
dall’imperialismo è che questo esca dai Balcani, in quanto principale
responsabile dei massacri e degli scontri etnici, insieme alla vecchia
burocrazia ex-stalinista che recentemente si è riciclata in una nuova
borghesia corrotta e nazionalista. Ma questo è un compito che spetta ai
lavoratori e ai popoli dei Balcani, con il sostegno della classe
operaia a livello internazionale.
La Serbia non è sconfitta
Il popolo
serbo ha visto questa guerra contro la Nato come una vera e propria
guerra di liberazione nazionale e non a torto, visto che
l’imperialismo, dopo aver provocato la secessione di Slovenia, Croazia,
Bosnia e Macedonia, si sta adoperando per smembrare ciò che resta della
ex Jugoslavia (Kosovo, Montenegro e Vojvodina ungherese).
La ragione per cui
questo avviene non è perché Milosevic sia un dittatore sanguinario che
opprime le minoranze nazionali, cosa che è senz’altro vera. Con lui
hanno fatto accordi commerciali e gli hanno venduti armi accorgendosi
che era un mostro solo quando gli faceva comodo.
A questo proposito
preme ricordare che per noi marxisti, Milosevic è sempre stato un
nemico, a differenza degli imperialisti che a Dayton lo hanno
legittimato come "uomo garante della pace" abbiamo sempre denunciato le
atrocità di cui si è macchiato il dittatore serbo contro gli altri
popoli e contro i lavoratori della stessa Serbia. Ma allo stesso tempo
abbiamo sottolineato come anche da parte croata e musulmana c’erano
bande di delinquenti fascisti che commettevano atrocità contro i serbi.
Milosevic non è l’unico mostro della zona, ci sono anche Tudjman,
Izetbegovic che non sono meno di lui.
Gli Usa sostengono
finanziariamente e militarmente governi e dittatori, che reprimono
minoranza etniche e religiose e che occupano militarmente altri
territori; si pensi, solo per fare alcuni esempi, alla Turchia,
Israele, Indonesia, Afghanistan, Pakistan, Colombia; regimi in certi
casi ben più sanguinari di Milosevic, ma che a differenza di Belgrado
hanno il pregio di piegarsi alle volontà dell’imperialismo.
La gran parte del
popolo serbo non ama Milosevic, ma nella lotta contro l’imperialismo, i
lavoratori serbi, parafrasando una famosa frase di Lenin, "avrebbero
appoggiato il loro fucile sulla spalla di Milosevic" per sconfiggere la
Nato.
Solo una sconfitta
della Nato poteva creare le premesse perché i lavoratori serbi uniti
agli albanesi del Kosovo potessero rovesciare in un secondo momento il
proprio dittatore. L’esperienza irakena è lì a dimostrarlo, a 8 anni
dall’intervento militare e con un embargo che ha provocato la morte di
milioni di irakeni, Saddam Hussein è ancora lì al governo. L’interesse
dei lavoratori dei Balcani, come di quelli occidentali, era che la Nato
uscisse sconfitta da questa guerra. Se ci fosse stato l’intervento di
terra, come volevano Blair e la signora Albright, la Serbia avrebbe
resistito come un solo uomo e avrebbe messo in difficoltà la Nato, che
avrebbe dovuto inviare più di 200mila uomini, se non di più, per
diversi anni e senza alcuna garanzia di uscirne vittoriosi.
Secondo l’autorevole
rivista militare Jane’s Defence Weekly, le affermazioni dei serbi
secondo cui l’Uck era in grosse difficoltà contro l’esercito jugoslavo,
sono più vicine alla verità di quelle dell’Uck secondo cui i serbi
erano nello scompiglio più totale.
Per il settimanale
americano, alla fine di maggio, l’Uck aveva solo 4.000 guerriglieri in
Kosovo, confinati e circondati in 3 piccole aree. La maggior parte dei
20.000 combattenti di cui disponeva era dovuta fuggire in Albania. Il
che dimostra come, nonostante il sostegno americano e il vantaggio di
combattere sul proprio territorio, i combattenti kosovari non siano
stati minimamente capaci anche solo di scalfire la forza di un esercito
come quello serbo, ben equipaggiato, fornito di armi russe abbastanza
moderne, ben addestrato ma soprattutto estremamente motivato a farla
pagare cara agli invasori della Nato e ai loro alleati che avevano
distrutto il loro paese e che tentavano di umiliarlo.
Avrebbero avuto la
stessa motivazione i soldati europei e quelli Usa? A morire lontano da
casa, per cosa? La Serbia, se Clinton fosse stato intransigente sulla
strada dell’intervento di terra, poteva trasformarsi in un vero e
proprio Vietnam. I marxisti non avrebbero avuto alcun dubbio nel dare
il proprio sostegno al popolo serbo contro l’invasione
dell’imperialismo e a lottare per la sconfitta della Nato. Il primo
nemico dei lavoratori è in casa propria. I lavoratori italiani
avrebbero dovuto mobilitarsi contro il proprio governo perché venisse
sconfitto, contro ogni tentazione nazionalistica e patriottica.
L’Uck, un movimento reazionario
Per dare
un’idea delle tendenze politiche che hanno preso il sopravvento
nell’Uck, si pensi che il 13 maggio la Bbc inglese ha reso noto che
l’Uck aveva messo a capo del proprio esercito un ex generale di brigata
dell’esercito croato, Agim Ceku.
Ceku dal ‘91 ha preso
parte a numerose battaglie contro i serbi in Croazia e in Bosnia, è
stato decorato 9 volte da Tudjman e nel 1995 è stato uno dei
pianificatori dell’operazione Tempesta, con la quale i croati hanno
espulso oltre 350.000 serbi dal territorio croato. Insomma, uno
"stratega" della pulizia etnica, che nulla ha da invidiare a Milosevic.
L’Uck è un movimento di
origine "enverista" (dal nome del vecchio dittatore stalinista
albanese, Enver Hoxha), che non ha mai goduto di grandi appoggi in
Kosovo, fino a quando gli albanesi godevano di una certa autonomia e i
lavoratori del Kosovo avevano un tenore di vita mediamente superiore a
quello albanese.
Nel 1974, il Kosovo
aveva ottenuto l’autonomia da Belgrado, che nel 1989 venne tolta da
Milosevic, che applicò uno "stato di emergenza", con la chiusura
dell’università e delle scuole in lingua albanese, avviando una
politica di odio nazionalista che discriminava gli albanesi, che, non
dimentichiamolo, rappresentavano il 90% della popolazione kosovara.
In questo clima i
leader moderati come Rugova persero terreno a vantaggio dell’Uck, che
proponeva di separarsi da Belgrado ed unirsi a Tirana.
L’imperialismo Usa,
dopo essersi garantito il sostegno incondizionato da parte dell’Uck,
isolando gli elementi più critici come Demaqi, lo ha rifornito di
soldi, armi e mercenari, perché iniziasse la guerra contro Belgrado,
giustificando un intervento della Nato.
Quando Milosevic ha
rifiutato le condizioni poste a Rambouillet, i capi dell’Uck hanno
invitato la Nato a bombardare la Serbia, istigando a loro volta l’odio
sciovinista, invitando gli imperialisti ad aggredire un altro popolo
con le tragiche conseguenze che più di tutti hanno pagato proprio gli
albanesi del Kosovo.
L’Uck che ha sempre
civettato con il vecchio regime albanese di Sali Berisha, non ha
sostenuto la Rivoluzione in Albania nel ‘97 e si è schierato già in
quella occasione dalla parte dell’imperialismo, che cospirò contro la
rivolta con l’aiuto dello stesso Berisha e della burocrazia del Partito
socialista. I principali finanziatori dell’Uck sono dei ricchi albanesi
che vivono negli Usa e in gran parte sostenitori del Partito
Repubblicano.
Nell’Uck ci sono
diverse frazioni, in scontro tra di loro. È probabile che l’accordo
raggiunto e il ritiro delle truppe serbe dal Kosovo facciano venir meno
le ragioni che tenevano insieme il movimento, aprendo una vera e
propria faida nell’Uck, tesa a determinare il dominio del movimento e,
si presume, il futuro governo del Kosovo.
Si dice che l’Uck si
dedichi al contrabbando di armi e di droga e che dietro di essa si
muova la Mafia che ha ovviamente grossi interessi ad operare in quelle
zone destabilizzate o dove esiste un’assenza di legalità.
In una parola l’Uck è
un movimento reazionario (e in certi casi banditesco) che in combutta
con la diaspora albanese in Usa e in Turchia ha come unica strategia (e
questo già da prima che iniziassero le persecuzioni di Milosevic)
quella di ottenere l’indipendenza con l’intervento dell’imperialismo.
Pia illusione, a cui l’esperienza bosniaca può certamente insegnare
qualcosa.
A più di tre anni dagli
accordi di Dayton, la Bosnia è diventata un protettorato internazionale
nel quale i minimi dettagli della vita quotidiana vengono decisi
dall’Alto rappresentante della Comunità Internazionale, che risponde
direttamente ai paesi imperialisti.
Secondo il vice
dell’Alto rappresentante, l’americano Jacques Klein, in Bosnia non c’è
nessun partito politico, nessun potere giudiziario indipendente,
nessuna legge, nessuna attività economica degna di nota.
Anche allora c’era chi
sosteneva l’autodeterminazione della Bosnia, come oggi in Kosovo; i
risultati di un’indipendenza ottenuta grazie all’intervento
dell’imperialismo Usa ed europeo sono sotto gli occhi di tutti: la
Bosnia è un deserto economico, politico e sociale e gli abitanti non
godono di alcuna sovranità; in Kosovo le cose non andranno molto
diversamente. L’esperienza della Bosnia dimostra ancora una volta, se
ce ne fosse bisogno, come l’imperialismo non potrà mai liberare un
popolo oppresso, ma solo provocare nuove e più spietate oppressioni.
Anche i kosovari purtroppo dovranno imparare questa lezione sulla loro
pelle.
Il movimento operaio e il ruolo delle socialdemocrazie
In questa
guerra i dirigenti dei partiti socialisti in tutta Europa hanno
dimostrato tutta la loro degenerazione politica e morale. Tony Blair,
Schroeder, Jospin, D’Alema hanno mostrato alla borghesia la loro
affidabilità e con il massimo dello zelo hanno condotto la guerra
imperialista senza esitazioni, godendo oltretutto (con alcune
importanti eccezioni come la tedesca Ig-Metall) del sostegno delle
burocrazie sindacali che hanno tenuto a freno i lavoratori e li hanno
convinti che ci si trovava di fronte a una "guerra giusta".
Si può dire senza
timori di sorta che oggi i principali fautori della formazione di un
polo imperialista europeo da opporre agli Usa (lasciando fuori
ovviamente Tony Blair che è legato a doppio filo a Washington) siano
proprio i dirigenti socialdemocratici.
E qui si vede
l’inconsistenza del riformismo di fronte alla crisi storica che
attraversa il capitalismo. Questa guerra infatti è il sottoprodotto di
una scarsa capacità di sviluppo delle forze produttive cui è giunto il
capitalismo negli ultimi 25 anni.
Oggi la crisi assume
forme ancora più nette, la lotta per la conquista dei mercati si
realizza in una lotta spietata di cui la guerra diventa lo strumento
per imporre le proprie merci e per conquistare nuovi mercati.
È incredibile come in
questa logica imperialista siano cascati tutti quegli pseudopacifisti,
come i Verdi e quei partiti comunisti che governano insieme alle
socialdemocrazie, in Italia i Comunisti italiani di Cossutta, in
Francia il Pcf di Robert Hue, che hanno sostenuto da sinistra
l’intervento della Nato, dandogli una legittimità agli occhi dei
lavoratori.
In Italia l’opposizione
alla guerra nonostante tutto è stata forte (dopo la Grecia
probabilmente l’Italia è stato il paese europeo dove più forte è stata
la mobilitazione). Grazie anche all’opposizione di Rifondazione
Comunista ci sono state due mobilitazioni di massa il 3 e il 10 aprile
e altre decine di manifestazioni locali e nazionali. Tuttavia, a parte
Massa Carrara, dove i lavoratori hanno fatto uno sciopero generale
contro la guerra, che ha visto una partecipazione più alta delle
manifestazioni del ‘94 contro Berlusconi, non c’è stata quella risposta
che sarebbe stata necessaria da parte della classe operaia.
A un certo punto nel
movimento operaio si stava facendo strada la proposta dello sciopero
generale, ma appena un centinaio di Rsu hanno fatto circolare un
appello in questo senso si è messa in moto la macchina dell’apparato
sindacale che ha sabotato l’iniziativa.
Cofferati, D’Antoni e
Larizza organizzavano manifestazioni di sostegno al popolo kosovaro e
la direzione del Pds faceva un corteo "contro tutti i razzismi" il 24
aprile, che aveva chiaramente lo scopo di deviare la mobilitazione in
chiave patriottica e di sostegno alla guerra con la scusa della
"solidarietà" con gli albanesi oppressi.
Tuttavia, nonostante
queste operazioni, il dissenso nelle fabbriche cresceva, lo sciopero
era possibile, solo che tutto un pezzo della sinistra sindacale (di
apparato) o formava Coordinamenti e iniziative in alternativa a quelle
del Coordinamento Rsu o premeva sul Coordinamento delle Rsu per non
dare un carattere politico alla mobilitazione contro la guerra e per
non convocare lo sciopero generale.
Purtroppo la
maggioranza dei delegati a capo del Coordinamento hanno capitolato di
fronte a queste pressioni e nell’assemblea del 22 aprile a Milano, che
avrebbe potuto dare una svolta alla mobilitazione della classe operaia,
si sono tirati indietro dal convocare lo sciopero generale e hanno
semplicemente invitato le segreterie di Cgil-Cisl-Uil a convocare lo
sciopero, cosa che si sono guardate bene dal fare. Anche qui si vede
come i limiti delle avanguardie e i loro errori possano compromettere
una situazione che, con un’altra direzione, poteva prendere una piega
molto diversa. Purtroppo il ruolo giocato da Rifondazione nella
sinistra sindacale per coordinare i lavoratori più critici verso la
guerra e per promuovere una mobilitazione a un livello più alto della
semplice manifestazione del sabato mattina è stato pari a zero. Anzi
qualche funzionario della Cgil iscritto al Prc ha proprio remato contro
i delegati impegnati a preparare il terreno per lo sciopero generale,
mentre il partito concentrava tutta la sua battaglia in Parlamento.
Le posizioni del Prc
Gli assi della politica di Bertinotti in questa guerra sono stati i seguenti:
- L’Europa deve liberarsi dal giogo Usa e sprigionare il suo "ruolo progressista";
- La "guerra
imperiale", come è stata definita da Bertinotti non va vista secondo i
classici canoni leniniani, non è una guerra imperialistica, ma è una
guerra della globalizzazione capitalistica egemonizzata dagli Stati
Uniti. Corollario di questa teoria è che oggi non si può più parlare
dell’esistenza degli stati nazionali;
- Dobbiamo lottare perché si imponga la "pace delle diplomazie" e che sia l’Onu a intervenire con una propria "forza di pace";
- Che si arrivi a un accordo di pace purchessia;
- "Santa alleanza" di tutti quelli che si opponevano alla guerra a partire dal Vaticano.
È necessario
polemizzare con questi argomenti, che in questi mesi hanno certamente
limitato l’intervento dei militanti comunisti contro la guerra.
In primo luogo le
potenze europee impegnate nell’aggressione Nato hanno fatto la loro
parte come gli Usa. Pensiamo che tra una bomba Usa e una "progressista"
bomba europea la popolazione jugoslava abbia visto una qualche
differenza? Indubbiamente, come abbiamo spiegato, c’è competizione tra
l’Europa e gli Usa, dettata da interessi imperialistici diversi. Ogni
governo aveva a cuore gli interessi della propria borghesia nazionale
che erano diversi. Nient’altro.
Rispetto alla "guerra
della globalizzazione" vorremmo far notare che la maggior
concentrazione del capitale e la maggior rapidità con cui i capitali si
muovono sui mercati mondiali non annullano il legame delle grandi
aziende con gli stati nazionali, né sminuisce il ruolo degli Stati
nazionali, caso mai li rafforza.
Vorremmo che qualche
teorico della globalizzazione ci dimostrasse una volta tanto se e
quando la Mitsubishi ha smesso di essere una azienda giapponese e la
General Motors ha smesso di essere una azienda americana e da quando i
rispettivi Stati hanno smesso di operare secondo gli interessi delle
loro imprese nazionali.
Il pericolo della
posizione assunta dalla direzione del Prc è che sottovaluta il ruolo
dell’imperialismo europeo e di conseguenza rischia di esserne succube.
La "classica posizione"
di Lenin, spiegata nell’Imperialismo fase suprema del capitalismo, a
noi sembra più che attuale; ricordiamo i capisaldi di questa concezione:
1) Concentrazione della
produzione e dei capitali, con lo sviluppo di monopoli nei settori
chiave della produzione e della finanza;
2) Fusione del capitale bancario col capitale industriale, formazione di un’oligarchia finanziaria;
3) Aumento dell’importanza dell’esportazione di capitali sull’esportazione di merci;
4) Suddivisione del mercato mondiale fra i grandi gruppi capitalistici;
5) Ripartizione dell’intero pianeta in colonie e sfere d’influenza fra le grandi potenze.
Domandiamo: c’è forse
qualcosa che non quadra con la realtà attuale? Ci pare proprio di no,
questi fenomeni in 80 anni si sono solo estremamente approfonditi, ma
non hanno cambiato natura. Le posizioni di Bertinotti invece ricordano
in modo fortissimo le posizioni riformiste che proprio Lenin combatteva
scrivendo quel libro, la concezione del "superimperialismo" sviluppata
dal capo della socialdemocrazia internazionale: Karl Kautskij.
Rispetto al ruolo
dell’Onu e delle diplomazie, ci si dimentica troppo spesso di ricordare
come l’Onu in ultima analisi sia un "covo di briganti imperialisti", e
che le diplomazie sono al servizio degli interessi della borghesia.
Fanno la pace se questa conviene all’imperialismo. Se sono giunti a un
accordo è perché in questo momento è la cosa che conviene di più a
tutti, ma questo non significa che domani non gli convenga riprendere a
fare la guerra.
Anzi, l’accordo
raggiunto oggi rappresenta una base che prepara future guerre ancora
più sanguinose, esattamente come gli accordi di Dayton hanno preparato
la guerra nel Kosovo. Rifondazione comunista, votando la mozione
parlamentare presentata da D’Alema, ha di fatto votato a favore della
risoluzione dei G8, che chiedeva precisamente la formazione di un
"protettorato" nel Kosovo.
Si è dato credito che
l’intervento delle forze armate imperialiste (se sotto bandiere Nato o
Onu conta poco) possa portare la pace nei Balcani. Niente di più falso!
Infine per quanto riguarda il ruolo della Santa Sede, ci sembra
incredibile e grave che si possa dare credito al Papa, che oggi chiede
la pace, ma che ha avuto una responsabilità gravissima nella guerra
civile jugoslava, quando ha riconosciuto la "cattolica" repubblica
croata e si è messa a capo delle "pulizie etniche" organizzate contro i
serbi della Krajina. L’ipocrisia del Vaticano deve essere denunciata,
altro che riconoscere il "ruolo di pace" giocato dalla Santa Sede come
ci è capitato di leggere sulle pagine di Liberazione, il quotidiano di
Rifondazione Comunista.
Chi paga il costo di questa guerra?
Le
operazioni di guerra sono costate alla Nato circa 40mila miliardi di
lire, di cui 2mila solo all’Italia, a cui bisogna sommare le perdite
derivate dal crollo delle esportazioni e dei consumi e dalla
distruzione delle economie delle regioni bombardate.
Si parla oggi di un
nuovo piano Marshall per la ricostruzione dei Balcani; la differenza
con quello del dopoguerra sta nel fatto che a pagarlo in gran parte non
saranno gli Usa, ma i governi europei, che dovranno scaricarlo sui
lavoratori con nuove tasse e tagli alla spesa sociale. Secondo le prime
stime i danni economici in Kosovo ammontano a 15-20 miliardi di
dollari, mentre quelli in Serbia sarebbero di 100 miliardi di dollari,
una cifra impressionante che corrisponde a 10 volte il Pil jugoslavo.
A causa della
distruzione delle industrie chimiche, meccaniche, tessili ed altro è
rimasto disoccupato oltre un milione di lavoratori jugoslavi (più della
metà degli occupati prima che iniziasse la guerra). Tutti i paesi
balcanici, come effetto della guerra, sono sull’orlo del collasso, il
deficit dei bilanci salirà di molto e questo si tramuterà in debito
estero che sottoporrà ancora di più i paesi al ricatto
dell’imperialismo e del F.M.I. Nei 6 paesi bellici limitrofi alla
Jugoslavia la guerra provocherà nel ‘99 un crollo del Pil del 5%. Sia i
lavoratori dei Balcani che quelli occidentali pagheranno sulla propria
pelle il costo di questa sporca guerra che interessa solo ai
capitalisti che sulle macerie, le distruzioni e le sofferenze umane
potranno fare nuovi profitti.
La questione nazionale e il diritto di autodeterminazione
La lotta per
i diritti delle nazionalità oppresse, si inserisce nell’ambito della
rivoluzione democratica borghese, perché l’esistenza dello Stato
nazionale ha rappresentato storicamente il terreno più adatto per lo
sviluppo di rapporti economici capitalistici.
In Europa l’epoca della
formazione degli stati borghesi ha avuto inizio con la rivoluzione
francese e si è conclusa con la costituzione dell’impero tedesco.
Ma quegli stati
borghesi che si erano formati per primi a un certo punto si
trasformavano in Stati imperialisti, impedendo lo sviluppo di borghesie
nazionali che nei paesi coloniali potessero farsi carico dei compiti
della rivoluzione borghese, primo fra tutti la formazione dello stato
nazionale, spesso questo compito è stato portato avanti da altri classi
(operai, contadini, studenti, in certi casi persino dai militari)
contro il volere della borghesia che si alleava con la nobiltà, la
gerarchia ecclesiastica e i latifondisti
All’inizio di questo
secolo in Oriente (Russia, Cina, Persia, Balcani) sono iniziate le
rivoluzioni democratiche nazionali. Questa fase si è chiusa con le
guerre balcaniche che rappresentarono la fine di un processo di
formazione di stati nazionali nell’Europa dell’Est.
Mentre in Europa
occidentale, la rivoluzione borghese sviluppava tendenze verso
l’unificazione degli stati come in Germania e in Italia, In Oriente si
espresse fondamentalmente nella direzione della separazione degli
stati, che volevano sottrarsi dalla dominazione della nazionalità
dominante.
Lenin capì che la
questione nazionale avrebbe assunto un’importanza fondamentale nel
processo rivoluzionario e proprio per questo difese la posizione del
diritto all’autodeterminazione dei popoli, e polemizzò duramente con la
Luxemburg, che era contraria alla separazione della Polonia dalla
Russia su basi capitaliste e più in generale al paragrafo 9 del
programma del partito socialdemocratico russo (Posdr), che prevedeva il
diritto delle nazioni all’autodecisione.
Lenin non propagandava
l’autodeterminazione, semplicemente difendeva il diritto
all’autodeterminazione a quei popoli che ne facessero richiesta e
rifiutava con questo ogni forma di oppressione nazionale. Allo stesso
tempo si opponeva irrimediabilmente all’idea che le organizzazioni del
movimento operaio (partiti e sindacati) fossero divise su basi
nazionali.
Questa rivendicazione
veniva comunque catalogata da Lenin come una rivendicazione
democratico-borghese e quindi da subordinarsi agli interessi del
proletariato a livello internazionale. Non si trattava di un dogma.
Non è un caso che Marx
a suo tempo, mentre aveva sostenuto la separazione della Polonia
dall’impero zarista, anche se il movimento nazionalista polacco era
diretto da aristocratici reazionari, si era opposto all’indipendenza
dei cechi che erano inglobati dall’impero austroungarico.
La ragione fondamentale
stava nel fatto che la separazione dei polacchi avrebbe indebolito
l’impero zarista, cioè il principale bastione della reazione mondiale,
mentre quella dei cechi avrebbe rafforzato la guerra reazionaria che la
Russia voleva mettere in atto (in alleanza con la Francia) contro la
Germania, che allora non era un paese imperialista.
Al centro del problema,
sia per Marx sia per Lenin, c’erano sempre gli interessi generali della
classe operaia, la difesa al diritto di autodeterminazione non è mai
stata vista da parte loro come una questione di principio, ma sempre e
soltanto come una questione concreta da valutarsi ogni volta sulla base
dei rapporti di forza internazionali.
Questo significa che,
nel caso in cui il movimento di un popolo, per quanto legittimo come
quello degli albanesi del Kosovo, che hanno subito ogni sorta di
ingiustizia da parte di Milosevic, sia lo strumento di un intrigo
reazionario internazionale ed entri in sinergia con gli obiettivi
dell’imperialismo nella propria azione di sfruttamento dei popoli
arretrati economicamente, i comunisti in nessun modo possono
appoggiare, né difendere il diritto di autodeterminazione di quel
popolo su basi capitaliste, cioè sotto il dominio dell’imperialismo.
Per questa ragione chi
scrive, pur simpatizzando con le ragioni degli albanesi, non ha mai
visto la soluzione del loro problema nella separazione del Kosovo dalla
Repubblica Jugoslava.
In una zona così
destabilizzata come quella dei Balcani, dopo anni di guerre civili che
avevano portato allo smembramento della ex Jugoslavia, fomentando ogni
tipo di odi nazionali e con la presenza di decine di migliaia di
soldati delle diverse potenze imperialiste in competizione tra loro per
ritagliarsi nuovi mercati e sfere di influenza, è impensabile che un
piccolo popolo come quello degli albanesi del Kosovo possa guadagnarsi
una reale indipendenza nazionale su basi capitaliste. Ci pare che
l’esperienza di questi due mesi abbia confermato la correttezza di
questa tesi.
Era evidente che
applicare il diritto all’autodeterminazione in questo contesto non
poteva che provocare un massacro di vite umane, senza far avanzare di
un millimetro la causa dell’indipendenza degli albanesi.
Si aggiunga a questo
che la prospettiva dell’Uck era quella di riunire il Kosovo
all’Albania, a un paese che non gode di alcuna indipendenza, ma che
oggi è un vassallo dell’imperialismo italiano. E non è tutto.
Rivendicare l’autodeterminazione del Kosovo significava destabilizzare
anche la Macedonia, dove come è noto vive una forte minoranza albanese
(circa il 40% della popolazione) che sarebbe stata spinta a rivendicare
lo stesso diritto dei Kosovari, innescando una spirale conflittiva tra
i governi di quelle potenze imperialiste minori (Grecia, Bulgaria,
Turchia) che da tempo hanno dichiarato le loro mire espansionistiche
sulla Macedonia.
Non si capisce,
inoltre, cosa bisognerebbe fare di quel 10% di serbi che vivono nel
Kosovo; espellerli come è avvenuto in Krajina o rivendicare anche per
loro il diritto all’autodeterminazione formando uno stato
serbo-kosovaro di 200mila abitanti? In realtà nello scenario balcanico,
se si volesse applicare seriamente l’autodeterminazione di tutti i
popoli della zona, si dovrebbe formare oltre 40 stati indipendenti, in
una zona dove vivono non più di 80 milioni di persone.
L’obiettivo della
borghesia è proprio questo. Suddividere i Balcani in tanti piccoli
stati etnici, continuamente in guerra tra di loro, che diventerebbero
deboli strumenti degli imperialismi. Oggi i movimenti nazionali nei
Balcani non sono il frutto di una lotta per l’indipendenza nazionale
contro l’oppressione di uno stato feudale, come poteva essere
all’inizio del secolo contro l’impero Ottomano. Non hanno il carattere
di rivoluzioni coloniali, che hanno una funzione antifeudale o
antimperialista, ma sono il frutto marcio della restaurazione
capitalistica di quello che era uno stato operaio, che, per quanto
deformato, vedeva al suo interno rapporti economici di produzione
assolutamente progressisti, basati sulla pianificazione e sulla
nazionalizzazione delle industrie, delle banche e del commercio.
In pratica la
frammentazione della Jugoslavia è stata lo strumento per accelerare un
processo di liberalizzazione che era già in corso dai tempi di Tito e
che l’imperialismo ha fomentato per agevolare la penetrazione del
capitale finanziario, impossessarsi delle industrie statali e disporre
di manodopera a basso costo.
L’autodeterminazione
(che bisogna ricordarlo, per Lenin significava diritto alla secessione)
in questo caso non libera un popolo dall’oppressione di un altro
popolo, ma permette all’imperialismo di opprimere entrambi i popoli
coinvolti nella contesa, quello serbo, come quello albanese.
Oggi non esiste alcuna
soluzione democratico-borghese al problema albanese, neanche in forma
parziale e distorta. La soluzione del problema va ricercata sul terreno
proletario, dell’unità dei lavoratori di tutte le etnie contro i
dittatori della zona. La spartizione dei Balcani in tanti staterelli,
etnicamente puri, ammesso che fosse possibile, non è affatto
progressista, né ha un carattere antimperialista, come qualche
compagno, anche della sinistra del Prc, ha avuto modo di sostenere,
perché riporterebbe i Balcani nel Medioevo, restringendo le basi per lo
sviluppo economico e produttivo.
Questi Stati non
potrebbero godere di alcuna indipendenza, sarebbero dei vassalli delle
potenze imperialiste che infatti non aspettano altro che smembrare la
zona per ritagliarsi delle zone di influenza.
Lenin si è sempre
opposto alla difesa del diritto all’autodeterminazione quando il farlo
comportava una guerra tra potenze imperialiste, determinando massacri
di proporzioni gigantesche, soprattutto se si trattava di piccoli
popoli.
Ci sono dei marxisti (o
presunti tali) che in questa vicenda hanno propagandato il diritto
all’autodeterminazione del Kosovo, che obiettivamente nella situazione
odierna significava, indipendentemente dalle loro intenzioni, sostenere
la causa dell’imperialismo. Altri invece hanno difeso questo diritto in
chiave subordinata alla lotta contro l’imperialismo, sostenendo l’idea
che non bisogna contrapporre le rivendicazioni democratico-nazionali
con quelle di classe, idea in astratto giusta, ma che nella pratica non
aggiunge nulla, perché non spiega chiaramente che oggi come oggi è
impossibile realizzare il diritto di autodeterminazione in Kosovo se
non nel quadro di una federazione socialista dei Balcani.
Oggi nessuna fazione
politica né in Kosovo, né in un nessun altro paese balcanico è esente
dal veleno nazionalista. Tutte le espressioni indipendenti della classe
operaia sembrano essere state spazzate via. Tuttavia la classe operaia
di quei paesi ha una tradizione di lotte rivoluzionarie che per quanto
oggi possa apparire soffocata prima o poi dovrà riemergere.
Attraverso l’esperienza
le masse balcaniche capiranno che il nemico non è il vicino di etnia
diversa, ma la propria classe dominante e quella dei paesi occidentali
che li condanna alla povertà.
L’esperienza di oltre
un secolo dimostra che, sotto il capitalismo, né la separazione in
staterelli "indipendenti" (come in parte esisteva prima del 1914), né
l’unificazione forzata in un unico stato (come fu dal ‘19 al ‘45) può
costituire una base stabile per la pace.
Solo una federazione
che garantisca il massimo rispetto delle varie lingue, culture,
religioni può raggiungere questo scopo. L’unica forza che oggi può
porsi questo obiettivo è la classe operaia. È necessario in primo luogo
liberarsi dalle ingerenze delle potenze imperialiste e poi delle
borghesie locali.
La tradizione della
guerra partigiana, che dal 1941 al 1945, non solo liberò il paese dai
nazifascisti, ma diede un durissimo colpo alle forze della vecchia
società (monarchia, gerarchie ecclesiastiche, classi dominanti borghesi
e agrarie), ponendo le basi per un’epoca di sviluppo che durò
trent’anni, deve rivivere oggi su una base più avanzata, liberata dalle
scorie dello stalinismo. Solo una nuova rivoluzione può liberare
definitivamente le masse dall’incubo di una guerra senza fine. È il
socialismo l’unico antidoto contro il veleno nazionalista e l’unica via
d’uscita dalla crisi dei Balcani. Chi cerca una soluzione più
"semplice" insegue un’utopia che può contribuire solo ad allontanare
nel tempo il giorno in cui i lavoratori dei Balcani potranno liberarsi
dall’oppressione imperialista e dallo sfruttamento capitalista.
Aprile 1999
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