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Globalizzazione o imperialismo?
Il movimento di
Seattle ha avuto il grande merito di puntare finalmente il dito sugli
orrori e le aberrazioni economiche e sociali indotte dalla
globalizzazione. La denuncia dell’"orrore economico", dello
sfruttamento dei paesi sottosviluppati, delle crescenti ingiustizie
sociali ha avuto un ruolo enormemente positivo nel contrastare
l’ideologia dominante che presenta il mondo attuale come un paradiso
indotto dal libero mercato e dalla "liberaldemocrazia".
Tuttavia la
denuncia da sola non esaurisce certo i nostri compiti. L’analisi delle
cause economiche e sociali che stanno dietro la globalizzazione, lo
studio accurato della realtà del capitalismo della nostra epoca, sono
altrettanto necessari se vogliamo lavorare alla costruzione di
un’alternativa a questa società, e non limitarci alla denuncia dei suoi
mali.
Da questo punto
di vista, ci pare indispensabile ripercorrere criticamente le teorie
che negli ultimi anni hanno cercato di dare una spiegazione complessiva
dei fenomeni economici e sociali che vanno sotto il nome generale di
"globalizzazione".
C’è un forte
dibattito che pervade tutta la sinistra e il "popolo di Seattle" su
argomenti quali il ruolo delle multinazionali, il ruolo degli Stati
nazionali, l’imperialismo, la natura della guerra nella nostra epoca,
il ruolo degli organismi sovrannazionali come il Fmi, la Banca
mondiale, il Wto e l’Ocse. Questo dibatto ha avuto un’eco significativa
all’interno del Partito della rifondazione comunista. Il dibattito
sulla cosiddetta "questione internazionale", apertosi all’interno del
gruppo dirigente del Prc, ha mostrato differenze significative di
posizioni riguardo tutti questi problemi. La tesi avanzata da
Bertinotti e da R. Mantovani, responsabile esteri del Prc, è che la
concezione marxista dell’imperialismo sia oggi insufficiente e inadatta
a spiegare gli avvenimenti recenti e i mutamenti del capitalismo
contemporaneo.
In questo
articolo tenteremo precisamente di dare risposta a questa domanda.
Cominceremo quindi col tornare a rivisitare i punti fondamentali della
posizione di Lenin sull’imperialismo, tentando un confronto con gli
sviluppi più recenti, per passare quindi a un’analisi delle principali
critiche che oggi vengono rivolte alla teoria marxista
dell’imperialismo, soffermandoci sia sulle posizioni diffuse in
generale nel movimento antiglobalizzazione, sia sul dibattito interno
al Prc.
Lenin e l’imperialismo
Nel suo libro L’imperialismo, fase suprema del capitalismo,
Lenin sviluppò la seguente definizione, avvertendo non si doveva mai
dimenticare "il valore convenzionale e relativo di tutte le
definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in
ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo".
Secondo Lenin i "principali contrassegni" dell’imperialismo sono:
"1) la
concentrazione della produzione del capitale, che ha raggiunto un grado
talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva
nella vita economica;
2) la fusione
del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla
base di questo "capitale finanziario", di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche."
Alcune cifre che
forniremo di seguito dimostrano come i settori decisivi dell’economia
mondiale siano oggi strettamente dominati da un pugno di imprese
giganti. Naturalmente questo concetto va inteso correttamente. È
impossibile per il capitalismo giungere a una completa monopolizzazione
dell’economia. Nuovi settori sorgono, i capitali si spostano da un
settore all’altro, rimettendo continuamente in discussione gli
equilibri raggiunti. Da qui l’incessante alternarsi di fasi di accordo
e di conflitto tra i grandi gruppi, tra fasi nelle quali questi
riescono a spartirsi più o meno di comune accordo i mercati e altre
nelle quali subentra la concorrenza più furiosa, fino alla guerra
commerciale e ai conflitti militari. È importante notare, tuttavia, che
la tendenza alla concentrazione del capitale non conosce praticamente
eccezioni. Anche nei nuovi settori, come quello delle tecnologie
informatiche, delle telecomunicazioni e delle tecnologie legate a
Internet, si vede un rapido movimento verso la concentrazione e la
creazione di un mercato dominato da pochi grandi attori
Riportiamo a questo proposito l’opinione di un economista di orientamento liberale. "L’economia
globale sembra così tesa a replicare, a livello planetario, in tempi
rapidissimi, un’evoluzione verso condizioni oligopolistiche o
monopolistiche storicamente osservata su scala più limitata a partire
dalla seconda metà dell’Ottocento ed esplicitatasi più compiutamente
dopo la seconda guerra mondiale in quello che può essere definito come
‘capitalismo oligopolistico’. (…) Il concetto small is beautiful,
"piccolo è bello", sembra superato e in questa fase storica si assiste
invece chiaramente a un ritorno del principio secondo cui bigger is better,
le dimensioni sono premianti: le economie di scala e l’avanzare delle
nuove tecnologie richiedono sempre più spesso forti aggregazioni di
capitali finanziari e competenze tecnologiche e, nel determinare
l’evoluzione delle imprese, tale esigenza prevale rispetto a quella
della pura e semplice innovazione". (Mario Deaglio, A quando la ripresa?, 1999)
Queste parole
sono confermate dalla vera e propria febbre di fusioni, acquisizioni e
scalate che ha colpito l’economia mondiale negli anni ‘90. Il processo,
partito dagli Usa, si sviluppa ora pienamente anche in Europa. Nei soli
primi 10 mesi del 1999 la somma delle fusioni operate a livello
mondiale ammontava a 2.200 miliardi di dollari, una cifra pari a circa
il 30% del Pil Usa. Le fusioni coinvolgono tutti i settori
dell’economia e della finanza. Banche, trasporti, servizi,
comunicazioni, new e old economy, sono tutti sottoposti allo stesso processo.
Ecco alcune cifre per il settore bancario (fonte: MF,
25.8.99): nel 1980 esistevano in Usa 36.103 banche; nel 1997 la cifra
era scesa a 22.140. Le cifre corrispondenti per la zona Euro sono di
9.445 e 7.040. Accanto alla riduzione generale del numero di banche,
vediamo il crearsi di una "cupola" che controlla l’insieme del settore:
le prime cinque banche europee controllano il 52,6% dell’insieme degli
impieghi.
Scorrendo gli
elenchi delle fusioni e delle scalate, emerge come queste coinvolgano i
settori più diversi. Nel settore auto vediamo operazioni come
Daimler-Chrysler, Fiat-Gm, Renault-Nissan, e ancora non è finita: la
enorme sovracapacità produttiva mette in ginocchio i giganti giapponesi
e coreani (crisi della Daewoo), e inevitabilmente vedremo nei prossimi
anni una ulteriore concentrazione del settore.
Il settore
aerospaziale, sia per la parte civile che per quella militare, ha visto
fra il 1990 e il 1998 negli Usa la riduzione da 11 a 8 delle imprese
operanti. Il mercato degli aerei civili oltre i 100 posti è ormai da
anni spartito fra la Boeing e il consorzio europeo Airbus.
Per quello che riguarda il trasporto aereo, cinque alleanze fra diverse compagnie uniscono circa 48 compagnie sui 5 continenti
Petrolio: le prime quattro società controllano il 72,8% del mercato, le prime otto il 93,3 (1999)
Internet: i due "browser" fondamentali (Explorer e Netscape) si dividono il 97% del mercato
Informazione:
l’80% delle notizie che viaggiano sui media sono originate da quattro
grandi agenzie di informazione (Reuters, AP, France Presse, Cnn).
E si potrebbe continuare a lungo
Più di un
economista ha tentato di smentire l’idea della concentrazione del
capitale, indicando come negli ultimi vent’anni i grandi gruppi
industriali hanno ridotto significativamente il numero dei loro
dipendenti, esternalizzando larga parte della produzione. Sarebbe
tuttavia ingenuo pensare che questo significhi una rinascita del
capitalismo delle piccole imprese e della libera concorrenza: le
imprese di fornitura e subfornitura sorte attraverso questo processo
assomigliano ben poco alle piccole imprese degli albori del
capitalismo. La maggior parte di queste non sono altro che reparti
staccati delle multinazionali, che non operano in realtà in modo
indipendente sul mercato, ma sono rigidamente vincolate nei prodotti,
nella tecnologia di produzione, spesso persino nella scelta e nella
formazione del personale, ai colossi dei quali sono fornitori.
La parziale
frammentazione delle grandi fabbriche è stata resa possibile dallo
sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, e ha permesso alle
multinazionali di inseguire manodopera e altri fattori della produzione
al minimo costo possibile. Ma in nessun modo si può parlare di un
"decentramento" del capitalismo, o di una perdita di potere dei grandi
monopoli. È vero precisamente il contrario.
La crescente
finanziarizzazione dell’economia è invece sotto gli occhi di tutti, con
la crescita abnorme delle Borse e della speculazione finanziaria a
tutti i livelli.
Questa ha effetti importanti non solo sulla struttura economica, ma anche sulla struttura sociale dei paesi imperialisti.
Lenin sottolineò
con grande acutezza come l’imperialismo portava con se un crescente
"parassitismo" della società, creando una classe sempre più numerosa di
persone che vivono di rendite, a discapito dei settori produttivi
dell’economia (agricoltura, industria, trasporti, ecc.).
La tendenza
spontanea dell’imperialismo, spiegò Lenin rifacendosi anche a studi di
economisti liberali come Hobson, è quella a penetrare e a colonizzare
tutto il pianeta, con le seguenti conseguenze:
1) Spostamento di una parte della produzione nelle colonie, e contemporaneo aumento dell’immigrazione nelle metropoli.
2) Creazione di strati sociali parassitari di rentiers,
"persone che non partecipano ad alcuna impresa e che hanno per
professione l’ozio", che si dividono il "sovrapprofitto imperialista",
cioè i profitti che vanno oltre il "normale" profitto capitalista, e
che dipendono dalla posizione monopolistica di sfruttamento del resto
del mondo da parte di un pugno di potenze. "L’esportazione di
capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell’imperialismo,
intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers
dalla produzione e dà un’impronta di parassitismo a tutto il paese, che
vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d’oltre
oceano".
3) Coinvolgimento
di una parte dello stesso movimento operaio, attraverso i suoi "capi
corrotti, o perlomeno pagati dalla borghesia", nell’appoggio
all’imperialismo.
Riferendosi alla situazione in Inghilterra, allora prima potenza imperialista, Lenin annota: "Nel paese più "commerciale" del mondo i profitti dei rentiers superano di cinque volte quelli del commercio estero! In ciò sta l’essenza dell’imperialismo e del parassitismo imperialista".
Appare evidente
da queste poche citazioni come la concezione di Lenin dell’imperialismo
fosse ben più articolata e complessa di quanto vorrebbero far apparire
molti dei suoi critici vecchi e nuovi. La realtà è che ogni tentativo
di ridurre l’imperialismo a uno solo dei suoi aspetti, che sia
l’esportazione di capitali, oppure il colonialismo e la "tendenza alle
annessioni", porta inevitabilmente a conclusioni unilaterali e quindi
scorrette. L’imperialismo non è, per i marxisti, una determinata
politica che per qualche oscuro motivo viene "scelta" dalla classe
dominante, a discapito di altre, non è la scelta ad esempio tra una
"politica di guerra" e una politica "di pace". L’imperialismo è una fase del capitalismo, uno stadio dello sviluppo della società capitalista.
Alleanze
economiche e guerre commerciali, accordi diplomatici e conflitti
militari si alternano incessantemente, seguendo il continuo mutare dei
rapporti economici, l’ascesa di nuove potenze, il declino di quelle
vecchie, la rottura degli equilibri precedenti. Solo analizzando
l’insieme di questi fenomeni e le relazioni fra di essi è possibile
giungere a una comprensione corretta dell’epoca attuale.
Più volte è stata
avanzata l’idea che, una volta dissolti i vecchi imperi coloniali, il
concetto di imperialismo non avrebbe più motivo di esistere, perché i
rapporti internazionali non sarebbero più rapporti di subordinazione
diretta, ma rapporti paritari attraverso il commercio, la diplomazia,
ecc.
I fatti
smentiscono facilmente questa propaganda ipocrita. Innanzitutto,
nonostante la fine degli imperi coloniali, esistono ancora forme di
controllo diretto. Cos’altro sono i "piani di aggiustamento
strutturale" del Fmi, se non una forma di controllo diretto e di
colonizzazione? Ben novanta paesi al mondo sono stati sottoposti a
questo tipo di misure. Diciotto paesi hanno "dollarizzato" la propria
moneta, cedendo così uno strumento decisivo della sovranità. Altri,
come la Slovenia, la Croazia, e domani forse anche la stessa Serbia,
potrebbero fare lo stesso nei confronti del marco tedesco.
Solo nel corso
degli anni ’90 abbiamo visto interventi diretti degli Usa, della Nato o
di singoli paesi imperialisti nei seguenti paesi: Irak, Panama, Haiti,
Somalia, Mozambico, Albania (due volte) Bosnia, Kosovo, Sierra Leone,
Colombia, Timor est. A questi "interventi umanitari" si aggiungano le
varie guerre per procura condotte in particolare nell’Africa centrale
da Francia, Usa, Gran Bretagna.
Le forme di
neocolonialismo che vedono una presenza militare diretta si legano in
generale più a esigenze strategiche e militari che a preponderanti
interessi economici. Questo è vero in particolare nel caso dei Balcani.
Ma accanto a
queste continua ad uno sfruttamento economico che genera a tutt’oggi il
"sovrapprofitto imperialista", del quale parlava Lenin.
Se osserviamo le
cifre riportate nella tabella 1 appare evidente come i paesi
imperialisti non solo concentrino nelle proprie mani circa metà della
produzione mondiale, ma traggano da essa un reddito decisamente
superiore. Un’ulteriore analisi mostrerebbe come questo ulteriore
margine (precisamente il "sovrapprofitto" di cui parlava Lenin) venga
diviso e ridiviso tra le potenze concorrenti con continui cambiamenti
nei rapporti di forza. Se l’analisi venisse prolungata oltre il 1994
fino ai giorni nostri, essa mostrerebbe un rapido calo nella quota di
bottino destinata al Giappone e un altrettanto rapido incremento di
quella degli Usa.
Queste cifre
mostrano come lo sfruttamento collettivo del mondo ad opera di un pugno
di grandi potenze non significa la fine dell’antagonismo fra diversi
imperialismi, ma al contrario avvenga proprio attraverso una lotta
serrata, condotta con tutti i mezzi leciti e "illeciti", tra queste
stesse grandi potenze. Questa lotta naturalmente non esclude la
possibilità di accordi, in particolare quando si tratta di coalizzarsi
contro i paesi che sono di fatto colonie dell’imperialismo, così come
non esclude la possibilità di accordi per spartirsi di comune accordo
una quota del bottino, ma sempre di accordi temporanei si tratta, di un
alternarsi fra tregue conflitti, e non certo della sparizione del
contrasto di interessi fra i diversi imperialismi.
Imperialismo e globalizzazione
La teoria di
Lenin dell’imperialismo viene oggi largamente ignorata
nell’elaborazione del movimento antiglobalizzazione. Molti pensano che
essa non sia sufficiente a spiegare l’attuale fase del capitalismo,
altri ritengono che sia completamente superata. Queste posizioni hanno
avuto un immediato riflesso nel dibattito interno al Prc, dove a
partire dalla guerra della Nato contro la Jugoslavia la "questione
internazionale" ha assunto via via un importanza crescente, portando
infine a un dibattito specifico nella Direzione nazionale del partito.
In quel dibattito (29 giugno 2000) venne presentato e poi votato a
maggioranza un documento stilato dal responsabile esteri del Prc, Ramon
Mantovani. Ci pare utile prenderne a riferimento il testo, poiché
racchiude in forma concentrata una serie di idee che hanno avuto largo
corso nel "popolo di Seattle" nel periodo recente.
Tre sono gli argomenti principali con i quali si vorrebbe rimettere in discussione la posizione marxista.
1) Il capitalismo
odierno sta perdendo sempre di più le proprie basi nazionali; le grandi
imprese non sono più imprese nazionali, il loro potere sovrasta quello
degli Stati.
2) Di conseguenza
il potere reale sfugge di mano ai governi e si concentra nelle mani di
organismi sovrannazionali quali il Wto, la Banca mondiale, l’Ocse, il
G-7, ecc.
3) Si va formando
un nuovo "governo mondiale", espressione degli interessi del capitale
internazionale, e di questo governo la Nato sarebbe il braccio militare.
Citiamo alcuni dei passi del documento che illustrano questi punti.
"Il
processo economico, culturale e politico universalmente identificato
come ‘globalizzazione’ costituisce una nuova fase del sistema
capitalistico, un vero e proprio nuovo capitalismo. (…) La dimensione
del capitale finanziario e la sua autonomia dai poteri politici
nazionali e sovrannazionali, l’analoga grandezza ed autonomia delle
società multinazionali, il nuovo modello produttivo (…) sono gli
aspetti salienti di questo nuovo capitalismo (…)
"Il processo
di globalizzazione capitalistica, infatti, produce (…) la controriforma
dei poteri classici dello Stato, che ne rovescia il ruolo, come
l’intervento sull’economia e sul modello sociale, attraverso la
tendenziale completa liberalizzazione dei mercati, le privatizzazioni e
le cosiddette ‘riforme strutturali’ imposte da organismi internazionali
totalmente subordinati agli interessi del capitale finanziario e delle
società multinazionali. (…) Si passa, in altre parole, da uno Stato
sovrano che, sebbene parte di un sistema capitalistico internazionale,
rimaneva dotato della possibilità di contribuire alla costruzione di un
modello economico e sociale, sul quale incidevano lo scontro di classe
e le conseguenti mediazioni sociali e politiche, ad uno Stato gestore
di politiche decise al di fuori della sua sovranità e quindi
tendenzialmente tecnocratico ed impermeabile al conflitto di classe e
ad ogni contraddizione incompatibile con gli interessi del nuovo
capitalismo. (…)
"Le guerre del
Golfo e dei Balcani, così come il ruolo del G-7, del Fondo monetario
internazionale, della Banca mondiale, dell’Ocse, del Wto, ecc.
dimostrano che, seppure fra mille contraddizioni, è in atto il processo
di costruzione di un governo reale del mondo, secondo gli interessi del
capitale globale. (…) In questo nuovo quadro il concetto di
‘imperialismo’, seppur vigente, deve necessariamente essere largamente
rifondato, mentre la nozione di ‘contraddizioni interimperialistiche’
appare del tutto incapace di descrivere la dinamica dei rapporti di
forza fra gli Stati e, al contrario, potrebbe rivelarsi fuorviante dal
punto di vista di chi si propone la lotta al capitalismo ed il suo
superamento."
Tratteremo in
seguito le conseguenze politiche di questa posizione. In primo luogo di
pare però necessario analizzarne il contenuto. È evidente che in tutti
gli argomenti proposti ci sono elementi di verità. Il
problema, tuttavia, è che non basta considerare questo o quel fatto
della vita politica ed economica, per giungere ad una analisi corretta.
Lasciamo ancora una volta la parola a Lenin: "Per rappresentare la
situazione obiettiva non cale citare esempi e addurre dati isolati: i
fenomeni della vita sociale sono talmente complessi che si può sempre
mettere insieme un bel fascio di esempi e di dati a sostegno di
qualsivoglia tesi. È invece necessario prendere il complesso dei dati relativi alle basi della vita economica di tutti gli Stati belligeranti e di tutto il mondo."
A queste parole ci sentiamo di aggiungere che non basta considerare la
situazione immobile in un dato momento, ma è necessario considerarla
nelle sue origini, nel suo sviluppo, nelle sue contraddizioni.
Liberismo e protezionismo
Il documento
citato mette innanzitutto in relazione il "nuovo capitalismo" alla
liberalizzazione degli scambi economici internazionali. Questo
significa ignorare completamente la storia economica e i rapporti
internazionali degli ultimi 150 anni. Liberismo (o liberoscambismo,
come veniva definito dagli economisti classici) e protezionismo non
hanno alcun legame obbligato con le politiche imperialiste, ma si sono
più volte scambiati di posto. Il liberismo è stato in genere l’arma dei
più forti. L’Inghilterra del XIX secolo era liberista perché la sua
supremazia industriale le permetteva di affrontare e sbaragliare
qualsiasi concorrente; il protezionismo era allora l’arma dei
capitalismi più deboli che tentavano di emergere e dovevano proteggere
le proprie industrie nascenti. Questo fu vero in particolare per il
capitalismo tedesco, che riuscì anche grazie a questo a recuperare in
pochi decenni lo svantaggio e a presentarsi come concorrente mondiale
dell’Inghilterra. Analogo fu il percorso del Giappone. Gli anni
1880-1914 videro prevalere sempre di più le politiche protezionistiche,
unite a una lunga serie di trattative e scontri attraverso i quali le
grandi potenze tentavano di spartirsi in modo "pacifico" l’intero
pianeta a spese dei popoli coloniali.
Il "concerto
delle potenze" tuttavia non riuscì (né sarebbe mai potuto riuscire) a
creare una gestione pacifica e concordata del potere mondiale, e lo
sbocco inevitabile fu la Prima guerra mondiale.
Negli anni fra le
due guerre, e in particolare dopo la crisi del 1929, il protezionismo
raggiunse i suoi massimi livelli storici: si trattava in effetti dello
schermo dietro al quale ogni potenza, dalla Germania nazista, agli Usa,
al Giappone preparava le forze per un nuovo conflitto mondiale.
Gli anni del
secondo dopoguerra furono al contrario anni nei quali le barriere al
commercio mondiale vennero largamente rimosse. Ripetendo su scala
ancora più grande la strada dell’Inghilterra del secolo precedente, gli
Usa costruirono il loro impero anche utilizzando lo strumento della
liberalizzazione degli scambi che, data la supremazia conquistata
durante la Seconda guerra mondiale, tornava nuovamente a loro vantaggio
Oggi si fa un gran parlare della liberalizzazione del commercio mondiale; ma la realtà è ben diversa.
La
liberalizzazione viene imposta dai paesi avanzati a quelli
sottosviluppati come strumento di penetrazione e saccheggio di questi
paesi, e qui effettivamente si crea un interesse comune di tutti paesi
imperialisti. Non c’è tuttavia niente di nuovo in tutto questo, poiché
più volte nella storia le potenze imperialiste hanno creato alleanze
comuni a spese dei popoli coloniali. Episodi storici come la
repressione della rivolta dei Boxers nella Cina di inizio
secolo, quando tredici potenze imperialiste (inclusa l’Italia)
inviarono truppe per reprimere un movimento antioccidentale e
anticoloniale, fino all’intervento congiunto contro la rivoluzione
Russa nel 1918-21, sono paragonabili alle guerre contro l’Irak del 1991
o a quella dei Balcani.
Ma se
consideriamo l’insieme dei rapporti economici internazionali, vediamo
come il processo in atto non sia quello di un abbattimento generale
delle barriere commerciali, ma piuttosto il contrario: la formazione di
tre giganteschi blocchi economici, attorno a Usa, Giappone e Germania.
Mentre
all’interno di questi tre blocchi il commercio cresce e c’è una
effettiva integrazione, all’esterno degli stessi il commercio non vede
una crescita significativa, e sono invece sempre più numerosi i punti
di attrito e di tensione, dalla carne alle biotecnologie, che vedono
scontri commerciali e minacce reciproche di barriere protezionistiche e
di ritorsioni commerciali.
È precisamente
questa situazione che spiega l’attuale paralisi del Wto e del Fondo
monetario. Entrambi questi organismi sono oggi in uno stato di
sostanziale stallo, che si è manifestato in modo evidente nel famoso
vertice di Seattle. Questa osservazione ci porta al secondo punto in
discussione: il ruolo degli Stati nazionali.
Wto, Fmi, Banca mondiale:
cosa sono queste istituzioni?
Gli organismi internazionali vengono presentati come
esecutori diretti delle volontà del "capitale globale", al di sopra
degli Stati nazionali i quali diventano dei semplici esecutori delle
politiche imposte dall’alto.
Ma dietro a una descrizione colorita e
apparentemente efficace del funzionamento degli organismi
sovrannazionali, la realtà è ben diversa. Si vuole ignorare il fatto
semplice e decisivo che in tutti questi organismi siedono i
rappresentanti degli Stati, i ministri, i capi di governo, gli alti
gradi delle burocrazie statali. Questi organismi sono terreni di
confronto e di scontro fra gli Stati, forum nei quali le grandi
potenze tentano di regolare i propri affari in modo concordato,
cercando di evitare con la trattativa gli scontri commerciali e
diplomatici. Nel Wto non siedono gli immaginari rappresentanti di un
"capitale globale" senza patria, ma i concreti rappresentanti di
concretissimi interessi capitalistici dei diversi paesi, delegati dagli
Stati a questi compiti.
Quello che si determina in questi organismi non è la
volontà di un ipotetico "capitale globale", bensì è la risultante di
rapporti di forza tra Stati e coalizioni di Stati che incessantemente
si creano e si scontrano sui diversi terreni economici.
Alcuni esempi chiariranno meglio il rapporto tra
istituzioni sovrannazionali e Stati nazionali. Quando venne firmato il
famigerato trattato di Maastricht, vennero poste condizioni rigidissime
per l’adesione all’Euro da parte dei diversi paesi. Eppure quando venne
il momento di creare formalmente la moneta unica, quelle condizioni
rigidissime vennero allegramente dimenticate per permettere all’Italia
di aderire all’Euro. Quella decisione venne presa nonostante e contro quella che era la posizione degli "eurocrati"
che avevano stilato il trattato. Il motivo era semplice: per motivi
politici, i diversi Stati europei giunsero alla conclusione che era
necessario "chiudere un occhio" per evitare guai peggiori derivanti
dalla nascita di un Euro privo dell’Italia.
Ancora più chiaro l’esempio del cosiddetto Ami,
l’accordo multilaterale sugli investimenti. Questo accordo, se messo in
pratica, avrebbe effettivamente creato le basi legali per sottomettere
la volontà degli Stati a quelli di singole multinazionali. Ma è bastata
l’opposizione della Francia per farlo mettere da parte.
Il motivo di questo è molto semplice: checché se ne dica, il capitalismo non può e non potrà mai vivere senza una struttura statale.
Questo vale sia da un punto di vista economico che da un punto di vista
sociale. Senza uno Stato, vale a dire un apparato militare, poliziesco,
burocratico, ecc., la classe dominante non potrebbe né mantenere il
proprio potere, né le proprie proprietà, né imporre le proprie leggi.
Il diritto, la legge, non è nulla senza una forza che ne imponga il rispetto.
Questo semplice postulato del marxismo è valido sia nei rapporti fra le
classi che nei rapporti internazionali. E la "forza", cioè gli
eserciti, è oggi come ieri saldamente concentrata nelle mani degli
Stati.
Abbandonare questo concetto significa credere che il
"capitale globale" possa imporre magicamente il proprio volere in virtù
di non si sa quale meccanismo o forza di convinzione, oppure aprire la
strada all’utopia che sotto il capitalismo possano esistere rapporti
internazionali non determinati dai rapporti di forza economici,
politici e militari.
Quello che c’è di nuovo è il ruolo di assoluta
supremazia degli Usa, i quali hanno indubbiamente raggiunto una
posizione senza precedenti nella storia del capitalismo, conquistandosi
una preponderanza nei confronti di tutte le altre potenze che non ha
paragoni neppure con la posizione dell’impero britannico all’apice
della sua potenza.
Questo fatto, che viene analizzato più compiutamente in un’altra parte di questa rivista (si veda l’articolo Il nuovo disordine mondiale),
è ben presente nel dibattito sia del Prc che in generale nel movimento
antiglobalizzazione. Ben pochi tuttavia si preoccupano di capirne le
origini e i limiti
Nell’alluvione di "nuovismo", (nuovo capitalismo,
nuova economia, nuove teorie) per che Bertinotti e Mantovani non si
siano resi conto che la loro analisi ricalca quasi passo per passo la
classica posizione del teorico socialdemocratico Karl Kautsky
all’inizio del secolo.
Kautsky, avanzando la propria teoria
dell’imperialismo, teorizzò che in futuro il capitalismo avrebbe potuto
portare alla creazione di un "super-imperialismo", cioè di una
coalizione internazionale del capitale che si sarebbe suddivisa di
comune accordo lo sfruttamento del mondo.
"Dal punto di vista strettamente economico non
può escludersi che il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase:
quella cioè dello spostamento della politica dei cartelli nella
politica estera. Si avrebbe allora la fase dell’ultra-imperialismo", la fase "dello sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato".
Kautsky dava a questa ipotesi in carattere pacifista
e ottimistico. A suo dire, si sarebbe trattato di un sistema nel quale
la ripartizione del mondo sarebbe avvenuta in maniera pacifica, e per
questo venne aspramente attaccato da Lenin nell’Imperialismo.
È vero che oggi i teorici della globalizzazione non
condividono questo tipo di utopia pacifista, che è piuttosto
rappresentata da elementi progressisti o liberali, i quali difendono la
globalizzazione come opportunità di sviluppo per i paesi poveri.
Tuttavia la sottovalutazione, o addirittura l’ignorare completamente il fatto che anche oggi
continuano ad esistere interessi differenti e contrapposti tra i grandi
blocchi imperialistici (Usa, Giappone, Unione europea in primo luogo),
e che il mutare incassante delle condizioni economiche e dei rapporti
di forza fa sì che continuamente sorgano nuovi paesi che tentano di
porsi sulla via dell’imperialismo, perlomeno a livello regionale
(Sudafrica, India, Turchia, ecc.) porta a conclusioni estremamente
pericolose, come mostreremo immediatamente.
Il ruolo dell’Europa
Citiamo ancora dal documento di Mantovani: "In
questo nuovo quadro il concetto di ‘imperialismo’, seppur vigente, deve
necessariamente essere largamente rifondato, mentre la nozione di
‘contraddizioni interimperialistiche’ appare del tutto incapace di
descrivere la dinamica dei rapporti di forza fra gli Stati e, al
contrario, potrebbe rivelarsi fuorviante dal punto di vista di chi si
propone la lotta al capitalismo ed il suo superamento."
La conclusione che se ne trae è che esiste un solo
impero, quello americano, e che le potenze europee sarebbero solo dei
vassalli dello zio Sam. Questa posizione contiene un elemento di
verità, ma solo una piccola parte. È vero che in molti casi l’Europa (e
anche il Giappone) è costretta a subire le decisioni degli Usa, anche
quando queste urtano contro i propri interessi. Ma quali sono le
conseguenze di questa situazione? Ci pare evidente che il contrasto tra
Unione europea e Stati uniti si esprime in modo sempre più chiaro sia
sul terreno economico che su quello diplomatico e militare. Per
esempio, alcuni paesi europei con alla testa la Francia tentano di
rompere l’embargo Usa contro l’Irak, riprendendo i rapporti
commerciali. Ovviamente non li spinge una motivazione umanitaria, ma la
crescita enorme del prezzo del greggio, unita ai contratti miliardari
della Elf che da un decennio attendono di essere attuati. Anche nei
Balcani, nonostante la guerra contro la Jugoslavia sia stata condotta
di comune accordo da tutti i paesi della Nato, esiste un sordo
conflitto tra Usa ed Europa, in particolare la Germania e la Francia.
Lo smembramento della Jugoslavia ha condotto a una spartizione della
zona, con Albania e Bosnia sotto il prevalente controllo americano,
Slovenia e Croazia sotto la Germania, e ora si apre la lotta per la
Serbia, dove Kostunica prospetta di introdurre il marco tedesco come
seconda moneta circolante.
Allo stesso modo, i paesi europei tentano di
introdursi nei mercati latinoamericani, largamente controllati dagli
Usa, proponendo al presidente venezuelano Chavez di contrattare il suo
abbondantissimo petrolio in euro.
Esiste quindi una lotta sempre più spregiudicata per
una nuova suddivisione dei mercati mondiali. In questo contesto,
diventa di decisiva importanza dare un giudizio del ruolo dell’Europa,
attuale e futuro.
Tutti i paesi europei sono impegnati a far passare
programmi di riarmo e di riammodernamento dei propri eserciti con la
prospettiva di impegnarsi sempre di più in "missioni di pace" (leggi
guerre coloniali) al di fuori dei propri confini. Si rafforzano gli
eserciti professionali, si investe massicciamente sul caccia europeo
Eurofighter, l’Italia decide di dotarsi di una portaerei (su questo
argomento vedi anche La nuova corsa al riarmo, "FalceMartello" no. 141, nonché l’articolo Il nuovo disordine mondiale in questa stessa rivista).
La questione dell’integrazione europea complica
ulteriormente questo processo, poiché le rivalità tra gli Stati europei
non sono affatto state cancellate. Tuttavia una cosa è certa: l’Europa
non può sfuggire alla necessità di riarmarsi, come non possono
sfuggirvi il Giappone, la Russia, l’India, gli stessi Usa.
Nella nuova gara imperialistica vedremo
inevitabilmente fiorire tutti i classici argomenti della propaganda, i
quali sono altrettanto necessari delle portaerei e dei carri armati per
condurre una politica di rapina. Se la borghesia Usa ama presentarsi
come la paladina dei diritti umani e dell’autodeterminazione dei popoli
e sostiene il diritto all’"ingerenza democratica", gli squali della
diplomazia europea tenteranno di presentarsi come portatori di un
modello sociale più "umano" e "sociale" di quello Usa, mentre
l’imperialismo giapponese giocherà sui presunti valori asiatici di
sobrietà, laboriosità e non disegnerà forse, come già fece nel 1939-45,
di presentarsi come un paladino dei popoli colorati contro l’egemonia
bianca sull’Asia.
La minima concessione a questo tipo di retorica
costituisce un tradimento della lotta contro l’imperialismo. E
purtroppo sono sempre più numerose le voci, anche nel Prc, che cadono
in questa trappola. Invocare ad ogni pié sospinto l’intervento
dell’Europa, o persino gli interessi europei, criticare l’Europa per la
sua incapacità di intervenire nella crisi palestinese o in quella
jugoslava significa ignorare completamente la realtà dei rapporti
internazionali sotto il capitalismo.
Chiedere all’Europa di "intervenire" significa
chiedere alla borghesia europea di dotarsi degli strumenti economici e
militari sufficienti a contrapporsi apertamente all’imperialismo Usa.
Parlare come fa Mantovani della necessità di "un’altra Europa", di
"un’effettiva democratizzazione dell’integrazione politica ed una
politica estera comune" significa vivere nel mondo dei sogni.
L’unica "altra Europa" possibile, che conduca
una diversa politica estera, può essere una federazione socialista
europea, nella quale i lavoratori prendano l’effettivo controllo di
tutte le principali leve dell’economia e dello Stato, esproprino le
multinazionali europee avviando un processo rivoluzionario.
Qualsiasi altra prospettiva di integrazione europea
sotto il capitalismo può tradursi solo in un incubo per i popoli
europei e per tutte le regioni che cadrebbero sotto un nuovo dominio di
tipo coloniale (area mediterranea, penisola balcanica, ecc.).
Qui vediamo una delle conseguenze più pericolose
delle teorie sulla globalizzazione e la fine degli Stato nazionali: una
tendenza in primo luogo a idealizzare il passato, dipingendo una
condizione che nella realtà non è mai esistita, in cui un idilliaco
Stato nazionale "permeabile al conflitto di classe" permetteva ai
lavoratori di "incidere sulla costruzione del modello sociale"; in
secondo luogo, una idealizzazione dell’Europa, sia pure dichiarata
"diversa" da quella attuale, che chiude completamente gli occhi di
fronte al ruolo imperialistico della borghesia europea, ruolo che
esisteva ieri, esiste oggi e ancora di più esisterà in futuro.
Due facce di un’ideologia
Per tentare un bilancio di questa analisi, dovremmo
dare un giudizio sull’ideologia della globalizzazione e sul suo
significato.
E necessario partire da una constatazione. La
globalizzazione è stata presentata dalla stragrande maggioranza dei
media, delle forze politiche e del mondo culturale come qualcosa di
inevitabile e positivo ad un tempo. "La costruzione delle ferrovie
sembra un’impresa semplice, naturale e democratica, apportatrice di
civiltà e di progresso: tale appare infatti agli occhi dei professori
borghesi, stipendiati per imbellettare la schiavitù capitalistica, e
agli occhi dei filistei piccolo-borghesi. Nella realtà i fili
capitalistici che collegano queste imprese, per infinite reti, alla
proprietà privata dei mezzi di produzione in generale, hanno
trasformato la costruzione delle linee ferroviarie in strumento di
oppressione di un miliardo di uomini nei paesi asserviti (tutte le
colonie, più le semicolonie), cioè di più della metà degli abitanti del
globo terrestre, e degli schiavi del capitale nei paesi ‘civili’". (Lenin, L’imperialismo).
Si affianchino alla parola "ferrovie" le parole "reti telematiche,
oleodotti, reti di distribuzione energetica," e le parole di Lenin
valgono oggi come e più che nel 1915.
L’ideologia del movimento di Seattle è progressiva
nella misura in cui contesta l’ottimismo ufficiale, denuncia i crimini
del capitalismo, svela le menzogne della propaganda liberale. Tuttavia
il carattere limitato e contraddittorio di queste posizioni emerge
chiaramente nell’insufficienza delle proposte, nell’incapacità di
indicare i soggetti sociali e gli strumenti politici che possano
contrapporsi a tutto ciò (su questo vedi anche l’articolo "da Seattle a
Nizza: un bilancio del movimento, in questa stessa rivista).
Questa insufficienza non è casuale. Il processo di
liberalizzazione dei mercati la distruzione dello Stato sociale e la
penetrazione sempre più devastante nei paesi ex coloniali colpiscono
duramente non solo il proletariato, ma anche vasti settori della
piccola borghesia sia urbana (commercianti, artigiani, burocrazia dello
Stato, ecc.) sia contadina, accentuano e rendono ancora più esplosivi
problemi storici quali la riforma agraria incompiuta di paesi quali il
Brasile o il Messico, il mancato rispetto dei diritti delle nazioni
indigene, ecc.
Gran parte di coloro che elaborano le nuove teorie
sulla globalizzazione sono in realtà i portavoce intellettuali di
questi ceti.
Il contadino strozzato dalle multinazionali
agroalimentari e commerciali, il negoziante che soccombe di fronte alla
grande distribuzione, l’intellettuale che si sente sempre più
espropriato del proprio status sociale (vero o presunto)… si tratta di
milioni, di persone nel mondo, che vengono spinte all’opposizione dallo
stesso sviluppo del capitalismo. Il problema fondamentale è: che tipo
di opposizione? In base ai loro interessi materiali, questi ceti
tendono sempre a dare una risposta regressiva, a cercare una soluzione
in un impossibile ritorno indietro. Molte delle idee che si esprimono
nel movimento sono in realtà legate a questo concetto: tornare al
piccolo commercio, alla produzione su piccola scala, alle "leggi
giuste" (in realtà mai esistite) della concorrenza "corretta", tornare
allo Stato nazionale.
Per questo la protesta dei ceti medi può sconfinare
facilmente verso i partiti di destra. L’allevatore rovinato dall’Unione
europea può trovarsi in piazza a Nizza, ma può altrettanto facilmente
schierarsi dietro alla Lega di Bossi o ai partiti nazionalisti.
L’aspetto positivo è che comunque la
destabilizzazione dei ceti medi costituisce un indebolimento del
capitalismo, un’erosione delle sue basi sociali, di consenso di massa.
Una parte di questa radicalizzazione può incrociare e affiancare la
lotta del movimento operaio, e in questo risiede l’aspetto più positivo
di questi movimenti.
La nostra valutazione del movimento di Seattle non
può quindi limitarsi a una critica delle posizioni utopiche che in esso
si esprimono: la radicalizzazione politica che esso mette in luce,
soprattutto la sua capacità di attrarre alla politica nuove fasce di
giovani, la critica radicale al capitalismo costituiscono un elemento
politico enormemente positivo e un sintomo, per chi abbia occhi per
vedere, di altri processi più profondi che stanno maturando nella
nostra società.
Sottovalutarlo ci pare un errore gravissimo, che
alimenta le posizioni più istituzionaliste e moderate all’interno del
movimento operaio. La radicalizzazione dei ceti medi e soprattutto
quella di una parte significativa dei giovani ha un enorme valore
sintomatico, è un indice delle tensioni sotterranee che si accumulano
nella società e che cercano una strada per manifestarsi. Troppi
comunisti dimenticano che le grandi rivoluzioni, dal maggio del ’68 in
Francia fino alla stessa rivoluzione russa, sono cominciate
precisamente con l’agitazione degli giovani, degli studenti, degli
intellettuali.
La classe lavoratrice ha tutto l’interesse a
partecipare a questo movimento, a discuterne le istanze nelle proprie
organizzazioni, a fare proprie quelle rivendicazioni progressive che
esso esprime, a legarsi ad esso e gettare il proprio peso sociale e
politico sul piatto della bilancia, per fare il salto di qualità e
passare dall’attuale fase nella quale prevalgono la denuncia, le
manifestazioni simboliche, a una nuova fase di lotta di classe aperta,
che possa coinvolgere non solo settori d’avanguardia, ma i milioni, le
decine di milioni di lavoratori che, come si è visto a Seattle e a
Nizza, possono imprimere la svolta decisiva.
Per la rinascita
dell’internazionalismo
I lavoratori sono
gli unici che possono offrire una reale prospettiva internazionale a
questo movimento, poiché la necessità di difendere i propri interessi
li spingerà inevitabilmente in questa direzione.
La partecipazione
di settori significativi di lavoratori sindacalizzati alle
manifestazioni di Seattle e Nizza ha come esista potenzialmente un
terreno fertile per la rinascita di idee internazionaliste nel
movimento operaio . Dicendo questo non intendiamo dire che
necessariamente tutti i futuri movimenti dei lavoratori si
svilupperanno immediatamente su basi internazionali. Diciamo invece che
sempre più i lavoratori saranno spinti a cercare soluzioni
internazionali ai propri problemi, a cercare di costruire legami
sindacali e politici che superino l’ambito puramente nazionale, a
sviluppare le proprie rivendicazioni e i propri programmi in base alle
condizioni generali del capitalismo internazionale e a una lotta di
classe che tenderà sempre più a scavalcare le frontiere.
Questa situazione
impone ai comunisti un intervento deciso, per fecondare questo processo
che è già in atto, sia pure in fase embrionale, con le idee marxiste e
con il programma rivoluzionario. Una battaglia ideologica
intransigente, che critichi con fermezza tutte le illusioni e gli
errori del movimento antiglobalizzazione è una premessa indispensabile
di questo lavoro. Passare dal "No alla globalizzazione" al "No
all’imperialismo", dall’opposizione al neoliberismo all’opposizione al
capitalismo in tutte le sue forme: queste sono le basi generali sulle
quali è possibile costruire un intervento dei comunisti nel movimento e
soprattutto costruire la mobilitazione dei lavoratori e una nuova
politica internazionalista di classe.
I partiti
comunisti si pongono purtroppo oggi in coda a questo processo. Decenni
di influenza dello stalinismo hanno condotto il movimento comunista,
che era nato su basi internazionali, ad assimilare una visione
puramente nazionale. L’internazionalismo è stato sostituito da una
pratica di rapporti fra partiti che non è altro che una caricatura
della diplomazia borghese.
Il dibattito
sulla "questione internazionale" nel Prc ha mostrato come l’alternativa
sulla quale si divide il gruppo dirigente sia una falsa alternativa. Da
un lato c’è la posizione di Bertinotti e Mantovani, che nei fatti
propongono di accodarsi al movimento, di imitarne i lati negativi
anziché quelli positivi, di fare nostri gli aspetti scorretti
dell’ideologia della globalizzazione anziché fare una battaglia
politica aperta per difendere idee corrette; dall’altra parte
l’alternativa proposta da compagni come Fausto Sorini e dal gruppo che
fa capo alla rivista "L’Ernesto", i quali sotto una apparente difesa di
concetti e analisi classiche del marxismo (affermando per esempio
l’applicabilità del concetto di imperialismo) hanno sviluppato una
posizione secondo la quale l’unica alternativa possibile
all’imperialismo Usa è quella che può venire dalla formazione di un
blocco antagonista formato da paesi come la Russia, la Cina, l’India,
riproponendo una versione in sedicesimo di quello che una volta veniva
chiamato il "campo socialista" (sulla posizione di Sorini nel dibattito
del Prc, vedi anche l’articolo "La teoria dei due campi", in questa
rivista). Sul piano pratico queste due posizioni si traducono l’una in
un sostanziale "codismo", nel disperdersi del partito all’interno del
movimento; l’altra nell’ignorare il movimento stesso e in definitiva
nello scoraggiare la partecipazione dei comunisti ad esso.
Come abbiamo già
detto, la nostra convinzione è che le mobilitazioni di quest’anno
costituiscano un preludio di avvenimenti più vasti e tempestosi su
scala internazionale. Il panorama economico e politico internazionale è
carico di elementi di instabilità. Ma se questa nostra ipotesi è
corretta, ne segue una conclusione importante: le battaglie ideologiche
e politiche che si combattono oggi all’interno del movimento non sono
che un’anticipazione delle grandi battaglie politiche del futuro. La
lotta per la chiarificazione teorica e politica che oggi i marxisti
devono condurre è la premessa indispensabile per costruire una forza
che possa conquistarsi un ruolo dirigente nelle lotte future del
movimento operaio.
Tabella 1
Distribuzione della produzione e del reddito mondiale
1960 1980 1994
Paese produz. reddito produz. reddito produz. reddito
Usa 26,8 37,6 21,4 23,3 20,8 26,0
Ue 25,1 23,4 23,0 29,2 20,9 28,7
Giappone 4,4 3,2 7,8 9,1 8,4 18,0
Totale 56,3 64,2 52,2 61,6 50,1 72,7
Fonte: G. Lafay, Capire la globalizzazione
Tabella 2
Percentuale delle esportazioni dirette all’interno dei
blocchi commerciali
1990 1994 1998
Nafta 41,4 48,0 51,0
Unione europea 59,0 56,8 62,5
Mercosur 8,9 19,2 24,8
Fonte: Fmi
Gennaio 2001
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