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Per
ragioni anagrafiche chi scrive non può certo dire di aver fatto il ‘68.
Non abbiamo una "conoscenza diretta" di quel periodo, ma "libresca"
basata sulle cose scritte da altri e sulle testimonianze di quei
militanti che furono tra i protagonisti in quegli anni.
Questo
è certamente un limite perché si corre il rischio di prendere delle
cantonate (e ci è capitato di prenderne nel passato su questo
argomento) e di essere condizionati dalle opinioni di chi su
quest’argomento ha scritto e scrive, che spesso non sono i militanti di
base ma i leader di quegli anni, i quali necessariamente raccontano dei
fatti "filtrati" dalla loro visuale, dalle loro opinioni politiche,
dalle necessità contingenti.
Spesso
questi compagni hanno il difetto di essere un po’ troppo indulgenti con
se stessi, e per giustificare i propri errori ne ricercano le cause
nella situazione oggettiva. Si scopre così oggi che in fondo in quegli
anni la situazione non era rivoluzionaria, la classe operaia non era
matura, ecc.
A
vedere oggi, trent’anni dopo, come sono finiti male tanti dei leaders
del ’68, sarebbe forse più opportuno che si ragionasse non tanto
sull’immaturità dei lavoratori, ma sulla fragilità delle convinzioni
dei loro dirigenti, veri o presunti.
La
gran parte dei libri scritti negli anni ‘70 che parlano del ‘68-69 (a
parte rare eccezioni) si distinguono per la loro povertà teorica e per
essere fortemente condizionati dalle dispute (in certi casi vere e
proprie risse) interne al movimento e dalla collocazione politica degli
autori. Negli anni ‘80, la pubblicazione di materiale sul ‘68 è stata
forse anche peggiore. Il libro che ha avuto maggiore circolazione, Formidabili quegli anni
di Mario Capanna, è senz’altro uno dei più criticabili, condizionato
com’è dall’egocentrismo del personaggio e dalle necessità di cassetta
(vista la massiccia campagna pubblicitaria che gli è stata costruita
attorno). In quel libro il leader storico della Statale di Milano dà
una lettura riformista degli avvenimenti, tale per cui il ‘68 sarebbe
un movimento di massa trasformatore che ha "il senso essenziale di un varco. Aperto per guardare, pensare, andare più lontano".
Altri
tra i protagonisti di quegli anni hanno formulato giudizi molto netti,
a posteriori, sull’impossibilità che quel movimento sfociasse in una
rivoluzione. Tra questi includiamo Piero Bernocchi e Vittorio Foa.
Troviamo pienamente condivisibile quanto affermato da Marco Scavino e Diego Giachetti nell’introduzione al loro La Fiat in mano agli operai, che ci pare uno dei testi più validi fra quelli che abbiamo consultato: "L’indagine
storica su quel periodo appare oggi ancora largamente insufficiente.
Non solo dal punto di vista dell’interpretazione generale che di essa
si dà nel quadro di sviluppo della società nel secondo dopoguerra, ma
anche sul piano delle ricostruzioni fattuali e dei contesti specifici
in cui quei fatti si svolsero. Per quanto possa apparire paradossale,
sul biennio 1968-’69 e sulle lotte operaie dell’autunno, che ne
costituirono l’apice, possediamo ancora pochi elementi di conoscenza
veramente approfonditi. Abbiamo ottimi studi sociologici e di storia
delle relazioni industriali, ma pochi lavori di impianto storiografico.
Le ragioni sono molte e senz’altro complesse. L’impressione più
immediata è che oggi il tema del ruolo che il conflitto sociale (in
primo luogo quello operaio) ha avuto nello sviluppo della società non
riscuota molto interesse.".
Ma
se quelle lotte non riscuotono un grande interesse tra gli
intellettuali della sinistra e in quel ceto politico che del ‘68 è
espressione, sicuramente hanno un enorme importanza per quelle giovani
generazioni di operai e di studenti che nei prossimi anni si apprestano
a ripercorrere le strade della rivolta sociale, della lotta per il
comunismo.
Possiamo
immaginare la reazione che avranno gli scettici e i cinici che in gran
quantità militano oggi nel movimento operaio, e i risolini che
pioveranno addosso a noi "poveri illusi".
Questo
lavoro non è pensato per loro, ma per quei giovani militanti che già
oggi (nella sinistra del Prc, ma non solo) credono fermamente nella
possibilità di cambiare la società e che proprio per questo hanno una
assoluta necessità di fare i conti col ‘68 per imparare da quella
esperienza, per non commettere gli stessi errori delle generazioni
precedenti, perché quella sconfitta possa servire se non altro a non
subirne di nuove in futuro.
Concludendo il libro Pensare il ‘68,
Alfonso Gianni domanda a Fausto Bertinotti di riassumere il senso di
quegli anni con una frase. La risposta che viene data dal segretario
del Prc è: "Ci hanno provato".
L’obiettivo di chi scrive è proprio quello di preparare le forze per "riprovarci ancora".
Con
questo lavoro non abbiamo assolutamente la pretesa di colmare il vuoto
storico di cui parlano Scavino e Giachetti, non siamo degli storici, né
questa rivista ha a oggi a disposizione le risorse materiali per
avviare uno studio serio e sistematico che abbia una minima pretesa di
scientificità.
Ci
limiteremo, sulla base di informazioni già a disposizione, a dare una
nostra interpretazione di quel periodo, con un obiettivo puramente
militante: ricavare da quella esperienza le indicazioni strategiche,
tattiche, politiche per la prossima inevitabile ondata rivoluzionaria.
Aspetti
importanti non sono compresi in questa rivista, in particolar modo
un’analisi del ruolo e del carattere delle mobilitazioni del
mezzogiorno. Allo stesso modo non abbiamo incluso una valutazione
dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto del ’68, e
degli effetti che ebbe sulla sinistra italiana. Queste omissioni si
devono a ragioni di spazio, e al fatto che abbiamo cercato di
concentrarci su quelli che ci paiono gli aspetti più rilevanti per il
dibattito odierno: la dinamica delle mobilitazioni, e il ruolo delle
diverse organizzazioni all’interno del movimento.
La
visuale di chi scrive non è quella di chi ha rinnegato la concezione di
Lenin sul partito, che non ci stancheremo mai di dire che nulla ha a
che fare con quella stalinista del partito monolitico, basato sul culto
della personalità. Continuiamo a pensare che il ruolo del partito
comunista (se questo è veramente tale) sia decisivo, non tanto per
creare le condizioni rivoluzionarie (che possono verificarsi anche in
assenza di un partito con tali caratteristiche) ma bensì per la
conquista del potere da parte del proletariato.
Rispetto
al ‘68 e all’autunno caldo in pochi hanno insistito su un argomento
fondamentale: la sconfitta non era determinata, il problema non era di
condizioni oggettive, non si trattava di un problema di immaturità
della classe operaia, ma piuttosto di immaturità della sua direzione
politica. Non esisteva in Italia un partito che sapesse (o volesse)
orientare il movimento in direzione anticapitalista.
Come
vedremo non lo volevano i gruppi dirigenti del Pci e del Psiup (per non
parlare del Psi), che si muovevano in un‘ottica riformista; dall’altra
parte non ci fu una sola organizzazione tra le tante che sorsero in
quegli anni nella "sinistra rivoluzionaria" che seppe interpretare
correttamente la situazione sociale fornendo le necessarie indicazioni
politiche, strategiche e tattiche, in una parola che sapesse farsi
carico dei compiti di direzione politica, assolutamente indispensabili
ogni qualvolta il proletariato si ponga il problema di lottare per
l’abbattimento del sistema capitalista.
Da
sempre il movimento operaio deve imparare dalla propria esperienza,
tanto dalle lotte vittoriose come dalle sconfitte. Non crediamo,
pertanto ai ritornelli che ci dicono "non siamo più nel ’68", oppure
"non siamo più nel 1917". Ogni epoca storica ha certo le proprie
caratteristiche uniche e originali, che devono essere analizzate e
capite in tutti i loro aspetti. Per noi il marxismo non è e non deve
essere un’insieme di formule pronte all’uso per ogni occasione, né un
"catechismo rivoluzionario", un breviario da consultare come un libro
di ricette. Altrettanto sbagliate però ci sembrano quelle posizioni che
unilateralmente dichiarano che la nostra epoca è radicalmente diversa
da tutte quelle che l’hanno preceduta, e che quindi bisogna reimparare
tutto da capo.
La
classe dominante ha sempre posto grande cura nel cancellare o nel
falsificare la memoria storica del movimento operaio, e in particolare
delle sue lotte più avanzate. Esiste quindi un rischio oggettivo, al di
là delle intenzioni, che questo tipo di posizioni apra ancora di più la
strada alla pressione ideologica che la borghesia esercita proprio allo
scopo di fare dei lavoratori una classe senza memoria e senza coscienza.
Speriamo
quindi che questo contributo possa servire al contrario a far vivere la
memoria di quel biennio rivoluzionario, non come una bella storia dei
tempi passati, ma come una fonte di maturazione politica, di conoscenza
critica e, perché no, anche di ispirazione e di esempio per tutti
coloro che credono, come noi, che anche la notte più lunga prima o poi
finisce, e che nuovi e più profondi movimenti sapranno riprendere la
strada interrotta dell’Autunno caldo.
Alcune
parole sui materiali che proponiamo. Ai due articoli principali di
Giardiello e Bellotti che compongono questo numero della rivista
abbiamo creduto utile aggiungere alcuni materiali di supporto.
La
cronologia si basa sull’utile lavoro di Ritanna Armeni, pubblicato in
appendice al libro di Alfonso Gianni e Fausto Bertinotti Pensare il ’68.
Due
articoli di taglio storico, tratti da edizioni passate di
"FalceMartello" aiutano a capire il quadro internazionale, toccando sia
pure sommariamente gli argomenti della guerra del Vietnam e del maggio
’68 in Francia.
Tra
il tanto materiale d’epoca disponibile, ripubblichiamo quattro testi
che crediamo supportino l’analisi svolta negli articoli principali:
un’esposizione della posizione di Avanguardia operaia contro il lavoro
all’interno dei sindacati, uno dei tanti volantini di Lotta continua
contro la partecipazione ai consigli di fabbrica, uno storico volantino
prodotto nell’estate del 1969 dagli operai delle Ausiliarie di
Mirafiori, e infine la presa di posizione favorevole alla costruzione
dei Cub espressa dal circolo di fabbrica del Pci della Philips di
Milano. Completano la rivista una rassegna delle principali
mobilitazioni operaie in Europa in quegli anni, un breve estratto dalle
Tesi del II congresso dell’Internazionale comunista sui sindacati
(1920) e il Programma dei Consigli di fabbrica del 1919. Questi ultimi
documenti ci sono parsi utili per sottolineare la continuità della
tradizione consiliare, che riemerse a distanza di decenni nei movimenti
rivoluzionari della classe operaia in Italia e non solo.
Milano, aprile 2000
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