|
Dichiarazione di voto contrario all’Odg finale
La sconfitta elettorale delle destre e in particolare di Berlusconi e di Forza Italia apre una crisi terminale del governo. La sconfitta rappresenta una brusca accelerazione che segue quattro anni di costante logoramento dell’egemonia delle destre di fronte alle ripetute ondate di mobilitazioni di massa che hanno attraversato il paese.
La sconfitta e la precipitazione della crisi mostrano, a posteriori, come la forza della coalizione delle destre fosse più apparente che reale, più significativa su terreni appariscenti ma in ultima analisi secondari (una vasta maggioranza parlamentare, il dominio dei mezzi di comunicazione, ecc.) mentre era assai minore sul piano della lotta di classe, dei rapporti di forza nella società. L’elemento decisivo che ha determinato la sconfitta di Berlusconi e che probabilmente prelude persino alla scomparsa, nella prossima fase, del suo partito, si può così riassumere: Forza Italia si è dimostrata incapace di fronteggiare la pressione delle forti mobilitazioni della classe operaia e di vasti settori popolari, e anche laddove pareva che i movimenti di massa non riuscissero nell’immediato a strappare delle vittorie, alla lunga essi sono stati decisivi nel demolire il blocco di consenso delle destre.
Questa vittoria va quindi in primo luogo ascritta a merito dei milioni di persone che hanno alimentato le lotte; Berlusconi è sconfitto nonostante Prodi, nonostante le politiche moderate dell’Ulivo, nonostante candidati che nella stragrande maggioranza dei casi non avevano alcuna reale sintonia con le ragioni dei lavoratori.
La sconfitta delle destre quindi non può essere raffigurata come un semplice episodio di una asettica “alternanza” che vedrebbe i due poli scambiarsi di posizione (oggi al governo, domani all’opposizione e viceversa) in un ciclo apparentemente senza fine. Al contrario, la sconfitta della destra non è episodica ma sta assumendo le caratteristiche di un vero e proprio tracollo non solo elettorale, ma strutturale, che potrebbe precluderle il ritorno al governo per tutta una fase politica.
La prima conseguenza di ciò è che le principali contraddizioni non si esprimeranno fra centrodestra e centrosinistra, ma all’interno del centrosinistra stesso. Tale situazione chiama direttamente in causa il nostro partito e la nostra collocazione decisa allo scorso congresso. Il risultato modesto che il Prc raccoglie nel voto di lista, al di là di elementi locali o della penalizzazione che tradizionalmente ci colpisce nel voto amministrativo, va imputato a una collocazione che ci ha visto ormai da mesi seguire pedissequamente il sentiero tracciato da Prodi. Anche le recentissime prese di posizione che di fatto escludono l’apertura di una battaglia per la conclusione anticipata della legislatura, sulle quali il segretario si è espresso in piena sintonia con Prodi, confermano questa linea di comportamento.
Il risultato è che oggi appare come minimo appannato, per non dire invisibile, quell’elemento di radicalità e di alternatività che tante volte ha guidato verso di noi il voto di almeno una parte dei lavoratori e del “popolo della sinistra” che esprimendosi per il Prc intendevano indicare una critica, magari parziale, al moderatismo del centrosinistra e una richiesta di maggiore radicalità di programmi e piattaforme. Il voto recente dice che agli occhi dell’elettorato del centrosinistra le differenze fra il Prc e le altre forze della coalizione sono talmente sfumate da non giustificare una differenziazione a sinistra del voto, il tutto a vantaggio delle forze maggioritarie della coalizione, del progetto di Fassino e Prodi, nonché (in misura assai circoscritta) alle evoluzioni opportunisticamente radicali del Pdci.
La prospettiva di un governo di centrosinistra, oggi ancora più vicina, si inserisce in un quadro di crisi economica fatto di declino industriale (3500 aziende in crisi), penetrazione del capitale straniero, conti pubblici fuori controllo. In tale contesto, e con un movimento operaio ormai risvegliato, la rotta del centrosinistra è destinata ad entrare rapidamente in collisione frontale con gli interessi dei lavoratori e dei settori popolari, le cui attese sono oggi ancora maggiori di fronte al concretizzarsi di una rapida fine del governo Berlusconi.
È decisivo che nella prossima fase ci impegniamo:
- Per una mobilitazione il più vasta possibile che si ponga l’obiettivo di cacciare un governo ormai completamente delegittimato, a partire dalle manifestazioni che ci vedranno, in piazza nel prossimo 25 aprile.
- In una azione di costante intervento in quelle vertenze di categoria (metalmeccanici, pubblico impiego, ecc.) che vedono al centro la questione salariale e dei diritti, anche praticando le necessarie rotture con la linea moderata perseguita dalla Cgil;
- In un intervento sistematico sul terreno delle crisi industriali, dalla Fiat ai distretti in crisi, che ponga al centro la necessità non di un generico “intervento pubblico” a sostengo dei bilanci aziendali, ma della difesa dei posti di lavoro, degli insediamenti produttivi fino, laddove necessario, alla rivendicazione dell’esproprio senza indennizzo e della gestione operaia delle aziende che minacciano la chiusura.
Tutto il partito deve orientarsi all’intervento nelle mobilitazioni di massa e alla loro promozione, contrastando sul campo le ipotesi di ricomposizione concertativa sotto gli auspici del centrosinistra. Solo per questa via il Prc può conquistare quella posizione centrale e autorevole in grado di porlo nei prossimi anni come possibile punto di riferimenti di quei milioni di persone che inevitabilmente resteranno disilluse quando proveranno direttamente gli effetti delle politiche del centrosinistra.
È questo l’unico reale sbocco progressivo alla crisi delle destre che si manifesta oggi in tutta la sua profondità, ma che un domani, in assenza di alternative a sinistra, potrebbero tornare a farsi minacciose di fronte ai prevedibili fallimenti della coalizione ulivista |