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Scritto da La redazione di Falce Martello   

Dopo aver sconfitto le destre
 Sconfiggere le politiche di destra!

Le elezioni regionali del 3 e 4 aprile segnano in maniera inequivoca l’inizio della fine di Silvio Berlusconi e del suo progetto politico. L’esito delle urne rappresenta una vera e propria batosta per le destre e in particolare per Forza Italia che perde, rispetto alle regionali del 2000, 1 milione e 800mila voti e ben 4 milioni e mezzo rispetto alle politiche del 2001. Anche il confronto con le europee dell’anno scorso vede il partito del cavaliere perdere 1 milione e 200mila voti.

Come scrive Paolo Franchi nell’editoriale del Corriere della Sera del 5 aprile: “Già adesso è chiaro che, nella maggioranza, la sconfitta (una sconfitta così bruciante da non lasciarsi ridimensionare, circoscrivere o depotenziare) apre una crisi politica. E che di questa crisi l’epicentro è Forza Italia, il partito-non partito fatto a immagine e somiglianza di Silvio Berlusconi (…)Perché Forza Italia è, nel migliore dei casi, un grande comitato elettorale (…) così forse si può governare una proprietà o un’azienda, non un partito”.

 

La disfatta di Berlusconi

La destra è in crisi ed al centro di questa crisi c’è il partito del premier. Non possiamo che rallegrarcene, considerando le disastrose politiche portate avanti dal governo negli ultimi 4 anni. Difficilmente potranno venir fuori da questa situazione e si prepara per il futuro uno scenario nel quale è plausibile persino la fuoriuscita del cavaliere dal panorama politico italiano. Nulla sarà intentato da Berlusconi per sventare questa possibilità ma è altrettanto chiaro che il prestigiatore non incanta più. E non si tratta di un problema di marketing o di una campagna pubblicitaria riuscita male.

Gli italiani, i lavoratori di questo paesi sono stanchi dei continui attacchi e soprusi subiti in questi anni e della propaganda disgustosa de “l’Italia che va bene” quando è evidente a tutti che il paese è in declino, i salari sono da fame, la precarietà entra in ogni aspetto delle nostre vite.

Questo scenario che era prevedibile ed era stato previsto dalla borghesia di questo paese (anche se non in queste proporzioni) incrina fortemente la politica dell’alternanza e apre la strada a una sorta di bipolarismo zoppo dove da una parte c’è l’Unione (un’alleanza tra forze confindustriali e le burocrazie del movimento operaio) e dall’altra c’è una destra che rischia di andare in frantumi o di essere quanto meno ridimensionata anche perché, come è nelle italiche abitudini, i topi inizieranno a scappare dalla nave che affonda.

Questo che obiettivamente è un problema per le classi dominanti rappresenta invece un’opportunità per il movimento operaio, perché di fronte a un governo debole, senza una reale maggioranza nel paese, che fa continui attacchi al movimento operaio è inevitabile che si sviluppino nuove e più forti mobilitazioni sociali, per quanto i vertici sindacali si sforzino di smorzare, frenare e in certi casi sabotare le lotte operaie.

La realtà è che il frutto di questa sconfitta delle destre potrebbe essere raccolto facilmente se non fosse per l’assenza di uno sbocco politico e sindacale all’altezza delle necessità.

I vertici della sinistra presentano come unico sbocco a questa situazione di impasse un futuro governo di centrosinistra presieduto da Prodi il quale (come abbiamo spiegato più volte nel dibattito congressuale del Prc) non potrebbe che ripercorrere la parabola già vista tra il ’96 e il ‘’98 che ci ha portato al pacchetto Treu e alla Turco-Napolitano.

Come emerge dalle prime dichiarazioni dopo il voto Berlusconi non è intenzionato a cambiare atteggiamento e non seguirà i “più miti consigli” di Fini e Follini. Come è nella sua natura estremizzerà ancor più i toni e trasformerà il prossimo anno di legislatura in una sorta di campagna elettorale permanente, esattamente il contrario di quanto gli viene chiesto da Montezemolo. Non ci sarà accordo col centrosinistra sulle riforme istituzionali, né sulla legge elettorale, né sul CdA della Rai, non ci sarà accordo su nulla. Andrà dritto come un treno e finirà per sbattere contro un muro. Questa è l’ipotesi più probabile e questo renderà ancora più fragorosa la sua caduta.

E’ giusto ricordare che la crisi del governo Berlusconi ha avuto inizio proprio durante le grandi mobilitazioni sull’articolo 18 e contro la guerra in Iraq. Se tali mobilitazioni non hanno condotto alla caduta dell’esecutivo è stato solo per la pavidità dei dirigenti riformisti (di destra e di sinistra) che prima hanno abbandonato il movimento in mezzo al guado (Cofferati), poi hanno sospeso la critica al governo durante il rapimento delle due Simone creando un clima di unità nazionale nel momento in cui una spallata era possibile (Fassino e lo stesso Bertinotti) e infine hanno assecondato Prodi sulla linea folle che Berlusconi in qualsiasi caso dovesse concludere la legislatura (Fassino e ancora una volta il segretario del Prc, Fausto Bertinotti).

La sconfitta di Berlusconi a queste elezioni si è verificata nonostante la politica di questi dirigenti e grazie alle lotte che si sono scatenate negli ultimi tre anni praticamente su ogni terreno.

Se elettoralmente non è la sinistra a raccoglierne i frutti principali ma Prodi (Rifondazione in particolare esce penalizzata dal voto) questo si deve esclusivamente alle responsabilità dei dirigenti del movimento operaio che sono saliti sul carro della Confindustria.

 

Il voto a Rifondazione Comunista

In particolare è sorprendente, oltre che suicida, il tandem che tiene assieme in questo momento Prodi e Bertinotti.

I due prima hanno giocato di sponda sulla questione delle primarie in chiave antidiesse, ora giocano di sponda sulla proposta di allargare l’Ulivo alle altre forze che sono rimaste fuori dalla Fed (Pdci, Verdi e Di Pietro). E’ un gioco delle parti che avvantaggia solo Prodi. Perché se da una parte Bertinotti accredita Prodi e lo aiuta ad incatenare strati decisivi dell’elettorato di sinistra al carro della borghesia, dall’altra il Prc non ne ha alcun beneficio perché col suo moderatismo perde il sostegno dei settori più avanzati del movimento e non guadagna consensi verso coloro che vengono convinti dall’idea che “se Prodi deve essere che lo sia fino in fondo” e che “pur di battere Berlusconi pure con il diavolo”.

Ed è così che Bertinotti il giorno dopo il voto perde anche il giochino delle primarie perché è fin troppo evidente che non è più necessario questo strumento per addomesticare i burocrati diessini, né quelli della Margherita. Sono i risultati elettorali che spingeranno Fassino e Rutelli a sostenere lealmente Prodi sulla via del partito unico e del candidato unico del centrosinistra.

La Fed andrà avanti favorita anche dalla sconfitta registrata dalla sinistra Ds all’ultimo congresso senza che questo abbia portato alcun beneficio al Prc né in termini politici, né elettorali. Ne beneficia in parte il Pdci che è inoltre riuscito in questi mesi (ed è tutto dire) a mostrarsi seppur demagogicamente più indipendente da Prodi di quanto non sia stato Bertinotti. Diliberto infatti è stato l’unico leader di partito (oltre a Di Pietro) ad avanzare l’elementare richiesta di dimissioni del governo Berlusconi.

A differenza di quanto era avvenuto alle elezioni europee le liste unitarie alle regionali vanno bene tanto quanto le liste dei Ds e della Margherita (presentate in quelle regioni dove non si è trovato l’accordo per la lista della Fed). Ottengono un successo in particolare nelle zone rosse del Centro Italia. Il grosso dell’elettorato diessino ha digerito l’idea della Fed e si identifica in quella lista tanto quanto si è identificato con la Quercia in questi anni. Le cose cambieranno in futuro ma intanto Fassino e soprattutto Prodi hanno segnato un punto a loro favore.

Nella misura in cui l’Unione è destinata a governare presto il paese è inevitabile che imbarcherà altri elementi centristi che si staccheranno dal Polo. Significativa la nervosa lettera di Follini pubblicata sul Corriere di oggi (6 aprile), nella quale il segretario dell’Udc si sente obbligato a ribadire che non ha alcuna intenzione di abbandonare la Casa delle Libertà per approdare all’Unione: “So che per il centrodestra questo è il momento più drammatico, ma il tema è come uscire dalla crisi e non come uscire dal centrodestra”. A chi parla Follini, alla giornalista Meli che formalmente è il soggetto della polemica o ai propri compagni di partito?

Quanti notabili come Loiero vedremo nel prossimo anno passare armi e bagagli nel centrosinistra? E lo stesso segretario dell’Udc può essere insensibile rispetto al fatto che se in un primo momento la crisi di Forza Italia poteva rafforzarlo alla lunga rischia di trascinarlo nel pantano?

Anche Fini è in difficoltà, se da una parte il leader di An capisce che lo sprofondamento di Berlusconi potrebbe rappresentare la grande opportunità della sua vita per accreditarsi come leader indiscusso della destra di questo paese, dall’altra capisce anche che l’agonia in cui entrerà il governo nel prossimo anno può trascinare anche Alleanza Nazionale nel baratro. Ci sono forti ragioni per proseguire e concludere la legislatura ma altrettante per sciogliere le camere e andare a elezioni anticipate. La situazione è sul filo di lana.

Potrebbe bastare una forte pressione sociale e un certo numero di mobilitazioni per spingere il governo alle dimissioni, il che rappresenterebbe un enorme passo in avanti perché sarebbe chiaro a quel punto che è stata la piazza a far cadere il governo di destra e non una “normale” consultazione elettorale nella quale i “cittadini scelgono i programmi migliori per l’Italia”.

Non è un caso se oggi il partito di Fini è più diviso che mai. La destra sociale di Storace e Alemanno non tiene più i suoi. La sconfitta dell’ex governatore del Lazio viene vissuta da molti militanti della destra come il prezzo che è stato pagato alle bizze della Lega e alla assoluta mancanza di “sensibilità sociale” mostrata dal governo. La polemica tra Berlusconi e Fini sul contratto del pubblico impiego a tre giorni dal voto è la dimostrazione più evidente di quali sono le preoccupazioni che attraversano il corpo militante di An, educato per anni a un certo tipo di demagogia sociale. I cosiddetti “berluscones” di An (La Russa, Gasparri, ecc.) sono più appannati che mai. La loro strategia che sembrava vincente fino a qualche anno fa viene chiaramente sconfitta su tutta la linea (anche An è colpita nel voto seppure in maniera meno evidente di Forza Italia) ed è inevitabile che le pulsioni più estreme e fascisteggianti nel partito si rifaranno vive.

Conta anche la competizione che subiscono a destra dal movimento di Alessandra Mussolini, che a differenza di quanto viene detto non è affatto andata male in queste elezioni, se si considera che Alternativa Sociale prende 406.835 voti (1,64%).70mila voti in più rispetto alle europee, nonostante siano andati alle urne 3 milioni di elettori in meno.

Questi risultati pesano ancor più se si considera che alle europee si votava con il proporzionale mentre a queste elezioni AS era oggettivamente penalizzata dal fatto di essere collocata fuori dai poli.

Questa crescita dell’estrema destra è fonte di preoccupazione soprattutto in prospettiva di un futuro governo Prodi che veda la presenza di Rifondazione. Un governo borghese con ministri comunisti in un contesto di crisi economica e in pieno declino industriale rappresenta l’humus ideale in cui possono crescere e rafforzarsi i fascisti particolarmente nelle periferie delle grandi città, nel sottoproletariato e nella piccola borghesia facendo incursioni anche in una classe operaia che non potrà che essere scontenta di un governo come quello che si prepara con la probabile vittoria del centrosinistra nelle elezioni del 2006.

 

Costruire un'alternativa di classe

Questa sconfitta di Berlusconi sarà veramente feconda se la sinistra sarà in grado di preparare un’alternativa reale alle sue politiche. La strada che è stata intrapresa non è questa. Dalla destra dalemiana dei Ds per arrivare alla maggioranza del Prc la linea che prevale è l’abbraccio mortale con Prodi e con il centro borghese.

Il listone dell’Ulivo ne esce rafforzato in termini percentuali rispetto alle europee dello scorso anno (in cui si era presentato per la prima volta), il Pdci e i Verdi avanzano un po’. Rifondazione va male perdendo quasi un punto percentuale rispetto alle europee e mantenendosi ai livelli delle regionali del 2000 che rappresentano con le europee del ’99 il punto più basso raggiunto dal partito, dopo la rottura col primo governo Prodi.

Oggi che sarebbe possibile lavorare alla costruzione di un’alternativa di classe a Berlusconi e Prodi le sinistre si infilano in un’alleanza che sposta il suo baricentro sempre più a destra per combattere uno spauracchio, quello delle destre, che sta venendo meno per la precipitazione delle proprie contraddizioni combinate alle pressioni del movimento operaio.

Una volta sconfitto Berlusconi bisognerà costruire l’alternativa a Prodi. Solo l’unità del movimento operaio attorno a un programma di classe che rompa con le logiche delle compatibilità col capitalismo può aprire la strada a una reale alternativa che sia in grado di affrontare e risolvere i problemi della grande maggioranza della popolazione.

Questo è quanto ci dicono queste elezioni ed è dalle vertenze in corso alla Fiat, alla ST, nelle oltre 3.500 aziende in crisi dove si stanno mobilitando i lavoratori che può essere costruita l’alternativa ai padroni che sono i veri responsabili di questa crisi e che oggi si sentono sempre più rappresentati da Romano Prodi, proprio colui che dovrebbe presiedere a detta di qualcuno il futuro “governo amico” dei lavoratori.

 6 aprile 2005


 
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