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Un bilancio del movimento
Il movimento contro le istituzioni mondiali del
capitale e la globalizzazione si è imposto come protagonista sulla
scena politica dopo le contestazioni al vertice del Wto di Seattle del
dicembre 1999.
Da allora ogni riunione dei grandi organismi
economici e finanziari, a Washington, Davos, Praga, Nizza e anche,
logicamente su scala minore, a Genova, Ancona, Bologna è stata posta
sotto assedio da migliaia e decine di migliaia di manifestanti.
Qualcosa sta
cambiando. Dagli anni ottanta in poi il capitalismo ed i suoi dogmi
ideologici, il libero mercato, la flessibilità, il profitto e appunto
la globalizzazione, sembravano trionfanti. Ma ora settori significativi
di giovani, di lavoratori e anche di classi medie stanno ponendo in
discussione i meccanismi di funzionamento del sistema esistente. Ciò
avviene non solo nel sud del mondo, ma pure nell’occidente sviluppato,
negli Stati uniti, paese simbolo delle multinazionali e della "new
economy".
Come marxisti partecipiamo a questo movimento, che
consideriamo il segnale più chiaro dell’ingresso di una nuova
generazione nella lotta per il cambiamento del mondo in cui viviamo.
Tuttavia, proprio perché abbiamo a cuore questa lotta, riteniamo che
sia necessario discutere ed evidenziare oltre alle potenzialità, tutti
i limiti del movimento, allo scopo di rafforzarci e procedere verso
conquiste significative.
L’esperienza di Seattle
La contestazione
di massa alla riunione del Wto a Seattle è stata sicuramente la
scintilla che ha innescato le mobilitazioni anche qui in Europa. Circa
cinquantamila persone per le strade della città sul Pacifico
rappresentavano uno spettacolo che non si vedeva da molti anni negli
Stati Uniti. Quale era la caratteristica decisiva di quella
manifestazione? Oltre a organizzazioni e associazioni di vario tipo,
più o meno radicali, ambientaliste e non, l’aspetto che ha fatto fare
il salto di qualità si può trovare nella partecipazione della classe
lavoratrice, degli attivisti sindacali da tutto il paese, organizzati
dall’Afl-Cio, la centrale sindacale americana. Anche il suo segretario,
Sweeney, era presente alla contromanifestazione.
Sicuramente
alcune delle rivendicazioni della centrale sindacale americana avevano
un aspetto protezionista e nazionalista, da cui non è esente
l’opposizione all’entrata nel Wto della Cina. Ciò costituisce però una
reazione comprensibile e immatura della classe operaia davanti a una
situazione di pericolo, nella contemporanea mancanza di un’alternativa
internazionalista. Inoltre da simpatie protezioniste non sono immuni
pezzi del movimento in Europa che godono di un’immagine molto più
radicale.
La partecipazione
massiccia di settori della classe lavoratrice a Seattle non è che il
riflesso di una radicalizzazione che sta iniziando in Usa. Lotte
importanti si sono succedute alla General Motors, alla Ups, nel settore
dei servizi a Las Vegas e in California, fino alla Verizon
quest’estate. La gran parte di esse si sono concluse con vittorie,
anche se parziali. C’è un aumento della sindacalizzazione nel paese.
Nel 1995, da quando John Sweeney è stato eletto alla testa
dell’Afl-Cio, abbiamo assistito a una maggiore attenzione da parte del
sindacato americano rispetto all’organizzazione di nuove leve di
lavoratori. Questo sia per cercare di trovare una via di uscita alla
crisi che lo attanagliava, sia per rispondere alla pressione crescente
da parte della massa dei lavoratori statunitensi, che esigono un netto
miglioramento delle loro condizioni di vita, sempre più difficili. Nel
1998 infatti il livello reale dei salari era inferiore del 12% rispetto
al 1979.
Proprio il
coinvolgimento dei lavoratori ha preoccupato non poco la classe
dominante americana. E questo accade in un periodo di boom economico in
Usa, basato anche sul supersfruttamento della manodopera.
Il coinvolgimento
della massa della classe lavoratrice e delle sue organizzazioni
tradizionali è stato l’elemento mancante delle mobilitazioni in Italia
e in Europa, almeno fino a Nizza. Qui il 6 dicembre abbiamo visto una
manifestazione significativa, di circa 80-100mila lavoratori, portati
in piazza dalla Ces, la confederazione europea dei sindacati. Una
svolta importante, anche se la piattaforma su cui era convocata
l’iniziativa era alquanto moderata. La Ces sostiene la Carta dei
diritti, approvata a Nizza dai governi dell’Ue, limitandosi ad
auspicare solo dei miglioramenti nel campo dei diritti sociali.
I dirigenti
sindacali e dei partiti riformisti, infatti non solo non sono contro,
ma in molti casi promuovono la globalizzazione capitalista e, quando
sono al governo, fanno parte di istituzioni come la Banca mondiale, il
Wto, l’Ocse ecc. L’ostacolo che pongono i vari Veltroni, Cofferati,
Jospin e Blair alla comprensione dello scontro in atto da parte di
larghi strati della popolazione non è indifferente. Tuttavia è
indiscutibile che se si fosse fatta una seria indagine fra i
partecipanti al corteo del 6 dicembre, la condivisione dei programmi
dei loro leaders non sarebbe stata così entusiasta.
Tuttavia una
parte delle difficoltà di aggregazione è dovuta all’analisi che diversi
settori del movimento anti-globalizzazione compiono dei rapporti di
forza fra le classi esistenti.
Questi settori
ritengono che la classe operaia, almeno nei paesi occidentali, non
abbia più un ruolo "centrale" nel conflitto, sia "integrata nel
sistema", che il mondo del lavoro sia "scomposto, in fase di
disintegrazione", "residuale", "annientato dalla flessibilità e dalla
precarizzazione", e così via.
Per tutti questi
compagni, finita l’epoca (in occidente) del fordismo e
dell’operaio-massa le lotte della classe operaia non sono più
possibili, oppure "si possono sviluppare diversi momenti di
conflittualità, ma nessuno di questi è in grado di inceppare il
meccanismo di accumulazione". (Andrea Fumagalli, Sul reddito di
cittadinanza)
Addirittura
durante le mobilitazioni anti-Ocse a Bologna nel giugno scorso la
maggioranza di "Contropiani" il coordinamento creato proprio in
occasione del convegno, si è schierata contro la proposta di uno
sciopero generale per bloccare il vertice, ed ha lanciato lo slogan di
uno "sciopero di cittadinanza".
"Cittadini" o lavoratori?
La realtà è che
il fordismo, o il taylorismo, sono solo alcune delle modalità
attraverso le quali il capitale organizza o ha organizzato la
produzione. A una tale conclusione era già arrivato Marx nel Manifesto
del Partito Comunista del 1848:
"La borghesia non
può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di
produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di
esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece
l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo
rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte
le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni
contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche
precedenti."
Davanti al
cambiamento dei sistemi di produzione, la classe lavoratrice, ma
soprattutto i suoi dirigenti, si è sempre trovata disorientata. Prima
delle grandi lotte dell’Autunno Caldo e degli anni settanta, le
organizzazioni sindacali semplicemente non sapevano come organizzare
gli operai non qualificati che arrivavano dal Mezzogiorno, legati
com’erano alla loro base tradizionale composta dal lavoratore
specializzato milanese o torinese.
Se i padroni
possono rivoluzionare gli strumenti di produzione, c’e una cosa di cui
non possono fare a meno: il lavoro salariato. Il lavoro umano (o
animale) rappresenta l’unica fonte di plusvalore ed è proprio dal
plusvalore non corrisposto in forma di salario al lavoratore che i
borghesi traggono il profitto. Infatti il numero dei lavoratori
salariati a livello mondiale non diminuisce, ma anzi aumenta.
Addirittura nei paesi dell’Ocse, dove pure sono in atto processi di
ristrutturazione su larga scala, il numero dei lavoratori
dell’industria è cresciuto, sia pure di poco, passando dai 112 milioni
del 1973 ai 113 del 1995. Nel resto dei paesi, cosiddetti in via di
sviluppo, la forza lavoro industriale è aumentata dai 285 milioni del
1980 ai 407 del 1995. (fonte: www.labornotes.org)
In Italia cala il
numero degli addetti nella grande industria, ma che dire della
costruzione di migliaia di posti di lavoro nei cosiddetti servizi,
spesso con una grande concentrazione di lavoratori nello stesso
stabilimento, come i call centers?
La
ristrutturazione in atto da circa vent’anni nell’industria non è una
rivoluzione, è una risposta alla fase di stagnazione generale del
capitalismo. I mercati non mantengono la crescita del periodo
precedente e per mantenere i loro margini di profitto i borghesi,
attraverso anche l’uso delle nuove tecnologie, tagliano tutto quello
che si può tagliare, la forza lavoro, i salari, le pause, le scorte di
magazzino, e aumentano i ritmi di lavoro, gli orari, ecc..
Si parla di
"lavoro immateriale", che sarebbe poi tutto ciò che riguarda le
trasmissione dei saperi, delle conoscenze, chi lavora nell’informatica
e su internet, ecc. Per alcuni questo sarebbe un luogo "di liberazione"
in cui "gli uomini hanno cessato di essere solo dei mezzi di
produzione". Ci pare che i meccanismi che regolano questo settore
dell’economia siano molto simili a quelli del "vecchio" capitalismo.
Intanto perché i lavoratori "intellettuali" vendono ugualmente la
propria forza-lavoro, a un padrone o a vari padroni, poco importa che
lo facciano da casa propria o recandosi in ufficio ogni giorno. In
secondo luogo perché in questo settore tutte le forme precarie di
rapporto lavorativo sono utilizzate talmente a dismisura (partite Iva,
collaborazioni continuate, ecc) da lasciare i lavoratori senza alcune
garanzie. Per ogni operatore che si sente realizzato dal suo lavoro
"immateriale" ce ne sono altri cento che vengono sfruttati dal
padronato in modo molto "materiale".
La realtà è che
la nuova organizzazione del lavoro pone sicuramente nuove problematiche
riguardo all’organizzazione e alla lotta dei lavoratori, ma non elimina
affatto la contraddizione capitale-lavoro. Anzi, aumentando lo
sfruttamento e la precarietà senza nulla in cambio, prepara nuove
esplosioni da parte della classe operaia.
Come alla Verizon
Comunications, negli Stati Uniti, dove 87.200 dipendenti della hanno
incrociato le braccia, costringendo questa enorme impresa statunitense
di telecomunicazioni a sedersi al tavolo delle trattative con i
sindacati. La Verizon è il frutto della fusione fra la Bell Atlantic
Corporation e la Gte: la proprietà voleva realizzare questa fusione
tagliando posti di lavoro e salari. Lo sciopero, che ha avuto luogo in
diverse filiali contemporaneamente e che è durato dai 15 ai 18 giorni a
seconda della zona, si è concluso con un buon risultato: un contratto
triennale che prevede un aumento salariale del 12% in 3 anni, un
aumento del 14% della pensione aziendale, alcune limitazioni allo
"straordinario forzato" cui l’azienda ha sempre fatto un largo ricorso.
Un risultato altrettanto importante è quello ottenuto sul fronte dei
diritti sindacali: i sindacalisti potranno parlare con i dipendenti
della Verizon Wireless (la più grande compagnia americana di telefonia
mobile), ed organizzare sindacati. Questo apre importanti possibilità
anche negli Usa alla sindacalizzazione di un settore della classe
operaia sempre più importante nei Paesi sviluppati.
Il problema è che
quando si parla di organizzare la classe operaia, ci si trova sempre di
fronte a vari ostacoli: la repressione padronale, il momento di
riflusso del movimento operaio, il ruolo della burocrazia sindacale. La
maggior parte di gruppi coinvolti nelle mobilitazioni contro la
globalizzazione, almeno in Italia, ha sviluppato un atteggiamento
settario verso i sindacati confederali, che ci piaccia o no,
organizzano la maggioranza della classe lavoratrice.
Si può credere
allora di superare questi ostacoli negando il ruolo centrale del lavoro
salariato, pensando ad esempio che è il territorio il terreno di
conflitto decisivo nel momento attuale. ("Una sorta di nuovo punto
cardinale a partire dal quale leggere il presente. Il territorio come
chiave per comprendere le dinamiche sociali ma anche come possibile
risposta alla perdita d’identità che lo spaesamento porta con sé".
"Carta", maggio 2000)
Ci permettiamo di
ricordare come l’esperienza storica dimostra che è stato sempre nei
momenti di ascesa del movimento operaio, come nei primi anni settanta
in Italia, che i movimenti che coinvolgevano anche altre classi, per il
diritto alla casa o alla salute, per i diritti delle donne, più in
generale per i diritti sociali, hanno compiuto passi in avanti
decisivi. Ed è a partire dal riflusso delle lotte del proletariato che
in tutti questi campi si sono avuti notevoli arretramenti, che
coinvolgono pure le periferie (il "territorio") e il loro crescente
degrado.
Dunque, quali
sarebbero le forze che dovrebbero essere parte attiva in un eventuale
"sciopero di cittadinanza"? Cittadini lo siamo tutti, almeno nella
nazione di appartenenza. Cittadini sono i borghesi e i banchieri, che
organizzano i convegni dell’Ocse o del Fmi, cittadini siamo noi,
lavoratori, pensionati, disoccupati, che subiamo le decisioni di questi
potentati economici. Pensiamo che i primi possano "scioperare" contro
se stessi? Se non si rendono chiare le classi sociali a cui lanciamo
una proposta, i risultati non potranno essere che quelli di una
adesione individuale a un’iniziativa, come abbiamo visto nelle
manifestazioni di maggio giugno scorsi a Genova o a Bologna. Un buon
punto di partenza, una partecipazione non disprezzabile, di 5-10.000
persone, ma solo con la quale non si possono certo cambiare i rapporti
di forza nella società.
Sicuramente
esiste il problema del diritto di cittadinanza per gli immigrati
extracomunitari. Ma chi sono in Italia gli immigrati? Una casta di
esclusi, "migranti" non collocabili socialmente? Quattro su cinque
stranieri nella penisola sono lavoratori dipendenti. La lotta per la
conquista dei diritti democratici ha quindi precisi connotati di
classe, e deve essere connessa alle lotte della classe operaia
italiana, con cui gli immigrati lavorano fianco a fianco. Non è un caso
che il movimento per i permessi di soggiorno della scorsa estate sia
cominciato a Brescia, una delle zone a più alta concentrazione
industriale. Sempre non a caso molti di loro si sono cominciati a
organizzare dietro alle organizzazioni tradizionali dei lavoratori,
come la Fiom.
I "nuovi luoghi del conflitto"
Quali dovrebbero
essere i soggetti del cambiamento, i luoghi del conflitto nella
globalizzazione? Secondo Marco Revelli, noto sociologo, che possiamo
individuare come uno fra coloro che hanno compiuto i maggiori sforzi di
analisi dei processi della globalizzazione e i loro rapporti con i
movimenti, "dobbiamo innnanzitutto costruire un’alternativa al
paradigma novecentesco che si riassume nell’asse
fabbrica-partito-stato. Dobbiamo individuare i luoghi, gli spazi e gli
strumenti attraverso i quali organizzare la non identificazione col
modello capitalista. (…) Si può parlare di terzo settore, si può
parlare di economia sociale, si può parlare di contropotere, si può
parlare di spazi liberati." (M. Revelli, P. Tripodi, Lo stato della
globalizzazione, pag.17, Libro del Leoncavallo, 1998)
All’interno del
terzo settore, delle cooperative sociali, del commercio equo e solidale
esistono sicuramente delle esperienze valide, che devono essere
sostenute. Ma come non vedere che, lungi da essere "una spina nel
fianco del capitale", lo sviluppo del terzo settore è uno dei
grimaldelli con i quali il capitale stesso sta smantellando lo stato
sociale, e che sovente dietro le cooperative no-profit esistono invece
grossi profitti, e storie di pesante sfruttamento dei lavoratori delle
cooperative stesse?
Come ci si può
illudere, come fa lo stesso Revelli, che il terzo settore possa
diventare "un luogo in cui effettivamente si può esercitare quel lavoro
collettivo consapevole diretto non a produrre merci, ma socialità,
quella risorsa scarsa che, appunto, l’economia postfordista consuma e
distrugge" ("almanacco di Carta", luglio 2000)?
Un’esperienza a
riguardo l’abbiamo già vista, in questo paese e in altre parti
d’Europa, quella del movimento cooperativo che all’inizio del novecento
si era sviluppato con obiettivi simili a quelli di Revelli. All’interno
di una società capitalista esso si è dovuto piegare ai meccanismi del
mercato e diventare un impresa non molto differente dalle altre, come
le vicende della Legacoop insegnano.
Estendendo il
discorso sugli "spazi liberati" alla socialità e alla cultura,
significativa è anche l’esperienza dei centri sociali dalla fine degli
anni settanta ad oggi. Chiaramente difendiamo l’esistenza di ogni
spazio autogestito dagli attacchi delle forze reazionarie e dello
Stato, ma è difficile non cogliere due processi simmetrici che si sono
sviluppati negli anni novanta nel panorama dei Centri italiani. Da una
parte un progressivo allontanamento dalla lotta politica, la
trasformazione dei centri in luoghi di esclusiva produzione
artistico-culturale o "concertifici", dall’altra un altro settore che
si rinchiude in una logica estremistica, senza alcun rapporto con la
popolazione, avendo come unico punto di riferimento la propria area
politica o culturale (autonomi, anarchici, punk, ecc.), ghettizzandosi.
Da questi processi pochissimi centri si sono salvati.
La strategia di
costruire "spazi liberati" economici o sociali, "isole di autogestione"
a fianco del capitalismo, conquistando a poco a poco spazio e
importanza maggiori, non può funzionare, se non a livelli così poco
sviluppati da non preoccupare la classe dominante. Prima o poi il
capitale queste esperienze o le ingloba o le annienta, a meno di una
rottura rivoluzionaria che cambia i rapporti dominanti di produzione
dominanti di produzione, oggi capitalisti, per sostituirli con rapporti
di tipo socialista.
Ancora più
fantascientifica la proposta della "possibilità di finanziamento da
parte del datore di lavoro di attività autorganizzate, autogestite, di
spazi di socialità attraverso i quali i lavoratori di quell’impresa
possano lavorare al recupero territoriale e alla rimozione dei danni
che quell’attività industriale ha prodotto." (M. Revelli, op. cit.,
pag. 27) Vi immaginate Lucchini o Agnelli che elargiscono miliardi per
attività autogestite dai lavoratori volte al recupero di Mirafiori o
Cornigliano? Non c’è molta differenza tra queste idee e i piagnistei
dei dirigenti dei Ds o della Cgil che si lamentano perché i padroni non
investono nello "sviluppo del paese". Quando si abbandonano le
categorie marxiste di analisi sulla contraddizione tra lavoro salariato
e capitale, lo spazio è aperto all’infiltrazione di ogni tipo di idee
riformiste.
Lo stato del movimento
"Avrei voluto una rivoluzione
per il momento
faccio movimento per il movimento"
(Assalti Frontali, dall’album Conflitto)
Gli strati che
sono stati coinvolti fino ad ora nel movimento anti-globalizzazione in
Europa sono perlopiù studenti, alcuni disoccupati e lavoratori precari,
oltre a fasce di piccola borghesia, particolarmente in Francia,
radunati attorno alla Confederation Paysanne di Jose Bovè. A Praga
spiccava la quasi totale assenza del movimento operaio organizzato,
così come si notava la scarsa partecipazione della popolazione ceca
alle proteste.
Un movimento
importante, ma ancora non un movimento di massa, e per diventarlo, come
già spiegato in precedenza, non può fare altro che trovare il modo di
coinvolgere la classe lavoratrice. A tal riguardo, sia le
rivendicazioni che i metodi di lotta sono decisivi.
Lo spontaneismo e
il movimentismo sono stati fino ad ora i tratti dominanti delle
mobilitazioni. Da Seattle a Washington, da Davos a Genova, e poi a
Ginevra, passando per Bologna per finire a Praga e a Nizza. Non
dimentichiamoci che nel 2001 ci sarà Porto Alegre e poi il vertice dei
G8 a Genova e poi… Agli attivisti viene richiesto molto tempo libero e
voglia (e possibilità) di girare per il mondo. Risulta evidente che ciò
è praticabile solo per un numero limitato di persone, la cui entità
tende inevitabilmente a restringersi col trascorrere del tempo. Ciò
pone seri pericoli per garantire una reale democrazia nel processo di
presa delle decisioni. Poche volte nelle assemblee si vota, spesso
viene rifiutata ogni forma di delega, decide chi ha più resistenza
fisica e chi è più assiduo alle riunioni.
Inoltre, la
domanda che molti attivisti si potrebbero porre è: passare da una
manifestazione all’altra per raggiungere cosa? Tutti sanno che l’Fmi o
il G8 non si democratizzeranno così facilmente.
Migliaia di
persone non possono restare in una condizione perpetua di
mobilitazione. Di più, i movimenti sono un’eccezione nella storia, non
la regola. In genere le masse scelgono altre vie per risolvere i propri
problemi. Un’avanguardia può cercare di velocizzare il processo di
presa di coscienza del resto della massa, ma non può mai pensare di
sostituirsi ad essa, "creando" un movimento. Quando esplodono le
mobilitazioni, compito di un gruppo più cosciente (osiamo dire di un
partito, sfidando l’irritazione dei nostri compagni di strada dalle
idee più moderne) è quello di fornire ad esse una prospettiva,
coordinare le lotte attraverso un programma che stabilisca obiettivi
comuni.
Uno dei limiti
più lampanti del movimento è proprio l’assenza di una serie di
rivendicazioni che leghino l’obiettivo finale alla lotta,
inevitabilmente connessa, per migliori condizioni di lavoro, per
difendere il salario, il diritto allo studio, alla casa, alla salute.
Un programma che intervenga sulle contraddizioni concrete che le masse
vivono ogni giorno possa strappare dei risultati, estendendo e
generalizzando la consapevolezza di dovere lottare per un mondo diverso
anche a chi generalmente non si occupa delle "grandi questioni".
Mancando un
approccio simile, mentre la maggioranza è ancora inattiva in politica,
lo spontaneismo di una minoranza arrabbiata prende il sopravvento. Si
può esprimere nella distruzione di locali appartenenti a note
multinazionali, in scontri con la polizia, ecc.
Quello che è
peggio è che c’è chi da una copertura teorica a questi atti,
definendoli come "azione diretta", "conquista di obiettivi simbolici" e
così via.
Il Documento
delle tute bianche di Italia, Finlandia, Repubblica Ceca, Grecia,
Madrid, subito dopo i fatti di Praga, spiega che la distruzione del Mc
Donald’s è stata "un’azione diretta di disobbedienza civile e di nuova
legalità, dal basso. (…) A Praga abbiamo voluto iniziare proprio da
questo: allargare il concetto e la pratica della disobbedienza civile e
di azione diretta non restringendole ad atti liberatori e fugaci, ma
vere e proprie azioni di massa di nuova legalità costituente".
La nostra critica
a queste azioni non risiede nel fatto che siano violente. In una
società dove la classe dominante usa la violenza tutti i giorni
attraverso le guerre e l’uso dell’apparato repressivo dei vari Stati, o
che causa migliaia di morti sul lavoro ogni anno solo in Italia. La
denuncia della "violenza" a parte della classe dominante e dei suoi
portavoce non è che meschina ipocrisia.
Quello che
dobbiamo domandarci sempre è: chi usa la violenza? A quale scopo? Quale
risultato concreto ha ogni singola azione, fa andare avanti o indietro
il movimento? Aiuta ad elevare il livello di coscienza dei partecipanti
alle manifestazioni, e più in generale delle masse che vogliamo
influenzare?
Il nostro
obiettivo non è quello di distruggere un McDonald ma quello di
espropriare l’intera catena multinazionale e porla sotto il controllo
dei lavoratori. All’azienda fa più male lo sciopero dei lavoratori dei
Mc Donald, come quelli avvenuti prima a Firenze e Catania, poi nello
scorso Capodanno a livello nazionale, che l’azione di Praga o qualunque
altra simile. Anzi le forze usate per "l’azione diretta" avrebbero
dovuto essere impiegate nell’opera di convincimento dei lavoratori di
quel fast-food, come delle altre principali aziende della città, perché
si unissero alla manifestazione contro il Wto. Alquanto improbabile,
visto che gli annunci coi megafoni da parte degli organizzatori della
protesta venivano tradotti in diverse lingue, tranne che in ceco!
Non pensiamo che
gli "show down", vale a dire i confronti con la polizia che
puntualmente avvengono in ogni manifestazione, in chiave
prevalentemente mediatica (come ammesso da Luca Casarini, portavoce dei
centri sociali del Nord-Est), possano servire a fare prendere coscienza
a tutti quei lavoratori e giovani che osservano, anche con simpatia, il
movimento.
Nel migliore dei
casi potranno applaudire, ma il giorno dopo…. Cosa proporranno al loro
collega di lavoro o col compagno di scuola, di attuare uno "show down"
contro il padrone o il preside?
Le "azioni"
organizzate da questi gruppi si rilevano cosi nient’altro che "atti
liberatori e fugaci". Alcune migliaia di persone da tutta Europa a
Praga non sono quattro gatti, ma nemmeno una forza di massa, e
consideriamo arduo che riescano a imporre ai governi "una nuova
legalità costituente".
Il tentativo di
ostacolare le conferenze del Fmi o del Wto può contenere indubbiamente
un grande valore simbolico. Tuttavia sarebbe un’illusione pericolosa
pensare che in questo modo possiamo inceppare il funzionamento del
sistema capitalista. Alla fine tutto si riduce a uno scontro con la
polizia, che, conferenza dopo conferenza, si preparerà sempre meglio
per queste occasioni, mentre i "padroni del mondo" prenderanno in altre
sedi le loro decisioni.
I simboli inoltre
hanno un valore fintanto che si può percepire dietro di essi un
contenuto reale. In Italia siamo stati testimoni dell’importanza dei
"simboli", come la falce e martello nell’emblema del Pci. Ma perché era
così importante per milioni di persone? Il Pci era visto come il
Partito che aveva ottenuto (con il contributo essenziale delle lotte di
massa) grandi conquiste per la classe lavoratrice. Dal momento che la
direzione del Pci e del sindacato imbocca dalla metà degli anni
settanta la strada delle controriforme e dei sacrifici, quel simbolo
perde quel significato per una parte importante delle masse, e diviene
relativamente facile per Occhetto e soci abbandonarlo progressivamente.
Nuove lotte, e soprattutto nuove vittorie delle classi oppresse,
riporteranno in auge i simboli tradizionali del movimento operaio,
insieme forse anche ad altri, nuovi.
Riformare il mercato?
Il nodo centrale
sta ad ogni modo nel programma. Anche nell’anima considerata più
radicale del movimento, le Tute bianche e l’associazione Ya Basta,
troviamo molta confusione a riguardo. Sempre nel Documento citato in
precedenza, si scrive: "Fare società per noi significa distruggere e
costruire. Distruggere, cioè sabotare, disobbedire, inceppare i
meccanismi dell’impero, essere schiavi ribelli e non ribelli schiavi.
Costruire poiché abbiamo come sogno un mondo diverso, dove tutte le
differenze di questo pianeta trovino la maniera di convivere, dove
l’inclusione e la giustizia sociale siano l’antidoto alla barbarie
generalizzata".
Al di là della
prosa, piena di immagini affascinanti, gli obiettivi rimangono poco
chiari. In cosa consiste il "mondo diverso"? Come arrivare alla
"giustizia sociale" e liberarci dalla schiavitù?
Il movimento
antiglobalizzazione è stato fino ad ora un movimento "contro", che
incontra parecchie difficoltà a definire "per" cosa lotta, a definire
un’alternativa al sistema capitalista.
Dal documento finale del vertice alternativo di Ginevra:
"Esigiamo il
cambiamento radicale del Fmi e della Banca Mondiale poiché sono
all’origine della povertà mondiale esacerbata da crescenti
ineguaglianze. (…) La conferenza chiede: la trasparenza e la
democratizzazione di Fmi/Banca mondiale (…). L’esistenza futura la
struttura e la politica di queste organizzazioni devono essere
determinate attraverso un processo democratico.
I progetti della Banca mondiale e le politiche del Fmi devono rispettare e promuovere i diritti umani (…)".
Le formulazioni
citate non costituiscono altro che pie illusioni. Come si può pensare
che l’Fmi o la banca mondiale possano rispettare i diritti umani?
Rispetteranno solo i "diritti" dei propri fondatori, cioè la logica del
profitto. Anche se il presidente del Fondo monetario internazionale
venisse eletto democraticamente dai popoli, la politica che dovrebbe
portare avanti, non volendo rompere col capitalismo, sarebbe quella dei
grandi potentati economici. Non dobbiamo chiedere il cambiamento, anche
radicale, di queste istituzioni: persino la loro abolizione, che
potrebbe avere comunque un grande valore in sé, non risolverebbe il
problema. Sarebbe da inserire nella lotta contro il sistema capitalista
e non dovrebbe essere limitata a "democratizzare" il processo di presa
di decisioni all’interno di questo stesso sistema. Spesso i dirigenti
dei partiti riformisti parlano di "riportare in primo piano la politica
rispetto all’economia". Ma la politica non è neutrale, difende gli
interessi di una classe o dell’altra. In questi anni abbiamo visto
governi di sinistra o di centrosinistra in gran parte dell’Europa, che,
non volendo mettere in discussione il libero mercato, hanno
sostanzialmente portato avanti gli interessi della borghesia attraverso
politiche neoliberiste.
Il neoliberismo
pare un nuovo veleno capitalista, contro cui è necessario inventare
chissà quali antidoti. In realtà, la politica di libero scambio non è
una novità, fu applicata anche dall’Inghilterra per imporre il proprio
dominio sul mercato mondiale nella seconda metà dell’ottocento. La
borghesia ha spesso alternato libero scambio e protezionismo,
intervento dello Stato e politica del "laissez faire", a seconda di ciò
che riteneva più utile per massimizzare i profitti. Anche la pressione
delle altre classi sociali, come la classe operaia, hanno spesso
influenzato le scelte, ma anche quando si sono concesse riforme (come
in Europa negli anni ’60-’70), lo si è fatto per prevenire un movimento
rivoluzionario. Il neoliberismo, come il keynesismo, rappresenta una
faccia dello sfruttamento capitalista. Ma ambedue le politiche non
rappresentano una soluzione ai problemi dell’umanità.
"Noi, movimenti e
organizzazioni, ci impegniamo a lavorare per un sistema di scambio
internazionale equo e sotto il controllo democratico." (Documento del
vertice alternativo di Ginevra)
Molti appoggiano
l’idea che sia possibile combattere il neoliberismo costruendo una
catena alternativa di produzione e di scambio. I piccoli produttori del
sud del mondo, meglio se di prodotti biologici, dovrebbero essere
aiutati da un movimento di "consumo critico" qui nel nord del pianeta,
indebolendo così il potere delle multinazionali. Purtroppo è
impossibile cambiare il sistema capitalista partendo dall’ultimo anello
della catena, il consumo. Il "commercio equo e solidale" non può
competere con la produzione di massa e l’odierno sistema di
distribuzione delle merci, almeno nell’economia di mercato.
Sembra che possa
essere sufficiente cambiare le scelte di acquisto della popolazione,
che viene relegata al ruolo di consumatori.
Le multinazionali
agroalimentari e le grandi catene commerciali basano la loro supremazia
sulla possibilità praticare prezzi stracciati e di controllare tutti i
segmenti del mercato (proprietà dei terreni, produzione delle sementi,
dei mangimi, macellazione, conservazione, ricerca scientifica, ecc.).
Come si può realisticamente pensare di mettere in crisi questi colossi
con un ritorno al piccolo commercio e alla piccola produzione? D'altra
parte, è già evidente a tutti la facilità con la quale il grande
capitale assume e fa proprie anche le contestazioni che gli vengono
rivolte su questioni come la salute, il rispetto dei diritti dei
lavoratori e dei produttori, la difesa dell’ambiente, ecc. Quelle che
vengono ingenuamente definite come forme di produzione o di commercio
incompatibili o addirittura antagonistiche con il mercato sono in
realtà considerate dai padroni come nuovi settori di mercato da
conquistare. Gli scaffali dei supermercati sono ormai affollati di
prodotti "equi, solidali e biologici"; multinazionali come Ikea, Nike,
Apple e altre tentano, non senza successo, di darsi un'immagine
"alternativa" ("Ikea: design democratico"; "Apple: think different",
ecc.) e di farne un'arma di concorrenza sul mercato. La chiave dei loro
successi, ovviamente, non risiede fondamentalmente nella loro
"astuzia", ma nei loro prezzi e nella distribuzione capillare, in grado
di sbaragliare la concorrenza di qualsiasi catena di commercio
alternativo, o di relegarla in nicchie trascurabili. Alla fine, tutto
si riduce a un appello alla coscienza dei consumatori affinché comprino
"pulito". Ma questo appello può avere effetto solo sui consumatori più
abbienti, in grado di spendere di più, e sarà tanto meno efficace
quanto più ci si avvicina alle famiglie proletarie, che devono far
quadrare i conti con redditi minori. In altre parole, l’appello sarà
meno efficace proprio fra coloro che più pesantemente subiscono, sia
come lavoratori che come consumatori, tutti gli abusi e gli orrori del
capitalismo nei confronti della salute e dell'ambiente. In ultima
analisi si ritorna al vecchio discorso sentimentale secondo cui per
cambiare le cose bisogna prima cambiare il modo di pensare della gente,
combattere l’egoismo, muovere le coscienze individuali: discorso
appunto convincente per l’intellettuale "progressista", molto meno per
chi quando va al supermercato non ci va per curare la propria
coscienza, e che sarebbe ben contento di poter spendere per beni di
qualità (inclusi quelli biologici), ma non può permetterselo se non
saltuariamente. Va anche detto che se per ipotesi improbabile, il
settore del commercio alternativo dovesse veramente diventare una
protagonista dell'economia in grado di competere con le grandi
multinazionali, vedremmo inevitabilmente svilupparsi al suo interno le
stesse logiche che regolano il mercato in generale; si formerebbero
grandi aziende, magari sotto forma di consorzi, ci sarebbe una
proletarizzazione degli addetti da una parte e la formazione di un
nuovo settore di borghesia agricola e commerciale dall’altra, e così
via.
Il problema è
quindi capire some combattere il nostro avversario, quali forze possono
realmente metterlo in crisi. La Nike non ha difficoltà ad aderire alle
campagne filantropiche per il pallone da calcio "etico" o simili; molto
più difficile le sarà affrontare gli sviluppi rivoluzionari in un paese
come l’Indonesia, dove produce gran parte delle sue scarpe, e dove i
lavoratori che fanno la sua fortuna si sono sollevati contro il regime
dittatoriale di Suharto e cominciano a comprendere di avere nelle
proprie mani la forza per lottare e cambiare il proprio futuro.
Per un programma rivoluzionario
Nella stragrande
maggioranza di questi documenti è completamente assente la questione
della lotta di classe. I maitre a penser del movimento hanno tratto
delle conclusioni completamente erronee delle lotte del movimento
operaio del novecento, e ancora di più dello stalinismo.
Poiché la classe
operaia occidentale non ha conquistato il potere fino ad ora, non lo
potrà conquistare più, chissà per quale suprema legge divina. Poiché la
rivoluzione russa è degenerata, lasciando il posto a una mostruosa
casta dirigente burocratica, ogni tentativo di presa del potere da
parte delle classi subalterne dovrà inevitabilmente evolvere verso il
più spietato regime autoritario.
Nessuna analisi
seria sulle cause delle sconfitte della classe operaia, in Italia o in
Francia, sul ruolo di ostacolo e di freno posto dalle organizzazioni
riformiste o staliniste (di cui spesso questi intellettuali erano parte
integrante). Nessuna spiegazione sul crollo dello stalinismo e sulle
ragioni della restaurazione capitalista nei paesi dell’est (di cui
tanti di loro erano fervidi sostenitori, poco importa se di Mosca,
Pechino o Belgrado).
Così tutta
l’elaborazione del movimento operaio dell’ottocento e del novecento, o
quasi, viene buttata fuori dalla finestra, particolarmente gli aspetti
riguardanti la conquista dell’egemonia nella classe operaia e la presa
del potere, sviluppata soprattutto da Lenin e Trotskij, ma anche da
Marx ed Engels.
Rigiriamo a
questi esponenti del "pensiero critico" l’accusa che sovente come
marxisti ci sentiamo rivolgere. Il loro è un vero e proprio
"dogmatismo" nel rifiutare in toto l’esperienza del bolscevismo fino ai
primi anni venti, le analisi dell’imperialismo e dello Stato di Lenin,
quelle sul fascismo, sulla tattica e sulla strategia rivoluzionaria,
sullo Stato operaio degenerato di Trotskij. Una chiusura e una sordità
alle tesi rivoluzionarie che li porta, come abbiamo visto, ad
abbracciare le tesi del riformismo, anche se mascherato da una
fraseologia e da metodi radicali.
Quello che è più
preoccupante che tali idee trovano crescenti consensi anche all’interno
del Partito in cui militiamo, Rifondazione Comunista, e dei Giovani
Comunisti, con un area che non esita a proporre nei fatti lo
scioglimento del partito e la totale "contaminazione" (vale a dire
subordinazione) da parte dei soggetti della "sinistra alternativa". La
ragione di simili proposte si trova nella completa mancanza di una
elaborazione autonoma da parte del Prc, che, come un organismo senza
difese immunitarie, si piega ai primi attacchi esercitati su di esso.
"Il problema
contemporaneo riguarda la secessione dal capitale, la costruzione di
soggettività fuori e contro i processi capitalistici. (…) Oggi il
problema è quello di gestire l’esodo dal capitale, del trasferimento di
risorse vitali dall’interno del rapporto capitalistico e mercantile di
produzione a forme antagonistiche. (…) Non più una concezione idraulica
della rivoluzione per cui il capitale produce dall’interno il soggetto
che crescendo ne fa saltare il reticolo dei rapporti di produzione
quasi per un aumento della pressione interna, ma la necessità che
attraverso uno sforzo culturale, di produzione soggettiva di socialità
altra, si costruisca il nostro mondo fuori e contro il capitale." (M.
Revelli, op. cit., pag. 33)
La lotta contro
la globalizzazione capitalista non può essere condotta al di fuori di
questo sistema. Il mondo da cambiare è questo e non si può emigrare su
un altro pianeta per costruirne un altro. Non è possibile che la
borghesia permetta il trasferimento di risorse "vitali" a "forme
antagonistiche" o a una "socialità altra", senza colpo ferire.
Senza espropriare
le grandi multinazionali, i grandi gruppi finanziari, senza togliere il
controllo dell’economia alla borghesia e trasferirlo nelle nostre mani,
quelle della classe operaia, un mondo diverso è impossibile. Solo
attraverso una pianificazione democratica della produzione da parte
della stessa classe lavoratrice e con l’abolizione della logica del
mercato e del profitto è possibile farla finita con l’oppressione e lo
sfruttamento, con la distruzione dell’ambiente, con la fame e il
sottosviluppo del Sud del mondo. Questo è quello che chiamiamo lotta
per il socialismo. Per arrivare a un simile obiettivo è necessaria una
rivoluzione.
Cos’è una
rivoluzione? Recentemente il segretario del Partito della Rifondazione
Comunista, il compagno Bertinotti, ha rilasciato un’intervista, un
passaggio della quale merita un commento. "La rivoluzione non è una
rivolta e non può essere concepita come conquista del potere statuale.
E non può essere fatta in un solo paese. Bisogna tornare all’idea della
rivoluzione come processo mondiale e di lungo periodo." (intervista al
Corriere della Sera, riportata da Liberazione, 21-10-2000)
Siamo d’accordo
con Bertinotti che la rivoluzione deve essere mondiale, visto che il
capitalismo è un sistema che funziona inestricabilmente connesso a
livello internazionale e il socialismo dovrebbe sostituirlo. Che sia un
processo, e anche di lungo periodo, è solo parzialmente vero.
Sicuramente non è un processo graduale, ma che subisce brusche
accelerazioni e improvvisi cambiamenti. Nel corso di tale processo di
accumulazione di forze molecolari, che, spiace contraddire Revelli,
avviene proprio all’interno del capitalismo e nasce dalle sue
contraddizioni, si inserisce una rottura, una trasformazione della
quantità in qualità. Un’insurrezione, una rivolta, dove la questione
della conquista del potere statale acquisisce un’importanza decisiva.
Il risultato di
una rivoluzione dipende proprio dal fatto che le masse riescano a
strappare o meno il potere alla classe dominante. La ragioni della
sconfitta dell’insurrezione in Albania nel 1997, o in Ecuador nel
gennaio scorso, risiedono proprio in questo.
Che le classi sfruttate si impossessino dello Stato però non basta. Già Marx nel secolo scorso lo aveva ben chiaro.
"La classe
operaia non può mettere semplicemente le mani sulla macchina dello
Stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini."
(Marx, La guerra civile in Francia, pag. 31, Editori Riuniti, 1990)
E ancora, dopo la comune di Parigi, nel 1871:
"Il prossimo
tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da
una mano all’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto
fino ad ora, ma nel demolirla." (Marx, Lettere a Kugelmann, citato in
Lenin, Stato e Rivoluzione, pag.73, Newton Compton, 1975)
Una rivoluzione
socialista dunque implica la presa del potere da parte della classe
operaia, per abbattere lo Stato borghese e costruirne uno nuovo, una
democrazia operaia.
Il compito di un
partito comunista è proprio quello di intervenire, di porsi come
avanguardia nei movimenti, per coordinare quei milioni di sfruttati,
che, in determinati momenti della storia, decidono di tentare l’assalto
al cielo. La mancanza di un partito rivoluzionario è stato il
principale motivo di occasioni rivoluzionarie mancate, come quelle
menzionate sopra.
Non nascondiamo
che è una impresa dura e difficile. Il movimento contro la
globalizzazione, con decine di migliaia di persone che si ribellano al
sistema capitalista, è però un’anticipazione delle lotte di massa a cui
assisteremo nel futuro. La radicalizzazione di settori della gioventù
ha spesso anticipato vere e proprie esplosioni rivoluzionarie, come
all’epoca della rivoluzione russa o del ’68 in Francia e parzialmente
in Italia.
Spetta a chi
vuole difendere un programma marxista cogliere questa sfida e costruire
una simile alternativa nel movimento, ma più in generale in
Rifondazione comunista, nel sindacato, nella vita di tutti i giorni.
Gennaio 2001
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