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Prima del ’68
Gli
anni ‘50 furono anni di forte repressione padronale e di arretramenti
costanti per la classe operaia. Solo alla Fiat vennero licenziati 3000
lavoratori comunisti e nei fatti la Cgil era ridotta in fabbrica alla
semiclandestinità.
Nella
primavera del ‘60 Gronchi affidò l’incarico per formare il governo a
Tambroni uomo "d’ordine" come lui stesso amava definirsi; il suo
governo ottenne il voto di fiducia in Parlamento grazie ai monarchici e
al Msi. I fascisti si sentirono così legittimati e nel giugno del ‘60
convocarono il loro congresso a Genova dove venne annunciata la
presenza di Basile, ultimo prefetto di Genova durante la Repubblica di
Salò e responsabile della morte e della deportazione di operai e
comunisti genovesi.
La
risposta non si fece attendere. Il 30 giugno del ‘60 decine di migliaia
di operai (in gran parte giovani) scesero in piazza pronti
all’insurrezione. Le organizzazioni partigiane locali formarono un
Comitato di Liberazione Nazionale pronto ad assumere il potere. In
questa atmosfera il prefetto di Genova vietò il congresso del Msi.
Non
contento Tambroni dichiarò lo stato d’emergenza e autorizzò la polizia
a sparare sui manifestanti. A Licata in Sicilia, il 5 luglio venne
assassinato un giovane e altri 5 manifestanti riportarono ferite gravi.
Il 7 luglio a Reggio Emilia 5 dimostranti furono uccisi e 19 feriti. La
Cgil proclamò il giorno dopo lo sciopero generale nel quale la polizia
sparò contro i manifestanti provocando altri morti a Palermo e Catania.
La
Dc, allarmata per la situazione semiinsurrezionale che si stava
generando nel paese spinse Tambroni a dimettersi. Una svolta
autoritaria era impraticabile. I due anni successivi vedranno dunque un
lento avvicinamento tra la Dc e il Psi.
Nel
1960 le ore di sciopero furono 46.289.000; ma la diga si era aperta e
nel ‘62 ci fu un ulteriore impennata della mobilitazione operaia
(181.732.000 ore di sciopero).
Si
stava entrando nel periodo di massima espansione del capitalismo
italiano. Nel quinquennio ‘59-’63 la produzione manifatturiera salì
mediamente ogni anno del 10,1%, la produttività per occupato del 7,6%,
gli investimenti del 13,8%.
L’espansione
economica e il conseguente calo della disoccupazione (nel ‘61 i senza
lavoro erano 800mila, il 3,9% della forza lavoro) aveva aumentato la
fiducia dei lavoratori, che scioperarono rivendicando che una parte dei
profitti padronali entrassero in busta-paga.
Tradizionalmente
la situazione in Italia era di bassi salari e quello economico fu
l’aspetto dominante delle lotte sociali nel ‘62. In quell’anno le
principali categorie entrarono in lotta: insegnanti, braccianti,
lavoratori della gomma e dell’industria cartaria, poligrafici, tessili,
metalmeccanici.
Durante
uno sciopero del saponificio di Ceccano (in provincia di Frosinone) un
operaio venne ucciso dalla Polizia con un colpo d’arma da fuoco. Il
fatto spinse le organizzazioni sindacali ad organizzare uno sciopero
della categoria al quale parteciparono 1.200.000 metalmeccanici.
Sessantamila
lavoratori entrarono in sciopero a Mirafiori il 23 giugno, Valletta
riuscì a far firmare un accordo separato a Uil e Sida (sindacato giallo
aziendale). La risposta dei lavoratori fu particolarmente dura, 72 ore
di sciopero che passarono alla storia per quanto avvenne a Piazza
Statuto (dove era situata la sede della Uil torinese).
Un
numero considerevole di giovani operai affluirono nella piazza per
contestare il gruppo dirigente della Uil. Gli scontri con la polizia
continuarono tutta la notte. 291 di loro vennero fermati e 38 vennero
messi in prigione.
I
dirigenti sindacali accusarono i manifestanti di Piazza Statuto di
essere dei "teppisti senza partito". Ma la realtà era un’altra. Non era
impossibile che qualche provocatore si fosse infiltrato tra loro, ma
resta il fatto che i principali protagonisti di Piazza Statuto erano
quella nuova generazione di operai (in gran parte immigrati) che non si
riconosceva nei vertici sindacali e che si sarebbe resa protagonista in
seguito di lotte estremamente radicali. Piazza Statuto era
un’anticipazione di quanto si sarebbe visto nell’Autunno Caldo.
La Dc preoccupata dalle mobilitazioni (scese sotto il 40%, mentre il Pci salì di due punti) sposò la svolta"riformatrice".
D’accordo
con i settori più lungimiranti della borghesia (i grandi gruppi privati
tra cui Fiat, Olivetti, Pirelli e nel settore pubblico il presidente
dell’Eni, Enrico Mattei) cercò il coinvolgimento dei socialisti
nell’area di governo e attraverso di loro aprì un dialogo con il Pci.
Nel
dicembre del ‘63 si formò il primo governo di centrosinistra (Moro era
il presidente del consiglio, Nenni il segretario del Psi nè sara il
vice). La sinistra socialista fortemente contraria all’accordo si
scinderà dal partito nel gennaio del ‘64 dando vita al Psiup (Partito
socialista di unità proletaria).
Il
tentativo del capitalismo italiano era di ottenere con il consenso di
una parte del movimento operaio quello che non era più ottenibile con
l’attacco frontale. Si aprì l’epoca del "riformismo senza riforme",
l’ipotesi "razionalizzatrice" sulla quale si muovevano Nenni e il
gruppo dirigente del Psi.
Dopo
un quinquennio il bilancio del centrosinistra tracciato da uno storico
liberale quale Paul Ginsborg, non sospettabile di simpatie marxiste era
il seguente: "Poche erano
le riforme realizzate e quasi sempre in modo parziale: l’industria
elettrica era stata nazionalizzata, ma in una maniera che aveva
permesso agli ex monopoli di mentenere un enorme potere finanziario; il
massimo che si era potuto ottenere nella questione cruciale della
pianificazione urbanistica era la "legge ponte" del 1967, la cui
applicazione era poi stata rinviata di un anno. La scuola media
dell’obbligo fino ai quattordici anni era un fatto compiuto, ma i
contenuti arcaici e l’organizzazione della scuola superiore e
dell’università non erano stati toccati. La legge Pieraccini sulla
programmazione era affondata senza lasciare traccia. Non c’era stata nè
riforma fiscale nè riforma burocratica, non era stato introdotto il
sistema sanitario nazionale nè la riforma dei patti agrari o della
federconsorzi. Anche l’istituzione delle regioni, così spesso promessa
come una assolutà priorità non era stata portata a termine. Si
trattava, a tutti gli effetti, di un bilancio assai misero..."
Il
Psi, integrato sempre di più in una logica governista, nel ‘66 si
riunificherà con i socialdemocratici e chiuderà miseramente nel ‘69 la
sua esperienza di governo fortemente indebolito in termini di militanza
e di consensi elettorali e senza aver fatto avanzare di un millimetro
le condizioni di vita dei lavoratori.
L’alleanza
di una parte del movimento operaio con lo schieramento borghese
progressista non poteva fare alcuna riforma come le precedenti
esperienze avevano già dimostrato.
La
recessione del ‘63 e il ricatto occupazionale che ne conseguì (nel ’66
i disoccupati tornavano ad essere 1.200.000) arrestò le mobilitazioni
operaie.
Le
rivendicazioni salariali passarono in secondo piano e per i lavoratori
divenne prioritario difendere il posto di lavoro. Nel ‘65 mezzo milione
di metalmeccanici erano in Cassa Integrazione.
Si
avviò un piano di ristrutturazioni aziendali, accompagnato da
un’intensificazione dello sfruttamento operaio. Tra l’agosto del’ 64 e
l’agosto del ‘65 l’occupazione nell’industria diminuì del 5,2%, mentre
la produttività del lavoro aumentò del 14,5%.
Verso
la fine del ‘65 l’economia si riprese e questo condizionò positivamente
la vertenza contrattuale dei metalmeccanici nel ‘66, dove si assisterà
a una maggiore combattività operaia anche se limitata al piano
economico. I risultati però non saranno soddisfacenti, i dirigenti
sindacali svenderanno gli interessi dei lavoratori, firmando un accordo
molto al di sotto delle aspettative.
Fu
questa una delle cause che determinò il forte clima di contestazione
contro il sindacato che si respirava all’inizio delle mobilitazione
operaie nel ‘68 e che costrinse la Cgil, per tutto un periodo a dover
"rincorrere i lavoratori".
La Rivoluzione mondiale era incominciata?
Verso la fine del ‘67, decine di migliaia di giovani
italiani giunsero alla conclusione che andava spezzato il dominio del
grande capitale sul sistema formativo e sulla società in generale e
decisero di impegnarsi attivamente nella "lotta rivoluzionaria".
Il contesto fu decisivo in questo processo perchè
spinse gli studenti a sentirsi parte di una lotta anticapitalista, che
si stava generalizzando sul piano internazionale.
I nodi venivano al pettine e le contraddizioni che
si erano accumulate nel dopoguerra esplodevano in tutta la loro
radicalità, in forme impensabili per i dirigenti "ufficiali" del
movimento operaio, che erano chiaramente impreparati a quella svolta
repentina.
Il boom degli anni ’50 e ‘60 aveva condotto gran
parte di loro a concludere che il mercato avesse superato le sue
contraddizioni fondamentali. Le concezioni riformiste e redistributive
erano andate così rafforzandosi non solo nei partiti socialdemocratici
(si pensi al congresso della Spd tedesca a Bad Godesberg nel ‘59, dove
venne cancellato ogni riferimento alla prospettiva socialista) ma anche
nei partiti comunisti, seppure a ritmi diversi.
Ma a un certo punto queste tesi vennero messe in
discussione dagli stessi militanti di quelle organizzazioni, che
divennero ricettivi, dopo un ventennio che questo non avveniva, alle
idee del marxismo.
Lo sguardo era rivolto in particolare verso le
rivoluzioni nei paesi coloniali. In Africa, Asia e America Latina
andava sviluppandosi un movimento di liberazione nazionale contro
l’imperialismo. La guerra nel Vietnam e i crimini perpetrati dagli Usa
contro i popoli coloniali ebbero un impatto di massa anche in
Occidente.
La parola d’ordine del rivoluzionario argentino
Ernesto Che Guevara, assassinato in Bolivia nel ‘67,"Dieci, cento,
mille, Vietnam" penetrò profondamente nella coscienza di milioni di
persone che si riversarono nell’attività politica.
In un contesto del genere non era sorprendente che
le teorie guerrigliere, fochiste, insurrezionaliste prendessero piede,
soprattutto in mancanza di un movimento significativo della classe
operaia occidentale, che si sviluppò solo in seguito a partire dal
maggio ‘68.
Queste concezioni si mescolarono con il maoismo. Nel
‘66-’67 la "rivoluzione culturale" cinese venne vista (in Italia più
che in altri paesi) come una rivoluzione antiburocratica. Tutti i
"gruppi rivoluzionari" che sarebbero sorti in seguito divennero maoisti
o vennero pesantemente influenzati da quelle concezioni.
In realtà lo scontro che vedeva impegnati Mao e Liu
Shao-Chi era uno scontro tra burocrazie rivali che si contendevano il
controllo dello Stato e del Partito comunista cinese. Le frasi del
"Grande timoniere": "Sparare sul quartier generale", "che cento fiori
risorgano" vennero interpretate come una rivoluzione politica contro la
banda di burocrati "che voleva restaurare il capitalismo".
Ma le vere cause del conflitto erano altre: il
regolamento di conti venne determinato dalle enormi tensioni,
politiche, sociali ed economiche che andavano accumulandosi nel paese.
Mao era stato responsabile degli insuccessi economici dei piani
quinquennali negli anni precedenti, oltre che dei fallimenti cinesi in
politica estera.
Sulla base di questa esperienza una parte della
burocrazia che si opponeva a Mao voleva "razionalizzare" la produzione
nelle campagne facendo delle concessioni alla piccola distribuzione per
rispondere alla crisi dell’economia agricola che era troppo arretrata
per sopportare una collettivizzazione rigida.
Ma quando Mao vinse la disputa strumentalizzando la
radicalizzazione dei giovani cinesi, si assicurò il controllo dello
Stato e tolse ogni spazio democratico alle guardie rosse; con misure
draconiane si impedì alle masse di esercitare alcun controllo sulle
leve principali del potere, che rimasero ben salde nelle mani della
burocrazia.
Il maoismo non era un’alternativa di sinistra allo
stalinismo, fino al punto che la Cina nel ‘73 fu il primo stato a
riconoscere la giunta militare di Pinochet che aveva assassinato
Salvador Allende e migliaia di attivisti della sinistra cilena.
A questo non diede molta importanza il movimento in Italia che subì una vera e propria infatuazione per il maoismo.
La rivolta studentesca
Nell’autunno
del ‘67 ebbe inizio il movimento delle occupazioni nelle università
italiane. L’elemento scatenante fu la presentazione della legge 2314
del ministro Gui. In sostanza la proposta di legge mirava a introdurre
dei criteri di selezione scolastica in un contesto nel quale i livelli
di selezione erano già molto alti.
L’istruzione
era gestita secondo criteri elitari e fortemente autoritari.
Utilizzando una definizione di Guido Viale, leader delle lotte
universitarie a Torino, gli esami orali erano l’occasione in cui "un poliziotto denominato per l’occasione docente, liquida in 5-10 minuti l’imputato con una serie di domande".
Dal
’61 al ’67, in seguito alle riforme sull’estensione dell’obbligo
scolastico (1962) e alla liberalizzazione dell’accesso alle università
scientifiche da parte degli studenti degli istituti tecnici (1961), il
numero degli studenti universitari raddoppiò, arrivando a circa mezzo
milione. Nel 1968 le università di Roma, Napoli e Bari avevano
rispettivamente, 60.000, 50.000 e 30.000 studenti quando erano state
programmate per non averne più di 5.000.
La condizione degli studenti-lavoratori era particolarmente intollerabile.
Chi
non era "figlio di papà" doveva lavorare per mantenersi gli studi, lo
Stato non garantiva nessun tipo di borse di studio o di sussidi e la
selezione scolastica risultava essere molto alta. Oltre l’80% di chi
aveva un diploma di scuola superiore entrava all’università, ma di
questi solo il 44% riusciva a laurearsi. È inutile dire che i più
colpiti fossero proprio i figli dei lavoratori e dei ceti meno
abbienti, che da qualche anno cominciavano ad accedere all’università
in numero consistente.
Ma
questo di per sè non era sufficiente a provocare una reazione di quelle
dimensioni. La legge Gui non venne vista come una proposta a se stante,
ma inserita in un quadro più ampio derivante dall’oppressione
capitalista.
La
società andava radicalizzandosi a tal punto che le prime occupazioni
iniziarono proprio nelle università cattoliche di Trento e di Milano.
Due università pensate e programmate per "riprodurre la classe
dominante" e dove la Dc aveva formato negli anni precedenti la gran
parte dei propri quadri dirigenti.
Nella primavera del ‘68 il movimento si diffuse anche nelle università di provincia. Lo stesso avvenne nelle scuole superiori.
La
repressione poliziesca non fermò la mobilitazione. Anzi, dopo averne
prese tante, gli studenti che fino ad allora erano stati assolutamente
pacifici giunsero alla conclusione che era necessario difendere la loro
incolumità fisica.
Avvenne
così che il 1° marzo del ‘68 a Valle Giulia, gli studenti romani
malmenati dalla Polizia e cacciati dalla facoltà di Architettura
decisero di "non scappare più" e risposero all’aggressione. Alla fine
ebbero la meglio e la polizia fu costretta ad indietreggiare.
Si
parla molto oggi della violenza di quegli anni, ma nessuno dice mai che
a provocarla non furono gli studenti ma lo Stato "democratico" che
assassinò decine di attivisti e malmenò decine di migliaia di
manifestanti, trasformando ogni manifestazione pacifica in una guerra
vera e propria.
I limiti ideologici del movimento studentesco
La
sventura degli studenti del ‘68 fu quella di non trovare all’interno
del Pci e del Psiup (da cui provenivano in gran numero i leader del
movimento, eccetto quelli del cattolicesimo di base) delle alternative
credibili al riformismo dei gruppi dirigenti della sinistra ufficiale.
L’assenza
di riferimenti stabili li spinse ad abbandonare quelle organizzazioni,
tentando di riprodurre nella propria specificità un nuovo impianto
teorico.
Il
risultato fu quello di riprodurre a livello locale, in ogni università,
in ogni scuola, dei "poli teorici" differenziati, che in seguito
diedero la base ideologica alla formazione di una innumerevole quantità
di "partiti rivoluzionari".
Ma
come aveva dimostrato l’esperienza degli anni ‘20, la questione del
partito rivoluzionario non poteva essere risolta in termini semplici.
Un partito non si improvvisa in pochi mesi: è necessario un lungo
periodo di consolidamento e una sperimentazione dei quadri e dei
militanti nelle fasi di avanzamento come in quelle di riflusso del
movimento.
Solo
verificando nella pratica dell’azione, le proprie posizioni teoriche e
politiche si può conquistare l’autorità sufficiente tra le avanguardie
prima e tra le masse poi, per farsi carico delle responsabilità di
direzione, non cedendo nè alle pressioni della classe dominante e dei
riformisti, nè alle tentazioni estremiste.
In
mancanza di una forza di quelle caratteristiche emergeranno ogni tipo
di semplificazioni teoriche che, nella primavera-estate del ‘68, fecero
entrare il movimento in crisi di strategia.
Una
conoscenza più approfondita del marxismo e dell’esperienza storica del
movimento operaio (che a detta anche degli stessi leader studenteschi
risultava essere molto carente) avrebbe impedito che si commettessero
certe ingenuità, a partire dalla lettura unilaterale che venne data
dagli studenti del sistema capitalistico: un sistema senza margini di
mediazione, senza contraddizioni interne alla classe dominante, dove
tutto era o bianco o nero.
Da
questo tipo di concezione derivava una estremizzazione esasperata di
ogni aspetto e una scarsa scientificità nell’analizzare i processi.
Questo
si traduceva in una incomprensione di fondo del ruolo delle
organizzazioni storiche della sinistra (Pci, Psi, Psiup e sindacati) e
del rapporto dialettico che esisteva tra queste e il movimento operaio,
la sottovalutazione di ogni questione tattica e un attivismo senza
freni che sfociava in una vera e propria pratica volontarista ("questo
è l’obiettivo e me lo prendo") senza tener conto dei rapporti di forza,
del contesto sociale, dei processi reali che obbligano un movimento per
forza di cose a dotarsi di una strategia.
Come dirà Guido Viale: "... i leaders finiscono col
porre sempre più l’accento sull’essere e sul fare che sui dati
dell’analisi e dell’apprendimento, e quest’ultimo si riduce ad una
coscienza demistificata del proprio essere, della propria condizione...
lo studente deve scoprire, nel collettivo, che cosa sia repressione
attraverso una descrizione e una riflessione sulla sua propria
esperienza. Analogamente, si intenderà la natura dell’imperialismo solo
attraverso la spiegazione della condizione dello studente negli Stati
Uniti per rapporto alla politica internazionale degli stessi.
L’apprendimento è, insomma, ravvicinato nel cuore dell’esperienza
diretta e singola, di modo che diventa, immediatamente, scelta morale,
conseguenza di atteggiamento o di attività."
Il
maggio ‘68 in Francia e la ripresa delle lotte operaie in Italia
aiutarono gli studenti a capire i limiti delle concezioni
"terzomondiste" e a ricredersi sul ruolo della classe operaia
occidentale, che a differenza di quanto pensavano certi intellettuali
"marxisti" non si era affatto imborghesita ma continuava ad avere un
ruolo fondamentale nel processo rivoluzionario.
In
poco tempo si sciolsero come neve al sole quelle teorie (tra queste le
più significative quella dei teorici della scuola di Francoforte) che
non riconoscevano il ruolo centrale della classe operaia e che avevano
avuto un certo peso nelle discussioni delle università occupate (in
particolare nel primo periodo a Pisa, Trento e Torino).
Come ebbe modo di dichiarare Luigi Bobbio:"La
mobilitazione attorno alla centralità operaia, emerse in modo
dirompente ed esplosivo, in qualche modo ha arrestato lo sviluppo
policentrico dei movimenti, li ha risucchiati ricostituendo un centro.
Attraverso questo centro sono poi passate tutte le vecchie concezioni
organizzative di matrice terzinternazionalista."
Ovviamente
Bobbio aveva una visione negativa della tradizione
terzinternazionalista. Coeretemente con la linea assunta da Lotta
continua, che lui stesso affermerà essere più che un partito "uno stato
d’animo", si affiderà ciecamente solo allo spontaneismo delle masse.
Per
parte nostra possiamo dire che quelle concezioni (quelle dei primi
quattro congressi della Terza Internazionale, precedenti alla
degenerazione staliniana) avrebbero aiutato non poco gli attivisti del
‘68, visto che chi guidava quella Internazionale una rivoluzione in
Russia nel ‘17 l’aveva fatta, e poteva di certo fare scuola sul terreno
della strategia e della tattica rivoluzionaria.
Quando
nel ‘68 esploderanno le prime mobilitazioni operaie, gli studenti, che
avevano teorizzato "l’autonomia dei movimenti", si trovarono
catapultati davanti ai cancelli delle fabbriche. Fu il movimento
operaio che li tirò fuori dalla crisi e li riorientò dando loro una
prospettiva.
I
due movimenti si attrassero vicendevolmente e si verificò una sorta di
"osmosi" che ebbe effetti fecondi nelle due direzioni. È innegabile
infatti il ruolo positivo che gli studenti ebbero nel politicizzare la
lotta operaia, particolarmente nella prima fase, come venne
riconosciuto in più occasioni dagli stessi attivisti sindacali e
militanti del Pci.
Esplode la rabbia che "fa cadere le statue"
Ciò
che caratterizzò più di ogni altra cosa le lotte operaie del ‘68 furono
la spontaneità, le forme di agitazione estremamente radicali e la forza
che avranno nel far saltare ogni logica concertativa e prerogativa
sindacale nella gestione delle vertenze.
Già
nel ‘67 si era verificato un fatto nuovo, quelle che storicamente
venivano definite le "aristocrazie operaie" e che ai tempi di Lenin
rappresentavano il sostegno fondamentale alle burocrazie sindacali
avevano subìto un processo di forte proletarizzazione (riduzione dei
privilegi e dei salari).
Avvenne
così che gli operai altamente specializzati dell’Olivetti o i tecnici
della Snam, anticipando gli operai comuni, rifiutarono le soluzioni
delle burocrazie sindacali mettendo in discussione l’organizzazione
sociale del lavoro e l’uso capitalistico che veniva fatto delle
macchine nel processo di sfruttamento della forza lavoro. Lo stesso
fenomeno si era visto in Francia con l’irrompere dei tecnici nella
lotta di classe, i quali giocarono un ruolo fondamentale nel maggio ‘68.
Quando
si scatenarono gli scioperi spontanei in centinaia di aziende si aprì
una contraddizione abissale tra gli operai che spingevano e i vertici
sindacali che "frenavano" sentendosi vincolati ai "preamboli
contrattuali" firmati nel ‘62 con la Confindustria, che sostanzialmente
erano degli accordi di contenimento salariale che oggi chiameremo
comunemente di concertazione sindacale.
Ma la radicalità operaia sarà così forte da far saltare ogni tipo di "tregua sociale" aprendo lo scontro sul piano aziendale.
Già
il 7 marzo del ‘68 la Cgil, sotto la pressione operaia, convocò da
sola, senza Cisl e Uil uno sciopero generale per la difesa delle
pensioni: il successo fu totale, molto al di là delle più rosee
aspettative.
Le
confederazioni si videro imporre dal basso l’apertura di una vertenza
nazionale per l’abolizione delle "gabbie salariali". A Latina e Taranto
ci furono degli scioperi contro le direttive dal centro e così il
sindacato fu costretto a "dirigere" una lotta che non aveva affatto
programmato e che andrà avanti per i due anni successivi, con lotte
molto dure particolarmente al Sud, fino al raggiungimento
dell’obiettivo.
Le
lotte operaie iniziarono in quei settori che avevano sempre avuto un
ruolo marginale nello scontro di classe. Tra questi, sicuramente i
tessili.
Un
violento processo di ristrutturazione nell’industria tessile provocò
intense lotte operaie di cui certamente la più significativa fu quella
delle lavoratrici e dei lavoratori della Marzotto di Valdagno (la gran
parte della manodopera era femminile).
Valdagno
era la classica città-fabbrica, costruita dalla famiglia Marzotto, nel
lontano 1836. Basandosi sui valori della Chiesa cattolica e una buona
dose di paternalismo, i Marzotto erano riusciti a tenere il conflitto
per più di un secolo fuori dalla fabbrica. I lavoratori fino ad allora
erano fortemente convinti che i loro interessi fossero strettamente
legati a quelli del padrone e della comunità.
Ma
quando l’azienda, come avvenne in altre fabbriche, aumentò i ritmi di
lavoro, riducendo allo stesso tempo i salari (rendendo i premi del
cottimo sempre più inaccessibili) e dichiarando 400 licenziamenti l’ira
operaia esplose con una radicalità senza precedenti. I sindacati erano
sempre stati deboli alla Marzotto ma questo non impedì ai lavoratori di
rispondere con azioni spontanee agli attacchi del padrone.
Quelle
cattolicissime mamme di famiglia e i loro compagni il 19 aprile
conclusero la manifestazione (alla quale erano presenti 4.000
lavoratori) abbattendo la statua di Gaetano Marzotto che stazionava
nella piazza principale.
Rapidamente
e con irruenza i lavoratori compresero, "aiutati" dai manganelli dei
poliziotti, quanto era stato impossibile per loro comprendere nell’arco
di generazioni e cioè che i loro interessi erano radicalmente opposti a
quelli del padrone.
La
lotta di Valdagno assunse un valore simbolico perchè determinò la fine
di un’epoca segnata dall’interclassismo, per aprirne un’altra in cui i
lavoratori misero al di sopra di ogni cosa i propri interessi di
classe.
Solo
in un secondo momento scesero in campo i "battaglioni pesanti" della
classe operaia: le grandi fabbriche del triangolo industriale, di Porto
Marghera e le concentrazioni industriali del Sud Italia.
Fino
ad allora il regime in fabbrica era basato su un rapporto
sostanzialmente autoritario e in generale c’era un rigido rispetto
della disciplina e dei ritmi che venivano imposti dalla gerarchia
aziendale. Nonostante la ripresa delle mobilitazioni sindacali
all’inizio degli anni ‘60 le cose non erano mutate di molto rispetto
agli anni ‘50.
Nessuno
nel movimento operaio e nel sindacato, neanche tra gli "operaisti",
immaginava neppure lontanamente che tipo di esplosione sociale andava
preparandosi sotto la superficie. Il fatto che nel ‘67 gran parte delle
riviste che si erano formate sull’onda delle mobilitazioni operaie del
‘60-’63 entrassero in crisi e chiusero i battenti ("Classe Operaia", la
rivista di Tronti, chiuse nell’estate del ‘67, lo stesso vale per i
"Quaderni Rossi" che entrarono in crisi poco prima) dimostra fino a che
punto gli intellettuali del movimento operaio fossero pessimisti sulle
possibilità di una ripresa della conflittualità nelle fabbriche.
Era la calma che precedeva la tempesta.
Si
stava preparando la più grande mobilitazione dal dopoguerra, con lotte
che si articolarono nelle forme più variegate con l’obiettivo preciso
di colpire il padrone nel modo più duro con il minimo danno per i
lavoratori.
Si
diffusero a macchia d’olio i cortei interni, gli scioperi a
"singhiozzo", a "gatto selvaggio", a "scacchiera", forme di controllo
operaio sui ritmi di lavoro e in certi casi anche di sabotaggio.
Le
rivendicazioni assunsero un forte connotato egualitaristico, un rifiuto
netto ad ogni forma di collaborazione con il padrone e una "forte
richiesta di socialismo" che veniva praticato nelle fabbriche con il
controllo operaio sulla produzione, esercitato attraverso gli strumenti
di democrazia operaia cui seppe dotarsi la classe a partire dai
consigli.
Ognuna
di queste lotte meriterebbe di essere conosciuta a fondo per la
ricchezza di contenuti e l’originalità conflittuale che seppe
esprimere, ma per carenza di spazio ci limiteremo a parlare delle tre
fra le più significative sulle quali non a caso si formarono le
principali organizzazioni dell’estrema sinistra italiana: Avanguardia
Operaia, Potere Operaio e Lotta Continua.
Ci riferiamo alle lotte della Pirelli Bicocca, della Montedison di Porto Marghera e della Fiat di Torino.
La lotta alla Pirelli e il Comitato Unitario di Base
Alla
Pirelli di Bicocca, il ‘68 era stato preceduto da un lungo periodo di
divisioni sindacali, dove la Cisl e la Uil avevano un carattere
particolarmente arretrato. Il contratto del ‘66 era stato firmato da
Uil e Cisl ma non dalla Cgil.
La
prima manifestazione unitaria dalla fine della Resistenza si tenne nel
1967 in occasione del contratto aziendale. Nonostante l’aumento della
produzione c’èra una forte diminuzione dell’organico con un costante
ricambio della manodopera. I ritmi erano forsennati e la tendenza
generale era verso la dequalificazione.
Negli
anni immediatamente precedenti c’era stato un leggero aumento dei
minimi salariali (non paragonabile alla crescita della produttività) ma
questi aumenti erano sempre più legati al risultato, agli straordinari
e alla produttività (con un largo uso del cottimo e dei premi di
produzione).
Crescevano
così oltre ogni misura le malattie nervose, gli infortuni, le
intossicazioni e gli aborti delle lavoratrici a contatto di sostanze
chimiche.
I
lavoratori esasperati reagirono con slancio ed entusiasmo quando
vennero chiamati alla lotta da Cgil-Cisl-Uil e vedevano con fiducia il
fatto che si fosse ritrovata l’unità sindacale.
I
vertici sindacali avevano fatto di tutto per evitare gli scioperi e le
loro richieste erano molto modeste (moderati aumenti salariali,
piccolissima riduzione d’orario, ritocchi sulla condizione normativa
degli operai), ma l’atteggiamento padronale alla scadenza del contratto
fu di chiusura totale.
Lo
sciopero ebbe una risposta di massa e questo spaventò le direzioni
sindacali che invece di organizzare un calendario di nuove e più
energiche mobilitazioni "sospesero" l’agitazione.
Cisl
e Uil decisero che la trattativa andava chiusa senza più chiamare alla
lotta i lavoratori e nell’incontro tra le parti nel febbraio del ‘68 si
dichiararono disposte a rinunciare anche a parte delle rivendicazioni
unitarie, già così arretrate. La Cgil si dissociò in un primo momento
ma non abbandonò il tavolo delle trattative finendo col firmare
l’accordo. La reazione operaia fu rabbiosa, al punto che decine di
iscritti alla Cisl, indignati dalla capitolazione dei dirigenti,
strapparono le tessere del sindacato.
Poche
ore prima della firma un gruppo di lavoratori denunciò con un volantino
il fatto che i sindacati si apprestavano a firmare una piattaforma su
basi molto arretrate. La richiesta fu quella di maggior democrazia
sindacale e che tutto venisse deciso in assemblea dai lavoratori. Su
queste basi vennero ricevuti molto bene dagli operai.
Gli
autori del volantino (di cui una parte erano iscritti al Pci e alla
Cgil) vennero sottoposti a una aggressione senza precedenti da parte
della burocrazia sindacale, con calunnie e pressioni di ogni tipo.
Ma
a metà marzo il gruppetto era ancora in piedi e si presentò a tutti i
lavoratori con un volantino firmato Comitato Unitario di Base.
In
quel volantino si spiegava che il Comitato unitario di Base (Cub)
voleva essere un organismo ampio e unitario che comprendesse lavoratori
di varie tendenze convergenti attorno all’obiettivo "di
un rilancio deciso della lotta di classe in fabbrica, della direzione
democratica di base delle lotte, dello stimolo in direzione di altre
fabbriche affinchè anche altrove sorgessero comitati unitari".
Le rivendicazioni principali del Cub erano le seguenti:
- superare i limiti del contratto gomma con la lotta
-
no al blocco dei salari, alla politica dei redditi che limita l’aumento
salariale al di sotto dell’inflazione e non teneva conto dell’enorme
aumento della produttività.
- no all’aumento dei ritmi
-
no al "preambolo contrattuale" firmato dai sindacati che non prevedeva
la possibilità di mobilitazione se non negli ambiti triennali previsti
dal Contratto nazionale
-
no alla mancanza di democrazia sindacale, no alle Commisioni interne
che erano subordinate al sindacato centrale e non sottoposte al
controllo dei lavoratori.
- ripresa delle mobilitazioni dal basso.
- un premio di produzione pari al 25% della paga più la contingenza
- aumento del salario annuo con la parificazione delle mensilità tra operai e impiegati
- abolizione delle condizioni nocive di lavoro. La salute non va contrattata nè monetizzata
- aumento degli organici
- riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
- sabato festivo
Nel
volantino si precisava che: "Da quanto detto ed essendo questi i
lineamenti politici del Comitato unitario di base è evidente che noi
non vogliamo assolutamente formare un nuovo sindacato o scavalcare i
sindacati esistenti. Vogliamo invece costruire un organismo che possa e
sappia legare insieme la rivendicazione e la lotta, l’aspetto economico
e quello politico, che sappia insomma costruire intorno a sè una rete
organizzativa permanente per la contestazione continua dello
sfruttamento."
Nel
settembre del ‘68 il Cub promosse la ripresa delle lotte. La Cgil,
subendo le pressioni dei lavoratori, intervenne in seguito
prendendosene la paternità. Cisl e Uil si tennero fuori.
La
direzione della Cgil, se da una parte recepì la pressione operaia
dall’altra attuò delle manovre per far naufragare le mobilitazioni:
prima rinviando il più possibile gli scioperi, poi tentando di limitare
le richieste a obiettivi prettamente salariali (lasciando da parte la
riduzione d’orario).
Il
padrone preoccupato della crescita impetuosa delle lotte di reparto
tentò l’arma della repressione. A inizio ottobre nel reparto decisivo,
l’8655 vennero tagliati i tempi di produzione. Il reparto entrò in
sciopero immediatamente, il padrone replicò con la serrata in 5
reparti. Scattò lo sciopero in fabbrica e il 3 ottobre si fermò tutto.
L’adesione fu del 100%.
Il Cub con un volantino, il 6 ottobre, fece appello a continuare la lotta e a non interromperla durante le trattative.
I
sindacati invece decisero di interrompere le lotte durante le
trattative e i sindacalisti della Cgil, il 9 ottobre alla sera, si
presentarono davanti alla fabbrica per convincere gli operai a non
scioperare. Gli operai del turno di notte entrarono in fabbrica ma non
andarono a lavorare, facendo un corteo interno e alle 4 di mattino
uscirono dalla fabbrica per picchettarla. Di fronte alla contrarietà
della propria base, la Cgil alle 5 del mattino fu costretta a
proclamare da sola lo sciopero di fabbrica.
Le lotte proseguirono fino a quando il padrone non fu costretto a cedere, almeno parzialmente.
È
interessante vedere quali contraddizioni attraversarono le
organizzazioni politiche presenti nella fabbrica: mentre il gruppo
dirigente del Pci era completamente assente dalla contesa, molti
militanti comunisti erano attivi nel Cub, nel quale, come è risaputo,
in una prima fase non c’erano solo gli studenti e gli operai che
avrebbero dato vita ad Avanguardia Operaia.
La
situazione era invece rovesciata nel Psiup che vedeva i militanti di
base generalmente schierati sulle posizioni ufficiali della Cgil mentre
la federazione provinciale, a differenza di quella del Pci, davà un
appoggio di massima ai Comitati di base.
Questo
dimostrerebbe come il Pci, nonostante il vertice avesse una politica
ben più moderata del Psiup, avendo radici molto più profonde nel
movimento di massa aveva una base molto più permeabile dagli umori
generali che attraversavano la classe operaia.
Non
a caso quando il movimento, nell’Autunno Caldo, si generalizzò fu
proprio il Pci a beneficiarne in termini di militanza organizzata più
di chiunque altro, nonostante la sua situazione nelle fabbriche prima
del ‘68, particolarmente a Torino e Milano, fosse di crisi profonda.
La calda estate di Porto Marghera
Nell’estate
del ‘68 l’assemblea operai-studenti che firmava i propri volantini con
la sigla di Potere Operaio diresse il movimento dei lavoratori alla
Montedison.
I leader della lotta erano in grande maggioranza operai specializzati, con una certa tradizione sindacale alle spalle.
La
mobilitazione operaia cominciò il 21 giugno del ‘68 quando si fece il
primo sciopero per ottenere il premio di produzione, a cui
parteciparono tutte le fabbriche del gruppo a Porto Marghera.
Nell’occasione ci fu l’incontro tra gli studenti e gli operai, che si
trovarono insieme a fare i picchetti.
Il
27 giugno ci fu un secondo sciopero con assemblea nella quale si decise
di proclamare il blocco della produzione a giorni alternati per il
2-4-6-8 luglio. Ma il sindacato dopo un incontro con le rappresentanze
studentesche (1 luglio) e la riunione dei direttivi sindacali congiunti
decise di ritirare gli scioperi alternati.
Quando
nelle assemblee venne comunicata questa decisione la reazione fu dura e
si verificarono incidenti fra operai e sindacalisti.
Il
3 luglio gli attivisti operai si ritrovarono per discutere la
situazione alla facoltà occupata di Architettura a Venezia e lì
decisero di scioperare ugualmente il 5. La Camera del Lavoro di Mestre
venne assediata dagli operai che si presenteranno con un atteggiamento
piuttosto minaccioso.
Il
12 luglio, a un’assemblea Cgil al cinema Piave, si verificano
scaramucce fra sindacalisti e studenti. Gli operai imposero il
controllo assembleare della lotta e il nuovo calendario dell’agitazione.
Nei
giorni successivi i dirigenti sindacali tentarono di provocare la
rotturà della solidarietà sindacale alla Vetrocoke e alla Petrolchimica
con tanto di provocazioni padronali contro i capi operai.
Il
18 luglio si svolse la prima colossale manifestazione operaia a Venezia
dal dopoguerra, con il blocco del cavalcavia di Mestre e del ponte di
Venezia.
Il
25 luglio i picchetti di massa furono molto duri, così come lo
sciopero; il padrone avviò una trattativa con la Commissione Interna
per "garantire i servizi minimi" i cosiddetti "indispensabili" che
vennero concessi in numero ridotto.
Ma
il 29 luglio ci fu nuovamente un blocco totale della fabbrica senza
alcuna garanzia sugli "indispensabili" che alla fine non vennero
concessi. Il 31 luglio, nuovo blocco totale della produzione.
Il
1° agosto il padrone decise la serrata provocando lo sciopero in tutte
le altre fabbriche con manifestazione a Mestre e blocco del cavalcavia
e della stazione ferroviaria.
Il
giorno dopo iniziò a Roma la trattativa fra sindacati-governo e padroni
dove si raggiunse l’accordo che solo parzialmente andava incontro alle
richieste operaie.
La serrata alla Petrochimica si concluse nel primo pomeriggio. Alle 17.00 i primi gruppi di operai entrarono in fabbrica.
L’accordo
sindacale deluse gli operai ma l’assemblea non lo respinse. Dopo 13
scioperi in 40 giorni e senza una direzione sindacale adeguata non
c’erano più le condizioni per continuare la mobilitazione, che comunque
riprenderà con più forza dopo qualche mese.
La
conclusione erronea a cui giunse Potere operaio fu che la lotta aveva
dimostrato che non aveva più senso parlare di tradimento dei sindacati.
Questa era una questione superata perchè "superati" erano i sindacati e
il tradimento era congenito nel loro carattere di "organi dello Stato
capitalista".
Quel
tipo di considerazioni non potevano essere ovviamente condivise da
tutti gli attivisti ed erano fortemente condizionate dagli
intellettuali del gruppo e dagli studenti che lì erano presenti. Questo
li condusse ad estraniarsi sempre più dalla massa dei lavoratori
perdendo quel consenso che era stato possibile ottenere in una prima
fase rapportandosi correttamente con i sindacati, criticandoli per le
loro scelte sbagliate ma senza contrapporsi frontalmente ad essi
paragonandoli al nemico di classe.
Posizione
tanto più assurda se si considera che alcuni tra i migliori attivisti
di Potere Operaio erano stati iscritti per anni a quella organizzazione
del "nemico di classe". È importante annotare infatti, che tra i più
attivi militanti del Potere operaio in fabbrica, c’era addirittura un
membro della Commissione Interna e storico iscritto alla Cgil, Italo
Sbrogiò, che solo successivamente verrà espulso dal sindacato di
categoria (nel giugno del ‘69), con il parere contrario della Camera
del lavoro territoriale.
La svolta alla Fiat e la nascita di Lotta continua
Alla
Fiat negli anni del boom le condizioni di lavoro erano andate
peggiorando notevolmente con l’intensificazione dei ritmi di lavoro.
Il
sindacato in fabbrica era molto debole. A Mirafiori, con oltre 50mila
lavoratori occupati, c’era una commissione interna che poteva contare
solo su 18 attivisti. Il tasso di sindacalizzazione era molto basso
soprattutto tra i giovani, che a migliaia entravano nella fabbrica ogni
anno, in gran parte immigrati dal sud dell’Italia.
Il
primo battito dei lavoratori ci fu alle Ausiliarie, nell’aprile del
‘69, un reparto in cui il Psiup aveva una certa forza, e dove veniva
richiesto il passaggio di categoria, aumenti salariali e l’elezione dei
delegati di reparto.
Già
in alcune fabbriche del torinese (Castor, Singer, Ignis, ecc.) si erano
firmati degli accordi che si proponevano di regolamentare il lavoro
sulle linee e dei cottimi. Nei fatti in quegli accordi che si erano
realizzati in primo luogo nell’industria leggera (industrie di
elettrodomestici) nacque il "capocottimo" (come era stato definito
nell’accordo alla Singer) figura che presto si sarebbe diffusa in molte
fabbriche e che ebbe un ruolo centrale nell’Autunno Caldo.
Il
delegato di reparto infatti, da "controllore operaio" del cottimo si
trasformerà sull’onda delle mobilitazioni nel rappresentante sindacale
degli operai (nel senso più autentico della parola).
Attraverso
questa figura i lavoratori assumeranno il controllo sulle vertenze
sottraendole alla Commissione interna, entità ormai screditata e
distante dalle esigenze dei lavoratori.
Gli
scioperi dalle Ausiliarie si estesero alla fine di maggio alle Presse,
ai carrellisti, alla Carrozzeria, al montaggio. Il 30 maggio l’intera
produzione era bloccata.
Si
scatenò un clima di ribellione generale: ogni reparto sviluppava per
proprio conto una piattaforma e scendeva in lotta senza nessun tipo di
filtro sindacale.
Proprio
per questo il sindacato era estremamente allarmato come come lo era
l’azienda. Nei mesi di giugno e luglio ‘69 la direzione delle lotte,
come riconobbe Garavini, a quei tempi dirigente torinese della Cgil,
non l’aveva il sindacato, ma l’assemblea operai-studenti che metteva
sui propri volantini l’intestazione la lotta continua, che in seguito
divenne solo Lotta Continua.
Lotta
Continua fu capace di mettere insieme centinaia di lavoratori e di
studenti che per diversi mesi organizzavano tutti i giorni presidi
davanti ai cancelli e assemblee a fine turno in cui si discuteva sul da
farsi e direttamente mettevano in pratica nella fabbrica, senza nessun
tipo di mediazione sindacale.
In
questa situazione il 12 giugno l’azienda si convinse a firmare
l’accordo con il sindacato che riconosceva la figura dei delegati di
reparto. Il 3 luglio Cgil-Cisl-Uil convocarono uno sciopero generale
sul problema della casa (caro-affitti). L’assemblea operai-studenti
approfittando dello sciopero organizzò nel pomeriggio un corteo esterno
alla fabbrica.
Era
il primo corteo operaio che veniva organizzato al di fuori delle sigle
sindacali. Lo sciopero ebbe un gran successo e nelle prime ore del
pomeriggio c’erano al concentramento tre-quattromila lavoratori insieme
a una rappresentanza significativa di studenti. Ma il corteo non ebbe
modo neanche di partire perchè subì violente cariche da parte della
polizia.
Invece
di disperdersi i manifestanti risposero con una fitta sassaiola. Il
corteo tentò di ricostruirsi; informate dell’accaduto giunsero migliaia
di persone dai quartieri operai della zona. Gli scontri con la polizia
proseguirono fino a tarda notte. La giornata del 3 luglio era destinata
a passare alla storia come la rivolta di Corso Traiano.
La polemica sui delegati
Avendo
perso il controllo in fabbrica, il sindacato decise di andare incontro
alle istanze operaie e il 13 settembre del ‘69, presso la Camera del
lavoro, convocò una "riunione plenaria del Consiglio dei delegati
operai" che, nelle intenzioni dei sindacalisti, aveva il compito di
coordinare e dirigere assieme agli organismi dirigenti dei sindacati la
lotta contrattuale.
Nella
riunione i dirigenti sindacali vennero sommersi di critiche da parte
dei 150 delegati presenti. I dirigenti sindacali infatti erano disposti
a riconoscere i delegati, ma imponendo loro certe limitazioni. Ai
"delegati di squadra" che erano stati eletti direttamente dai
lavoratori nelle Ausiliarie e alle Presse, la direzione tentò di
affiancare "i delegati di linea" che erano una ramificazione della
Commissione Interna perchè designati dall’alto, secondo l’accordo fatto
con l’azienda alla fine di giugno (gli unici che inizialmente la Fiat
riconosceva).
Ma
alla fine i dirigenti sindacali dovettero retrocedere su tutta la linea
perchè i lavoratori imposero l’idea del delegato eleggibile e
revocabile in qualsiasi momento come unico soggetto autorizzato a
parlare a nome dei lavoratori in qualsiasi trattativa.
La
posizione sindacale da quel momento non fu più quella di opporsi ai
delegati, ma di adattarsi alle loro pressioni, tentando di limitare il
più possibile il loro potere.
L’errore
di Lotta Continua fu quello di non riconoscere nè i delegati, nè il
Contratto nazionale ma di bollarli entrambi come una "gabbia" imposta
della burocrazia sindacale.
L’idea infantile e settaria del "siamo tutti delegati", del "sindacato che è stato superato dalle lotte""delegato
che è stato inventato per isolare gli operai più combattivi dalla massa
e renderli responsabili di fronte al sindacato, per trasformare la
protesta operaia in vertenza burocratica" non
venne capita dalla maggioranza dei lavoratori, tanto è vero che diversi
attivisti di Lotta Continua si facero eleggere delegati dai loro
compagni che li riconoscevano come avanguardie nella fabbrica, e quelli
che non lo fecero, seguendo i suggerimenti di Sofri, non vennero capiti
dai loro compagni di reparto. del
Questo
errore fu alla base della disintegrazione della Assemblea
operai-studenti che si consumò lentamente in una lotta intestina che
condusse all’unico sbocco possibile: la trasformazione da organismo di
base della lotta alla Fiat in "organizzazione politica generale".
L’errore
tragico fu quello di pensare che un organismo provvisorio come
l’assemblea operai-studenti fosse autosufficiente come unico organo di
direzione operaia, tentando di trasporre formalisticamente nella realtà
operaia il metodo di organizzazione delle lotte studentesche dell’anno
prima.
L’idea
di fondo era quella di organizzare la classe operaia come se si
partisse da zero, secondo il criterio del "movimento politico di massa"
non tenendo conto però che tra i lavoratori le cose si ponevano in
termini differenti, perchè esistevano forme organizzate precedenti come
i sindacati che avevano tradizioni consolidate, nonostante la loro
posizione alla Fiat nel ‘68-’69 fosse particolarmente debole.
Se
quei metodi potevano avere un certo impatto tra i lavoratori più
"nuovi", con scarse tradizioni sindacali alle spalle e di estrazione
non proletaria (ci riferiamo in particolare agli operai di recente
proletarizzazione che venivano dal sud Italia), non era la stessa cosa
per tutti gli altri. Ed era impensabile che persino alla Fiat, dove
questi lavoratori rappresentavano una fetta consistente della classe,
potesse imporsi stabilmente una posizione che non solo negava l’utilità
del sindacato, ma negava l’utilità del delegato, una figura che
riprendeva le migliori tradizioni consiliari del movimento operaio
italiano che come nel biennio rosso (1919-20), anche nell’autunno caldo
vedeva rinascere questa forma di rappresentanza democratica dei
lavoratori nei momenti più alti della lotta di classe.
L’autunno caldo e il sindacato dei consigli
Nell’autunno
del ‘69, quando ebbe inizio la lotta per il rinnovo contrattuale (che
coinvolse non solo i metalmeccanici, ma un totale di 7 milioni di
lavoratori) il sindacato riuscì a raccogliere tutte le spinte che
venivano dalla base, lasciandosi permeare, almeno in parte, dalla
radicalità operaia.
C’è
un episodio significativo al riguardo che la dice lunga: inizialmente
la piattaforma contrattuale preparata dalle confederazioni non
contemplava un criterio egualitaristico nella proposta di aumenti
salariali che invece era stato largamente presente nelle lotte alla
Fiat dell’estate ‘69, ed era un tasto su cui aveva insistito molto non
solo Lotta Continua ma tutti i gruppi "operaisti" di quegli anni.
Ancora
nel maggio del ‘69, alla Conferenza d’organizzazione della Fiom, la
linea anti-egualitaria si era imposta e in quell’occasione Trentin
aveva avuto modo di esprimere chiaramente la sua posizione: "La qualifica è un bene dell’operaio costato sacrifici".
Ma quando nella consultazione operaia del luglio del ‘69, preparatoria
alla stesura della piattaforma, la linea egualitaria ebbe un sostegno
plebiscitario da parte degli operai, il sindacato la introdusse nella
proposta di contratto.
La
piattaforma che ne uscì, che aveva visto la consultazione di 300.000
lavoratori, prevedeva tra le altre cose: aumenti salariali consistenti
uguali per tutti, riduzione dell’orario a 40 ore settimanali e aumento
dei giorni di ferie, parità normativa operai-impiegati, diritti
sindacali in fabbrica (riconoscimento dei delegati con un monte ore a
disposizione, assemblea retribuita, revisione delle procedure
disciplinari).
Lotta
Continua e gli altri gruppi persero gran parte dell’egemonia che
avevano conquistato e pian piano, di fronte alla forza prepotente deli
consigli, persero di importanza tutte quelle ipotesi di
autoorganizzazione precedenti (comitati di base, assemblee
operai-studenti), che divennero nel migliore dei casi le "frazioni
sindacali" dei gruppi dell’estrema sinistra (è il caso del Cub con
Avanguardia Operaia).
Nelle
Confederazioni sindacali si era aperto un dibattito tra un’area
conservatrice, non disponibile a riconoscere i delegati, e un’area di
"rinnovatori", sensibile alle pressioni che provenivano dal basso e
orientata a compiere una svolta che prevedesse un riconoscimento dei
consigli, affidando loro il diritto a gestire la trattativa a livello
aziendale. Al congresso della Cgil del giugno ‘69 vinsero questi ultimi
che miravano a una certa "elasticità" e permeabilità delle
organizzazioni sindacali alla radicalizzazione operaia. I sindacati si
riservavano però, e su questo non si transigeva, il diritto a gestire
le trattative di carattere generale, opponendosi strenuamente ad ogni
tentativo di coordinare i consigli di fabbrica a livello territoriale e
nazionale.
Per
non perdere il controllo della situazione i vertici si adeguavano, non
solo permettendo alle lotte di svilupparsi, ma in certi casi
contribuendo a far avanzare il livello rivendicativo delle situazioni
più arretrate.
Fu
un processo non privo di contraddizioni, dove si assistè a svolte
estremamente brusche. In più occasioni la situazione rischiava di
scappare dal controllo della direzione sindacale che fu abile a
"trasformarsi".
Oggi
ci si stropiccia gli occhi un po’ increduli quando ci capita di vedere
quelle trasmissioni come "Format", che mandano in onda immagini di
trent’anni fa, con Trentin, Benvenuto o Carniti di fronte a masse
oceaniche di lavoratori che parlano di lotta di classe e rivoluzione
sociale.
Ma
è quanto avvenne realmente e senza quei discorsi, difficilmente
avrebbero tenuto sotto controllo la classe operaia di quegli anni, che
non temeva nulla e credeva che qualsiasi obiettivo fosse raggiungibile,
fino al comunismo.
Uno
dei casi più eclatanti di svolta a 180 gradi della linea del sindacato
fu forse quello della Fim-Cisl, particolarmente a Milano e Torino.
Il
tradizionale sindacato cattolico, che aveva alle spalle una storia di
forte moderatismo, si trovò alla fine degli anni ‘60 ad avere una
posizione totalmente marginale tra i metalmeccanici. Alla Fiat era
diventato nel ‘68 il più debole dei quattro sindacati presenti (alle
elezioni della commissione interna prese solo il 13,7% dei voti). Il
gruppo dirigente giunse così alla conclusione che l’unico modo per non
sparire in una situazione sociale come quella era di assecondare le
spinte di base e si trovò in un batter d’occhio più a sinistra della
Cgil, facendo concorrenza agli estremisti di Lotta Continua.
A
questo contribuì non poco la radicalizzazione che ha aveva avuto luogo
nelle Acli, che decisero nel ‘69 di rompere con la politica della Dc
per orientarsi chiaramente a sinistra. Livio Labor, che fu presidente
delle Acli fino al ‘69, formò successivamente un partito politico di
ispirazione cattolica (Mpl, movimento politico dei lavoratori) con una
politica estremamente radicale, che non a caso nel ‘74 entrerà a far
parte del percorso fondativo del Pdup (Partito di unità proletaria)
dove confluirono anche la sinistra del Psiup e il Manifesto.
Il
dato generale che si trae dall’autunno caldo è che i sindacati
riuscirono a recuperare il controllo del movimento facendo propri gli
obiettivi rivendicativi e le forme di lotta spontanee dalla classe
operaia.
Ma
ogni tentativo che venne fatto di coordinare i consigli operai a
livello nazionale, in una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria
venne boicottata frontalmente da parte dei dirigenti sindacali.
Il
segretario della Cgil, Luciano Lama, bollerà come eversivi quei legami
che spontaneamente o per opera di gruppi di attivisti operai andavano
formando tra i CdF: "La
Cgil respinge ogni concezione che tenda a collegare tra loro i consigli
dei delegati in strutture parallele a quelle del sindacato al dì fuori
della fabbrica, perchè una tale soluzione organizzativa, porterebbe non
alla sintesi, alla interazione che vogliamo fra organizzazioni di base
unitaria e sindacato; porterebbe bensì alla concorrenza ed alla lotta
tra le due strutture".
Non
a caso quando uscirono dei volantini delle commissioni operaie del
Psiup di Milano e Torino che proponevano questo percorso ci fu una
reazione isterica del gruppo dirigente della Cgil, che esercitò una
pressione molto forte nei confronti della sinistra sindacale, che ai
tempi era composta da esponenti di primo piano del Psiup (Foa,
Giovannini, Lettieri).
I
dirigenti della sinistra sindacale capitolarono a queste pressioni,
nonostante per anni si fossero verbalmente dichiarati a favore di
posizioni consiliariste e formalmente rivoluzionarie, spinsero la
federazione del Psiup di Torino a "richiamare" quegli attivisti che si
erano fatti portatori di queste posizioni. Questo pasaggio rappresenta
uno snodo cruciale nello sviluppo degli avvenimenti successivi.
Una
volta soffocati i tentativi di unificare i consigli veniva meno il
controllo operaio sulle vertenze generali, ma soprattutto si chiudeva
la strada a una prospettiva rivoluzionaria che era possibile solo
trasformando gli organismi di contro potere nella fabbrica a organi del
nuovo potere operaio nella società.
Dopo
numerosi scioperi generali e la mobilitazione di milioni di lavoratori
vennero firmati 81 contratti di lavoro (di cui 46 nell’industria e 30
nei servizi) dal carattere molto avanzato. La borghesia, e in
particolar modo il governo, terrorizzati dall’idea di perdere tutto,
fecero concessioni rilevanti.
Quello dei metalmeccanici fu l’ultimo su cui venne apposta la firma il 21 dicembre del ‘69; prevedeva:
- un aumento salariale di 65 lire orarie uguali per tutti gli operai
- nuovi diritti sindacali sul controllo del processo produttivo
- il riconoscimento definitivo del delegato di reparto e dell’assemblea dei delegati
- la riduzione d’oraio a 40 ore settimanali
- limitazioni all’uso dello straordinario
- parità del trattamento infortunistico e di malattia tra operai e impiegati
- un giorno di ferie in più
- diritto di assemblea nelle fabbriche con più di 15 dipendenti (10 ore retribuite all’anno
- 8 ore di permesso retribuite al mese per i delegati
Lotta
Continua e altri gruppi lo definirono un contratto bidone, ma i
lavoratori non la pensavano così. Non a caso quando venne presentato al
voto nelle fabbriche ricevette un sostegno quasi unanime. Il sindacato
uscì dall’autunno enormemente rafforzato.
Dopo
la firma dei contratti un decreto amnistiò tutti i lavoratori che erano
stati denunciati nel corso del ‘69 per reati politici (circa 15mila) e
il 20 maggio del ‘70 sull’onda delle mobilitazioni la Camera approverà
(con l’astensione del Pci) lo Statuto dei lavoratori.
Si apriva un nuovo decennio di forti mobilitazioni unitarie.
Non
c’è qui lo spazio per approfondire i processi politici e sociali che
seguirono il ‘69. Ma è giusto annotare che i gruppi presero atto a un
certo punto dei loro errori, sia per quanto riguarda i delegati, che
per la necessità di lavorare nei sindacati.
Quando
tra il ‘72 e il ‘74 buona parte di loro giunse alla conclusione che non
potevano rifiutarsi di lavorare nei sindacati, era già passata molta
acqua sotto i ponti: la loro forza era andata riducendosi di molto e i
consigli di Fabbrica erano diventati nel ‘72 gli organismi di base del
sindacato unitario (abolendo le Commissione Interne). I tre sindacati
metalmeccanici, sotto la spinta della base, si erano fusi in un unico
sindacato (Flm), lo stesso avevano fatto i chimici.
Il
sindacato aveva visto accrescere enormemente il proprio consenso. Nel
‘75 gli iscritti al sindacato dei metalmeccanici (Flm) erano il doppio
del ‘67 (200.932 contro 97.433), il Pci, che prima dell’autunno caldo
era un partito in crisi (particolarmente nelle fabbriche dove aveva
perso gran parte dei propri iscritti) aveva aumentato notevolmente la
propria militanza. Mentre nel ‘68 gli iscritti al Pci erano 1.503.816,
nel ‘76 erano 1.814.262.
La
risposta del capitale alla grande ondata di mobilitazione operaia fu di
due tipi: da una parte la borghesia faceva concessioni economiche
cercando il sostegno dei gruppo dirigente del Pci, dall’altra preparava
una svolta autoritaria se la linea "morbida" non fosse bastata.
Ci
si affidava anche alla "responsabilità" dei dirigenti sindacali e non
caso molte delle concessioni che vennero fatte in quegli anni erano
accompagnate da una maggiore agibilità dei dirigenti sindacali in
fabbrica, perchè "controllassero" le "spinte operaie".
Ad
esempio, nello Statuto dei lavoratori, insieme agli aspetti positivi
concernenti i diritti venne inserito un articolo (il 19) che
riconosceva solo alle Confederazioni e alle organizzazioni firmatarie
di contratto il diritto a partecipare alle trattative. Con questo si
mirava a colpire la spontaneaità operaia, riconoscendo come unico
soggetto trattante l’organizzazione sindacale.
Dall’altra
parte per ricacciare indietro gli operai e per terrorizzarli si
utilizzò la strategia della tensione, che venne inaugurata il 12
dicembre con la strage di piazza Fontana.
Oggi
le responsabilità dei fascisti e dell’apparato dello Stato sono note
(anche se nessuno dei responsabili ha ancora pagato), a quei tempi
vennero additati immediatamente gli anarchici e gli estremisti di
sinistra in generale.
In
questo clima di emergenza e sotto la spinta emotiva di quella strage si
riuscì a firmare il contratto dei metalmeccanici qualche giorno dopo,
impedendo agli operai di spingersi oltre le semplici conquiste
sindacali.
Settori
non secondari dell’apparato dello Stato e dei militari iniziarono a
ragionare seriamente su un golpe, non tanto nel periodo delle lotte
studentesche, ma quando si presentarono prepotentemente gli operai
sulla scena politica. Quella era l’ultima carta da giocare se tutte le
altre si fossero rivelate insufficienti.
Alla
fine i dirigenti sindacali e del Pci riuscirono, ma solo dopo sette
anni di lotte quasi ininterrotte, a far rifluire il movimento con la
linea dell’Eur e dell’Unità nazionale.
La
fiducia che i lavoratori avevano riposto nelle proprie organizzazioni
per la trasformazione della società, vennero tradite e utilizzate per
consolidare il potere della borghesia italiana e del partito che
l’aveva rappresentato più di ogni altro nel dopoguerra, la Democrazia
cristiana.
Democrazia operaia
Quello che segue è il testo di uno storico volantino
fatto dai delegati di squadra delle Ausiliare di Mirafiori a fine
maggio ‘69
Compagni della Fiat, delegati operai!
un
grande enorme fatto sta accadendo in questi giorni. La forza della Fiat
è stata scossa dalla lotta operaia, le leggi di ferro della produzione
sono state sconvolte dalla forza operaia che in questi giorni s’è
liberata attraverso gli scioperi, le assemblee interne, la nomina dei
delegati di squadra, le discussioni che si accendono ovunque dentro la
fabbrica, i cortei che abbiamo fatto nelle officine.
La forza e il potere che ci siamo conquistati in questi giorni devono ora diventare stabili. Non dobbiamo più tornare indietro, il nostro modo di lavorare da ora in avanti deve essere diverso. Per questo dobbiamo essere uniti.
In
tutte le squadre, in tutti i reparti, dobbiamo fare assemblee e
nominare i delegati per usare la forza dello sciopero e dell’unità per
modificare completamente le nostre condizioni di lavoro esercitando il controllo operaio;
E
necessario unire i delegati operai in un potente e unitario movimento
dei delegati operai con l’obiettivo dell’esercizio permanente del
controllo operaio sulle condizioni di lavoro.
Gli
operai della Fiat sanno che la loro vittoria è possibile se vincono
tutti gli operai; se in tutte le fabbriche i lavoratori affermano il
controllo operaio attraverso le assemblee e i delegati.
L’assemblea
L’assemblea è lo strumento attraverso cui gli
operai, uniti per squadra, per reparto, per officina, discutono e
decidono gli obiettivi da raggiungere, i modi per raggiungerli, e per
affermare il loro potere e il controllo sul lavoro.
Riteniamo inaccettabile qualsiasi forma di
regolamentazione e di limitazione dell’assemblea, che deve potersi
riunire tutte le volte che il collettivo operaio ne ha necessità.
L’assemblea nomina il delegato e può revocarlo in
qualsiasi momento. Ogni iniziativa del delegato è l’espressione della
volontà e della decisione dell’assemblea.
Il delegato operaio
Il delegato operaio è l’operaio più cosciente del
gruppo in cui lavora, che gode della fiducia di tutti i suoi compagni
di lavoro. Non è né proposto né nominato da nessuna organizzazione
esterna alla fabbrica, ma è esclusivamente l’espressione della volontà
dell’assemblea. Quindi è responsabile solo nei confronti degli operai e di nessun altro.
Egli deve poter trattare con tutta la gerarchia di fabbrica, dal capo reparto fino al capo del personale. Il suo compito non deve essere quello di trasmettere alla commissione interna i problemi, ma di trattarli fino in fondo.
La sua funzione inoltre non deve essere limitata a
controllare un solo aspetto della condizione di lavoro: il delegato
operaio deve potere trattare col padrone di tutti i problemi che il collettivo operaio ha.
Il collettivo operaio si impegna a difendere il suo
delegato dagli spostamenti. E chiaro infatti che la Fiat non ci dà i
delegati; bisogna farseli, fare in modo che funzionino e difenderli.
È necessario infine organizzare tutti i delegati operai in un potente ed unitario movimento dei delegati operai, che abbia come obiettivo permanente il controllo operaio sulle condizioni di lavoro e sulla produzione.
Questo obiettivo si realizza immediatamente con
il rallentamento dei ritmi di lavoro e la diminuzione della produzione
in tutte le officine; Cinque punti del controllo operaio sulle
condizioni di lavoro:
1) ogni spostamento, ogni provvedimento, preso a carico di un operaio è sospeso se c’è il no del delegato.
2) Ogni imposizione di turni o di ore straordinarie
può essere sospesa dal delegato, il quale rimette ogni decisione
all’assemblea degli operai.
3) Ogni iniziativa della direzione sugli aumenti di
merito, sulle categorie, sulle paghe di posto, può essere sospesa dal
delegato che richiederà la decisione dell’assemblea degli operai.
4) L’assemblea degli operai e solo essa deve
decidere il grado di disagio e di nocività del lavoro ed avanzare
proposte, attraverso il delegato, per diminuire il disagio con il
rallentamento dei ritmi, l’aumento degli organici e dei sostituti,
l’incremento delle pause o le modifiche tecniche dell’ambiente di
lavoro.
5) L’assemblea, attraverso i delegati, deve esercitare il controllo sul cottimo.
Ogni proposta da parte della direzione circa un
mutamento tecnologico e organizzativo può essere sospesa dal delegato e
portata davanti all’assemblea degli operai, la quale stabilisce se tale
mutamento tecnologico sacrifica o meno gli interessi degli operai e
decide di conseguenza...
Compagni operai, i delegati operai eletti alle
Officine Ausiliarie propongono di riunire un consiglio di delegati
operai della Fiat per discutere questi 5 punti, per concordare
un’azione unitaria e forte dentro e fuori dalla fabbrica.
Lotta continua boccia il contratto e lo Statuto dei lavoratori
Il 21 dicembre 1969 si firma il contratto dei
metalmeccanici, con una serie di conquiste importanti, che sarebbero
state applicate nei tre anni successivi, e in particolare aumenti
salariali uguali per tutti, la settimana di 40 ore, il tetto di 8 ore
settimanali agli straordinari, il 100% di trattamento infortunistico,
un giorno di ferie in più, diritto di assemblea nelle aziende oltre a
15 dipendenti, riconoscimento dei delegati e dei permessi retribuiti (8
ore al mese).
Ecco alcuni estratti dei volantini di Lotta continua, citati in D. Giachetti, Marco Scavino, La Fiat in mano agli operai.
1. Le 65 lire non servono neppure a compensarci dell’aumento dei prezzi (…)
2. Le 40 ore settimanali sono nell’arco dei tre
anni, così il padrone ha la possibilità di organizzarsi e di fregarci
con l’aumento della produzione (…)
3. Anche per la parità con gli impiegati le cose si
prolungano negli anni. Per la faccenda della mutua e delle ferie ci
danno un giorno (…)
4. Diritti sindacali. Su questo le cose cambiano
veramente e le conquiste per i sindacati sono molte. È chiaro che
servono anche ai padroni per far tappare la bocca agli operai in
assemblea, perché in fabbrica girino con i permessi pagati, oltre ai
capi e ai guardioni, anche i sindacalisti a bloccare le nostre lotte.
Gli scopi e l’organizzazione del sindacato è contro
gli obiettivi, le lotte e l’organizzazione degli operai. Per questo noi
non possiamo usare l’organizzazione sindacale per la nostra politica.
(…)
Non possiamo usare i delegati e i comitati
sindacali. (…) Coi delegati i sindacati cercano di isolare i compagni
più attivi dalla massa e di renderli responsabili di fronte a lui.
Il referendum successivo tenuto fra i lavoratori
vedrà la partecipazione dei 285.537 lavoratori su 376.731, con
un’approvazione pressoché unanime.
Conclusioni
L’esperienza dell’Autunno Caldo è istruttiva per molte ragioni. Tentiamo di riassumerle:
a)
La lotta di classe non si sviluppa mai su linee graduali, ma per
esplosioni successive alternate a periodi di riflusso. Alla sconfitta
della classe operaia nel ‘48 e agli arretramenti degli anni ‘50,
interrotti dall’esplosione del luglio ‘60 (che venne causata dalle
provocazioni del governo Tambroni e del Msi), seguì una ripresa della
mobilitazione che venne interrotta dal primo governo di centrosinistra
alla fine del ‘63, oltre che dalla recessione economica.
Una
volta che l’esperienza del centrosinistra si dimostrò essere
fallimentare ci fu una nuova esplosione della lotta di classe che
raggiunse il punto più alto nell’autunno del ‘69.
I
lavoratori imparano dall’esperienza. Senza voler con questo negare il
valore della teoria, che è fondamentale, dobbiamo sottolineare che la
gran parte della classe giunge a delle conclusioni rivoluzionarie solo
quando, alla luce degli avvenimenti, nessuna altra soluzione risulta
percorribile.
Spesso
le rotture rivoluzionarie giungono inaspettate e improvvise nei momenti
in cui pare che i lavoratori siano sulla difensiva, incapaci di reagire
alla repressione padronale. Da questo punto di vista la situazione che
esisteva fino al ‘68 a Mirafiori è significativa: la classe operaia era
sottomessa all’arbitrio dei capi, sottoposta a condizioni di pesante
sfruttamento, divisa, poco sindacalizzata e apparentemente
disinteressata alla politica e ciò nonostante fu quella stessa classe
operaia che ribaltò da un giorno all’altro i rapporti di forza.
Arriva
un punto in cui i limiti di sopportazione umana vengono infranti ed
esplode la rabbia accumulata nel corso degli anni. Spesso queste svolte
sono brusche e tanto più irruente quanto maggiori sono le umiliazioni e
i rospi che sono stati ingoiati dai lavoratori.
b)
Le esplosioni sociali non di rado vengono anticipate da segnali
premonitori quali la radicalizzazione di strati che fino ad allora
avevano giocato un ruolo marginale nella lotta di classe. Come la prima
rivoluzione russa del 1905 che vide la sua prima manifestazione diretta
da un prete ortodosso (pope Gapon) anche l’autunno caldo è stato
anticipato dal risveglio e dalla radicalizzazione del mondo cattolico
di base, degli studenti e di altri settori fino ad allora non
particolarmente avvezzi alla lotta anticapitalista.
I
lavoratori che si mossero per primi, furono quelli che storicamente si
erano mostrati meno combattivi e con minori tradizioni sindacali (i
tecnici tra questi), o quelle categorie più arretrate che avevano
giocato sempre un ruolo marginale (si pensi al risveglio dei tessili e
degli edili e in particolare alla lotta dei lavoratori di Valdagno
dell’aprile ‘68).
c)
Dopo un lungo periodo di arretramenti sociali è inevitabile che le
burocrazie sindacali, ma anche i lavoratori più anziani, per quanto
abbiano un passato glorioso di lotte sindacali e politiche, facciano
propri una serie di valori della classe dominante e si abituino alle
sconfitte e di conseguenza alla logica del compromesso.
Proprio
per questo i giovani, forze fresche su cui non grava il peso delle
sconfitte passate, diventano i settori più dinamici e quelli decisivi
nel corso delle mobilitazioni.
Non
è un caso che tutti i partiti che condussero delle rivoluzioni avevano
dei militanti con un’età media molto bassa (nel partito bolscevico del
‘17 era di 23 anni, nel Frente sandinista nicaraguense del ‘79 di 24
anni, solo per citare due esempi).
Negli
anni ‘50 e ‘60 si era verificato un processo di degenerazione delle
organizzazioni sindacali che avevano perso nelle fabbriche
rappresentatività e consenso.
Non
è strano che in situazioni come queste gli strati più combattivi della
classe (o in grande misura quelli meno legati alle tradizioni
sindacali) entrino in lotta attraverso nuovi organismi di
rappresentanza. Questo nel ‘68 fu alla base del successo che ottenero
gli studenti che intervenivano davanti alle fabbriche con la proposta
dei Comitati di base e delle Assemblee operai-studenti. Ciò non
significava affatto, come affermò qualcuno che "i sindacati fossero fuori gioco".
Il
fatto che qualche migliaio o decine di migliaia di avanguardie
consideri "superati" i sindacati tradizionali non significa che tutta
la classe si prepara ad uscire da queste organizzazioni, soprattutto se
le burocrazie sindacali (come quasi sempre avviene in questi casi),
rendendosi conto della loro perdita di influenza, spostano a sinistra
il baricentro delle loro rivendicazioni per "cavalcare la tigre".
I
sindacati operai esistono da più di un secolo e l’esperienza ha
dimostrato che sono rarissimi gli episodi in cui un sindacato
tradizionale viene sostituito a sinistra da un nuovo sindacato o da un
altro organismo operaio, quanto meno sul piano generale.
Questo
si è verificato solo in condizioni molto particolari di fronte ad
eventi eccezionali (le due guerre mondiali a cui hanno fatto seguito
delle ondate rivoluzionarie) o all’uscita di una dittatura fascista, in
condizioni tali per cui il vecchio sindacato tradizionale era stato
praticamente annullato dal regime.
È
il caso delle Comisiones Obreras spagnole che alla fine degli anni ‘60
diventano il primo sindacato operaio, anche se la vecchia Ugt non ha
smesso di esistere e si è ricostituita con una rapidità impressionante
nel periodo della "transizione" dal franchismo alla democrazia.
Nella
grande maggioranza dei casi la massa dei lavoratori quando decide di
lottare lo fa attraverso le proprie organizzazioni storiche tentendo di
trasformarle e spingendo i propri dirigenti più in là di quanto loro
siano disposti ad andare. Non a caso Lenin proponeva ai comunisti di
tutto il mondo di non seguire "... la balorda teoria della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari".
Quello
che non capirono i militanti di Avanguardia Operaia, di Lotta Continua,
di Potere Operaio e di tanti altri gruppi minori in quegli anni è che
il processo di presa di coscienza della classe operaia è un processo
disomogeneo, raggiunge prima certi strati e solo successivamente
coinvolge la massa e gli strati più arretrati.
Milioni
di operai italiani in quegli anni passarono per la prima volta dalla
disorganizzazione e dal disinteresse più totale ad organizzarsi nella
struttura più elementare e accessibile per loro: i sindacati e i
partiti operai tradizionali.
E
mentre migliaia di attivisti tra i più avanzati uscirono tra il ‘66 e
il ‘68 dal Pci, dal Psiup, e dai sindacati convinti del carattere
riformista e non rivoluzionario di queste organizzazioni, milioni di
lavoratori e giovani che prima di allora non si erano mai occupati di
questione politiche e sindacali, si preparavano nel ‘69 e poi per tutti
gli anni ‘70 ad entrare in queste organizzazioni convinti di fare una
scelta rivoluzionaria.
La
base del Pci, Psiup e dei sindacati in quegli anni era fortemente
permeabile alle posizioni marxiste e le avrebbe appoggiate se queste
fossero state visibili all’interno di quelle formazioni. Chi si cullava
nell’idea, che presto o tardi i lavoratori capendo il "carattere
controrivoluzionario" di quelle organizzazioni sarebbero usciti per
entrare nelle tutto sommate piccole "organizzazioni rivoluzionarie"
restò profondamente deluso.
Chi
poteva orientarli per trasformare questa buona intenzione in una
pratica di lotta e di intervento politico era uscito da queste
organizzazioni, dichiarandole ormai "superate", senza capire che lo
erano forse per un settore d’avanguardia, ma non per la maggioranza
della classe operaia.
Quello
dei "gruppetti" come allora li chiamavano sprezzantemente i dirigenti
del Pci, fu il classico errore di voler identificare le "punte più
avanzate dello scontro" con il livello generale di coscienza dei
lavoratori.
Per
questa ragione i comunisti devono sempre e comunque, salvo eccezioni
che servono solo a confermare la regola, lavorare nei sindacati di
massa della classe operaia per conquistarli a una politica di classe
rivoluzionaria.
Un
atteggiamento tattico che associasse l’intervento fatto con i Comitati
di base a un lavoro di opposizione nel sindacato avrebbe permesso alle
forze rivoluzionarie di rafforzare enormemente la loro influenza,
rappresentando un ostacolo non indifferente per le burocrazie che si
preparavano a far deragliare il movimento. E non appena i consigli si
fossero generalizzati sarebbe stato corretto entrarci sciogliendo i
comitati di base (o trasformarli quanto meno in una struttura di
supporto).
d)
Non c’è un legame diretto e "assoluto" tra la condizioni di lavoro e la
coscienza; inoltre le trasformazioni del capitale non possono impedire
ai lavoratori di battersi contro di esso.
Sono
stati molti in quegli anni (prima del ‘68) a teorizzare che gli operai
di linea erano incapaci di esprimere una coscienza politica, infatti
fino ad allora le organizzazioni sindacali si basavano fondamentalmente
sugli operai specializzati.
Ma
furono proprio quegli operai di linea, gli "operai massa" come vennero
definiti, in gran parte immigrati dal sud Italia e senza esperienza
sindacale alle spalle, che giocarono un ruolo di primo piano nelle
mobilitazioni.
Oggi
come allora c’è chi sostiene che la precarizzazione del lavoro e la
"scomparsa della grande fabbrica" non permette ai lavoratori di
esprimere la propria conflittualità e che i "precari" sono
difficilmente organizzabili.
Ancora una volta questi argomenti verranno smentiti dai fatti.
Uno
degli elementi scatenanti dell’Autunno Caldo fu proprio l’aumento dello
sfruttamento operaio, e la precarietà delle condizioni di vita e di
lavoro. Se in un primo momento l’offensiva padronale riesce a stordire
la classe, alla lunga non può che radicalizzare ancor più le posizioni
degli operai.
I
lavoratori indipendentemente dall’organizzazione del lavoro, dal ruolo
dei dirigenti sindacali, dalla precarizzazione delle loro condizioni,
presto o tardi trovano sempre il canale per esprimere la propria
conflittualità, il proprio antagonismo inconciliabile con la borghesia.
e)
Nei momenti più alti della lotta di classe, ogni qualvolta si sviluppa
un movimento di massa, si formano degli organismi di democrazia
operaia, attraverso i quali si conducono le lotte.
I consigli di fabbrica (soviet in lingua russa) hanno assunto un ruolo decisivo in tutte le situazioni prerivoluzionarie.
Il
consiglio nasce con l’obiettivo di rappresentare nella maniera più
diretta tutti i lavoratori e le loro istanze ed è l’unico organismo che
nell’esperienza storica, ha dimostrato di avere la capacità di
rappresentare in modo immediato e senza filtri burocratici i
cambiamenti di umore delle masse quando entrano sulla scena storica.
Non
a caso i soviet, non si presentano mai nei momenti di relativa calma
sociale (se sono realmente tali), ma solo e soltanto in condizioni
prerivoluzionarie come dimostra in Italia l’esperienza del Biennio
Rosso, della Resistenza e dell’Autunno Caldo.
Sono
organismi che hanno un senso in situazioni di dualismo di potere e
uniti tra loro rappresentano il potenziale potere operaio alternativo a
quello della borghesia. Potenziale perchè di per sè la presenza di
soviet non è garanzia di uno stato operaio, tutt’altro.
In
assenza di un partito comunista che organizzi il settore più avanzato
dei lavoratori orientando il movimento verso uno sbocco rivoluzionario,
inevitabilmente prevarrà (in tempi più o meno lunghi) la
demoralizzazione, il movimento rifluirà e i soviet potranno
trasformarsi in organi attraverso cui si fanno strada le posizioni
riformiste e della classe dominante.
I
consigli dei delegati nell’autunno caldo potevano rappresentare
l’organo embrionale su cui era possibile costruire la nuova società.
L’ostacolo principale in questo caso fu l’assenza di un partito
rivoluzionario in grado di coordinarli a livello nazionale mettendo
all’ordine del giorno la questione del potere.
Il
fatto che Lotta Continua e Avanguardia Operaia (seppure in forma meno
netta) non riconoscessero la figura del delegato eletto dai lavoratori
in lotta e lo considerassero solo un invenzione del sindacato per
imbrogliare gli operai, dimostra fino a che punto fossero limitate
queste ed altre organizzazioni che in quegli anni si fecero portatrici
a parole di una prospettiva rivoluzionaria.
f)
I lavoratori nella lotta di generazioni contro l’oppressione
capitalista si sono dotati di determinati strumenti che si sono poi
affermati nell’esperienza pratica: partiti, sindacati e soviet.
Il
partito (se è un partito realmente comunista) è lo strumento in cui si
organizza l’avanguardia del proletariato e che dovrebbe raccogliere
(diciamo dovrebbe perchè nella storia si sono viste ogni tipo di
deformazioni) i settori più avanzati della classe operaia, per
intenderci quelli che sono disposti a lottare contro il capitalismo ed
ogni forma di oppressione sociale sulla base di una lotta che non è
solo economica, ma è fondamentalmente politica e ideologica.
I
sindacati invece sono organismi molto più ampi che difendono gli
interessi diretti e fondamentalmente economici della classe operaia. La
base per aderire ai sindacati non è l’accettazione del programma
comunista e la lotta contro il capitalismo, ma la disponibilità a
lottare per i propri interessi primari.
Infine
ci sono i consigli operai; questi sono gli organismi che rappresentano
tutta la classe e che per queste ragioni si formano sono in situazioni
rivoluzionarie, quando la massa dei lavoratori è attiva nella lotta di
classe e c’è una forte accelerazione della presa di coscienza.
Nei
fatti stiamo parlando di tre livelli di organizzazione operaia con
funzioni diverse ma tutti e tre ugualmente importanti. Chiunque si sia
proposto di opporre gli uni agli altri ha sempre sviluppato delle
concezioni teoriche che si sono rivelate essere fallimentari.
Il
movimento marxista si è costruito combattendo quelle tendenze che
facevano confusione su quest’aspetto fondamentale (proudhoniani,
anarchici bakuninisti, blanquisti, anarcosindacalisti, sindacalisti
rivoluzionari, economicisti, consiliaristi per citarne alcuni) che in
un modo o nell’altro si riprodussero anche nel ‘68, dove comparvero a
lato dei riformisti ogni tipo di varianti rivoluzionarie: coloro che
riconoscevano il ruolo dei consigli operai e dei sindacati, ma
sottovalutavano la funzione fondamentale del partito rivoluzionario
(operaisti e sinistra socialista), quelli che rifiutavano i consigli
operai e i comitati di base e riconoscevano solo il partito e i
sindacati (maoisti dell’Uci-ml), quelli che riconoscevano il ruolo del
partito rivoluzionario ma rifiutavano quello dei sindacati ed erano
ambigui in un primo momento sui consigli (Avanguardia Operaia) e infine
coloro che riuscirono a rifiutare persino tutti e tre gli strumenti in
questione: il partito rivoluzionario (nella concezione leninista), i
sindacati e i consigli (Lotta Continua e Potere Operaio).
Questi
errori ne determinarono altri a catena; l’inadeguatezza degli strumenti
di cui si dotarono nella (mancata) strategia rivoluzionaria li spinse
ad accogliere nel proprio seno le illusioni terroristiche che si
basavano sulla concezione delle "avanguardie che si sostituiscono alla
classe" e che esplosero nel brigatismo, soprattutto a partire dal ‘77,
quando il gruppo dirigente del Pci chiuse tutti i varchi a una
prospettiva rivoluzionaria con la politica dell’Unità nazionale.
Il
successo dei bolscevichi nella Rivoluzione d’Ottobre venne determinato
dalla loro capacità di unire una assoluta indipendenza politica (anche
quando i bolscevichi non erano un partito indipendente ma costituivano
una frazione del partito socialdemocratico russo) a una assoluta
flessibilità tattica verso le organizzazioni sindacali e le altre
organizzazioni riformiste nel movimento operaio.
I
bolscevichi, che rigettavano le concezioni spontaneiste ed economiste,
non rifiutarono mai di lavorare nei sindacati (anche i più reazionari)
e sostennero i consigli fin dall’inizio avanzando la parola d’ordine
"tutto il potere ai soviet" anche quando questi erano strumenti delle
politiche riformiste e di collaborazione di classe, essendo controllati
dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari.
Non dichiararono mai superati sindacati e soviet solo perchè non avevano ancora la maggioranza in questi organismi.
Applicando
un’orientamento di questo tipo in Italia nel biennio ‘68-’69 una
tendenza rivoluzionaria avrebbe dovuto orientare le proprie forze alla
conquista della base operaia del Pci e del Psiup e dei sindacati,
sviluppando allo stesso tempo un lavoro energico a livello assembleare
verso gli studenti. Solo valutando concretamente in una analisi
equilibrata le proprie forze, la loro collocazione, dimensioni,
caratteristiche e insediamento era possibile valutare un orientamento
tattico, ma quello che è chiaro è che in nessun modo andava opposto un
rifiuto settario a sporcarsi le mani in un lavoro nelle organizzazioni
di massa.
Inevitabilmente
ci si sarebbe trovati a militare affianco a molti burocrati, ma anche
spalla a spalla con milioni di operai combattivi e sinceramente
rivoluzionari che in quelle organizzazioni erano alla ricerca di una
vera alternativa comunista.
Nell’ottobre
del ‘72, un operaio di Lotta Continua facendo autocritica sulle scelte
compiute nell’Autunno Caldo, al Comitato nazionale del suo partito
affermerà: "Abbiamo incarnato l’estremismo di sinistra nella sua accezione più tradizionale".
Se invece di inseguire le illusioni spontaneiste i militanti di allora
avessero fatto i conti con la storia del movimento operaio forse il
capitalismo sarebbe stato già messo da parte.
Toccherà
a una nuova generazione farsi carico dei compiti della trasformazione
della società, costruendo fin da oggi quello strumento in grado di
intervenire in un "nuovo autunno caldo" che sta maturando sotto la
superficie, nei meandri più oscuri della coscienza dei lavoratori.
Fino
ad allora dovremo lavorare per "trovarci pronti" ad intervenire quando
le masse si ripresenteranno sulla scena storica per mettere il destino
nelle proprie mani. La vecchia talpa di Marx continua a scavare.
Aprile 2000
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