Rivoluzione e controrivoluzione in Bolivia Con una mossa tattica a sorpresa, e con un discorso dai toni durissimi rivolto alle parti sociali in lotta, il presidente ad interim Carlos Mesa annunciava domenica scorsa (6 marzo) le proprie dimissioni rifiutate il giorno dopo, unanimemente dal congresso.
 | Corteo di massa a El Alto | Scopo di Mesa, cui il MAS di Evo Morales aveva appena ritirato l'appoggio, salvo poi votare contro le sue dimissioni, era quello di ricostruirsi una maggioranza parlamentare per reggere all'ondata dilagante di scioperi nel paese, ma il suo discorso ha gettato di fatto la Bolivia sull'orlo della guerra civile. Per la prima volta in cinque anni di "guerra permanente all'imperialismo" le masse lavoratrici boliviane si trovano ad affrontare un nemico interno mai tanto agguerrito, al quale la fiducia del MAS nella democrazia borghese ha colpevolmente lasciato il modo di riorganizzarsi e colpire. Nei paese coloniali come la Bolivia la borghesia nazionale e l'imperialismo non possono permettersi, lo hanno dimostrato, la benché minima concessione: la questione della presa del potere si impone come necessità concreta per il riscatto delle masse di quel paese condannate ad uno sfruttamento millenario. Il flusso continuo di eventi spesso tumultuosi deve impegnarci ancora di più a capire e apprendere da questa esperienza rivoluzionaria straordinaria che avanza sotto i nostri occhi. La "madre di tutte le battaglie" come gli stessi dirigenti riformisti hanno definito la nuova fase della rivoluzione boliviana è appena iniziata, e lascerà sul campo un solo vincitore, o nessuno. La seconda guerra dell'acqua Agli inizi dell'anno la popolazione esasperata de El Alto proclama un paro civico indefinido (sciopero cittadino indefinito) per la nazionalizzazione dell'acqua. Il servizio era stato privatizzato nel 1997 su imposizione della Banca Mondiale, quest'ente etico che poi aveva acquisito l'8% delle azioni nella società privata nata per gestirlo, la Aguas de Illimani, il cui maggiore azionista è la Lyonnaise des Aux Group Suez, multinazionale francese leader nel mercato mondiale dell'acqua. La copertura a tutta l'operazione è data dalla concessione di quote partecipative ad alcuni potentati economici locali, secondo uno schema tipico del colonialismo. La promessa di miglioramento nella gestione della rete idrica e ribasso delle tariffe è tanto falsa che solo tre anni dopo nel 2000 a Cochabamba analogo tentativo di privatizzazione è salutato dalla popolazione con 90 giorni di scioperi e stato d'assedio, ed una lotta tanto aspra da mettere in fuga la californiana Aguas de Tunari società già pronta ad accaparrarsi l'acqua della città giardino boliviana. A El Alto solo nell'anno scorso le tariffe sono aumentate del 35%, ed i costi proibitivi (450 dollari americani su stipendi medi - per chi ce l'ha - di 50) tengono senza allacciamento alla rete idrica circa 200.000 famiglie, ma è una stima per difetto, considerando che il popoloso sobborgo che domina la valle e l'unica via di accesso alla capitale amministrativa La Paz è oggetto di una continua urbanizzazione che ne allarga i confini della cinta urbana, aumentando la popolazione oltre il milione circa di abitanti ufficialmente censito.La gente è costretta a prendere acqua piovana da pozzi, nonostante le risorse idriche loro offerte storicamente dall'Illimani, e dai ghiacciai che dominano il panorama paceño. Davanti alla proclamazione dello sciopero indefinito l’attuale presidente Carlos Mesa dichiara pubblicamente in un messaggio televisivo alla nazione di essere incapace di tenere testa alla situazione. Mesa non aveva infatti neppure una maggioranza parlamentare vera e propria, dei partiti di governo sui quali scaricare, o con i quali condividere il peso di una contrapposizione violenta agli scioperi. Eletto nel 2002 come vice di Gonzalo Sanchez de Lozada, meglio noto come Goni - il presidente capace in neppure un anno prima di ordinare il fuoco sulle marce contro l’impuestazo, l’aumento cioè, ordinato dal FMI, della pressione fiscale sugli stipendi di operai, impiegati e persino poliziotti, i quali diedero vita alla guerriglia urbana del febbraio 2003, poi macchiatasi del sangue degli oltre 70 morti dell’ottobre nero della guerra del gas, la guerra contro la svendita delle risorse naturali di Bolivia alle multinazionali. Mesa divenne presidente per successione costituzionale, sotto la tutela fin dall’inizio della piazza, mai completamente smobilitata dalle organizzazioni dei lavoratori. Per due anni, scanditi da scioperi generali, da un durissimo scontro con il sindacato degli insegnanti, gli studenti ed i settori sociali più radicali, Mesa ha provato non solo a galleggiare, ma anche a tentare una via d’uscita alla crisi che non mettesse in discussione i privilegi e gli interessi di multinazionali e della borghesia boliviana. In questo senso non solo il tentativo di legittimare la svendita di fatto del gas con un referendum sommerso di astensioni e voti nulli (in Bolivia chi non vota paga multe salatissime), ma anche la legge che regolamenta l’uso della forza contro le lotte, subordinando al semplice ordine presidenziale l’intervento dell’esercito, i cui comandi vengono così sollevati da qualsiasi responsabilità: come dire prepariamoci al peggio!  | Il cartello recita: "Mesa maiale bugiardo El Alto non ti crede" | Non stupisce allora che la gente lo chiami apertamente vendepatria, servidor, qualifica confermata nei giorni che hanno preceduto l’inizio dello sciopero dalla stessa Suez, la quale per parte sua, con una lettera minatoria ed arrogante, chiamava pubblicamente al rispetto dei patti le autorità boliviane, declassate al ruolo di kapò per l’imperialismo. Meno di 10 giorni sono stati sufficienti alla lotta per imporre al governo la revisione del contratto, ma non ai manifestanti i quali rivendicavano la nazionalizzazione dell’acqua e la creazione di una impresa pubblica che la gestisse con la presenza prevalente delle juntas vecinales, i consigli di quartiere presenti in tutta la Bolivia e divenuti le autentiche strutture del contropotere, assieme alle confederazioni nazionali e regionali di lavoratori e contadini. Per avere il senso di quanto l’organizzazione delle masse e le “istituzioni” si contendano il concreto esercizio del potere oggi in Bolivia basti pensare che il decreto che impegnava il governo nella direzione imposta dalla lotta è stato rimesso dal presidente non al parlamento ma alle assemblee pubbliche, tenute per strada, della FEJUVE (Federacion juntas vecinales di El Alto) e della COR, il sindacato regionale! Sindacati e partito Proprio la FEJUVE, le COR (Central obrera regional), specie quelle de El Alto, le COD (Central obrera departamental) e soprattutto la Central Obrera Boliviana (COB), la Confederacion sindical unitaria de los trabajadores campesinos de Bolivia (CSUTCB), il Movimiento sin tierra de Bolivia (MST-B) e la Federacion sindical de trabajadores mineros de Bolivia (FSTMB), a dispetto di radici territoriali, settoriali e qualunque altro vincolo, sono divenuti i veri depositari della cosiddetta agenda de octubre, l’insieme delle rivendicazioni nate nelle cruente e gloriose giornate della guerra del gas, sintetizzabile nella parola d’ordine che oramai risuona martellante dalle altissime ande fino alla pianura amazzonica orientale: que se vayan las transnacionales de Bolivia (fuori le multinazionali dalla Bolivia). Tutte queste organizzazioni hanno giocato un ruolo fondamentale negli ultimi moti popolari, dai campesinos che diedero vita alla prima guerra contro la privatizzazione dell’acqua a Cochabamaba nel 2000, alla FEJUVE ed alla COR di El Alto, dove maggiore è stato il tributo di sangue nell’ottobre nero del 2003, alla COB ed ai minatori, ancora avanguardia del movimento operaio, il cui arrivo a La Paz nelle stesse giornate della guerra del gas, arrivo anticipato dalla esplosione dei candelotti di dinamite della quale vanno armati, diede la spallata decisiva al governo di Goni. Ognuna di loro però, incontratesi sul terreno comune della lotta all’imperialismo, ha anche rivendicazioni sue proprie, circostanza che il governo Mesa aveva cercato, non senza profitto, di trarre a proprio vantaggio. Emblematico in tal senso dei limiti misurati in una direzione puramente “sindacale” di una lotta così radicale è il caso delle miniere di Pacuni, nella località del Caracoles, provincia di Oruro. Privatizzate e consegnate alle cosiddette cooperative - società private servite negli anni ’80 e ’90 a cancellare i diritti conquistati nella rivoluzione del 1952 dai minatori, obbligandoli nuovamente a doblar, entrare in miniera ed uscirvi 36/48 ore dopo passate masticando coca ed estraendo la quantità di materiale necessaria a soddisfare i cottimisti di turno - le miniere del Caracoles furono riconsegnate nel maggio del 2004 dopo una lunga lotta all’ente pubblico formalmente ancora proprietario, la COMIBOL, senza però risolvere il problema dei minatori alle dipendenze dei privati, i quali si trovarono dalla sera alla mattina senza neppure quell’infame lavoro. Minatori della COMIBOL e cooperativistas hanno dato vita per tutta l’estate scorsa a una guerra tra poveri con arbitro il governo, riuscito a dividere lavoratori che fino al giorno prima marciavano insieme per la nazionalizzazione del gas! Non è l’unico esempio: prima di mettere sotto l’albero di natale l’aumento del carburante, il dieselazo, Mesa era riuscito ad assicurarsi l’appoggio di trasportatori, autorizzati all’aumento generalizzato delle tariffe, e distributori di carburante, ai quali fu garantito lo stesso livello di profitti. Ci è sembrato pertanto quanto meno fuori luogo il vecchio dibattito che ha seguito ad appassionare, particolarmente fuori dalla Bolivia, gruppi più o meno grandi della variegata sinistra latino americana, specie in Argentina, sulla necessità o meno di promuovere la parola d’ordine tutto il potere alla COB. La realtà è che tutte queste contraddizioni interne al movimento operaio e proletario potevano essere risolte unicamente dentro una visione più vasta dei compiti della rivoluzione boliviana e delle sue prospettive, in altre parole semplicemente una visione politica: a questo serve il partito rivoluzionario, questo il suo ruolo nel caso concreto della Bolivia di oggi, di una rivoluzione contro globalizzazione e imperialismo condotta e combattuta direttamente da un intero popolo. La costruzione del partito rivoluzionario si dimostra ancora una volta essere il compito storico fondamentale in questa fase storica per il movimento operaio. L’unico partito in grado di giocare questo ruolo però, il Movimiento al Socialismo - MAS, ed il suo leader Evo Morales Ayma, dalla caduta di Goni è stato la stampella parlamentare del governo Mesa. La scommessa, persa, dalla direzione del MAS era quella di riuscire a condizionare il governo, combinando la pressione della piazza alla iniziativa parlamentare, rafforzando così il proprio ruolo e la propria posizione, per poi, soddisfatte o apparentemente tali le rivendicazioni popolari, giocarsi tutto il prestigio conquistato nelle elezioni per l’Assemblea Costituente ed in quelle presidenziali. L’idea però che la scommessa sulla democrazia borghese e sulla propria capacità di prolungare all’infinito una situazione eccezionale come quella rivoluzionaria valesse il prezzo da pagare alla collaborazione con la borghesia, ancora una volta si è dimostrata nefasta, con ripercussioni che potrebbero rivelarsi drammatiche per la Bolivia intera. Frattanto Morales è stato espulso dalla COB per il sostegno dato al governo di Mesa ed al referendum da quest’ultimo realizzato, o meglio il tramperendum (referendum truffa) come venne chiamato per l’ambiguità dei quesiti, formulati in modo tale da giustificare qualsiasi legge sul gas si fosse fatta, meno quella sulla nazionalizzazione, l’unica che interessasse seriamente. Se Mesa può ancora oggi dire di aver agito secondo il mandato referendario, è grazie alla decisione del MAS di non appoggiare l’astensione promossa da COB e CSUTCB, astensione che sommata ai voti deliberatamente annullati aveva comunque fatto fallire la consultazione popolare La brigata parlamentare del MAS ha perso alcuni pezzi importanti, come Filemòn Escobar, dirigente nazionale del partito, ed alcuni altri “onorevoli” passati nelle fila della bancada oficialista, il gruppo misto che sosteneva direttamente il presidente. Indigenismo o socialismo? La parabola del MAS rappresenta l’ultimo capitolo della affannosa ricerca delle masse boliviane del proprio strumento di rappresentazione politica, ed anche l’ennesimo tradimento. Più di una volta infatti la classe lavoratrice boliviana è stata prossima alla definitiva emancipazione. Nel 1952 in particolare, guidata dai minatori e dal proletariato urbano - elemento non di poco conto se si considera il carattere prevalentemente rurale e guerrigliero di molti processi rivoluzionari latino americani - sconfisse e disarmò l'esercito infiammando le più importanti città del paese. Si batteva per le Tesi di Pulacayo, né più né meno che il programma di transizione di Trotsky, approvate nel congresso fondativo della COB - tenutosi nella omonima città della regione di Potosì - grazie alla straordinaria influenza del POR (Partido obrero revolucionario) allora una delle sezioni più grandi e radicate della IVª Internazionale. Ma proprio il POR, diretto dall'esecutivo della Quarta internazionale, prima consegnò il governo del paese ed il sindacato nelle mani del Movimiento Nacionalista Revolucionario (MNR) e di personaggi come Juan Lechìn (dirigente filo padronale della COB fino alla morte negli anni '80), poi, sconfitto ed emarginato dallo stesso governo frutto della collaborazione di classe che aveva contribuito a creare, abbandonò l'ipotesi rivoluzionaria, arretrando sul terreno del radicamento e divenendo oggetto di una serie di scissioni che lo hanno indebolito ulteriormente. Il MNR, nel quale era già confluito il partito comunista stalinista di Bolivia, è stato poi, con le dittature militari, lo strumento politico fondamentale della svendita delle conquiste della prima rivoluzione del 1952, fino alla caduta del suo ultimo leader, Goni. Basti pensare che lo stesso presidente, Victor Paz Estenssoro, nel 1952 nazionalizzò le miniere, e tornato presidente nel 1985 ne cominciò la svendita, scontrandosi nuovamente con la COB e la FSTMB. Il MAS al contrario è un partito nuovo, non compromesso con i tradimenti e le sconfitte, o effimere vittorie, del 1952, del 1969 o del 1985. In origine nasce addirittura da una serie di scissioni dell'unico partito di dichiarata ispirazione fascista della Bolivia, la Falange Socialista Boliviana (FSB). Quando agli inizi degli anni '90 gli USA intensificano l'invio di marines e la pressione sul paese per la eradicazione della coltivazione di coca, pretesto per cominciare l'appropriazione delle risorse energetiche, minerarie e idriche di Bolivia, della sigla MAS si impossessano i dirigenti cocaleros raggruppati nella Asamblea por la soberania del pueblo. Per chi non lo sapesse la masticazione delle foglie di coca in Bolivia non ha nulla a che vedere né con la produzione né con il consumo di cocaina dell'occidente, ma appartiene alla millenaria tradizione incaica, intensificata dagli spagnoli all'epoca delle colonie e dell'olocausto di 8 milioni di indios morti come mosche nelle miniere d'argento boliviane. La foglia di coca non è né la mariujana né l'oppio afghano, la cui produzione come tutti sanno è aumentata con la guerra. Morales e tutte le figure di rilievo del MAS si sono formati nelle lotte di quegli anni per la difesa dell'economia rurale e per il libero accesso di lavoratori, villaggi e popoli originari alla salute e all'istruzione garantite alle minoranze di origine europea, e soprattutto al controllo delle risorse naturali del paese. Ed è stata proprio la capacità di allargare l'orizzonte e porre la lotta su un terreno generale e marcatamente progressista a far emergere il MAS tra le forze dell'antagonismo sociale. Qualche numero per chiarire il concetto: alle elezioni amministrative del 1999 su 3.573.851 iscritti nelle liste elettorali, il nuovo MAS alla sua prima apparizione riceve 65.425 suffragi pari al 3,2%. Solo tre anni dopo alle elezioni presidenziali del 2002, su 4.155.055 aventi diritto il MAS arriva a 581.884 voti, pari al 20,9%, attestandosi come secondo partito del paese, dopo il MNR della coppia Goni - Mesa. In mezzo c'è l'inizio della rivoluzione boliviana a Cochabamba contro la privatizzazione dell'acqua. Ma a quella lotta aveva dato un contributo fondamentale anche e soprattutto la meglio organizzata e più radicata CSUTCB, il cui leader era allora Felipe Quispe detto “El Mallku” come il mitico condor della tradizione religiosa quechua e aymara, ex guerrigliero dell'Ejercito de Liberacion Tupaj Katari, leader nazionale del Movimiento Indigena Pachakuti (MIP). Con queste credenziali Quispe si candida a presidente per il MIP ed espone analisi e programma (reperibili in una intervista tradotta in italiano e pubblicata in rete nel circuito ecn.org) fondati sugli ennesimi requiem alla classe operaia, e caratterizzabili con questa sua affermazione: “vogliamo autogovernarci, vogliamo ricostruire il Quollasuyu, la società socialista comunitaria degli ayllus”. Ayllus sono le comunità contadine di base e Quollasuyu è la regione andina tra Bolivia e Perù patria del popolo aymarà. È il riscatto dei popoli originari dal colonialismo, la tradizione mossa a difesa dalla globalizzazione, un esito neoindigenista comune a molte esperienze latinoamericane degli anni novanta. Eppure nonostante il peso, il ruolo ed il riconoscimento politico, Quispe ed il MIP si fermano al 6%, proprio quando esplode il MAS di Morales. Il dato significativo è che nel paese più indio di tutto il centro e sudamerica, l’unico dove i discendenti dei popoli precolombiani sono grande maggioranza della popolazione, prevalga la più definita promessa di modernizzazione e progresso alla affermazione etnica e identitaria, anche se entrambe accompagnate dalle stesse rivendicazioni sociali. Di fronte alla possibilità di alternativa, anche solo ideale, l’alleanza operai contadini costruita dal MAS si afferma sulla conservazione dell’economia di sussistenza per certi versi implicita nelle prospettiva del MIP: una lente che ci dovrebbe far vedere quanto meno in modo diverso esperienze come quella zapatista. Tanto impetuosa è stata l’ascesa del MAS, quanto le sue scelte politiche dall’ottobre 2003 in poi ne hanno messo in pericolo il ruolo. Alle ultime elezioni amministrative, convocate nel mese di dicembre del 2004, il MAS è sceso a 494.422 voti, il 18,4% e 100.000 voti in meno su un aumento della popolazione votante di circa 400.000 unità. In queste elezioni però il dato più significativo è stata la scomparsa dei principali partiti della Bolivia, quelli che sostennero Goni e Mesa, e che tutt’ora permangono maggioranza in Parlamento. Il MNR, il MIR (Movimiento de izquierda revolucionaria - affiliato alla internazionale socialista, complice del MNR), la ADN (Accion democratica nacionalista - il partito dell’ex dittatore Banzér) e la NFR (Nueva fuerza republicana), con la sola eccezione di quest’ultimo, sono partiti che hanno fatto la storia della Bolivia più o meno ininterrottamente per 40 anni, ma escono dalle elezioni ridotti a percentuali ad una cifra, e solo nel migliore dei casi. Che l’ondata di rabbia che li ha sommersi lambisca anche il MAS è cosa che non si può nascondere dietro il primato elettorale che fa del partito di Morales il primo del paese. Inutile ribadire che il MAS non è un partito rivoluzionario, ma ciò non toglie che in esso militino molti dirigenti contadini e tantissimi operai e quadri sindacali della COB, come dimostrano i risultati di Santa Cruz, La Paz e Cochabamaba, grandi città dove è l’unico partito a contendere il primato alle oligarchie di turno, riciclatesi in vergini liste civiche. Questo settore non ancora organizzato all’interno del partito e legato ai settori sociali più radicali, prende fiato dal risultato elettorale e comincia in più occasioni ad esprimersi per ritorno del partito alla piazza. Dalle elezioni al separatismo Le elezioni amministrative, in sé un fatto apparentemente irrilevante nel convulso contesto sociale boliviano, privano d'un colpo la borghesia nazionale di tutti i suoi punti di riferimento politici. Fallisce anche il tentativo di spezzare il fronte sociale, permettendo per la prima volta la presentazione alle elezioni di Agrupaciones de pueblos originarios, liste indigene i cui risultati sono tutt'altro che lusinghieri. D'altra parte né le forze armate proletarizzate nei quadri intermedi di comando dall'impoverimento del minuscolo ceto medio boliviano, né la polizia in più di una occasione al fianco delle lotte, possono rappresentare, almeno per ora, una via di uscita reazionaria alla crisi: nei momenti topici il comando militare ha espresso la sua fedeltà alla costituzione, anche in considerazione del fatto che la rivoluzione boliviana è si operaia ma per la prima volta con una grande partecipazione campesina, è proletaria e indigena, come la stragrande maggioranza dei battaglioni dell'esercito, tranne quelli speciali utilizzati a La Paz e El Alto nella guerra del gas. La borghesia di Bolivia decide di cimentarsi direttamente e frontalmente nello scontro, avendo avuto colpevolmente dal MAS il tempo e lo spazio per riorganizzarsi e legittimare, mascherandolo, il proprio conservatorismo dietro il risultato del referendum sul gas. Il terreno, il pretesto è la rivendicazione autonomistica del dipartimento orientale e semi amazzonico di Santa Cruz de La Sierra. Tre sono i campi di scontro aperto che fanno della borghesia cruceña la testa d'ariete della controrivoluzione. In primo luogo la questione degli idrocarburi: il dipartimento di Santa Cruz è quello con la più alta concentrazione di gas, alla cui svendita sono direttamente interessati gli imprenditori locali ai quali le multinazionali, secondo lo schema colonialista già visto nel caso della Aguas de Illimani, sono pronte a concedere quote partecipative nelle società create ad hoc per sfruttare questa ingente risorsa. In secondo luogo l'adesione al Tratato de Libre Commercio con gli USA, per il quale tanto si è speso il governo Mesa e apertamente osteggiato dai sindacati, è una occasione imperdibile per vendere la soia transgenica offerta ai latifondisti cruceni, noncuranti degli effetti disastrosi che la dollarizzazione avrebbe sulla fragile economia del paese, e sulle economie familiari. In terzo luogo la annosa questione della terra. Santa Cruz è il dipartimento più grande del paese, quello più pianeggiante insieme a Tarija, e dove maggiore è la coltivazione di prodotti commerciabili, più alta è la concentrazione del latifondo, più intensi gli scontri con l'agguerrito Movimiento Sin Tierra boliviano. Dalla guerra del gas in poi le occupazioni di terra non si sono mai arrestate, anche nel periodo di relativa pace, solo politica, decretato dal MAS. La prima hacienda a farne le spese fu proprio quella della moglie del deposto presidente Goni, all'interno della quale alcuni fra gli oltre 200.000 militanti del MST hanno fondato comuni, Ayllus, e distribuito terreni incolti, difendendoli spesso con le armi di fronte ai tentativi di "ripristino della legalità" come eufemisticamente si definiscono le operazioni militari di sgombero. La questione dell'autonomia, dietro la quale si nasconde la resa dei conti con il movimento, era stata più volte sollevata ed intensificata nel corso del 2004, alimentando il razzismo latente che vede contrapposte la stragrande maggioranza india (Quollas come vengono definiti) e la minoranza creola e di origini europea (definiti altrettanto spregiativamente K'aras), che ricopre i ruoli chiave della politica e dell'economia. L'obiettivo della rivendicazione autonomica, separatista di Santa Cruz de La Sierra è evidente: sottrarre alle organizzazioni sociali il tema del contendere, gli idrocarburi, riportato sotto il serrato controllo da un governo autonomo, far arretrare la discussione su contrapposizioni razziali per cancellare le aspirazioni sociali di classe, segnare i contenuti della Assemblea Costituente che il governo si era impegnato a convocare ed infine offrire un ordine possibile contro i disordini. Se esiste un ceto medio, professionale, in Bolivia, questo è concentrato prevalentemente a Santa Cruz, ma neppure l'alleanza con questo settore avrebbe dato alla borghesia la forza necessaria per lanciarsi all'attacco, serviva qualcosa di maggiore presa anche tra i lavoratori per dimostrare la capacità di mobilitazione di un progetto così reazionario. La Nacion Camba Questo pretesto è offerto dal già citato aumento del carburante, contro il quale scende in campo in tutto il paese un ampio movimento di lavoratori e studenti dei principali centri urbani, maggiormente colpiti dall’aumento delle tariffe dei trasporti mercanteggiate da Mesa con il relativo sindacato. Il Comitato civico pro Santa Cruz convoca immediatamente una serie di manifestazioni chiamando a raccolta tutta la città sulle parole d’ordine dell’abolizione del dieselazo e dell’autonomia. Santa Cruz è una città molto estesa, brulicante di attività dove frotte di piccoli bus (i micros), sono l'unico mezzo di trasporto per le centinaia di migliaia di persone che vi lavorano e vi studiano, per le quali le tariffe erano già più alte che nel resto del paese. Di fronte all'impasse politica generata dai tentennamenti del MAS e dalle centinaia di rivendicazioni settoriali, lasciate dal MAS prive di un progetto unitario, il Comite Civico sembra essere anche agli occhi di molti lavoratori l'unica forza ad avere una prospettiva generale, l'autonomia, e a puntare con decisione alla risoluzione di un problema immediato, il carovita. Le prime manifestazioni sono un incoraggiante successo, grazie anche all'adesione della COB, garantita dalla burocrazia sindacale più venduta e compromessa del paese. Alla borghesia però non basta essere forza in campo: la contemporaneità della sollevazione cruceña con la mobilitazione in atto a El Alto, dove pure si chiede l'abolizione del dieselazo, la obbliga a battere il ferro finché caldo, e premere sull'acceleratore finché l'inganno venga scoperto. In una delle ultime manifestazioni Ruben Costa, che ne è il portavoce, annuncia che di lì a una settimana, e precisamente per il 28 gennaio, il Comite Civico organizza una manifestazione, un cabildo una specie di consiglio comunale aperto, per eleggere il primo governo autonomo del dipartimento di Santa Cruz. Analoga convocazione è fatta dal più debole, ma non meno pericoloso, neonato Comite Civico pro Tarija. Il guanto di sfida è lanciato! Probabilmente la data non è casuale: il 28 gennaio ricorre infatti il 113° anniversario del Masacre de Kuruyuki quando, era il 1892, la oligarchia al potere nella neonata Bolivia promosse la propria "solucion final" contro i Guaranì, il popolo originario che abita l'Amazzonia boliviana e brasiliana le cui sollevazioni avevano inferto i colpi più duri alla cadente dominazione spagnola. Questo tentativo di inscenare radici storiche alla nuova spinta autonomista si ritorce immediatamente contro i suoi promotori, usciti allo scoperto e smascherati nel loro intento di canalizzare ad altri fini il malcontento provocato dagli aumenti di carburanti e trasporti. Fin dall'indomani della convocazione tutto intorno alla città di Santa Cruz cresce l'assedio congiunto di organizzazioni contadine, dell'Asamblea del Pueblo Guaranì, delle comuni del MST, dei settori non collusi del sindacato. In città l'inganno operato dal Comite è apertamente denunciato da organizzazioni di universitari, e dal settore più combattivo ed indipendente della COB, quello dei lavoratori della sanità, la cui dirigente Delicia Mendoza si scaglia pubblicamente contro i dirigenti delle FEJUVE locali e della COB, accusandoli di tradire e mentire al popolo. Si giunge in questo contesto alla fatidica data. A Tarija la mobilitazione popolare ha trasformato il cabildo in una innocua fiaccolata. A Santa Cruz è invece un apparente successo da analizzare però al di là del balletto di numeri (oscillanti tra i 50.000 e i 300.000) che i vari punti di vista testimoniano. Secondo El Deber, il quotidiano organo della borghesia cruceña, sono stati mobilitati circa 8.000 piccoli proprietari terrieri e le loro famiglie dalla confederazione che li organizza; il dirigente campesino Benigno Vargas denunzia che alcune migliaia di braccianti sono a forza portati in piazza dai rispettivi datori di lavoro; istituti finanziari e piccole imprese hanno lavorato ad orario continuo per permettere la partecipazione al cabildo di operatori ed impiegati; è presente in massa la classe media e professionale. I lavoratori, venduti dalla COB, sono stati minacciati dalla serrata padronale e caricati su un centinaio di camion come bestie da fiera. Per dare un tono multietnico alla manifestazione veniva gratuitamente offerto cibo ai partecipanti, specie quelli più poveri, ai quali sono state peraltro distribuite le 10.000 bandiere verdi con la scritta Somos Bolivia che si vedevano sventolare. In tutto il cabildo è costato 100.000 dollari, una cifra enorme per una sola manifestazione, soprattutto considerando la caratterizzazione popolare che se ne voleva dare, una cifra spesa fino all’ultimo centesimo come ammesso dal responsabile logistico del Comite Juan Judelka, manager di Aceite Rico la più grande impresa agroalimentare del paese. Ma il ricatto non crea entusiasmo. Nel comizio dal palco - questo è stato il famoso consiglio comunale aperto - Ruben Costa deve fare i conti con la rabbia che brucia le periferie della città e della regione, il cui fumo, metaforicamente parlando, impregna il discorso solidario e conciliante pronunciato dal dirigente civico. Alla fine la mobilitazione serve per rivendicare la convocazione di un referendum per decidere se eleggere o meno direttamente il Prefetto dipartamentale, e questo è il tortuoso obiettivo ufficiale raggiunto, e soprattutto la presenza di due uomini del Comite in alcuni ministeri chiave nel rimpasto di governo, risultato più solido per la borghesia cruceña. In particolare, ma non solo, interessava il controllo dell’agricoltura, visto che da lì si lancia l’ultimo attacco a quello che rimane delle conquiste formali della rivoluzione del ’52, in particolare con la promozione della controriforma agraria (la Ley 2493) che consolida il latifondo eliminando anche l’obbligo dell’uso della terra per giustificarne l’esistenza. Il comando Camba Nei giorni immediatamente successivi è tutto un susseguirsi di assemblee, riunioni pubbliche tra le varie organizzazioni contadine, operaie e popoli originari per dibattere il tema dell’autonomia, definita qui come libertà di parlare la propria lingua, sia il quechua o l’aymarà, ma priva di significato se non accompagnata dall’elenco delle rivendicazioni sociali che si vanno allargando: nazionalizzazione di acqua e gas, abolizione del dieselazo, riforma agraria. Per l’ennesima volta anche gli stessi indios dimostrano di non credere ad una autonomia che lasci inalterati i rapporti sociali. Nello stesso comando del Comite Civico le reazioni al cabildo aprono alla discussione e al cambio della guardia. La faccia pulita di Ruben Costa - ex militante del Movimiento Bolivia Libre (MBL) una scissione di sinistra del MIR con rapporti internazionali con il PT brasiliano - non serve più a nascondere il gruppo dirigente camba, come indistintamente sono chiamati gli abitanti dell’oriente del paese. Viene scelto a dirigere il comitato Germàn Antelo, ricco proprietario terriero, ma soprattutto figura di spicco della Nacion Camba - il braccio ideologico impegnato a giustificare le pretese autonomiste su base razziale, sulla inferiorità degli indios altiplanici - e della Juventud Cruceñista, gruppo organizzato di squadrismo fascista utilizzato prima del 28 gennaio per costringere alla partecipazione alla manifestazione, punire nelle università quanti hanno manifestato dissenso, scontrarsi nel campo, a San Julian e in tutta la Chiquitania, contro quanti con blocchi e marce provavano a far fallire il cabildo, e nei giorni successivi allo stesso per lanciare l’offensiva al MST. La elezione di un personaggio così compromesso allontana dal Comite anche i burocrati sindacali più collaborazionisti i quali lo definiscono ora apertamente come un covo di petrolatifundistas fino all’ammissione di Edwin Fernández, dirigente della Federacion de Fabriles (gli operai di fabbrica), che afferma “las elites nos han mamao” (le elite ci hanno preso per i fondelli). Alla fine il re come si dice è nudo. Vale a dire emerge chiaramente da chi è composto il cosiddetto comando camba, gente come la famiglia Antelo proprietaria, da sola, di 117.000 ettari di terreno, Svonko Matkovic e Branco Marinkovic, due grandi industriali di origine croati ex uomini di punta del dittatore Banzèr, e via discorrendo. La frusta della controrivoluzione risveglia la rivoluzione I fatti di Santa Cruz de La Sierra sono una scossa elettrica per tutti i settori sociali ed anche per il MAS. D’improvviso ci si rende conto che fino ad allora scioperi, blocchi e morti sono serviti solo a stringere in mano un pugno di mosche. Langue in parlamento la legge per il gas proposta dal MAS, già di per sé un arretramento dalla iniziale richiesta di nazionalizzazione, concentrata nella richiesta di costituzione di società miste pubblico - private alle quali applicare un prelievo fiscale (regalias) del 50%. Mesa dichiara che non potrà prendere a calci la Suez da El Alto, vale a dire non permetterà la creazione della impresa pubblica come le FEJUVE lì chiedono, ma studia una soluzione che permetta alla multinazionale francese di restare con una maggioranza relativa azionaria nella nuova società. L’Assemblea Costituente è definitivamente segnata dalla iniziativa cruceña. Su quest’ultimo punto, senza voler riaprire la polemica, ci permettiamo di citare il marxista inglese Alan Woods il quale, nell’articolo Bolivia la chiave della rivoluzione andina, pubblicato nel 2003, scriveva: <in questo contesto, la richiesta della “assemblea costituente”, difesa da alcuni gruppi di sinistra, sta giocando un ruolo negativo e controrivoluzionario. La borghesia rappresentata dalla sua ala più “liberale” e “democratica” cercherà di sviare l’attenzione delle masse verso una discussione su artifizi costituzionali (cos’altro è l’autonomia? NDR), piuttosto che sulle questioni realmente importanti come lavoro, pane e terra, questioni che verranno rinviate a un futuro imprecisato>. Ci pare di poter dire che questa profezia, facile senza nulla togliere al compagno inglese, non debba attendere altro per essere avverata. La FEJUVE de El Alto richiama alla guerra delle pietre, scioperi e blocchi stradali realizzati appunto con pietre, e si dichiara nuovamente in paro civico indefinido. Mentre scriviamo, giovedì 9 marzo, questa forma estrema di pressione è arrivata già a 10 giorni: sono state elaborate proposte dai tecnici mobilitati al fianco della FEJUVE, ma il dato incontrovertibile e irrinunciabile è la richiesta di nazionalizzare l’acqua. Il MAS prova ad accelerare sulla sua legge per gli idrocarburi, nel momento peggiore però, quando i partiti maggioritari in parlamento, ultraminoritari nel paese, ritrovano riferimenti nel paese: l’articolo che prevedeva la fissazione del prelievo fiscale da applicare alle società petrolifere viene bocciato in una seduta infuocata del parlamento. La situazione dentro il MAS diventa insostenibile, Morales annuncia che il partito si sommerà ai blocchi stradali ed agli scioperi già in atto, abbandonando l’esperienza parlamentare. Il “golpe mediatico” di Carlos Mesa Mesa perde il suo più importante appoggio, già più volte sarebbe caduto senza l’appoggio del MAS. Piuttosto che lasciarsi cadere Mesa attua un vero è proprio “golpe mediatico”. Con un discorso alla nazione annuncia le proprie dimissioni e attacca, chiamandoli per nome Evo Morales, Jayme Solares (segretario della COB) e Abel Mamani (presidente della FEJUVE de El Alto), accusati di irresponsabilità. Il discorso di Mesa andrebbe studiato a scuola per la chiarezza con la quale si espongono i temi dell’imperialismo, cioè il colonialismo moderno. Secondo il Presidente la legge proposta dal MAS non è praticabile perché non soddisfa le richieste dei “grandi”, USA e Unione Europea il cui aiuto è indispensabile alla vita del paese: un modo per dire, da altro punto di vista, che il saccheggio deve continuare e chi protesta deve civilmente tornare alla sua condizione di sopravvivenza. Non era mai successo che un Presidente ammettesse così apertamente che il proprio paese non ha la sovranità su sé stesso, una delle ammissioni più importanti e chiare dell’imperialismo. Ovviamente Mesa non vuole né ammettere questo, né tanto meno rivolgersi a chi sciopera, suo obiettivo è la chiamata alle armi alla classe media. “Funzionario pubblico, medico, insegnante, vuoi ricevere lo stipendio a fine mese, allora converrai con me che se non ci danno i soldi gli USA e la UE il nostro governo non potrà permettersi di pagartelo, e gli USA e la UE non ci danno soldi se approviamo leggi ostili sul gas e sull’acqua”, questo in sintesi il discorso. Quelli cui Mesa si rivolge rispondono immediatamente all’appello, un gruppo, poche centinaia di persone dal Prado e Obrajes, i quartieri ricchi di La Paz, si fionda sotto il balcone del palazzo presidenziale sventolando pañuelos blancos (fazzoletti bianchi) come simbolo di pace in una mano e chiedendo polso duro contro gli scioperanti con l’altra! La tensione sale altissima in tutto il paese. Mesa pone condizioni per restare al governo, un patto nazionale che includa l’approvazione di una legge per il gas accomodante con le multinazionali. Il patto, inutile, è siglato da tutti i partiti del parlamento meno il MAS e il MIP, che per due intensissimi giorni sembrano a più di un osservatore oramai in mano alle componenti interne più radicali. La messinscena di Mesa non è bastata, ed è lo stesso Presidente allora a rischiare la convocazione di una manifestazione in tutte le più grandi città per la pace e la democrazia, una conta che ridia respiro alla classe media ed ai settori più reazionari. Il MAS, il MIP, la COB, la FEJUVE de El Alto e la CSUTCB ricostruiscono sottoscrivendo un patto di lotta il fronte sociale della guerra del gas: il primo risultato è il moltiplicarsi dei blocchi stradali lungo le arterie del paese, dai 24 di poche ore prima, diventano oltre 60, e in più nei pressi di Yapacanì, nella regione di Santa Cruz, si occupano due pozzi di gas. Alla vigilia delle manifestazioni contrapposte, e degli scontri annunciati, Morales ancora una volta tende una mano a Mesa, dichiarando, a fronte di scuse ufficiali, la propria disponibilità a riannodare il dialogo. Alla fine nella capitale La Paz meno di 4000 persone partecipano alla manifestazione promossa dal presidente della repubblica, ed è il posto dove sono di più! Ciononostante scontri duri e alcuni feriti sono segnalati nei pressi di Santa Cruz, in città. A Cochabamba l’interposizione delle forze dell’ordine ed una più saggia ritirata dei pañuelos blancos limiti i danni di scontri comunque duri. La situazione si raffredda solo con l’annuncio dell’incontro tra Morales e i dirigenti del Estado Mayor del Pueblo e Mesa, convocato per il pomeriggio. Prospettive Il MAS dimostra ancora una volta di essere incapace del ruolo che ha e gli è riconosciuto in Bolivia. La sue è una direzione riformista, illusa nella possibilità di soluzione dei problemi del proletariato boliviano con misure compatibili con il capitalismo. Al contrario i fatti dimostrano che in un paese coloniale come la Bolivia la borghesia è disposta a giocarsi e perdere il potere politico piuttosto che fare concessioni rilevanti sul terreno economico. In ogni occasione il proletariato ha dimostrato di surclassare nella determinazione e nella capacità mobilitativa sia la borghesia che il residuo ceto medio, ma la tattica di lento logoramento dell’avversario che le forze della controrivoluzione hanno adottato, non lascerà le cose intatte. La borghesia non ha forza né capacità per confrontarsi per così dire militarmente con le lotte, anche se alcuni parlamentari denunciano che la Juventud Cruceñista sia stata armata con 5000 fucili, allora ne mette continuamente alla prova la resistenza, per consumarne la determinazione. Il MAS si è prestato a questo gioco per troppo tempo nel rifiuto di porre fin dall’inizio la questione del potere, ed alla fine non solo questo partito ma tutto il movimento di emancipazione del popolo boliviano potrebbe risentirne. È inutile dire che se durante la guerra del gas, alla cacciata di Goni, Morales non avesse proposto la successione costituzionale a favore di Mesa, ma al contrario avesse immediatamente richiesto le elezioni del congresso fondate sui delegati democraticamente eletti delle FEJUVE, della COB, dei popoli originari e della CSUCTB, e con questi attori sociali protagonisti nella guerra del gas, formato l’unico vero governo in grado di risolvere i problemi del paese, la situazione sarebbe oggi completamente diversa. Questa dovrebbe continuare ad essere la rivendicazione dell’Estado Mayor del Pueblo, come si è auto proclamato il patto sociale tra MAS e sindacati. Mentre scriviamo si è appena concluso con un nulla di fatto l’incontro che questo Estado Mayor del Pueblo, rappresentato da Morales, Solares e Ramon Loyaza, attuale dirigente della CSUCTB, ha tenuto con l’esecutivo. Evo dichiara alla stampa che i blocchi si intensificheranno a fronte dell’intransigenza del governo e delle multinazionali, non disposte a rinunciare ai 500 milioni di dollari annui che la legge proposta dal MAS gli sottrarrebbe. Da parte sua il ministro degli interni dichiara che la richiesta di mano dura contro gli scioperi avanzata dai pañuelos blancos autorizza formalmente il governo ad utilizzare ogni mezzo necessario per rimuovere i blocchi, anche se questo, così come denunciato dall’Asamblea Permanente para los Derechos Umanos dovesse significare commettere gli stessi errori di Goni. Significativa la risposta di Moises Torres dirigente dei sin tierra il quale afferma “Mesa deve sapere che non è tempo per dittature questo....... se vuole incarcerarci lo faccia.... non abbiamo paura!” Nelle giornate immediatamente precedenti gli scioperi Jayme Solares dichiarava pubblicamente “è tempo per un governo operaio e contadino in Bolivia”. Durante le 4 ore del vertice al palazzo presidenziale Red Erbol, la radio boliviana divenuta famosa nel mondo durante le giornate di ottobre 2003, lanciava un sondaggio: chi sta facendo più male alla Bolivia, Mesa, Morales o le multinazionali? Sull’etere si è sviluppato un dibattito. Telefonate di dirigenti locali del MAS,. della COB dichiaravano apertamente che non si dovrà più permettere alle forze della destra di riorganizzarsi. L’attuale silenzio è solo pace armata, la nuova fase della rivoluzione boliviana è appena cominciata. Perché è importante quello che accade in Bolivia? La domanda in conclusione non è affatto scontata. L'esperienza boliviana, dalla rivoluzione del 1952 in poi, ci insegna che nessuna conquista può dirsi decisiva senza che passi il potere dalle mani degli sfruttatori a quelle degli sfruttati, i fatti di questi ultimi giorni mostrano in modo chiaro quanto pericoloso sia permettere in un momento rivoluzionario che l'avversario di classe si riorganizzi. La rivoluzione è anche tempestività. Quando si dice, e siamo tutti d'accordo, che il riformismo è finito, bisognerebbe con la Bolivia ammettere che non esistono però possibilità per una riduzione di margini del profitto, semplicemente non la consentono neppure di fronte ad una mobilitazione così generalizzate, e che alternativamente alla regola del profitto esiste solo la pianificazione dell'economia sotto il controllo diretto dei lavoratori, ai cui bisogni come a quelli di tutto il genere umano, vanno rivolti gli sforzi produttivi, e che ancora, tutto ciò non si ottiene scegliendosi, come il MAS aveva fatto con Mesa, alleati tra i nemici di classe. Da internazionalisti sappiamo che una vittoria autentica in un qualsiasi angolo del mondo è quello di cui il movimento operaio ha bisogno per rilanciare l'offensiva. Definimmo la Bolivia la chiave della rivoluzione andina, ma in realtà, lungi dall'essere fenomeno circoscritto, quello che accade lì ha ripercussioni in tutto il continente latino americano, già segnato dal solco tracciato da Chavez. Denunce mai smentite affermano che dietro il secessionismo crucegno ci sarebbe il famigerato Plan Alpaca una operazione del governo cileno interessato alla balcanizzazione della Bolivia. Senza il gas boliviano, arrivato via Argentina, il governo del Cile avrebbe affrontato in modo molto meno deciso le mobilitazioni dell'anno passato in quel paese. Senza il gas boliviano, svenduto sotto costo, né l'Argentina né Kirchner avrebbero passato indenni l'inverno. Gli indios si passano esperienze e motivazioni lungo le coste del lago Tititicaca, dalla Bolivia al Perù e viceversa. Il loro protagonismo, la capacità sperimentata di mettere in relazione le loro rivendicazioni con il complesso delle rivendicazioni del movimento operaio, è il fatto assolutamente più nuovo a rendere questa occasione irripetibile. Non dimentichiamo che stiamo parlando della stessa gente che, priva allora di organizzazioni come la CSUCTB e di speranze, tradì il Che. E non dubitiamo che presto, come già accadde durante le giornate della guerra del gas, anche le strade di Quito in Ecuador si riempiranno nuovamente in solidarietà con i fratelli boliviani. Cosa che dovremmo essere pronti a fare anche noi, e tutto il cosiddetto movimento anti globalizzazione, silente proprio verso una lotta che ne scandisce gli slogan principali, nazionalizzazione dell'acqua, del gas ecc.. La Bolivia infine conferma in modo chiaro il concetto che più ci sta a cuore: la rivoluzione mondiale non è una prospettiva più o meno futura alla quale rinviare mentre si perseguono politiche riformiste nei propri paesi. La rivoluzione mondiale è all'ordine del giorno, lavoriamo per esserne all’altezza. Viva la Rivoluzione boliviana Per il governo operaio e contadino di Bolivia Per la Federazione Socialista Latino Americana Su questo argomento vedi anche: Torna alla pagina principale |