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La
ripresa delle mobilitazioni operaie alla fine degli anni ‘60 fu
generalizzata in tutta Europa. Il maggio ‘68 francese e l’autunno caldo
in Italia furono le punte più avanzate di un movimento che sconvolse
l’intero continente.
In Belgio alla fine degli anni ‘60 ci fu una crisi
profonda dell’industria carbonifera che venne utilizzata dal padronato
per ricattare i minatori con la minaccia dei licenziamenti.
Il
supersfruttamento e i bassi salari provocarono un’esplosione delle
mobilitazioni, che sfociarono in uno sciopero spontaneo che coinvolse
22mila minatori nella zona di Limburgo.
I lavoratori elessero un comitato di delegati dal
basso e fuori dalle strutture sindacali, chiedendo tra le altre cose
aumenti salariali del 12%. Il sindacato Fgtb si dissociò dalla
mobilitazione dichiarando che gli scioperi erano il risultato di "un
complotto dei maoisti".
La forza del movimento era tale da unificare i
lavoratori, superando i pregiudizi razziali che erano stati fino ad
allora fonte di divisione all’interno della classe operaia belga (nelle
miniere erano occupati lavoratori di 12 nazionalità diverse). In
primavera scoppiò un nuovo sciopero, che iniziava a coinvolgere altre
categorie, al quale il sindacato fu costretto a dare la propria
adesione. I padroni furono costretti a piegarsi, riconoscendo ai
minatori aumenti salariali del 10%.
In Svezia, nel dicembre del ‘69, ci fu uno sciopero
a "gatto selvaggio" nelle miniere di Kiruna (dove erano occupati 4.800
lavoratori).
La cosa sorprese tutti: padroni, burocrazie
sindacali, governo. Di quei lavoratori non si interessava nessuno, e
nonostante vivessero nel più completo isolamento (le miniere erano
situate al nord della Svezia, oltre il Circolo polare artico) furono
influenzati dall’estensione delle mobilitazioni operaie in tutta Europa.
Fin dall’inizio la mobilitazione si distinse per una
lotta contro le ingiustizie salariali e per una forte domanda di
democrazia sindacale. In Svezia il sindacato era forse più
burocratizzato che in ogni altra parte d’Europa, coinvolto in una
politica concertativa con i governi socialdemocratici che si
mantenevano stabilmente al governo da decenni.
La situazione era talmente degenerata che i
rappresentanti sindacali di Kiruna, come di qualsiasi altra realtà
produttiva, venivano designati a Stoccolma dalle burocrazie sindacali e
tutti gli accordi venivano fatti nella capitale senza alcun tipo di
consultazione con i lavoratori.
Il comitato di sciopero eletto dai minatori di
Kiruna riuscì alla fine ad imporre il proprio diritto a gestire la
trattativa con il padronato conquistando la gran parte degli obiettivi
che si proponeva.
In Danimarca nel febbraio del ‘70 viene convocato
uno sciopero improvviso di 24 ore negli 80 impianti dei cantieri navali
di Copenaghen. La lotta viene scatenata dalla proposta di governo e
padroni di abolire la scala mobile. La reazione del padronato è
durissima, vengono licenziati tutti i leader operai, ma alla fine la
forza del movimento è tale da costringere il padronato a riassumerli
tutti e a ritirare temporaneamente i piani di abolire la scala mobile.
In Olanda nel settembre del ‘70 ci fu uno sciopero
ad oltranza con la partecipazioni di oltre 20mila portuali ad Amsterdam
e Rotterdam, con la richiesta di aumenti salariali e contro il lavoro
nero. Dopo le prime esitazioni i dirigenti sindacali si misero alla
testa del movimento convocando scioperi che ottennero significativi
aumenti salariali.
Il movimento si estese all’industria con scioperi a
"gatto selvaggio" alla Philips (95mila lavoratori coinvolti), Unilever
(16mila), Akzo (35mila). Gli accordi integrativi firmati avranno un
carattere molto avanzato.
In Germania le lotte spontanee ebbero inizio nel
settembre del ‘69 nel settore siderurgico. La goccia che fece
traboccare il vaso furono gli accordi vergognosi firmati dall’IG Metall
(sindacato metalmeccanici) con il padronato.
Per protestare contro l’accordo i siderurgici di
Dortmund fecero un corteo che sfilò nelle vie della città (cosa che
aveva pochissimi precedenti nella storia del movimento operaio tedesco).
L’azione si allargò rapidamente alle acciaierie del
Rheinstal, alla Hutte e alle fabbriche della Ruhr coinvolgendo anche i
minatori dell’acciaio nella Saar.
I dirigenti sindacali tentarono di recuperare il
terreno perso, mettendo da parte i vecchi accordi e proponendo una
nuova piattaforma con la proposta di aumenti salariali del 14%. Alla
fine si otterranno aumenti dell’11% e l’aumento dei giorni di ferie
pagate.
La borghesia venne letteralmente sorpresa da un
movimento che rapidamente coinvolse anche categorie storicamente più
arretrate come navalmeccanici, tessili, commercianti, benzinai. L’IG
Metall sotto la pressione operaia viene attraversata da un processo di
forte radicalizzazione dei propri contenuti rivendicativi.
In Gran Bretagna tra il ‘69 e il ‘71 c’è una forte
intensificazione degli scioperi "illegali". Oltre il 93% degli scioperi
saranno dichiarati tali perchè vengono convocati dagli shop-steward
(consigli di fabbrica, che però a differenza di quelli italiani
formalmente possono essere eletti solo dagli iscritti al sindacato) e
non dalle centrali sindacali.
Le punte più avanzate del movimento nel ‘69 sono le
lotte alla Ford (con 46mila lavoratori coinvolti) e quelle dei tessili
del Lancashire (95mila).
Altri scioperi si verificano nel Gruppo British
Leyland, tra i portuali di Liverpool, negli altiforni della British
Steel, tra gli operai della Standard Triumph e della Vauxhall.
Nel ‘70 farà notizia la lotta dei vetrai di
Pilkington, una realtà senza tradizioni sindacali dove improvvisamente
esplode con violenza la mobilitazione operaia. Per tanti aspetti questa
lotta ha forti somiglianze con quella dei lavoratori della Marzotto di
Valdagno.
Sempre nel ‘70 la mobilitazione si estese al settore
automobilistico nel Midlands e alle miniere dello Yorkshire, Galles e
Scozia.
Dopo un primo grande sciopero dei minatori nel
1971-72, il movimento raggiungerà l’apice nell’inverno 1973-74,
costringendo alle dimissioni il governo conservatore di Heath.
Nel biennio ‘67-’68 assistiamo anche al risveglio delle lotte operaie in Spagna.
Il 27 gennaio ‘67, a Madrid, più di centomila
lavoratori rispondono all’appello delle Comisiones Obreras (CC.OO.)
contro i licenziamenti e per le libertà sindacali, abbandonando i posti
di lavoro, boicottando i mezzi di trasporto e concentrandosi in cortei
in diversi punti della capitale. All’intervento della Polizia i
lavoratori rispondono al grido di "Franco no, Democrazia sì". Il
carattere politico della manifestazione è confermato dallo sciopero di
50mila metalmeccanici il giorno dopo, in lotta per ottenere la
liberazione di Camacho, Ariza ed altri dirigenti comunisti delle CC.OO.
imprigionati nelle carceri franchiste.
Anche gli studenti sono in agitazione: le facoltà di
Lettere e Filosofia vengono occupate dagli studenti e successivamente
assediate dalla polizia. Il 30 gennaio si ha un violento scontro con la
polizia ed un corteo nel centro della città al grido di: "Operai e
studenti uniti per la libertà". Lotte significative ci saranno anche a
Barcellona, Mieres, Ferrol, Siviglia, Asturias, Valencia, ecc.
Nei mesi di marzo e aprile la repressione sarà dura: centinaia di attivisti delle CC.OO. verranno licenziati e incarcerati.
Il 1° maggio ci saranno manifestazioni imponenti in
tutto il paese, la polizia interverrà con reazioni determinate da parte
dei manifestanti con scontri a San Sebastiàn, Valencia, Pamplona,
Siviglia e altri centri minori.
In giugno si tiene a Madrid la prima assemblea
nazionale delle CC.OO. a cui partecipano delegati di oltre trenta
province. Il 27 ottobre le CC.OO. indicono una giornata di lotta contro
la repressione e contro l’aumento del costo della vita. Parteciperanno
centinaia di migliaia di lavoratori e studenti. A Madrid al corteo con
più di 100mila manifestanti verranno arrestati oltre 1000 operai.
Per tutto il ‘68 il livello delle mobilitazioni
resterà molto alto. Il 30 aprile e il 1° maggio le CC.OO. convocheranno
una manifestazione analoga a quella del 27 ottobre. Le rivendicazioni
principali saranno: salario minimo di 300 pesetas, instaurazione della
scala mobile, libertà di associazione e di sciopero, la scarcerazione
dei detenuti politici, l’amnistia generale e il diritto a un sindacato
operaio, democratico, unitario e non corporativo. La manifestazione fu
un grande successo come fu costretta a riconoscere la stessa stampa di
regime.
Nell’autunno si svilupperanno una miriade di
vertenze interne: alle proposte contrattuali del CNS (sindacato
corporativo del regime franchista) le CC.OO. opporranno una serie di
rivendicazioni discusse ed elaborate in assemblee democratiche dai
lavoratori. Il ‘68 si chiude nonostante la repressione crescente, con
il movimento operaio all’offensiva in tutto il paese.
Il 24 gennaio del ‘69 viene proclamato lo stato
d’emergenza in tutto il paese. È la prima volta dalla fine della guerra
civile che il franchismo adotta un provvedimento del genere.
Nel campo studentesco dilagano le occupazioni, le
manifestazioni, gli scontri con la polizia. A gennaio, in circostanze
simili a quelle in cui morì Pinelli, uno studente del FLP
(organizzazione maoista), Ruano, cade dal quarto piano del
commissariato e muore, dopo essere stato selvaggiamente picchiato dalla
polizia.
A Barcellona negli stessi giorni gli studenti
occupano il rettorato e buttano giù dalla finestra il busto del
generale Franco. Ciò che preoccupa veramente il regime, però, non sono
le lotte studentesche, che se isolate sarebbero facilmente represse con
la chiusura delle sedi universitarie, quanto l’estendersi delle lotte
operaie e lo stretto collegamento che queste hanno con il movimento
studentesco. Non è un caso che lo stato d’emergenza verrà dichiarato
quando a Madrid viene convocata una manifestazione unitaria di operai e
studenti contro l’assassinio dello studente Ruano.
Per un breve periodo il movimento studentesco è
duramente colpito e liquidato, a livello di massa, con l’arresto di
quasi tutti i principali dirigenti e con l’occupazione poliziesca delle
le università. La risposta operaia sarà diversa a seconda dei casi: a
Madrid il movimento verrà colto di sorpresa e la sua risposta sarà
debole, a Barcellona più di 50mila lavoratori entrano in lotta contro
il blocco dei salari.
Molte fabbriche, tra le quali la Maquinista, la
Hispano Olivetti, La Pirelli, la Siemens, la Seat e la Age entrano in
sciopero attuando in alcuni casi forme di lotta molto avanzate come il
"basso rendimento" e le fermate a gatto selvaggio, con cortei interni
nelle fabbriche. Saranno forti le mobilitazioni anche nel Paese Basco:
in particolare a Bilbao tre fabbriche, la Naval, la Babcock Wilcock e
la Alta Hornos scioperano ad oltranza, per circa tre settimane,
nonostante l’arresto di 200 operai. In Asturia prosegue la lotta di
10mila minatori iniziata prima della proclamazione dello Stato
d’emergenza. In altri centri, come Siviglia, Saragozza, ecc. dopo
un’iniziale arresto le lotte riprendono con forza.
Lo Stato d’emergenza si rivelerà alla fine
inefficace, Franco sarà costretto a ritirarlo in aprile. Si apriva così
all’interno della borghesia la discussione sul successore di Franco,
che presto verrà indicato in Juan Carlos di Borbone (pupillo del
generalissimo).
Il ‘69 spagnolo fu un movimento rivendicativo di
massa senza precedenti nella storia di un paese fascista e che
risulterà decisivo per l’abbattimento della dittatura."
Lasciando da parte il caso spagnolo, dove le
mobilitazioni si svilupparono sotto una dittatura, in tutte le altre
esperienze il punto di congiunzione fondamentale è il carattere
spontaneo ed estremamente duro delle lotte e la contrapposizione
iniziale manifestata dai dirigenti sindacali.
Con la sola eccezione della Dgb tedesca (sindacato
dei dipendenti pubblici) e del sindacato dei metalmeccanici danesi, che
ostinatamente si contrapposero fino all’ultimo alle mobilitazioni
operaie, in generale le burocrazie sindacali, dopo un’iniziale
disorientamento, tentarono di "cavalcare" le mobilitazioni, con la
collaborazione dei governi e del padronato che fecero di tutto per
aiutare i vertici sindacali a riconquistare il "controllo" della
situazione in fabbrica.
Per fare questo i dirigenti sindacali furono
costretti a fare una virata a sinistra (almeno a parole) che, se da una
parte permetteva loro di guadagnare se non la fiducia piena, almeno la
tolleranza da parte dei lavoratori (che poi serviva a portare le lotte
su un terreno riformistico), dall’altra rendeva le organizzazioni
sindacali permeabili alle istanze dei movimenti, allargando il raggio
della mobilitazione e aprendo di conseguenza delle forti contraddizioni
anche all’interno della burocrazia stessa.
Aprile 2000
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