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Il nuovo disordine mondiale
I rapporti internazionali all’alba del XXI secolo
"Esattamente
come il XIX secolo si era chiuso, nel 1914, con lo scoppio della prima
guerra mondiale, la guerra nel Kosovo (la prima in Europa dal 1945)
segna il nostro vero ingresso nel XXI secolo. È sintomatico che si
entri nella nuova era nello stesso tragico modo (e quasi negli stessi
luoghi) di allora. Questi eventi riflettono il cambiamento di ruoli dei
vari attori internazionali (…). Gli Usa sono rimasti l’unica vera
"iperpotenza": una situazione che si rivelerà disastrosa."
(Dominique Moisi, vicedirettore dell’Institut Français des Relations Internationales, sul Financial Times del 29/3/99)
Esattamente cento
anni fa Kropotkin scrisse che la guerra è la normale condizione
dell’Europa ma, per un lungo periodo di mezzo secolo questa cupa
previsione sembrò contraddetta dalla realtà. Dopo la seconda guerra
mondiale, il capitalismo sperimentò un periodo di forte crescita, che
pose le basi oggettive per rapporti relativamente stabili tra le classi
e tra le nazioni. Questo fatto, con la spartizione del mondo tra
l’imperialismo Usa e l’URSS, spiega come sia stato possibile che
durasse così a lungo una sorta di "pace": l’equilibrio del terrore tra
due sistemi sociali in lotta che si escludevano a vicenda, la
cosiddetta guerra fredda. Ora però tutto è cambiato.
Il nuovo volto della guerra
Per un periodo di
50 anni, dopo la Seconda guerra mondiale, ci fu una relativa stabilità
nei rapporti internazionali basata sull’equilibrio del terrore: la
Russia stalinista da una parte e l’America imperialista dall’altra. Le
due superpotenze si spartirono l’intero pianeta configurando quelli che
potevano apparire blocchi e sfere d’influenza immutabili. Sarebbe stato
addirittura inconcepibile, all’epoca, che gli Stati Uniti attaccassero
la Jugoslavia o bombardassero l’Irak. Questo avrebbe portato alla
guerra con l’Unione Sovietica, ma una tale guerra, per oltre 50 anni,
era da escludersi.
La guerra fredda
era la manifestazione della lotta su scala mondiale fra due sistemi
sociali che si escludevano a vicenda. Per tutto questo cosiddetto
periodo di pace le contraddizioni fondamentali non erano state risolte,
al contrario, non facevano che accumularsi. La mostruosa corsa agli
armamenti, che divorava una gran parte della ricchezza sociale, ne era
il sintomo più chiaro. La domanda è: perché queste contraddizioni non
portarono alla guerra fra America e Russia?
Verso la fine
della sua vita Engels si occupò dello sviluppo dell’imperialismo e del
militarismo, che erano allora fenomeni nuovi. Fino alla rivoluzione
francese non erano esistiti eserciti di leva: i sovrani del XVIII
secolo mantenevano piccoli eserciti di militari di professione, e non
era infrequente che generali in lotta arrivassero ad accordi "tra
gentiluomini" per decidere la vittoria, allo scopo di evitare costi
troppo elevati. La guerra era un "affare" assai dispendioso!
Questo sistema
cominciò ad entrare in crisi con la guerra d’indipendenza americana,
quando gli irregolari delle colonie rifiutarono, secondo Engels, "di
danzare il minuetto con le forze della Corona britannica", e fu
completamente superato dalla rivoluzione francese che per la prima
volta mise di fronte all’Europa feudale un popolo rivoluzionario in
armi.
Brillanti generali rivoluzionari come Lazare Carnot svilupparono tattiche e metodi completamente nuovi. In particolare la leveé en masse,
ovvero la mobilitazione di un intero popolo, fu d’insegnamento a tanti,
tra i quali Bismarck. Già nel 1807 Hardenberg scriveva al re di
Prussia: "Dobbiamo fare dall’alto quello che i francesi hanno fatto dal
basso", così la Prussia si appropriò anch’essa dell’idea di Carnot di
un popolo in armi, ma lo fece nello spirito di un militarismo
reazionario. La macchina militare prussiana fu perfezionata e ottenne
una serie di vittorie spettacolari che permisero allo Junker
conservatore Bismarck di portare a termine la riunificazione tedesca,
un compito storicamente progressivo, assolto con metodi reazionari
sotto l’egida della Prussia feudale-burocratica.
Intorno al 1890
lo Stato prussiano, da sempre pervaso da uno spirito burocratico e
militarista, era divenuto un enorme mostro militare che spendeva somme
mai viste prima in armamenti. La Francia e le altre potenze seguirono
la stessa strada, e l’intera Europa si trasformò in un immenso
accampamento militare.
Vedendo
quest’enorme incremento della potenza militare e dei nuovi mezzi di
distruzione, Engels concluse che ciò avrebbe portato al crollo degli
Stati, ma anche che a questo punto una guerra europea sarebbe diventata
impossibile. La storia prova che Engels si sbagliava: l’antagonismo fra
Germania, Francia, Gran Bretagna, Russia e Austria-Ungheria, innescato
dalla situazione balcanica, portò alla Prima guerra mondiale che
provocò 10 milioni di morti e ridusse l’Europa in rovine.
La seconda guerra
mondiale sfiorò la fine della civiltà e reclamò 55 milioni di vittime.
Sebbene Engels si fosse sbagliato all’epoca nella sua previsione che la
guerra fosse diventata troppo costosa, il suo ragionamento è oggi
corretto. Quanto colpì Engels dei livelli di spesa militare raggiunti
dal militarismo a lui contemporaneo non è nulla se paragonato alla
situazione attuale. Nell’ultimo periodo la spesa mondiale in armamenti
ha superato i 1000 miliardi di dollari.
Dopo il 1945 non
si sono più verificate guerre mondiali. È stato un periodo di "pace",
anche se questa "pace" riguarda soltanto il coinvolgimento diretto
delle grandi potenze: in realtà, per la maggior parte del mondo, la
pace resta una chimera irrealizzabile. Su scala planetaria negli ultimi
50 anni ci sono stati solo 17 giorni senza guerre. C’è sempre stata una
guerra in atto in qualche parte del mondo - soprattutto nel terzo
mondo: le lunghe guerre di liberazione in Kenya, Algeria, Angola,
Mozambico ed altri, le guerre tra grandi potenze per mezzo di paesi
satelliti (come in Corea o in Vietnam); più recentemente le guerre in
Nicaragua e in Afghanistan, la guerra del Golfo e infine quella del
Kosovo, la prima in Europa da 50 anni, decisivo punto di svolta che
avrà ripercussioni d’ogni tipo, ben al di là degli esiti immediati per
l’assetto dei Balcani.
La questione
della guerra è molto concreta. Perché non c’è stata una guerra fra le
grandi potenze negli ultimi 50 anni? Perché, nonostante tutte le
contraddizioni stridenti, non ci fu guerra fra Usa e Urss? La risposta
è del tutto chiara. Lo sviluppo delle armi nucleari aveva cambiato il
volto della guerra. La borghesia non fa la guerra per divertimento, per
patriottismo, o per salvare il piccolo Belgio o i poveri Kosovari; la
borghesia fa le guerre per i profitti, i mercati, per le materie prime
e le sfere d’influenza, non per sterminare un popolo: non è questo
l’obiettivo della guerra imperialista. Non era neppure l’obiettivo di
una guerra ai tempi di Gengis Khan: benché i mongoli avessero
sterminato intere popolazioni e utilizzassero il terrore di massa come
arma, lo scopo era di sottomettere popoli dalla cui dominazione trarre
ricchezze sotto forma di lavoro e di tributi.
Una guerra
nucleare avrebbe significato come minimo la completa distruzione di
entrambi i contendenti, e ciò non ha assolutamente senso da un punto di
vista capitalista. Alcuni folli generali americani avevano tentato di
provare con calcoli accurati che anche a costo di perdere qualche
decina di milioni d’abitanti gli Usa avrebbero sempre potuto vincere
una guerra nucleare, ma quest’opinione non fu mai presa in seria
considerazione dai gruppi di potere americani - salvo confermare la
validità dell’opinione di Truman sull’intelligenza dei militari, quando
affermò che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai generali.
Le attuali spese
militari, in particolare quelle delle grandi potenze, fanno apparire il
militarismo di Bismarck e persino di Hitler come giochi da ragazzi. Con
la caduta del Muro di Berlino e il collasso dell’Urss, ci fu un gran
parlare, in occidente, di un supposto "dividendo di pace". Si
preconizzava un futuro di pace per tutto il mondo sotto la tutela degli
USA, rimasti l’unica superpotenza. Le cose però sono andate altrimenti.
L’inchiostro non si era ancora asciugato sul testo del discorso di Bush
a proposito del "nuovo ordine mondiale", che scoppiò la guerra del
Golfo. Ora, con il Kosovo, abbiamo appena vissuto la prima guerra vera
e propria sul suolo europeo dal 1945. Lungi dal guidare un processo di
disarmo, gli Usa continuano ad armarsi, ed oggi vantano una spesa
pro-capite per gli armamenti di 804$ annui, seguiti dalla Francia con
642$.
La Gran Bretagna,
che nonostante la drastica riduzione della sua forza militare e
industriale ama pretendere d’essere ancora una potenza, spende 484
dollari, una cifra assurda per un paese che avendo perso la sua
superiorità industriale, è stato da molto tempo declassato al rango di
potenza di seconda fila. Durante la guerra del Kosovo, Tony Blair ha
provato ad atteggiarsi a rappresentante di una grande potenza, ma la
sua imitazione di Winston Churchill non ha ingannato nessuno.
Considerati i dubbi e le esitazioni degli altri alleati europei, per
Clinton poteva essere conveniente alimentare il suo zelantissimo
"amico" londinese e, almeno per un periodo, solleticare le sue
illusioni di grandezza. Altri, in America, non erano però altrettanto
divertiti e dicevano tra i denti che i britannici, con le loro
insistenti richieste di condurre la guerra "fino in fondo", fossero
pronti a combattere fino all’ultima goccia di sangue… americano,
poiché, in caso di un conflitto di terra, sarebbero stati gli Usa, e
non la Francia o la Gran Bretagna, a dover sostenere il maggior peso
dei combattimenti, e delle vittime.
Qual è il motivo
di questa pazzesca corsa agli armamenti? Non potendo più giustificarla
col "pericolo dell’Urss", oggi si parla di "mantenere la pace e la
democrazia nel mondo". Questo non inganna nessuno. La sola vera ragione
di queste "missioni umanitarie" è quella che in tedesco si chiama Realpolitik,
cioè l’egoismo più cinico e calcolatore. Certo, agli occhi
dell’opinione pubblica la diplomazia e la guerra devono sempre
presentarsi nella veste più favorevole ("missioni umanitarie", "forze
di pace", "politica estera etica", e così via). In questo non c’è
niente di nuovo: il cinismo e l’egoismo interessato sono sempre stati i
principi guida della diplomazia borghese. Nel 1938, quando era nei suoi
interessi accontentare Hitler (nella speranza che privilegiasse
un’espansione ad est e attaccasse l’Urss), la "democratica" borghesia
britannica non esitò ad abbandonare la Cecoslovacchia, come se si
trattasse di un osso da lasciare ad un cane affamato; il primo ministro
conservatore Chamberlain parlò della Cecoslovacchia come di "un paese
lontano, di cui sappiamo poco."
La guerra
Iran-Iraq provocò un milione di morti, ma fu praticamente ignorata dai
mass-media in Occidente poiché non ne toccava direttamente gli
interessi vitali; anzi, all’Occidente conveniva questo massacro che
avrebbe esaurito entrambi i paesi, mettendoglieli in mano. Saddam
Hussein fu incoraggiato e armato da Gran Bretagna e Usa, fino a quando
non pestò loro i piedi con l’invasione del Kuwait. La stessa cinica
indifferenza caratterizzò l’atteggiamento dell’occidente verso il
terrificante genocidio in Ruanda. Questo non fa che rendere più
evidente l’ipocrisia dei cosiddetti interventi umanitari in Bosnia,
Kosovo e Timor est. In ciascuno di questi casi dobbiamo saper dissipare
le cortine fumogene della diplomazia e mettere a nudo gli interessi di
classe che condizionano le manovre diplomatiche.
La guerra degli
Usa contro l’Irak non era motivata dalla preoccupazione per le sorti
del povero piccolo Kuwait, così come la Prima guerra mondiale non
scoppiò per il triste destino del povero piccolo Belgio. La
preoccupazione principale era la minaccia al rifornimento petrolifero
dell’America e l’aumento del potere dell’Iraq in quella regione
d’importanza strategica. Il selvaggio bombardamento dell’Iraq era
inteso come un avvertimento ai popolo del Golfo e del Medio oriente:
"Se sgarrate, questo è quello che vi accadrà!". Un decennio è passato e
il bombardamento dell’Iraq continua, anche se è chiaro a chiunque che
l’Irak è stato schiacciato e non rappresenta alcuna seria minaccia
militare per gli Usa. I bombardamenti e la pressione militare sono
accompagnati da un embargo economico non meno mostruoso che, tra le
altre cose, proibisce il commercio di matite - armi notoriamente letali
nelle mani degli scolari iracheni.
La rivoluzione coloniale
L’emergere
dell’imperialismo Usa nel ruolo di unica grande potenza mondiale non ha
precedenti: gli Usa sono ora la più grande forza controrivoluzionaria
che la storia abbia mai visto, pronti ad usare ogni mezzo per nuocere
ai governi non graditi. In Africa, Asia e America Latina hanno dato
aiuto a ladri e banditi di ogni tipo per combattere quelle forze che
reputano contrarie ai propri interessi strategici.
È di fondamentale
importanza considerare il ruolo essenziale che negli ultimi 50 anni ha
giocato il basso costo delle materie prime nello sviluppo del
capitalismo occidentale: il controllo delle fonti di petrolio e d’altre
materie prime è un fattore di primaria importanza nella politica
mondiale degli Usa e di tutte le altre potenze imperialiste. Queste
sono disposte a ricorrere ai metodi più brutali contro le popolazioni
colonizzate. Uno degli avvenimenti più importanti di questo lungo
periodo di cosiddetta pace è stato proprio la rivoluzione coloniale. Si
è trattato di un grandioso movimento di popoli, senza paragoni nella
storia della lotta degli oppressi per la propria emancipazione
nazionale e sociale, che ha coinvolto centinaia di milioni di schiavi
coloniali in Cina, Indocina, India, e Africa. Per trovare un paragone
appropriato dovremmo risalire al movimento rivoluzionario del primo
cristianesimo o al risveglio della nazione araba nel primo periodo
dell’Islam. Ma la rivoluzione coloniale fu un movimento di gran lunga
più grande di entrambi.
In questa
titanica lotta l’imperialismo fu sconfitto. Questo sviluppo,
enormemente progressivo, era stato previsto da Trotskij prima della
seconda guerra mondiale, quando scrisse che si sarebbe arrivati al
punto in cui non sarebbe più convenuto mantenere soggette le masse
coloniali con mezzi diretti, perché ciò avrebbe comportato enormi costi
in uomini e risorse. I primi imperialisti a capirlo furono i
britannici, che compresero l’impossibilità di mantenere sottomesse le
masse coloniali in India e in Africa con mezzi militari. L’indipendenza
dell’India non si deve ad un loro atto umanitario, ma al movimento
delle masse che li scacciò. È interessante notare che, paradossalmente,
fu l’imperialismo britannico a creare una coscienza nazionale indiana.
Al tempo della conquista, l’India era suddivisa in tanti staterelli in
lotta fra loro, e proprio grazie all’uso di truppe indiane la Gran
Bretagna riuscì a conquistarla e a mantenerla per più di un secolo. Nel
1947 il governo britannico chiese al generale Auchinleck per quanto
avrebbe potuto tenere l’India, e questi rispose: "Tre giorni"! I
britannici si trovavano a fronteggiare ammutinamenti, rivolte, scioperi
e manifestazioni. Una volta che il popolo indiano divenne conscio di sé
come nazione e si levò contro i suoi oppressori, niente poté
resistergli.
Uno dopo l’altro
anche gli altri paesi imperialisti furono costretti ad abbandonare il
controllo diretto delle colonie. De Gaulle apprese questa lezione nel
1958: salito al potere con lo slogan "L’Algeria ai Francesi!" ben
presto prese atto del costo enorme della guerra contro il popolo
algerino e dovette cedere, causando nella stessa Francia una crisi che
sarebbe potuta sfociare in una rivoluzione se il Pcf (Partito comunista
francese) avesse avuto una politica rivoluzionaria. I fatti d’Algeria
dimostrarono chiaramente come le rivoluzioni coloniali potessero
incidere profondamente anche sui paesi metropolitani. La stessa cosa si
verificò nel 1974, quando il tentativo di mantenere il possesso
dell’Angola, del Mozambico e della Guinea-Bissau portò alla rivoluzione
nello stesso Portogallo. Nel 1960 il Belgio fu costretto ad abbandonare
il Congo, ma prima di andarsene provocò deliberatamente il caos che
perdura ancora oggi.
Tuttavia, benché
la rivoluzione coloniale abbia rappresentato un grosso passo avanti, su
basi capitaliste non poteva risolvere nessuno dei problemi fondamentali
di questi paesi. Dopo mezzo secolo di cosiddetta indipendenza, la
borghesia non ha saputo risolvere nessuno dei problemi del Pakistan o
dell’India, né la questione agraria, né la modernizzazione della
società (un esempio per tutti è il sistema delle caste, che rimane in
vigore in India e in una certa misura anche in Pakistan). Nessuno di
questi due paesi ha realmente risolto la questione nazionale, che si è
incancrenita e ha acquistato una virulenza esplosiva, particolarmente
nel Kashmir. Nonostante le belle apparenze dell’indipendenza, entrambi
i paesi sono più dominati dall’imperialismo oggi che cinquant’anni fa.
Gli ultimi
sviluppi nel subcontinente indiano rivelano l’esistenza di
contraddizioni intollerabili. Queste due potenze nucleari sono arrivate
a sfiorare la guerra. Nel tentativo di sviare l’attenzione dal caos
interno al Pakistan, Nawaz Sharif ha tentato un azzardo disperato in
Kashmir, forse nella speranza di cogliere l’occasione della crisi di
governo in India. Alla fine, tuttavia, non solo i pakistani hanno
mancato i loro scopi, ma il loro fallimento ha messo in moto la catena
di avvenimenti che ha portato al colpo di Stato. Il loro tentativo era
di occupare territori nelle montagne del Kashmir. Per riconquistarle
l’esercito indiano ha dovuto sopportare centinaia di morti. Date le
difficoltà di un assalto frontale a quelle altezze, l’esercito indiano
stava seriamente considerando la possibilità di una manovra sui
fianchi, che implicava la violazione della frontiera pakistana. Questo
passo avrebbe inevitabilmente provocato una guerra a tutto campo fra i
due paesi, con conseguenze incalcolabili, e solo la pressione di
Washington su Nawaz Sharif impedì che si arrivasse a questo. Dal canto
suo Sharif, nel tentativo di scusarsi di fronte all’opinione pubblica
pakistana, ha commesso l’errore imperdonabile di tentare di far
ricadere la colpa sull’esercito, segnando il suo destino e provocando
come conseguenza diretta un nuovo colpo di Stato in Pakistan. Questo
fatto è di per sé un sintomo dell’assoluto stallo del capitalismo in
quel paese. La questione del Kashmir, va da sé, non è risolta e porta
con sé i germi di nuove guerre.
Ovunque i paesi
ex-coloniali sono preda di guerre e dell’instabilità: questa è
l’espressione dell’impossibilità di risolvere i loro problemi
fondamentali sulla base del capitalismo che si sta rivelando, come
disse Lenin, "un orrore senza fine".
L’Africa è
dilaniata in questo momento da non meno di quattro o cinque guerre
caratterizzate da genocidio, barbarie e perfino da episodi di
cannibalismo. Con tipica ipocrisia, gli imperialisti scuotono la testa
e pubblicano articoli razzisti che presentano gli africani come
selvaggi subumani, e come "scontri tribali" le guerre che in realtà
sono in gran parte guerre condotte per procura, provocate
dall’interferenza dell’imperialismo in lotta per i mercati e le materie
prime dell’Africa. Alcune di queste guerre avvengono in paesi che
dovrebbero essere ricchi come l’Angola e il Congo. Quest’ultimo è un
caso esemplare: vaste parti del paese sono sotto il controllo dei
ribelli. Zimbabwe, Angola e Namibia sostengono il governo di Kabila, il
cui potere non copre più di metà del paese. Uganda e Ruanda controllano
i ribelli, e anche il Burundi è coinvolto. Tutti sono ansiosi di
allungare le mani sulle miniere di diamanti e su altre ricchezze
presenti nel sottosuolo. Nonostante tutti i tentativi di giungere ad un
cessate il fuoco, il conflitto in Congo rimane irrisolto. Si tratta di
una guerra reazionaria da ambo i lati. L’America e la Francia conducono
una guerra in Africa usando per i propri fini eserciti di altri Stati.
Sono loro i primi responsabili di questo disastro.
Mai nella storia
umana il mondo ha visto un colosso militare ed economico quale
l’imperialismo statunitense. Mai il pianeta è stato così totalmente
dominato da un solo paese. Nei confronti degli altri paesi, gli Usa
dispiegano la massima arroganza.
Nel conflitto con
la Jugoslavia, la linea di Washington è stata, fin dall’inizio: "Fate
come diciamo o vi bombarderemo". Tuttavia, osservando bene questo
colosso, si scopre che ha i piedi d’argilla: il suo potere è limitato
anche dove esso sembra essere invincibile. Come già Trotskij aveva
predetto, quando scrisse che l’America avrebbe tratto il massimo
vantaggio dalla II guerra mondiale arrivando a dominare il mondo,
questa supremazia avrebbe avuto le fondamenta minate. Gli Usa hanno
ereditato dalla Gran Bretagna di un secolo fa il ruolo di poliziotto
mondiale, ma il contesto storico è totalmente differente: laddove -
sfruttando le colonie - l’imperialismo britannico aveva ottenuto enormi
profitti da questo predominio, nell’attuale situazione di capitalismo
in declino tale ruolo per gli Stati Uniti vuol dire soprattutto
accollarsi enormi costi con profondi effetti sociali interni; le
recenti dimostrazioni di Seattle contro il WTO evidenziano quanto
questi contrasti siano cresciuti negli ultimi tempi.
Il punto di
svolta fu la guerra del Vietnam. Il trauma della prima sconfitta nella
storia degli Usa ebbe un effetto fondamentale sulla consapevolezza
della classe dirigente americana: dobbiamo ricordarci che
l’imperialismo nordamericano non fu sconfitto in Vietnam, ma nella
stessa America, dove si era sviluppato un movimento di massa contro la
guerra dalle connotazioni rivoluzionarie. L’esercito americano in
Vietnam era così demoralizzato da strappare ad un generale l’ammissione
che l’atteggiamento delle truppe poteva essere paragonato solo a quello
della guarnigione di Pietrogrado nel 1917. Il fatto che il più potente
esercito del capitalismo fosse stato sconfitto nella giungla da
guerriglieri straccioni ebbe un effetto decisivo sul pensiero militare
americano, come spiegammo già all’epoca.
Dopo la guerra
del Vietnam sottolineammo che l’imperialismo americano non sarebbe
potuto intervenire con truppe di terra in nessun paese del mondo, con
un’unica importante eccezione: l’Arabia Saudita, a causa della sua
importanza estrema per l’economia americana. Solo in quel caso gli Usa
sarebbero stati costretti ad intervenire, probabilmente prendendo il
controllo delle aree petrolifere costiere e lasciando il deserto ai
sauditi. Ancora oggi quest’osservazione rimane corretta. L’Arabia
Saudita è estremamente instabile. Il debito pubblico è al 10% del Pil.
La cricca dominante attorno alla famiglia reale non può più permettersi
la stessa prodigalità del passato nel fare concessioni alla
popolazione. Le divisioni al vertice, che si riflettono nelle
spaccature della famiglia reale, riflettono le tensioni crescenti nella
società saudita. Lo spettro della rivoluzione aleggia su tutta la
penisola araba. A causa delle violente fluttuazioni del prezzo del
petrolio non c’è un solo regime borghese stabile in tutto il Medio
oriente.
La storia delle
rivoluzioni mostra come queste non comincino dal basso, ma al vertice
di una società, con le divisioni nella classe dominante. Il famoso
storico e sociologo francese Alexis de Tocqueville trattò il processo
nei dettagli e mostrò quello che accade, quando il vecchio regime entra
in crisi. Una parte della classe dominante sostiene che se non si
concedono delle riforme, ci sarà una rivoluzione, mentre un altro
settore ribatte che la rivoluzione ci sarà se si concedono le riforme;
entrambe hanno ragione. Questa è precisamente la situazione delle
monarchie arabe nel periodo attuale. Questi regimi sembrano, ad un
primo sguardo, molto prosperi, molto ricchi e politicamente stabili.
L’Arabia Saudita, il Bahrain e il Kuwait sono guidati da famiglie
reali. Lo stesso vale per la Giordania e per il Marocco, anche se
quest’ultimo paese non gode della ricchezza derivante dal petrolio.
Tuttavia ognuna di queste famiglie reali è profondamente divisa al suo
interno. Ciò rappresenta un indizio dello sviluppo di tensioni
rivoluzionarie in quelle società.
Ovunque sta
riaffiorando lo spettro della rivoluzione. Anche in Iran le masse si
stanno muovendo, dopo un ventennio di barbaro potere reazionario dei
mullah. Come sempre il movimento parte dagli studenti e
dall’intellighenzia, i barometri più sensibili delle tensioni nascoste
nella società.
Le manifestazioni
di massa della scorsa estate hanno messo in guardia il regime
dimostrando che la pazienza delle masse è ai limiti. L’esplosione degli
studenti rappresenta l’inizio di una nuova rivoluzione iraniana.
Malgrado sia stato schiacciato da una feroce repressione, il movimento
necessariamente risorgerà con raddoppiato vigore. Gli strateghi del
capitale, anche se con leggero ritardo, sono giunti alle stesse
conclusioni dei marxisti. Una recente edizione di Business Week riporta: "Molti
osservatori hanno interpretato gli scontri dello scorso luglio, che
anno visto gli studenti universitari scontrarsi con la polizia e contro
i vigilantes, come un avvertimento di quello che potrebbe accadere se
il regime non si piega. ‘Khatami è l’ultima speranza per una riforma
pacifica. Se lui viene sconfitto il sistema rischia di essere
rovesciato.’ dice Ali Rezar - Alavi Tabar, direttore del giornale
Sobh-e-Emrooz di Teheran e tra i maggiori sostenitori di Khatami."
Gli avvenimenti
rivoluzionari in Iran sono un’anticipazione del processo che si
svilupperà in tutta l’area del Golfo e del Medio oriente nel prossimo
periodo. Si tratta di uno sviluppo rilevante, di fondamentale
importanza non solo per l’Iran ma per la rivoluzione mondiale. Gli
avvenimenti in Iran devono aver spaventato a morte gli imperialisti
americani. L’Iran non è un paese qualsiasi, ma strategico, e proprio
qui si vedono i limiti della potenza dell’imperialismo statunitense.
L’Iran era un paese strategico già nel 1979, tuttavia non fu possibile
un intervento degli Usa in soccorso del loro alleato, lo Scià.
Dovettero guardare con rabbia impotente mentre il vecchio regime veniva
rovesciato e la loro ambasciata a Teheran saccheggiata. Se non potevano
intervenire nel 1979 potranno farlo ancora meno ora, di fronte ad una
rivoluzione delle masse iraniane che avrà inevitabilmente un carattere
completamente diverso: anti-mullah, anticapitalista e antimperialista.
Uno sviluppo di
queste proporzioni avrebbe ripercussioni rivoluzionarie in tutto il
Medio Oriente e l’imperialismo statunitense sarebbe costretto ovunque
sulla difensiva. Se dovessero decidere, come sarebbe molto probabile di
fronte ad una crisi, di intervenire in Arabia Saudita per proteggere i
loro interessi sul petrolio, questo provocherebbe sollevazioni in ogni
paese del Medio Oriente. Non una sola ambasciata americana rimarrebbe
in piedi. Le ripercussioni si sentirebbero in tutta l’Asia, l’Africa e
l’America Latina. Gli imperialisti americani, inglesi e francesi si
stanno armando fino ai denti per prepararsi per la tempesta che
incombe. Tuttavia, i limiti della potenza imperialista sono dimostrati
dall’estrema riluttanza del Pentagono, dopo l’esperienza della guerra
in Vietnam, di impiegare direttamente l’esercito di terra in un
conflitto. Nelle rare occasioni in cui lo hanno fatto negli ultimi 20
anni, con l’eccezione parziale dell’Iraq, è stato sempre contro paesi
piccoli e deboli. Nella maggior parte dei casi è andata a finire non
molto bene, se non addirittura male. Gli Stati uniti sono stati
costretti ad un’umiliante ritirata in Libano e in Somalia. Come
sottolinea il centro di studi geopolitici Stratfor:
"L’intervento
in Iraq è stato il primo di una serie d’interventi che comprendono
Somalia, Haiti, Bosnia e ora il Kosovo. Questi interventi non hanno
avuto tutti degli esiti favorevoli. In Somalia l’intervento fu da ogni
punto di vista fallimentare. L’invasione di Haiti ha sostituito il
governo ma non ha risolto nessuno dei problemi del paese. L’intervento
in Bosnia doveva essere a breve termine, ma si è trasformato in una
presenza permanente. Nessuno di questi interventi hanno costretto gli
Usa ad affrontare la questione principale: quali sono i limiti della
potenza americana?"Global intelligence Update: Il mondo dopo il Kosovo 3/05/1999) (Stratfor:
Questo spiega
l’estrema riluttanza del Pentagono ad inviare truppe di terra in
Kosovo, preferendo invece affidarsi alla sola potenza aerea. Gli
americani erano consapevoli che un intervento di terra avrebbe
comportato notevoli perdite umane tra le proprie fila. Questo avrebbe
avuto ripercussioni profonde in tutti i paesi della Nato, ma
soprattutto negli Stati uniti. Fortunatamente per Clinton, con l’aiuto
della Russia, fu raggiunto un accordo che permise di evitare
l’intervento di terra. Se si fosse dovuti arrivare a tanto il risultato
della guerra sarebbe stato molto diverso. Tuttavia, nonostante tutto il
trambusto, la guerra in Kosovo non ha realmente cambiato la situazione
in cui si trova il Pentagono. Certo, l’aviazione americana farà
pressioni per ottenere più finanziamenti per potenziare ulteriormente
il suo arsenale, ma alla fine l’imperialismo statunitense sarà
costretto ad impiegare le truppe di terra in un paese o in un altro e
dovrà affrontarne le conseguenze.
Il ruolo della Germania
Uno degli
sviluppi più significativi dell’epoca recente è stata la tendenza del
mondo a dividersi in blocchi regionali. Dopo la seconda guerra
mondiale, gli Usa hanno completamente dominato l’Europa occidentale.
L’Europa era divisa in due, con l’est sotto il controllo dell’Unione
sovietica. Adesso tutto questo è cambiato. Anche prima della caduta
dello stalinismo il mondo stava già cominciando a dividersi in blocchi
commerciali rivali. Il Nafta è il blocco dominato dall’imperialismo
statunitense che va dal Canada fino al Messico. Di fatto gli Usa
considerano il continente americano come un proprio terreno privato. Il
Giappone scalpita per costruire la propria sfera d’influenza economica
in Asia e i paesi capitalisti europei, dal canto loro, hanno creato
l’Unione europea.
L’introduzione
dell’euro è stata interpretata da molti come la dimostrazione del fatto
che il movimento verso un "superstato europeo", o in ogni caso verso
una federazione, era diventato inarrestabile. Questo vuol dire non
avere compreso assolutamente nulla di quanto sta accadendo. È vero che
il processo d’integrazione europea è andato più avanti di quanto i
marxisti avevano previsto, ma gli sviluppi sono ancora molto limitati,
e in ogni caso le contraddizioni tra i diversi paesi che fanno parte
dell’Ue sono ancora lontane dall’essere superate. La questione centrale
è che c’è un solo Stato abbastanza forte economicamente per guidare
l’Europa, ed è la Germania. Questo fatto che avrebbe dovuto essere
chiaro fin dall’inizio è diventato assolutamente evidente dopo il
crollo del muro di Berlino nel 1989, punto di svolta fondamentale nella
storia dell’Europa e del mondo.
Lo scrittore e
uomo politico Conor Cruise O’Brien ha sostenuto che l’entusiasmo
francese e tedesco per l’integrazione europea è sempre stata per
entrambe le parti una copertura ipocrita d’ambizioni nazionali: "Il
linguaggio del federalismo sulle bocche dei mercanti della politica"
scrive "è diventato un modo mascherato di fare appello a gruppi rivali
di nazionalisti nei due paesi. Ci si aspetta che i nazionalisti
francesi, sentendo il loro presidente che raccomanda il federalismo,
ragionino come segue: ‘Noi siamo i più intelligenti e comanderemo in
Europa come nel nostro paese’. E i nazionalisti tedeschi, sentendo il
loro cancelliere utilizzare un linguaggio pressoché identico,
dovrebbero a loro volta pensare: ‘Saremo noi a dominare necessariamente
un’Europa federale per le dimensioni del nostro paese, il nostro
numero, la nostra forza di carattere e la nostra tradizione di
parsimonia e laboriosità’."
È probabile che,
in futuro, si guarderà retrospettivamente all’introduzione dell’euro
come al punto massimo raggiunto nel processo d’integrazione europea su
basi capitaliste. I conflitti d’interesse abbondano ad ogni livello. La
forza della Germania risiede nell’industria, mentre la Francia ha
tuttora considerevoli interessi nell’agricoltura, ed è determinata a
difenderli, anche per ragioni politiche e sociali. La Germania guarda
ad est, alle sue ex colonie nella Repubblica Ceca, in Polonia e nei
Balcani. La Francia guarda a sud, alle sue ex colonie nell'Africa
settentrionale e ai suoi vicini mediterranei, Italia e Spagna, che
considera potenziali alleati. La Gran Bretagna rappresenta un caso in
qualche modo speciale. Dopo decenni di declino industriale, ha perso
gran parte del suo potere e della sua influenza nel mondo, ma non ha
perso i suoi sogni e le sue illusioni di grandezza. In realtà è
diventata un’economia parassitaria basata sulla rendita, com’era la
Francia prima della guerra, un semi-satellite dell’imperialismo Usa. Le
potenze europee minori gravitano, come sempre, attorno alle tre
maggiori, avvicinandosi ora all’una, ora all’altra, secondo l’interesse
prevalente del momento. Tutte sono guidate dai propri ristretti
interessi nazionali. La Grecia, per esempio, segue una propria politica
in relazione alla Serbia e alla Turchia. La potenza decisiva resta però
la Germania.
Lo scopo
originario dell’Unione Europea era di vincolare Francia e Germania per
evitare nuove guerre tra i due paesi, ma l’intenzione della Francia era
fin dall’inizio quella di esserne il partner dominante; inizialmente
ciò appariva possibile perché la Germania si stava ancora faticosamente
riprendendo dalla catastrofica disfatta del ‘45, ma col passare del
tempo la forte base industriale della Germania le ha permesso di
sopravanzare ampiamente la Francia.
Parigi si
consolava pensando che sebbene la Germania avesse ottenuto la
supremazia economica, quella politica e militare restava francese, ma
ora tutti questi calcoli sono ridotti in cenere. La Germania riemerge
rapidamente come una superpotenza. È sempre stato utopistico pensare
che un tale potere economico non trovasse, alla fine, un’espressione
politica e militare, e che la classe dominante tedesca si sarebbe
accontentata per sempre di avere sulla scena mondiale un ruolo da
secondo violino dietro alla Francia.
Con la
riunificazione si assiste ad un revival di tutti i vecchi sogni
teutonici di grandezza. Oggi la Germania spende meno della Gran
Bretagna e della Francia in armamenti, 355 dollari pro capite, ma essa
dispone di un forte esercito, di una larga base industriale e di una
popolazione di 80 milioni d’abitanti, nel cuore dell’Europa. Con mezzi
economici ha già ottenuto quanto non era riuscita ad ottenere con due
guerre mondiali: unire l’Europa sotto il suo dominio. Ma il grande
potere economico della Germania non si riflette per nulla nel suo
attuale ruolo politico e militare. Questo è emerso con chiarezza
durante la crisi del Kosovo quando, per la prima volta dal 1945, truppe
tedesche hanno partecipato ad un’azione militare sul suolo di un altro
paese europeo. La scala dell’intervento era modesta, ma il suo
significato simbolico è stato tremendo.
Ci sono segnali
sempre più chiari dell’insofferenza tedesca di fronte alle restrizioni
artificiali che deve subire nel suo ruolo europeo, dettate
dall’atteggiamento sospettoso dei suoi vicini. Nell’agosto ‘99
Schroeder dichiarò: "abbiamo tutti gli interessi a considerarci una
grande potenza europea", aggiungendo: "la Germania non è né meglio né
peggio di qualsiasi altro paese". Quello che in realtà il cancelliere
tedesco stava dicendo era "non capisco cos’abbia la gente contro la
Germania: è un paese come tutti gli altri"; al che l’Economist
replicò: "Certo, signor Schroeder, non è né meglio né peggio degli
altri. È solo gigantesca, e proprio al centro dell’Europa". Questa
risposta mostra perfettamente i reali sentimenti di Francia e Gran
Bretagna verso la Germania. Nulla, tuttavia, può impedire alla Germania
di tradurre prima o poi la sua forza industriale sul piano politico e
militare.
Bismarck descrisse come segue il concetto di "egemonia": "Un
rapporto diseguale stabilito tra una grande potenza e una, o più,
piccole potenze, che tuttavia si basa su un’uguaglianza formale o
giuridica di tutti gli Stati coinvolti. Non un rapporto fra
‘dominatori’ e ‘dominati’, ma fra ‘guida’ e ‘seguaci’." È una
descrizione adeguata dello stato di cose al quale la Germania aspira
oggi in Europa. Questo inevitabilmente porterà ad una collisione con
Francia e Gran Bretagna, che non possono riconoscersi in un ruolo di
"seguaci" della Germania. La politica estera della Germania rimane in
gran parte la stessa di 100 anni fa. La sua storia, la sua posizione
geografica e i suoi interessi economici la spingono a volgersi all’est,
dove spera di portare nell’Unione europea gli Stati suoi satelliti.
Questo la pone in conflitto con la Francia, poiché l’inclusione di
paesi come la Polonia e l’Ungheria automaticamente significherebbe la
morte della Politica agricola comunitaria (Pac), che avvantaggia i
coltivatori francesi. Dall’altra parte la Gran Bretagna, che non si
oppone in linea di principio all’inclusione di nuovi paesi, potenziali
nuovi mercati, si oppone violentemente a qualsiasi ipotesi di cambiare
il sistema di votazioni nell’Ue che implichi l’abolizione del diritto
di veto. Come potrebbe un’Unione allargata permettere ai piccoli e
poveri paesi dell’Europa orientale di bloccare le proprie decisioni? La
Gran Bretagna inoltre ha un saldo negativo nei suoi contributi
all’Unione, e non nutre un particolare desiderio di aumentare le
proprie spese sussidiando le economie di questi paesi a tutto vantaggio
della Germania.
La questione
dell’allargamento dell’Ue fornisce pertanto ampio alimento alle
discordie nazionali. Il solo nominare Berlino come capitale costituisce
una dichiarazione politica pregna di simbolismo storico. I capitalisti
tedeschi non hanno perso tempo nel mettere base in Polonia e negli
altri paesi dell’Europa orientale. Stanno ricostruendo le loro vecchie
colonie e sfere d’influenza, secondo la vecchia politica del Drang nach Osten
(spinta verso l’est). Questa stessa politica ha portato alla criminale
divisione della Cecoslovacchia. Queste azioni corrispondono chiaramente
agli interessi dell’imperialismo tedesco, il quale avendo ottenuto il
predominio economico in Europa, ora tende i propri muscoli come potenza
politica e militare.
Le alleanze e i
conflitti temporanei possono causare ogni sorta d’accordi e di blocchi
mutevoli, che si formano e si disfano come i vortici in un fiume
turbinoso, ma la questione fondamentale è che il vecchio asse tra
Francia e Germania si sta rapidamente sgretolando. L’Economist nota che "La
Francia, in ogni caso, sembra ora preoccuparsi del fatto che la
Germania si orienti alla linea britannica. Un senso d’incipiente
tradimento da parte della Francia ha acceso una serie di litigi,
relativamente secondari, con la Germania da quando il sig. Schroeder è
andato al potere". Ciò che è importante non sono queste scaramucce,
ma la crescente consapevolezza di Parigi di non poter più contare su un
appoggio automatico proveniente dall’altra parte del Reno, e che la
Germania è ora decisa a perseguire il proprio destino, piaccia o no
alla Francia.
Come nel periodo
anteriore al 1914, c’è una corsa costante a conquistare posizioni tra
Francia, Gran Bretagna e Germania. In una prima fase non era chiaro se
la Germania si sarebbe unita alla Gran Bretagna contro la Francia, ma
il crescente potere della Germania, che minacciava di alterare gli
equilibri europei, ha spinto viceversa la Gran Bretagna nelle braccia
della sua vecchia nemica, la Francia. La questione fu risolta dall’Entente cordiale
(l’Intesa cordiale), con cui Francia e Gran Bretagna costituirono nei
fatti un blocco contro la Germania. Oggi siamo di fronte ad una
situazione simile. Qualcuno nel Foreign Office [il ministero degli esteri britannico - NdT]
una volta affermò: "Le nazioni non hanno amici permanenti; hanno
interessi permanenti". Nonostante le attuali frizioni tra Francia e
Gran Bretagna sulla questione della carne, è inevitabile che prima o
poi questi due paesi siano costretti ad unirsi. Gli interessi
permanenti della Gran Bretagna in Europa la costringeranno ad unirsi
con la Francia contro la Germania.
La Germania e i Balcani
Come sempre, le cause dell’instabilità dei Balcani
vanno ricercate all’esterno. In questo caso, il punto di partenza della
crisi nei Balcani fu il crollo dell’Urss e la riunificazione tedesca.
Esattamente dieci anni fa, la riunificazione tedesca rappresentò un
cambiamento fondamentale, che oggi scuote l’equilibrio fra le potenze
in Europa, analogamente a quanto avvenne con l’ascesa tedesca,
risultato dell’unificazione nella seconda metà dell’Ottocento, che
cambiò tutti i rapporti di forza aprendo la strada a tre guerre. In
entrambi i casi, i Balcani ne subirono in modo decisivo gli effetti e,
a loro volta, influenzarono la situazione mondiale. Per un’ironia della
storia, il XXI secolo è cominciato esattamente come il precedente.
In Europa ci si era ormai abituati a considerare la
guerra come un problema d’altri popoli, in altri continenti. La classe
lavoratrice aveva scordato il volto della guerra, così come quello
della rivoluzione e della controrivoluzione. Gli incubi del passato -
le bombe sui civili, la pulizia etnica, la follia razziale, i campi di
concentramento - sembravano ormai lontani. Oggi l’Europa ha subìto un
duro risveglio. La guerra in Kosovo rappresenta un punto di svolta
decisivo nella storia Europea e mondiale.
La scomparsa dell’Urss come superpotenza ha permesso
agli Usa di emergere come unica potenza mondiale e ha dato loro la
fiducia per sviluppare una politica estera più aggressiva.
C’è una tendenza ad attribuire la politica estera
aggressiva di Washington ad una lungimiranza e ad un’intelligenza che
corrisponderebbero al grado della potenza militare statunitense.
Tuttavia è difficile identificare da parte degli Usa una strategia
militare coerente a lungo termine nei Balcani, se non quella d'usare la
loro schiacciante superiorità di fuoco per intimidire il resto del
mondo e imporre la propria volontà a tutti i governi. La principale, se
non l’unica, contestazione che avevano da rivolgere all’attuale governo
Jugoslavo era di non essere disposto ad accettare i dettami di
Washington.
Gli unici che sembravano sapere quello che volevano
fin dal principio, riguardo ai Balcani, erano i tedeschi, che si
fissarono una serie di scopi definiti in base a piani d’azione oggi
noti a tutti. Il risultato fu la catastrofe jugoslava. Naturalmente
c’erano anche problemi interni. L’abolizione dell’autonomia del Kosovo,
che a sua volta fu un’espressione delle contraddizioni del vecchio
sistema, ebbe un ruolo fatale nello scatenare tendenze scioviniste che
Tito aveva sempre cercato di mantenere sotto controllo. Ma come sempre,
le fiamme furono alimentate dall’esterno. Interferendo negli affari
interni jugoslavi e incoraggiando la secessione di Slovenia e Croazia,
la Germania ha scatenato forze che essa, né nessun altro, è poi
riuscita a controllare. Indubbiamente non prevedevano tali conseguenze
per le proprie azioni. Le dimissioni del ministro degli esteri tedesco
Genscher furono un’ammissione implicita di quest’errore. In ogni caso,
lasciarono ad altri - in particolare a Francia e Gran Bretagna - il
conto da pagare.
Arroganza imperialista
L’attacco
all’Iraq e il bombardamento del Kosovo mostrano l’insolenza con la
quale l’imperialismo Usa cerca di imporre al mondo la sua volontà. La
Nato non è altro che una copertura per le ambizioni mondiali degli Usa.
Al summit della
Nato del febbraio 1999 fu presentato un documento sulla nuova
concezione strategica che ampliava il raggio d’intervento. Questo
documento rappresenta una revisione fondamentale dei rapporti
internazionali che, dalla Pace di Westfalia (1648) sino ad oggi, erano
rimasti sostanzialmente inalterati. Il principio fondamentale di
condotta nei rapporti fra gli Stati era quello della non interferenza
negli affari interni di un altro Stato. La guerra del Kosovo ha
rappresentato una rottura senza precedenti da tutte le norme accettate
in passato di comportamento internazionale. Quale che sia l’opinione
che si ha sul problema del Kosovo, questo non riguardava gli Usa. La
Jugoslavia era uno stato sovrano, talmente lontano dal Nord-America da
non poter rappresentare alcuna minaccia diretta agli Usa.
Per quanto
riguarda il Kosovo, non è chiaro se l’America avesse elaborato un piano
in anticipo. Per quanto sia possibile, non appare la cosa più
probabile. Più credibilmente, l’intera guerra fu il risultato d’errori
di calcolo. Il Dipartimento di Stato lasciò credere a Clinton che il
governo di Belgrado si sarebbe arreso immediatamente dopo alcuni
bombardamenti, ma le cose non sono andate in modo così semplice. Il
presidente Truman osservò una volta che i generali americani non erano
capaci di marciare e masticare il chewing-gum allo stesso tempo. Per
una volta, tuttavia, nella vicenda del Kosovo, il Pentagono si è
dimostrato più intelligente dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Secondo fonti affidabili, ci fu una lotta fra il Pentagono e il
Dipartimento di Stato sulla linea da seguire. Il Pentagono era
preoccupato per l’avventura in Jugoslavia, e particolarmente circa la
possibilità di un conflitto a terra. Per rassicurare i generali,
Clinton escluse esplicitamente fin dal principio un intervento a terra
- una decisione aspramente criticata dagli esperti militari in Usa e
altrove.
Sembra chiaro che
l’America non volesse essere trascinata in una guerra balcanica. Quello
che Washington voleva era la stabilità, ma voleva dei Balcani stabili
sotto il suo controllo. Il problema con la Jugoslavia era che questa
non agiva secondo i desideri di Washington, e questo apriva una
questione di prestigio. Un’operazione militare coronata dal successo
avrebbe provato la serietà della Nato nel sostenere con i fatti, i
propri scopi dichiarati. Madeleine Albright - probabilmente il ministro
degli esteri più ottuso che gli Usa abbiano mai avuto - ha fatto tutto
il possibile per provocare gli jugoslavi. L’arroganza di Washington si
può vedere in occasione delle trattative di Rambouillet, dove il testo
"di mediazione" americano aveva un contenuto che nessun governo sovrano
al mondo avrebbe potuto accettare.
Quest’accordo era
simile all’ultimatum che l’Impero austroungarico diede alla Serbia nel
1914. Belgrado rifiutò di accettarlo, e cominciarono i bombardamenti,
ma da quel momento le cose cominciarono ad andare male per la Nato.
Belgrado non si arrendeva e l’esercito jugoslavo non poteva essere
distrutto solo con i bombardamenti. Così la Nato ha deliberatamente
bombardato obiettivi civili: fabbriche, case, ponti, ospedali, scuole,
nel tentativo di terrorizzare la popolazione e costringerla ad
inginocchiarsi di fronte all’imperialismo americano, allo stesso modo
dell’Iraq. In Iraq, dopo otto anni di bombardamenti e blocco economico,
Washington non è più vicina del primo giorno ai propri obiettivi
strategici, è altrettanto improbabile che a lungo termine abbia un
successo maggiore nei Balcani.
L’imperialismo
Usa ha una grande potenza militare e possiede mezzi straordinari e
terrificanti di distruzione. Ma la propaganda Usa esagera
sistematicamente l’importanza che la tecnologia militare americana può
avere in quanto tale. Per esempio, si sono molto entusiasmati per le
cosiddette bombe intelligenti. Sono così precise, dicevano, che da
grandi altezze possiamo colpire anche gli obiettivi più piccoli. Lo
scopo di questa propaganda era di convincere l’opinione pubblica
americana che era possibile vincere una guerra indolore, solo con i
bombardamenti. Tuttavia, se queste dichiarazioni fossero vere, sarebbe
difficile comprendere come mai siano stati colpiti obiettivi come
l’Ambasciata cinese e le colonne di profughi kosovari, o il territorio
di stati amici quali Albania e Bulgaria. Questi episodi dimostrano che
la proclamata infallibilità delle bombe intelligenti era solo una
solenne sciocchezza.
Si dice spesso
che la prima vittima della guerra sia la verità. Nel 1914 francesi e
britannici lanciarono una massiccia campagna di propaganda per
demonizzare i tedeschi, accusandoli di aver compiuto ogni genere
d’atrocità nel Belgio occupato. Alcune di queste storie erano vere,
molte erano false o esagerate. Ma il fatto principale era che la
propaganda era utilizzata come un’arma militare, per preparare
l’opinione pubblica al massacro della Prima guerra mondiale.
Analogamente sono stati attribuiti ai serbi ogni genere di crimini
orrendi. Indubbiamente sono state perpetrate delle atrocità contro gli
albanesi kosovari, ma non sulla scala riportata dai mass-media. La gran
parte di queste azioni di pulizia etnica sono state commesse dopo
l’inizio dei bombardamenti della Nato, non dall’esercito jugoslavo, ma
dai cosiddetti Cetnici, bande paramilitari di poco migliori dei
fascisti serbi. In ogni guerra balcanica si sono visti fenomeni simili,
né si può sostenere che si tratti di un monopolio esclusivo dei serbi.
La Croazia ha espulso 300mila serbi da un territorio nel quale vivevano
da secoli e, nel 1993, ha lanciato una feroce pulizia etnica dei
musulmani di Mostar. Tutto questo, tuttavia, fu accettato tacitamente
dall’occidente sulla base del principio che "il nemico del mio nemico è
mio amico", così come l’occidente oggi tace sulla pulizia etnica e
sulle uccisioni di civili serbi da parte dell’Uck in Kosovo. Si
trattava quindi di una campagna di propaganda dell’imperialismo con il
fine deliberato di demonizzare i serbi.
In ogni guerra,
il quartiere generale utilizza la propaganda come arma ausiliaria da
affiancare ai carri armati, agli aerei e ai missili teleguidati, ma la
valanga di propaganda che dal primo giorno ha accompagnato questo
conflitto è certamente senza precedenti. Si è costruito un coro unanime
per convincere la gente che si stava conducendo una "guerra giusta";
ciò rendeva impossibile ottenere una versione equilibrata degli
avvenimenti. Anche se in Gran Bretagna (e negli Usa) non c’era alcun
entusiasmo per la guerra, la maggior parte della popolazione,
mugugnando, l’ha accettata come inevitabile. In Italia e in Grecia c’è
stata un’opposizione di massa alla guerra, e in Germania si stava
sviluppando un clima simile, causando seri problemi interni alla Spd e
ai Verdi. A differenza dei britannici, il popolo tedesco non ha più
vissuto la guerra dopo il 1945, né intende rifare quell’esperienza. A
qualsiasi osservatore informato era chiaro che la propaganda non era
altro che un mucchio di menzogne. Gli strateghi della Nato non erano
certo motivati da preoccupazioni umanitarie, come dimostra il loro
rifiuto di accogliere i profughi. Avevano bisogno degli assassinii nel
Kosovo per giustificare i bombardamenti, e non dissero mai che la gran
parte di questi attacchi erano precisamente la conseguenza dei
bombardamenti della Nato. Tanto più potevano esagerare la scala delle
atrocità, quanto più potevano giustificare la prosecuzione dei
bombardamenti.
La Nato vorrebbe
proiettare l’immagine di una grande famiglia felice di Stati
democratici uniti nella difesa della pace e della civiltà. Dopo la
caduta dell’Urss, la Nato si è affrettata ad estendere i suoi membri,
fino a lambire i confini della Russia. Il quadro però è diverso da come
lo vogliono dipingere. La Nato non è un blocco omogeneo, come hanno
dimostrato gli avvenimenti in Kosovo. Per esempio, alla fine d’aprile
emerse la proposta di un embargo petrolifero alla Serbia, ma non
riuscirono a trovare l’unità su questo punto. Imporre l’embargo avrebbe
significato un possibile conflitto con la Russia, poiché si sarebbe
imposto il blocco delle petroliere russe. La Russia avrebbe potuto
rispondere scortandole con la flotta navale russa, il che rendeva
implicita la possibilità di un conflitto armato. Per rendere "legale"
un’operazione del genere sarebbe stata necessaria l’approvazione
dell’Onu, ma la Russia e la Cina avrebbero bloccato qualsiasi
risoluzione in questo senso nel Consiglio di sicurezza. Questo spinse
la Francia, l’Italia e la Grecia a frenare tutto il progetto, con il
risultato che, alla fine, l’idea fu lasciata cadere, dimostrando una
volta di più che la Nato non aveva un’unica politica ed ha rischiato
più volte una spaccatura aperta per tutta la durata dei bombardamenti.
Lungo tutta la
campagna, il governo statunitense ha dovuto lottare per tenere unita
l’alleanza. Già in marzo il governo italiano era in difficoltà, e il
parlamento votava per la riapertura dei negoziati e la sospensione dei
bombardamenti. Così Italia e Grecia, due tra i membri della Nato più
vicini alla zona di guerra, furono costantemente considerate come gli
anelli più deboli dell’alleanza.
Anche la Germania
era tutt’altro che entusiasta della guerra. Una settimana dopo l’inizio
dei bombardamenti, i sondaggi mostravano come solo un tedesco su
quattro era a favore dell’invio di truppe di terra. All’interno del
governo c’erano indecisioni. La base dei Verdi premeva affinché si
pronunciassero contro la guerra, e c’era anche opposizione all’interno
della Spd. Se la Nato avesse portato avanti i suoi piani per un
intervento a terra, con ogni probabilità si sarebbe spaccata. Per
questo motivo la Nato e gli americani sono stati costretti a manovrare,
scendendo a patti con i russi, per trovare una soluzione che evitasse
il conflitto a terra.
La Nato ha raggiuntoi suoi obiettivi di guerra?
Era inevitabile
che alla fine della guerra si gridasse "abbiamo vinto, abbiamo vinto!"
Cos’altro avrebbero dovuto dire? Dovevano dipingere la guerra come un
successo, affermare che avevano distrutto la macchina da guerra
jugoslava. La Nato ha dichiarato di aver distrutto un terzo dei carri
armati serbi, vale a dire diverse centinaia. In realtà fino ad oggi ne
sono stati contati… 13! Il Guardian del 4 luglio ’99, ha rivelato: "I
danni inflitti alle forze di terra serbe si stanno rivelando inezie
rispetto alle dichiarazioni di Jamie Shea e colleghi nelle loro
entusiastiche conferenze stampa quotidiane."
L’esercito
jugoslavo era intatto. Si era trincerato in previsione del conflitto a
terra. È chiaro che l’armata jugoslava era pronta a combattere, e in
caso di conflitto a terra la vittoria degli americani non era neppure
certa. Sicuramente sarebbe stata una faccenda sanguinosa con gravi
perdite da entrambe le parti. In tali circostanze, la fragile unità
della Nato sarebbe stata sottoposta ad un’enorme tensione. In ogni
paese ci sarebbe stata una fortissima opposizione alla guerra, non
esclusi Gran Bretagna e Usa.
Era chiaramente
un terreno molto difficile per l’esercito americano, ben diverso dal
terreno su cui si combatté la guerra del Golfo. Sarebbe stato un
incubo, e per questo motivo il Pentagono si opponeva. Se alla fine sono
riusciti a costringere gli jugoslavi a ritirarsi non è stato a causa
dei bombardamenti, ma perché i russi, e in particolare Eltsin e
Cernomyrdin erano spaventati dalla possibilità di una guerra in
Jugoslavia, temendone le conseguenze interne sulla Russia. Alla fine
della guerra, i corrispondenti occidentali si guardavano perplessi
vedendo le truppe jugoslave che lasciavano il Kosovo sventolando le
bandiere e facendo gesti di vittoria. "Questo non pare essere un
esercito sconfitto. Non gli hanno detto che hanno perso?" L’esercito
jugoslavo non è stato sconfitto in guerra. È stato tradito, il che è
una cosa del tutto diversa, che avrà conseguenze profonde sia in
Jugoslavia sia in Russia.
Secondo un articolo di Richard Norton-Taylor apparso sul Guardian (30/6/99): "La
Nato, naturalmente, non ha altra scelta che cantare vittoria. Un modo
sperimentato di dichiararsi vincitori quando le cose non sono andate
secondo i piani, è di cambiare quelli che erano i propri obiettivi
dichiarati". Già in marzo, al secondo giorno di bombardamenti, il
ministro della difesa britannico dichiarò che il fine dell’intervento
era di "impedire una catastrofe umanitaria incombente soffocando
gli attacchi violenti delle forze di sicurezza jugoslave contro gli
albanesi kosovari, e per limitare la loro capacità di condurre simili
attacchi in futuro."
I fatti però
stabiliscono che la gran parte della "pulizia etnica" ebbe luogo in
realtà dopo l’inizio dei bombardamenti, e che in Kosovo l’esercito
jugoslavo ha perso ben poco.
Così la capacità
militare della Jugoslavia resta intatta. Persino alcuni volontari
dell’Uck lo hanno ammesso. Il Guardian del 30/6/99 riporta come secondo
Lirak Qelaj, 26enne combattente dell’Uck, "i serbi non sono stati
sconfitti. I bombardamenti Nato non sono stati così efficaci come lui e
i suoi compagni avevano sperato. Ci conferma che l’Uck ha avuto grosse
difficoltà a sostenere gli attacchi serbi, ed era in grado di fare poco
per proteggere le migliaia di persone costrette a fuggire già dalla
fine di marzo. Rivela anche che sono stati i consigli dell’Uck, più che
le deportazioni serbe, a spingere una parte delle centinaia di migliaia
d’albanesi che hanno lasciato il Kosovo."
All’inizio della campagna di bombardamenti i diplomatici della Nato dichiaravano che "…L’Alleanza
dovrebbe perseguire l’obiettivo strategico di danneggiare o distruggere
l’apparato militare [jugoslavo]. Una volta ottenuto questo obiettivo,
la Nato potrà dire di avercela fatta…" (The Financial Times 27/3/99).
Il loro fine era chiaramente di distruggere la capacità militare serba,
e questo per motivi strategici, poiché dominare la Serbia è un passo
decisivo per controllare tutti i Balcani. Ma a fine aprile era chiaro
come "il fallimento della campagna nel raggiungere l’obiettivo
iniziale ha fatto crescere l’inquietudine tra i politici di qua e di là
dall’Atlantico." (The Financial Times 23/4/99).
Una volta
terminati i bombardamenti, hanno cominciato ad apparire valutazioni più
realistiche della campagna. Come ha rilevato il Wall Street Journal (8/6/99), "a
questa fine della guerra manca una cosa: la sensazione che ci sia stata
una vittoria. Alla fine, Milosevic non è stato sconfitto. Dopo che per
76 giorni forze enormemente superiori lo hanno martellato con le più
precise e potenti armi convenzionali mai conosciute, il capo di un
piccolo stato di 11 milioni d’abitanti è riuscito a negoziare un
compromesso." (The Wall Street Journal 8/6/99)
Il generale sir
Michael Rose, ex comandante della Protection Force dell’Onu in Bosnia
nel 1994, ha scritto in una lettera al Times di Londra datata 14 luglio
1999:
"Sono sorpreso
di vedervi appoggiare l’attuale propaganda della Nato e del Governo
britannico, che continuano a ripetere che i bombardamenti sul Kosovo
hanno raggiunto il loro scopo. Ciò è evidentemente falso. Dopo 11
settimane di una delle più pressanti campagne nella storia della guerra
aerea, è chiaro che la Nato ha tragicamente fallito i compiti che si
era prefissa all’inizio: migliaia di persone sono state brutalmente
assassinate e più di un milione sono state cacciate dalle loro case dai
Serbi. Così l’Alleanza è stata costretta a ridurre il suo obiettivo a
quello di permettere ai kosovari albanesi di tornare a casa senza
pericoli. Il conseguimento di quest’obiettivo minore non deve poter
nascondere il messaggio fondamentale: non è possibile salvaguardare una
popolazione bombardando da 5000 metri d’altezza. Invece di dedicarsi a
cinici esercizi di propaganda, la Nato dovrebbe studiare un modo per
combattere più efficacemente le prossime guerre umanitarie. Questo
richiederà di sviluppare una leadership migliore e una maggior
disponibilità nell’impiego di truppe di terra, due elementi critici che
purtroppo oggi sembrano mancare."
Effetti destabilizzanti su tutti i Balcani
Anche se la guerra è stata combattuta sotto la
bandiera ipocrita dell’autodeterminazione del Kosovo, è chiaro che
un’ulteriore disgregazione della Jugoslavia non rientrava negli scopi
della Nato. Come ha sottolineato il Financial Times, (27/3/99), "La
completa disintegrazione della Jugoslavia non può essere un obiettivo
per la Nato: essa si oppone all’idea di un Kosovo indipendente, perché
destabilizzante per la regione." La Nato decise inizialmente di
cominciare i bombardamenti per evitare un conflitto più ampio e per
tentare di stabilizzare la situazione nei Balcani, ma il risultato è
stato il contrario, e oggi l’intera penisola è più instabile che mai.
L’intenzione iniziale degli accordi di Rambouillet
era d’occupare l’intera Jugoslavia. Oggi questo è fuori questione. Allo
stato attuale, tuttavia, l’America controlla una buona porzione di
territorio nei Balcani: non solo la Bosnia è, come il Kosovo, un
protettorato Usa, ma anche il destino della Macedonia e dell’Albania è
nelle sue mani. Avendo raggiunto questa posizione, gli Usa devono
decidere cosa farsene. Il loro obiettivo era di stabilizzare i Balcani
sotto il controllo americano, di farne un protettorato. Se però poniamo
la domanda "l’invasione del Kosovo ha creato una situazione di maggiore
stabilità nei Balcani?", la risposta non può essere che No. Non
soddisfatti di aver ridotto in macerie la Serbia, gli imperialisti
mantengono un brutale blocco economico che disorganizza ulteriormente
la sua economia, creando terribili ristrettezze per la popolazione.
D’altro canto, non si può parlare di una ripresa economia dei Balcani
senza la ricostruzione della Serbia. L’embargo attuale avrà serie
conseguenze per tutti gli Stati confinanti, causando nuove privazioni
ed instabilità.
C’è anche il pericolo di una nuova guerra in
Montenegro, dove l’occidente sta intrigando per i propri fini. Anche se
probabilmente la Nato non sarebbe entusiasta di un crollo completo
della Jugoslavia a causa delle ripercussioni che avrebbe nel resto dei
Balcani, sta tuttavia cercando punti d’appoggio per indebolire e
destabilizzare il governo di Belgrado. La presenza delle truppe
occidentali, sia in Bosnia sia in Kosovo, incoraggia il governo del
Montenegro nel suo tentativo di separarsi dalla federazione jugoslava.
Il governo montenegrino cerca chiaramente gli investimenti
dell’occidente. È interessante notare come il governo stia programmando
il proprio piano di privatizzazioni massicce, e anche l’introduzione di
una propria moneta, legata al marco tedesco. La secessione da parte del
Montenegro, tuttavia, condurrebbe certamente ad una nuova guerra e
destabilizzerebbe ulteriormente la regione.
La Macedonia è, a sua volta, sotto un’estrema
pressione. Circa 750mila albanesi, pari approssimativamente al 23%
della popolazione, vivono nella regione occidentale. E come indicava il
Financial Times (27/3/99), "è altrettanto difficile
immaginare che gli albanesi di Macedonia non vengano coinvolti. In
breve, se si dà spazio alle aspirazioni etniche albanesi in Kosovo,
l’intero processo di spostamenti di popoli e frontiere potrebbe aprire
una nuova serie di guerre balcaniche." Una disoccupazione attorno
al 40% non può che esacerbare il problema. Solo la presenza di 12.000
soldati Nato impedisce che la pentola sia scoperchiata.
Nello stesso Kosovo, l’Uck continua a battere il
tamburo dell’indipendenza. Cercano di installarsi al potere, ma è
improbabile che vi riescano, poiché l’imperialismo americano non vuole
un Kosovo indipendente. Questo significherebbe la creazione di una
Grande Albania e avrebbe conseguenze disastrose nel resto della
regione. L’Uck parla già di includere nella Grande Albania non solo
parte della Macedonia, ma anche della Grecia. Sono cose con cui non si
scherza! Un progetto simile non può che essere il punto di partenza di
nuove guerre e catastrofi per tutti i popoli balcanici. La conclusione
è inevitabile: i Balcani sono oggi più destabilizzati oggi di quanto
non fossero prima. Soprattutto, la potenziale frammentazione della
Macedonia pone il pericolo di nuove guerre che coinvolgerebbero non
solo l’area adiacente, ma minaccerebbero di trascinare anche la Grecia,
l’Albania, la Bulgaria e persino la Romania e l’Ungheria in un
conflitto armato. Questo potrebbe persino condurre ad una guerra
generale nei Balcani nella quale la Turchia si troverebbe a faccia a
faccia con la Grecia, sua vecchia nemica. Le conseguenze sarebbero
incalcolabili per gli Usa, la Nato e l’Ue. Dunque, gli americani sono
ora intrappolati nel Kosovo come sono intrappolati in Bosnia: non
possono ritirarsi senza provocare una sollevazione generale nei Balcani
che potrebbe coinvolgere i loro alleati e portare alla rottura della
stessa Nato.
Nell’ultimo periodo la Croazia è stata molto calma.
Ma dopo la morte di Tudjman, il paese si trova di fronte a nuovi
sconvolgimenti. Franjo Tudjman era un altro ex stalinista trasformatosi
in un nazionalista borghese reazionario. Da ex "comunista", ha adottato
il linguaggio e i simboli del regime fascista croato degli Ustascia, un
regime così sanguinario che persino i nazisti tedeschi ebbero a
rimproverarlo per la sua brutalità. Fintanto che questo andava
d’accordo con i loro interessi, gli imperialisti Usa hanno accettato la
sua politica di brutale pulizia etnica dei serbi e dei musulmani
bosniaci. Ma dopo la vicenda del Kosovo, gli americani hanno cominciato
a prendere le distanze da Tudjman, un cambiamento di linea dettato in
parte dal fatto che non gli restava molto da vivere, ma anche dal fatto
che, perseguendo i suoi propri scopi nei Balcani, Tudjman non era
sempre disposto a seguire fedelmente la linea americana. Per esempio,
puntava alla costituzione di un’entità politica separata dei croati
bosniaci; questa mossa era progettata per aprire la strada ad una
successiva fusione all’interno di una Grande Croazia, che ha sempre
costituito lo scopo finale di Tudjman; Questo era in aperta sfida degli
accordi di Dayton. Dall’altro canto, Tudjman aveva fatto capire che
c’erano dei limiti alla sua cooperazione con i tribunali dell’Onu sui
crimini di guerra.
Ora gli americani preferirebbero una Croazia
governata da qualche fantoccio più ubbidiente e manovreranno per
installare un regime del genere a Zagabria. Ma lentamente il popolo
comincia a realizzare che il movimento verso il capitalismo non ha
portato altro che guerre, sofferenza e miseria. I lavoratori croati
cominciano a recalcitrare. Tutta la storia mostra che esiste una
relazione fra guerra e rivoluzione. Quando si disperdono i fumi dello
sciovinismo, le masse fanno il bilancio della loro vera situazione e
traggono le proprie conclusioni. La loro rabbia si dirige contro la
cricca dominante che le ha portate sulla strada dell’impoverimento e
della distruzione. Finché la guerra dura, la classe operaia deve tenere
la testa bassa, ma questo non può durare per sempre. Presto o tardi la
classe lavoratrice entrerà nell’arena della lotta. In Croazia ci sono
stati vasti scioperi, perlopiù non riportati dalla stampa in occidente.
Questo dimostra il processo che accadrà in un paese balcanico dopo
l’altro nella prossima fase. Giunti ad un certo punto, si creerà il
terreno per una politica internazionalista e di classe, basata
sull’obiettivo di una federazione socialista dei popoli balcanici come
unica via d’uscita dall’incubo attuale.
Riformismo e imperialismo
Vi è un’organica connessione tra la politica interna
ed estera, che fu descritta da una meravigliosa definizione dialettica
di Von Clausewitz quando disse che "La guerra è la continuazione della
politica con altri mezzi". Ciò è profondamente vero. I marxisti non
hanno due politiche diverse per la pace e per la guerra. La guerra è
solo una continuazione della politica con altri mezzi. In uno dei suoi
articoli, Trade Unions in the Epoch of imperialist Decay (I Sindacati
nell’Epoca della Decadenza imperialista), Trotsky spiegò come nel
presente periodo vi fosse una tendenza organica delle direzioni
sindacali a fondersi con lo stato capitalista e ciò si è dimostrato
vero. I sindacati ed i leader dei partiti tradizionali dei lavoratori,
in una nazione dopo l’altra, si sono mescolati allo stato capitalista
ad un livello senza precedenti. Costoro agiscono come agenti delle
grosse banche e monopoli ed a livello internazionale si comportano come
i più entusiasti sostenitori dell’imperialismo, con un occhio di
riguardo per quello americano. Così, Tony Blair è stato il sostenitore
più servile di Clinton nella guerra del Kosovo e George Robertson, il
ministro degli esteri britannico, non a caso è stato nominato
segretario generale della Nato.
La schiacciante preponderanza economica e militare
degli Usa trova una sua ulteriore espressione negli strati più alti del
movimento operaio. I dirigenti riformisti ne sono abbagliati,
naturalmente! I piccolo-borghesi sono da sempre affascinati ed
impressionati dal potere, sia in patria sia a livello internazionale.
Il trotskista srilankese Colvin Da Silva sintetizzò questo concetto in
maniera piuttosto acuta: "Qualunque sia la Bibbia del momento dei piccolo borghesi, il loro Dio è invariabilmente il potere."
Ciò spiega l’attitudine di Blair e Schroeder verso l’imperialismo
americano. Si tratta di una legge che governa la condotta dei
riformisti di destra, come le leggi di Newton ed Einstein governano il
movimento dei corpi celesti. In patria questi dirigenti sono ancora più
servili, succubi delle banche e dei monopoli, che non i rappresentanti
politici diretti della borghesia; la ragione non è difficile da
comprendere.
La classe media per la sua posizione intermedia tra
la classe operaia e il capitale, alza sempre lo sguardo verso la classe
dominante con un miscuglio di sentimenti: paura, invidia e timore
reverenziale. Si sente inferiore, e ciò può produrre nelle persone che
la compongono un potente bisogno psicologico di dimostrarsi affidabili
e degni di fiducia, capaci di mantenere il controllo della situazione.
Questa è la ragione per cui i dirigenti del movimento operaio, una
volta al potere, anelino alla palma di migliori difensori dello status
quo e siano addirittura più servili dei politici conservatori nei
confronti del grande capitale e del liberismo economico.
Essi sono ancor meno capaci di portare avanti una
politica di classe indipendente. Può succedere che un governo
conservatore diretto da banchieri, proprietari terrieri e uomini
d’affari realizzi una politica relativamente indipendente dalle grandi
banche e dai monopoli, sacrificando gli interessi a breve termine di
alcuni settori, per meglio difendere a lungo termine gli interessi
dell’intera classe capitalistica. I riformisti sono invece
organicamente incapaci di fare questo. Allo stesso modo del caporeparto
di una fabbrica, che fa il prepotente coi lavoratori dalle cui fila
proviene e si riduce a fare il leccapiedi del direttore, la destra dei
riformisti non perde occasione di colpire i settori più deboli e
oppressi della società per eseguire servilmente e con zelo i dettami
dei banchieri e dei monopolisti. A livello mondiale, i dirigenti del
movimento operaio provenienti dalla classe media fanno a gara
nell’esibire la loro lealtà alla Nato, ossia al Grande Fratello
d’oltreoceano. Ogni tanto questo produce un particolare tipo di
schizofrenia politica quando gli interessi dei capitalisti connazionali
collidono con quelli di Washington; la tendenza fondamentale dei
riformisti di destra comunque non cambia : è la difesa del dominio del
Grande capitale sia a livello nazionale sia internazionale.
Questi processi tuttavia hanno un altro aspetto da
considerare. Ad un certo livello l’incapacità di indipendenza politica
provoca contrasti e crisi all’interno delle organizzazioni di massa dei
lavoratori, favorendo le condizioni per la formazione al loro interno
di correnti di sinistra aperte alle idee del marxismo. I riformisti di
sinistra emergeranno di nuovo, ma saranno irrimediabilmente confusi e
senza alternative serie da offrire ai lavoratori e ai giovani. Ove i
riformisti di destra difendano apertamente gli interessi del Grande
Capitale, quelli di sinistra si collocheranno in una posizione
intermedia riflettendo la natura piccolo borghese del riformismo di
sinistra. Non v’è occasione migliore di una guerra per rivelare la
confusione politica di questi riformisti, di destra e di sinistra. Essi
accettano il dominio del capitalismo, tuttavia lo desidererebbero un
poco più gentile e benevolo nei confronti delle masse. Nell’arena
internazionale della politica essi accettano di conseguenza il dominio
dell’imperialismo e dei suoi mostruosi monopoli ma si pronunciano per
la "pace". In entrambi i casi, questi riformisti assomigliano ad un
buon vegetariano che tenta di persuadere una tigre mangiatrice d’uomini
a nutrirsi di lattuga invece che di carne. La loro bancarotta e il
superficiale utopismo sono messi a nudo dai loro continui appelli
all’Onu, che essi follemente immaginano essere una specie d’arbitro col
potere di mantenere la pace tra grandi potenze, come un gentile vigile
urbano ferma il traffico ed aiuta la vecchietta ad attraversare la
strada.
L’Onu e la guerra
Oltre a scrivere sulla lotta di classe, Karl Marx
trascorse molto tempo ad analizzare la diplomazia e le relazioni tra le
potenze. Anche Trotsky raccomandò ad ogni lavoratore cosciente di
studiare la diplomazia, imparando il funzionamento e la realtà che si
nasconde dietro le menzogne del linguaggio diplomatico. E’ nostro
dovere esporre le falsità della propaganda imperialista e mettere a
nudo le manipolazioni ciniche ed interessate che il frasario
diplomatico nasconde. I marxisti hanno fatto il loro dovere durante la
guerra del Kosovo, smascherando le bugie e l’ipocrisia
dell’imperialismo americano e dei suoi sostenitori di Londra, Parigi,
Bonn. Una parte importante del nostro lavoro consiste nell’esporre
chiaramente la menzogna delle Nazioni (dis)Unite nel dichiararsi forza
di pace.
Sia a livello nazionale che internazionale è
importante considerare la politica da un coerente punto di vista di
classe. Sono molti gli aspetti comuni alla lotta di classe e alla
guerra tra nazioni : gli stessi principi fondamentali sono applicabili
ad entrambe. Un trattato, sia nel caso di un contratto tra padrone e
lavoratori di una fabbrica che in quello di un accordo diplomatico tra
nazioni, è semplicemente il frutto ed il riflesso dei rapporti di forza
tra i contendenti in un momento dato. Non è nient’altro. Guai alle
persone che vedono nella firma di un pezzo di carta la soluzione di una
qualunque questione importante! Quando l’equilibrio delle forze cambia,
il trattato viene invariabilmente stracciato. In un’azienda i contratti
possono venire stracciati dai lavoratori ma molto più comunemente
vengono calpestati dai padroni. La faccenda si risolve spesso con una
lotta (ad esempio uno sciopero) che stabilisce quale delle parti, in
quel momento, abbia la forza necessaria ad imporre condizioni a sé
favorevoli. Lo stesso è vero per i trattati e i compromessi tra gli
stati nazionali.
Hegel, un filosofo meravigliosamente profondo, è
veramente impopolare tra borghesi e piccolo-borghesi giacché essi non
riescono a comprenderlo. Tra le molte stolte critiche mossegli queste
persone cercano di affermare ch’egli fosse un guerrafondaio, precursore
del militarismo e persino di Hitler. Ciò che Hegel disse fu che, nella
storia, tutte le questioni serie furono e vengono risolte con la
guerra. E’ difficile capire come si possa contestare una così
elementare asserzione. La storia dimostra che quando sono messi in
discussione gli interessi fondamentali della classe dominante, essa non
confida mai in trattati scritti su carta, negoziati o tutto il resto: la classe dominante sceglie la guerra. Può non piacere, ma resta un fatto.
L’idea che i conflitti tra nazioni siano risolvibili
con pacifico arbitrio è una pia illusione, come dimostrato in maniera
più che lampante dall’esperienza della Società delle Nazioni prima del
secondo conflitto mondiale. La questione delle Nazioni Unite viene
continuamente sollevata da pacifisti utopici e riformisti di sinistra
d’ogni sorta ma è la storia dell’intero periodo postbellico e
specialmente degli ultimi dieci anni a dimostrare che nessuno dà la
minima importanza all’Onu eccetto i cosiddetti riformisti di sinistra,
i quali belano come pecore ad ogni crisi internazionale. "Le Nazioni
Unite, per favore! Chiediamo l’intervento delle Nazioni Unite !".
Cercano in tutti i modi di proporre l’Onu quale soluzione ai problemi
internazionali e alle guerre. Non capiscono assolutamente l’abc delle
relazioni internazionali e nulla hanno imparato dagli ultimi 50 anni di
storia.
Solone, l’ateniese, scrisse che "La legge è come la
tela del ragno: i piccoli vi restano intrappolati mentre i grandi la
strappano." Che profonda conoscenza della natura della legge aveva
l’autore della Costituzione Ateniese! Una conoscenza sia nazionale sia
internazionale! Le Nazioni Unite non potranno mai risolvere nulla di
serio. Per essere più precisi, questo organismo altro non è che un
forum delle potenze imperialiste che vi possono discutere e risolvere
questioni secondarie nelle quali gli interessi fondamentali non siano
in gioco. L’imperialismo americano riconosce l’Onu solo a parole.
Quando invece gli Usa devono risolvere un problema nel quale la
presenza dell’Onu sia d’impiccio, allora il forum viene semplicemente
ignorato. E’ esattamente quello che abbiamo visto durante la crisi del
Kosovo. I riformisti di sinistra piagnucolavano sulla cosiddetta
illegittimità del bombardamento della Jugoslavia: "Il Consiglio di
Sicurezza deve votare su questo, l’Onu deve decidere!"
La guerra del Kosovo fu un’ulteriore prova, se mai
ce ne fosse stato bisogno, che quando gli interessi fondamentali degli
Usa sono in gioco la legalità internazionale viene bellamente ignorata.
Le leggi di carta vengono calpestate.
Non v’è nulla di nuovo in tutto ciò. Quando Trotsky
si recò a Brest-Litovsk a condurre i negoziati con l’imperialismo
tedesco ed austriaco nel 1918, lo fece per guadagnare tempo prolungando
i negoziati ed al contempo utilizzava il tavolo negoziale in senso
rivoluzionario ed internazionalista, rivolgendo i suoi discorsi ai
lavoratori tedeschi ed austriaci, discorsi che passavano sulle teste
dei generali prussiani ed asburgici. La tattica di Trotsky era
efficace. I suoi discorsi furono pubblicati sui giornali in Germania ed
Austria e servirono ad accendere lotte di piazza e scioperi generali.
E’ comprensibile che questa tattica rivoluzionaria ebbe i suoi limiti.
Ad un certo punto, proprio nel bel mezzo di un discorso di Trotsky, il
generale Hoffmann sbatté gli stivali sul tavolo e il marxista non ebbe
nessun dubbio che l’unica cosa reale in quella sala fossero proprio gli
stivali sul tavolo. In ultima analisi, qualunque confronto diplomatico
necessita d’essere sostenuto dalla minaccia dell’uso della forza.
Nel conflitto del Kosovo erano gli interessi vitali
dell’imperialismo Usa ad essere coinvolti. Quindi era del tutto fuori
discussione la possibilità di permettere e attendere la discussione al
Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove non avrebbe guadagnato altro che
il veto di Russia e Cina. Di conseguenza gli Stati Uniti si limitarono
ad ignorare qualunque discussione e, seguendo l’esempio del generale
Hoffmann, sbatterono gli stivali sul tavolo. Per muovere guerra alla
Jugoslavia hanno usato la Nato, che teoricamente è un’alleanza di
potenze occidentali mentre in realtà è un blocco militare dominato
dagli USA. Sebbene l’imperialismo americano voglia mantenere in vita
l’Onu, che potrebbe a volte servire da copertura per le proprie
operazioni (come nel passato in Corea), quando gli Usa vogliono agire,
l’Onu viene messo in un angolo senza esitazione alcuna. In ogni caso,
l’Onu dipende fortemente dai fondi degli Stati Uniti, i quali spesso
rinfrescano ad essa la memoria "dimenticandosi" di pagare la propria
quota. Gli Usa consentirebbero alle Nazioni Unite di dettare le regole
di politica internazionale con lo stesso entusiasmo col quale
cederebbero a Greenpeace il controllo della propria spesa militare.
Gli effetti sulla Russia
Il conflitto nel Kosovo ha prodotto un importante
effetto sulla Russia e le sue ripercussioni sono tutt’altro che
svanite, specie all’interno dell’esercito russo. Questa guerra contro
un loro alleato tradizionale ha scosso considerevolmente i generali
russi, costretti insieme al loro esercito ad assistere con orrore alla
distruzione delle difese antiaeree jugoslave da parte d’armi
tecnologicamente più avanzate. Dieci anni di privatizzazione ed
"economia di mercato" non hanno solamente portato la Russia alla
bancarotta bensì deteriorato la capacità bellica del suo esercito. I
militari non hanno ricevuto fondi adeguati per dieci anni, ciò implica
un corrispondente ritardo rispetto agli Usa ed è perciò comprensibile
il ribollire di malcontento tra gli ufficiali.
Chiaro sintomo dell’impazienza dell’esercito è
l’incidente dell’entrata delle truppe russe a Pristina. Sebbene sia
stato solo un episodio, resta un pericoloso avvertimento, perché
chiaramente non fu deciso dal governo di Mosca. Il ministro degli
esteri russo Ivanov ne era all’oscuro. Parrebbe che alcuni generali
russi avessero deciso che s’era già atteso abbastanza, che alla Nato
fosse stato concesso troppo margine d’azione e che fosse invece tempo
di levare la testa contro di essa e gli americani. Ivanov era sincero
nel dichiarare di non saper nulla dei movimenti dell’esercito ed è
probabile che nemmeno Eltsin ne sapesse qualcosa. Ciò non è
sorprendente visto che l’ex presidente russo raramente era a conoscenza
degli avvenimenti nel suo paese. Eltsin era solamente il portavoce
della cricca del Cremlino, tanto che lo avevano soprannominato "Penna"
da quando sua figlia gli porgeva i decreti da firmare e basta. Uomo al
limite della senilità alcolistica, Eltsin era incapace di reagire a
qualsivoglia situazione e tanto meno concepire un piano per beffare la
Nato. Solo, di tanto in tanto era preda d’eccessi d’ira (normalmente
provocati da una rabbiosa gelosia nei confronti del primo ministro di
turno) ed appariva in televisione per dimettere il governo.
Uno dei generali più critici nei confronti del
governo russo era Ivashin. Non vi sono dubbi che, con altri generali,
Ivashin avesse perso la pazienza e deciso che alla Nato fosse stata
concessa troppa libertà di bombardare ed assassinare proprio nel cuore
dell’Europa. Chiunque fosse stato a ordinare alle truppe russe in
Bosnia di entrare a Pristina, non lo fece certo per scherzo e fu
fermato giusto in tempo con discussioni, conferenze e scuse varie, ma
il rischio di conflitto era in quel momento abbastanza serio. Di sicuro
l’occidente prese la cosa seriamente, come dimostrò la reazione di
panico alla notizia che truppe russe avessero preso controllo
dell’aeroporto di Pristina. L’episodio rivela fino a che punto i
generali russi ne avessero piene le tasche.
Per quale motivo Eltsin aveva abbandonato la
Jugoslavia al proprio destino? Lo fece, proprio come Giuda, per trenta
danari, o meglio per una quantità di danaro più cospicua: per essere
esatti 4,4 miliardi di dollari. Questi anni di cosiddette riforme di
mercato hanno letteralmente devastato l’economia russa, a tal punto che
Mosca ora necessita di sovvenzioni occidentali per evitare il collasso
totale. Un anno prima l’occidente non avrebbe prestato un centesimo ma
ora il capitalismo ha il terrore di un collasso della Russia. Hanno
paura che l’intero programma di riforme potrebbe subire un’inversione,
che i militari prendano il potere, con i comunisti e i nazionalisti;
con il ritorno ad una centralizzazione dell’economia ed una
rinazionalizzazione su larga scala. La situazione in Russia è davvero
instabile e sebbene sia ritornata una calma apparente dopo il collasso
dell’agosto 1998, è chiaro che la situazione attuale non può essere
mantenuta. Il crollo economico dell’agosto 1998 fu un colpo mortale ai
danni dei sostenitori delle riforme di mercato come la guerra nel
Kosovo è un altro chiodo sulla loro bara. Mosca è nella morsa di una
crisi senza soluzione di continuità, la quale sta innervosendo i centri
di potere più sensibili, esercito incluso, che diviene giorno dopo
giorno più indignato per la politica filo-occidentale della cricca del
Cremlino e per la bancarotta che sta umiliando il paese.
Ad un certo punto vedremo un secondo crollo
economico che sortirà effetti ancora più profondi. E' già possibile
percepire, oggi in Russia, una profonda reazione di disgusto verso il
mercato, le "riforme", il capitalismo, l’occidente ed in particolare
gli Stati Uniti. La crisi del Kosovo ha fatto da catalizzatore ed è per
tale ragione che non è stata una crisi qualunque; al contrario, ha
rappresentato un momento di svolta per la Russia e la situazione
politica mondiale. Data la gravità del collasso è sorprendente quanto a
lungo la cricca del Cremlino abbia potuto mantenersi a galla. La sola
cosa che sostiene quest’ultima è la politica di Zyuganov e dei
dirigenti del Partito Comunista che le hanno permesso di raggiungere
una stabilità tanto fragile quanto temporanea. La guerra in Cecenia fu
chiaramente provocata dal Cremlino come diversivo ma non potrà che
avere effetti opposti e sgraditi, alla fine dei conti. A queste
condizioni un ulteriore collasso economico è alle porte anche senza una
recessione nel mondo occidentale, che sortirebbe effetti molto
profondi. La classe operaia russa tornerà inevitabilmente sulla strada
della lotta, guidata delle idee e delle tradizioni del 1905 e del 1917.
Un nuovo conflitto tra Russia e Stati Uniti pare
inevitabile ed entrambe le parti stanno preparandosi. La conclusione
cui sono giunti i dirigenti di Mosca è: "Ieri la Jugoslavia, domani
toccherà a noi! Dunque occorre prepararci, dobbiamo riarmarci." E lo
faranno. Le ripercussioni sul futuro dell’economia di mercato in Russia
sono da considerare seriamente, visto che sulla base attuale un
programma serio di riarmo è pressoché impraticabile. Dunque la
situazione della Russia non offre nessuna garanzia di stabilità. I
commentatori occidentali più coscienti non si fanno nessuna illusione
al proposito. Temono, con cognizione di causa, che l’intero programma
di riforme di mercato possa trasformarsi nel suo opposto: difatti la
sola strada seria per cominciare a risolvere la crisi della Russia
passa per la restaurazione dell’economia nazionalizzata e pianificata.
Cecenia e Caucaso
La nuova guerra in Cecenia è un’ulteriore prova
dello spostamento del potere in Russia a favore dei militari. I
generali sono ora chiaramente in sella e non solo decidono le modalità
della guerra in Cecenia, ma lo fanno senza preoccuparsi troppo delle
opinioni del Cremlino. Boris Eltsin ora è una nullità, ma i militari
non prestano alcuna attenzione nemmeno al resto del governo russo, che
è visto solo come la fonte di tutti i problemi. Una volta assaggiato il
potere politico, i generali tenderanno a prenderci gusto e a fare
qualche passo in avanti.
L’offensiva in Cecenia fu preceduta da una serie di
attentati dinamitardi a Mosca ed in altre città russe, i quali
causarono un’ondata di panico nella popolazione. Furono immediatamente
incolpati i terroristi ceceni, tuttavia nessuna prova ha sinora
confermato le accuse e nessun gruppo armato ceceno ha rivendicato
alcuno degli attentati. Persino la dinamica di questi ultimi è quanto
mai singolare e dubbia: in passato il terrorismo islamico ha diretto i
propri attacchi verso obiettivi come le ambasciate americane; questa
volta invece gli obiettivi sono stati appartamenti residenziali,
specialmente in quartieri poveri. Le conseguenze psicologiche degli
attentati si sono rivelate utilissime all’establishment russo, ma
certamente dannose per la causa cecena. I sentimenti d’isteria
anti-cecena fomentati dai mezzi di comunicazione sono serviti a
preparare psicologicamente la popolazione per una nuova offensiva. Ci
pare dunque molto probabile che la responsabilità degli attentati in
Russia sia da attribuire a settori della cricca governante. Per questi
gangsters la morte di lavoratori russi nelle esplosioni non ha grande
rilevanza. Come risultato, la guerra mossa alla Cecenia ha guadagnato
in Russia crescente sostegno e la popolarità di Vladimir Putin è
cresciuta al punto da rendere possibile la sua candidatura alla
presidenza.
Le potenze occidentali guardano con finto sdegno
alla distruzione dei villaggi ceceni, dimenticando che in Jugoslavia
loro si sono comportati allo stesso modo. A differenza del chiasso
sollevato contro Belgrado, questa volta gli Usa e l’Europa si sono
limitati ad una reticenza estrema. Il motivo è ovvio: non osano sfidare
militarmente la Russia, e questo è uno dei motivi per cui l’esercito
russo può dimostrare di essere ancora padrone in casa propria e non
essere umiliato davanti al mondo intero. La guerra contro la Cecenia,
non è altro che una dimostrazione della forza militare russa per
dimostrare al mondo intero che con essa non è il caso di scherzare.
L’aggressione alla Cecenia è stata perpetrata dando
sfoggio del tradizionale disinteresse per la vita umana tipico dei
generali russi, che non hanno mai trattato dolcemente i popoli del
Caucaso, come insegna la storia sanguinaria della conquista zarista di
quella regione. Nonostante ciò la propaganda anti-russa dell’occidente
è farcita d’ipocrisia. Il capitalismo occidentale non è preoccupato
della sorte dei ceceni più di quanto non lo sia per quella dei curdi o
dei kosovari albanesi. Nella misura in cui questo conflitto è parte di
uno scontro più ampio per il controllo del Caucaso, l’occidente stesso
ha la sua buona fetta di responsabilità nelle guerre che affliggono la
regione caucasica. Va da sé che i marxisti condannino la prepotenza
della Russia verso le piccole nazioni caucasiche e difendano il diritto
all’autodeterminazione dei ceceni e degli altri popoli della regione,
ma questa considerazione non esaurisce la questione. I secessionisti
ceceni hanno commesso un grosso errore strategico nel giocare la carta
islamica e nell’intervenire nei vicini stati del Daghestan ed
Inguscezia, perché - come si è visto - Mosca non avrebbe mai potuto
ingoiare un tale rospo senza reagire. Il risultato finale è che la
Cecenia sta perdendo l’indipendenza de facto che aveva raggiunto. La
Russia non può accettare la perdita totale del Caucaso, che
comporterebbe l’ingresso dell’imperialismo americano proprio in un
settore strategico importantissimo che minaccia il fianco meridionale
russo. Vi è inoltre da considerare la questione delle enormi riserve
minerarie e petrolifere di questa zona. E’ chiaro che l’esercito russo
sia disposto ad andare sino in fondo per "pacificare" la Cecenia, al
punto da mettere a ferro e fuoco l’intera zona, se necessario.
In Asia centrale assistiamo già ad una contesa
feroce per il possesso delle ricche riserve petrolifere, di gas
naturale e di altre materie prime. Gli interessi della Russia sono in
collisione sempre più spesso con quelli americani e turchi: è per
questa ragione che l’Asia centrale è stata negli ultimi dieci anni
teatro di continui conflitti. Ci sono state una serie di guerre, e
ancora di più sono in preparazione. Attualmente Azerbaigian ed Armenia
sono in guerra: l’Armenia è sostenuta da Russia, Iran e Grecia mentre
l’Azerbaigian dalla Turchia, incoraggiata silenziosamente dagli USA. La
Turchia è legata agli Usa e ad Israele. Gli americani non osano farsi
coinvolgere direttamente in tale conflitto, ma vi sono
indiscutibilmente interessati per via del petrolio presente in
Azerbaigian e Turkmenistan. Al centro della contesa c’è un oleodotto;
gli americani incoraggiano la Turchia che ha ambizioni serie su
un’ampia fetta della regione che ospita l’oleodotto e che fa leva
sull’argomento della somiglianza tra la lingua turca e le lingue
parlate nell’Asia centrale e nelle regioni del Caucaso. L’Azero, lingua
ufficiale dell’Azerbaigian, è in realtà un dialetto turco come pure
l’uzbeko, idioma del Turkmenistan. La Turchia è una potenza
imperialista di medie proporzioni, ansiosa d’espandere la propria area
d’influenza in contrasto con la Russia. Il problema dunque è molto
serio.
La guerra in Cecenia è solo un dettaglio di un
quadro più ampio, nel momento in cui la Russia comincia ad invertire la
sua ritirata in Caucaso, in Daghestan e Cecenia. Mosca però non
potrebbe imporsi nel Caucaso settentrionale senza assicurarsi il
controllo anche sulla parte meridionale, dove è entrata in collisione
con Georgia ed Azerbaigian. Mosca ha già accusato entrambe di aiutare i
ribelli ceceni e le accuse probabilmente sono fondate, ancor più se si
considera il fatto che la Georgia è l’unico paese ad accettare (seppur
discretamente) la presenza di una rappresentanza diplomatica cecena.
Georgia ed Azerbaigian hanno espresso chiaramente la
volontà di aderire alla Nato e gli Usa tentano di attirare queste
repubbliche al di fuori dall’area di influenza russa. Una minaccia così
diretta agli interessi di Mosca non sarà tollerata. Gli antagonismi che
emergono dal quadro sopra descritto sono la causa sottintesa del caos
sanguinario che infesta la regione caucasica. Georgia ed Azerbaigian
sono inoltre paesi membri, con Ucraina, Uzbekistan e Moldavia, del
decisamente filo-occidentale GUUAM, nato come alleanza economica e
sviluppatosi fino ad una cooperazione di carattere militare. Hanno
anche formato una forza congiunta addetta alla sicurezza del nuovo
oleodotto Baku-Supsa. Lo scopo dichiarato dell’oleodotto di Baku-Supsa
e del progetto di Baku-Ceyhan, oleodotto che attraverserebbe Georgia e
Turchia, è quello di creare un corridoio per il petrolio dell’Asia
centrale che sfugga al controllo della Russia. La minaccia, sia
economica sia strategica, ha indotto Mosca a riaffermare con la forza
la propria influenza sulla regione.
Il presidente georgiano Eduard Shevardnadze, ex
ministro degli esteri dell’Urss nonché grande amico di Gorbaciov, è un
entusiastico ammiratore dell’occidente e non fa segreto del suo
desiderio di aderire alla Nato. In un’intervista del 25 ottobre 1999
resa al Financial Times, Shevardnadze affermò l’intenzione di "bussare
forte alla porta della Nato" entro cinque anni. Considerando che ancora
una volta si tratta di una minaccia diretta verso Mosca, non fu certo
una dichiarazione intelligente da parte del presidente georgiano. Ci si
attendeva che il Cremlino reagisse con virulenza, approfittando delle
buone carte che ha da giocare nella regione. Mosca sta effettivamente
esercitando pressioni crescenti su Tbilisi, appoggiando l’opposizione
al governo georgiano e sostenendo i movimenti separatisti in Ossezia
del Sud e in Abkhazia che minacciano di spaccare la Georgia. Sino a
poco tempo fa truppe russe erano presenti sul territorio georgiano e
sono state ritirate solo temporaneamente. Mosca sta preparando un conto
molto salato per Shevardnadze, che è già sfuggito a diversi attentati e
non è detto che la fortuna continui ad assisterlo in eterno.
Nel loro stile abitualmente caustico, gli analisti di Stratfor hanno commentato a questo proposito: "Le
guardie di frontiera russe, ritirandosi dagli uffici nella capitale
Tbilisi, hanno lasciato un piccolo ricordino - mine antiuomo. Questo
gesto è solo un piccolo esempio della più ampia campagna della Russia
per riaffermare l’influenza sulla Georgia e sul resto della regione
caucasica. La Russia deve riprendere il controllo sul Caucaso
Meridionale se intende mantenerlo sulla parte settentrionale e sulle
riserve energetiche dell’Asia centrale. L’attuale governo georgiano
costituisce un ostacolo agli interessi di Mosca, che è chiaro Mosca
cercherà con determinazione di rimuovere." (Stratfor.Com Global Intelligence Update, 29 Ottobre 1999). Questa valutazione non si discosta molto dalla realtà.
L’offensiva contro la Cecenia, col suo brutale
spiegamento di forze, fa parte di questa strategia. Allo stesso tempo
la Russia ha appesantito la pressione sulla Georgia e serba altri assi
nella manica da giocare al momento opportuno. Al momento Mosca sta
minacciando un intervento militare ai confini della Georgia con la
Cecenia e sostiene il maggiore partito d’opposizione. Inoltre sta
concedendo aiuti alle tre regioni separatiste della Georgia : Abkhazia,
Ossezia del sud e Ajaria. Il presidente georgiano ha affermato, senza
dubbio a ragione, che Mosca stia finanziando l’Unione della Rinascita
Democratica della Georgia, guidata dal leader ajariano filo-russo Aslan
Abashidze.
Il leader abkhazo Vladislav Ardzinba ha affermato la
sua intenzione di allearsi con la Russia, contro la Georgia e le sue
aspirazioni d’avvicinamento alla Nato. Nel tardo settembre del 1999, la
Russia ha abrogato un accordo bilaterale ed ha aperto le sue frontiere
con alla regione secessionista dell’Abkhazia fornendole sostegno
economico e militare. Dopo aver temporaneamente chiuso il confine in
ottobre, Mosca l’ha riaperto il 26 dello stesso mese. Oltretutto, col
ritiro delle guardie di confine russe, sono state create
intenzionalmente le condizioni perché i ribelli abkhazi si
appropriassero delle loro scorte, armi incluse, destinate alle truppe
georgiane. Da parte sua, anche l’Ossezia del Sud, come abbiamo detto,
si è schierata al fianco della Russia tanto che il suo presidente
Ludvig Chibirov ha dichiarato alla televisione georgiana Prime-News, il
giorno 25 ottobre 1999, che il suo governo approvava pienamente
l’intervento delle truppe russe contro i "terroristi" in Cecenia.
Un’altra regione secessionista, l’Ajaria, ha interrotto il pagamento
delle tasse al governo della Georgia rifiutando altresì la presenza dei
rappresentanti del partito di governo all’interno della regione. Si
riporta inoltre che guardie di confine russe avrebbero abbandonato di
proposito pezzi d’artiglieria di cui si sarebbe impossessato il governo
regionale.
Le autorità russe hanno già intimato alla Georgia di
cessare il suo sostegno al governo separatista ceceno ed alle sue forze
armate. Mosca ha accusato Shevardnadze di accordare rifugio e libera
circolazione ai ceceni in passato; Mosca sostiene inoltre che la
guerriglia cecena si sia rifugiata in Georgia per riorganizzarsi. In
un’intervista del 26 ottobre 1999 al Moskovsky Komsomolets, il
generale Gennady Troshev, capo delle truppe russe in Cecenia, ha
avvertito la Georgia che se non provvederà alla chiusura dei suoi 80
chilometri di frontiera con la Cecenia, sarà la Russia a blindare il
passaggio. L’aviazione russa ha già "incidentalmente" bombardato un
villaggio georgiano sulla via dei bersagli in Daghestan (fatto noto
come "l’incidente di Omalo").
Nel frattempo la Russia sta utilizzando ogni mezzo a
sua disposizione per stringere la morsa nel Caucaso. L’Armenia è il
principale alleato russo nel Caucaso meridionale. Il 27 ottobre 1999 un
gruppo di uomini armati entrò nella sede del parlamento di Erevan,
assassinando il primo ministro e molto altri parlamentari. Di fronte
alla destabilizzazione politica l’Armenia invocò immediatamente
l’intervento russo, e Mosca rispose all’appello, come si poteva
facilmente prevedere. Appena il giorno dopo l’eccidio, un’unità del
commando chiamato Élite Alpha, del Servizio di Sicurezza
Federale Russo, fu spedito ad Erevan. L’esercito armeno,
dichiaratamente filo-russo, divulgò un avvertimento pubblico al governo
secondo cui non sarebbe rimasto immobile in caso di minaccia alla
sicurezza nazionale.
La Russia mostra i muscoli
Non è chiaro chi
ci sia dietro l’omicidio, ma è molto chiaro chi ci ha guadagnato.
L’esito finale è che l’Armenia è ora legata, più strettamente che mai,
a Mosca dalla crisi seguita all’omicidio. Ciò ha ulteriormente
intensificato la pressione sulla Georgia: in risposta agli eventi in
Cecenia e in Armenia, il dipartimento delle guardie di frontiera dello
stato georgiano ha annunciato il 28 ottobre che ha raddoppiato gli
uomini e mobilitato tutti gli ufficiali lungo il confine armeno. Ma il
fatto di presidiare il confine armeno non terrà l’influenza russa
lontana dalla Georgia, e dopo la Georgia viene l’Azerbaigian, ricco di
petrolio. In breve, la Russia ha lanciato una campagna a vasto raggio
per riaffermare il proprio controllo sul Caucaso meridionale, e la Nato
non può far nulla per fermarla.
Tutto ciò ha
implicazioni che vanno ben oltre la questione della Cecenia e del
Caucaso. Al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, avevamo previsto
che la Russia si sarebbe mossa inevitabilmente per riprendere i
territori persi e la sua sfera d’influenza. Gli eventi ci hanno dato
ragione. Avevamo sostenuto che Russia, Bielorussia e Ucraina si
sarebbero messe d’accordo. Il processo è già in sviluppo. C’è un gran
movimento in Ucraina per ritornare a legami più stretti con la Russia.
In Bielorussia non si può sostenere che il capitalismo sia stato
ristabilito, non essendoci stati grandi cambiamenti negli ultimi dieci
anni. Anche lì vediamo lo sviluppo del movimento verso la Russia. La
situazione in Ucraina è catastrofica. L’incontro con il capitalismo è
stato ancora più disastroso che in Russia. The Economist ha di recente
scritto:
"La corruzione
è spaventosa, gli investimenti sono inesistenti; i servizi pubblici
allo sfascio. L’Ucraina è il candidato più disastroso al prossimo
ingresso nell’Ue."
Gran parte della
popolazione vorrebbe ritornare ad un’unione con la Russia. Questo vale
soprattutto per la regione orientale, meno per la parte occidentale,
una volta parte della Polonia. La maggior parte dei russi non considera
l’Ucraina un paese separato. Un consigliere per gli affari esteri di
Eltsin una volta si riferì all’Ucraina come ad un’"entità temporanea".
Questo esprime molto bene l’atteggiamento che Mosca ha verso l’Ucraina.
Un’unione del
"nucleo slavo" dell’Urss - Federazione russa, Ucraina e Bielorussia -
costituirebbe un grande mercato e agirebbe come un forte magnete per le
altre ex repubbliche sovietiche. Nell’eventualità di una dura
recessione mondiale, la tendenza alla ricostruzione di qualcosa che
emuli l’Urss riceverebbe un notevole impulso.
Le repubbliche
dell’Asia centrale sarebbero quasi certamente desiderose di aderirvi.
In passato, hanno guadagnato molto dall’appartenenza all’Unione
Sovietica, nonostante i terribili torti subiti. Il destino dei paesi
baltici dipenderebbe dalla volontà di Mosca. Potrebbero essere invasi
in pochi giorni. La discriminazione di cui sono vittima le minoranze
russe di questi paesi fornirebbe una scusa p |