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Uno sguardo sul futuro del Prc Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

Rifondazione nell’Unione

A un anno esatto dal congresso di Venezia, che sanciva il prevalere delle tesi di Bertinotti con il 59% dei voti nei congressi di base, ci avviciniamo a grandi passi alla verifica dei fatti. Il Prc si appresta ad entrare in una fase cruciale, forse decisiva della propria esistenza, e lo stesso dicasi per tutte le diverse componenti politiche che si sono espresse al suo interno.

Il preludio degli avvenimenti futuri è già in parte leggibile nella campagna elettorale e nel percorso che ci ha portati fin qui. Già abbiamo ampiamente scritto e detto sul programma stilato dall’Unione (si veda Il loro programma e il nostro , FM n. 190). Ma non è in quel misto eterogeneo di frasi fatte, pegni pagati ora a Confindustria, ora alle forze della sinistra, in quelle pagine di formule algebriche fatte per essere tirate a piacere da una parte o dall’altra, di capitoli i cui assi portanti seguono i dettami di Confindustria, mentre per le decorazioni ci si concede alle paroline dolci fatte per compiacere e addormentare le coscienze “critiche” della sinistra… dicevamo, non è in quelle pagine che troveremo indicazioni sul futuro corso dell’Unione, e del nostro partito al suo interno. Non i gruppi di redattori della “fabbrica” del programma, ma le asprezze della condizione economica, dei conflitti sociali, dello scontro aperto fra i diversi interessi in campo, decideranno delle sorti dell’Unione.

L’Ulivo vuole mettere alle strette il Prc

Intanto, una cosa è fin troppo chiara: l’attesa e invocata partecipazione dei “movimenti” alla stesura di tale programma, l’alluvione di democrazia partecipativa che Bertinotti e i suoi interpreti ci prospettavano in vista dell’accordo con l’Ulivo, non si è materializzata da nessuna parte. C’è invece, ma è tutt’altra cosa, la cooptazione di questo o quel pezzo di ceto politico “antagonista” (a cosa, rimane un mistero). Ma non sarà certo un Farina o un Caruso, e tantomeno un Folena, aggiunto alle liste elettorali del partito, a dare conto di cinque anni di mobilitazioni di massa che si sono contrapposte al governo delle destre. Al contrario, già oggi è ben distinguibile il preludio della musica futura: il Prc è considerato responsabile e garante dell’ordine pubblico e della pace sociale in caso di vittoria dell’Unione; custode della fiaccola olimpica contro le eventuali intemperanze dei valsusini del popolo No-Tav; costantemente esaminato da giudici implacabili in tema di nonviolenza, resistenza, legalità; martellato fino al punto che anche la candidatura di una figura come Marco Ferrando, leader di una minoranza del 6,5% successivamente decimata da scissioni e abbandoni, assurge, a dire il vero del tutto sproporzionatamente, a simbolo di un “pericolo rosso” da esorcizzare e in quanto tale rimosso con una procedura senza precedenti per disinvoltura nel trattare le regole, scritte e non, del dibattito interno (a cui ci siamo opposti e continuamo ad opporci).

La parola d’ordine indicata a chiare lettere dalla maggioranza del partito è “vinceremo col programma”; il voluminoso progetto diventa l’amuleto con il quale si tenta di esorcizzare la dura realtà. Prodi dichiara che la Tav “si deve fare”? La replica è che nel programma non c’è scritto. Lo stesso Prodi al congresso della Cgil si esibisce con Epifani in un duetto degno di Al Bano e Romina (prima del divorzio, certo…), con inni alla concertazione, al “coraggio” e alla “responsabilità” e dichiarazioni di questo tenore: “la legge Moratti si cambia in alcuni punti”. L’ineffabile compagno Paolo Ferrero, presente in rappresentanza del partito, non trova di meglio che replicare che Prodi “non ha detto tutto quello che c’è scritto nel programma”. Il gruppo dirigente del partito sta, secondo ogni evidenza, perdendo il contatto con la realtà. Il risveglio rischia di essere tanto brusco quanto amaro.

Eppure non è necessario un grande sforzo di fantasia per capire dove andrà ad approdare il governo dell’Unione. Ancora pochi giorni fa Prodi ha scritto una lunga lettera al Corriere della sera preannunciando massicci regali alle imprese, il taglio del “cuneo fiscale” di 5 punti (domanda: ma se si tagliano i contributi, con quali soldi si sosterrà il sistema previdenziale?), nuove liberalizzazioni e privatizzazioni e via di seguito. Quello stesso Prodi che poche settimane fa dichiarava che “il programma è la cornice, poi il quadro ce lo metto io”.

Sulla stessa linea il segretario Ds Fassino; che intervistato dal Sole 24 ore dichiara il suo pieno accordo col presidente della Confindustria Montezemolo e col governatore della Banca d’Italia Draghi. Fassino propone, fra le altre cose: il taglio del costo del lavoro di 10 punti in 5 anni, una maggiore facilità nell’uso degli straordinari, detassazione degli investimenti, liberalizzazioni, ecc. Alla domanda sulla legge 30 risponde così: “Non c’è dubbio che la cifra del mercato del lavoro moderno è la flessibilità. La impone la globalizzazione. Ma questo non deve significare una condizione di perenne precarietà per un lavoratore (…) Per questo occorre integrare la legge Biagi con un efficiente sistema di ammortizzatori sociali” ecc.

E sulle obiezioni di Bertinotti, ecco il pensiero del segretario Ds: “Bisogna prendere atto che i prodiani, i Ds e la Margherita sono oltre l’80% della coalizione. Nell’azione di governo (…) cercheremo sempre il massimo del consenso e della convergenza di tutti, ma, alla fine, se non si troveranno intese, occorrerà che ciascuna forza politica si assuma le proprie responsabilità e quindi dovrà prevalere un criterio di maggioranza”.

Questo sta diventando il pane quotidiano per il nostro partito e per la sua militanza. E ancora l’Unione deve vincere le elezioni…

Istituzionalizzazione crescente

Gettiamo lo sguardo un po’ più in là. In caso di vittoria dell’Unione, il Prc vedrà moltiplicata per quattro o cinque volte la propria attuale rappresentanza parlamentare (14 tra deputati e senatori); a ciò si aggiungano le 15 regioni nelle quali si governa in coalizione col centrosinistra, le decine e decine di comuni e province dove la generalizzazione degli accordi sta moltiplicando le situazioni di corresponsabilizzazione governativa. In un partito di dimensioni tutt’ora modeste, questo processo avrà conseguenze profonde. La gran parte del gruppo dirigente si appresta a traslocare dalle stanze di partito alle istituzioni. Segretari di federazione, responsabili di dipartimenti, insomma quadri che, bene o male, mantenevano attiva la struttura del partito, andranno a fare i parlamentari, i consiglieri, i ministri e sottosegretari, gli assessori, a occupare le varie posizioni di sottogoverno che spettano a una coalizione vittoriosa. È fin troppo facile prevedere come questo causerà un vero e proprio stato di abbandono delle strutture periferiche del partito, circoli e federazioni, all’inaridirsi delle diverse strutture (dipartimenti, commissioni, ecc.) che sono o dovrebbero essere una fonte essenziale di indicazioni per l’attività dei militanti. D’altra parte è sufficiente l’esperienza di questi mesi a farci capire come, nello schema messo in atto dalla maggioranza, è previsto che i militanti di base guardino in una sola direzione: verso l’alto, lassù nelle alte sfere dove il gruppo dirigente centrale si impegnerà a mantenere le numerose e incaute promesse di cui è stato prodigo in questi ultimi due anni e mezzo.

Complemento di questa concezione è l’operazione di vero e proprio “svuotamento” del Prc, operazione che va sotto il nome di “Partito della sinistra europea”. Si marcia, con ogni evidenza, a tappe forzate verso una formalizzazione di una nuova forza politica; è in atto un tesseramento, un percorso di discussione programmatica completamente sottratto a qualsiasi reale controllo da parte della militanza del Prc. L’approdo, almeno nelle intenzioni, è fin troppo chiaro: un “partito della sinistra europea” nel quale al ruolo già preponderante della componente di Bertinotti si aggiunga tutta l’allegra compagnia dei Folena, dei Falomi, dei Martone, insomma di tutti i generali senza esercito che il partito ha generosamente accomodato a Montecitorio o a Palazzo Madama. Qui si prenderanno le vere decisioni, mentre il Prc rimarrà come un guscio vuoto, un recinto nel quale le varie opposizioni saranno libere (più o meno…) di abbaiare alla luna.

Di fronte a questa involuzione qualche settore delle minoranze congressuali pare tentato dall’idea di produrre mini-scissioni a sinistra del partito, “vere rifondazioni” da proclamarsi fra le quattro mura di casa propria; è questa, a quanto pare, la prospettiva di una metà o poco meno di quella che era la componente di Progetto comunista.

Una prospettiva di conflitti sociali

Ma una cosa son i progetti della maggioranza che oggi dirige il Prc; altra cosa è che si possano realizzare. Ci sarà più d’uno che proclamerà la prematura scomparsa del Partito della rifondazione comunista, soffocato dall’abbraccio mortale dell’Unione e dalla cooptazione nelle istituzioni di tanta parte del suo gruppo dirigente. Fatta salva la buona fede, diciamo chiaramente che chi si pone su questa prospettiva, chi pensa di poter scorrazzare in una qualche verde prateria che si spalancherebbe a sinistra del partito, commette non solo un grossolano errore di analisi, ma facilita anche il compito a Bertinotti. Il dovere dei militanti critici oggi non è quello di abbandonare il partito e “togliere il disturbo”, ma quello di tracciare una strategia per riscattare il partito dalla attuale linea governista e trarlo fuori dalla palude nella quale rischia di sprofondare. È facile sbattere la porta (pochi però se ne accorgeranno) e andarsene dopo aver pronunciato qualche parola forte. Facile, ma del tutto sterile.

Bisogna invece guardare avanti, non farsi ipnotizzare dagli attuali rapporti di forza nel partito e fuori, che indubbiamente possono a prima vista trasmettere una sensazione di isolamento ai militanti più critici e combattivi. Oggi milioni di lavoratori considerano prioritario il compito di liberarsi del governo Berlusconi, l’aspettativa verso le elezioni del 9 aprile condiziona inevitabilmente anche i settori più combattivi e organizzati. Si tratta tuttavia di una fase temporanea, destinata a lasciare presto il passo a tutt’altro clima. L’equazione che determina il futuro dell’Unione può essere così riassunta: i lavoratori voteranno Prodi per vedere le cose cambiare, per invertire la rotta dopo cinque anni di Berlusconi, ma anche dopo quindici anni di concertazione e arretramenti continui. Sull’altro fronte, la Confindustria si aspetta che Prodi gestisca una nuova fase di attacchi e di politiche di austerità che sono, dal loro punto di vista, assolutamente indispensabili per affrontare la crisi dell’economia italiana. Non è difficile capire che in questo contesto, una vittoria dell’Unione sarà il preludio non a una ritrovata pace sociale, ma a una nuova fase di profondi conflitti di classe.

Nel 1996-2001 l’allora centrosinistra poté governare per cinque anni, sia pure con un percorso accidentato che vide avvicendarsi tre primi ministri e cinque differenti governi, soprattutto per il disorientamento che colpì la classe operaia, che rimase paralizzata dalla camicia di forza imposta dai vertici sindacali e spiazzata nel vedere che dal governo considerato “amico” veniva un attacco dopo l’altro, in particolare con l’introduzione massiccia del precariato grazie al pacchetto Treu. A causa della paralisi che colpì il movimento operaio, il primo centrosinistra poté percorrere fino in fondo la sua parabola fino alla inevitabile e poco dignitosa fine con le elezioni del 2001.

Ma quell’esperienza non è passata invano, Prodi e l’Unione non godranno di una delega in bianco, il disincanto è cresciuto, le condizioni sociali sono fortemente peggiorate, in una parola i margini sono assai più stretti di dieci anni fa. Per questo non possiamo non sorridere quando sentiamo il compagno Bertinotti dichiarare che non ritiene utile che l’Unione si proponga di “rimuovere il conflitto”. Caro Fausto, il problema non è se i movimenti avranno o meno il tuo permesso per tornare in campo; il problema è: di fronte agli inevitabili e aspri conflitti che si produrranno, con o senza il permesso dell’Unione, come si collocherà il Partito della rifondazione comunista?

Prendiamo ad esempio la questione Tav. Finora il Prc si è destreggiato più o meno goffamente tra la presenza nelle maggioranze che governano la regione e la provincia. Ma domani, quando saremo al governo, il tempo dei giochi di prestigio finirà rapidamente: tra Prodi che dice “la Tav si farà” e i valsusini che riprenderanno la mobilitazione, il partito dovrà scegliere!

E se su questioni come la Tav, certi settori della borghesia potrebbero anche essere disposti a ingoiare il boccone amaro e rinviare l’opera sine die (senza dirlo apertamente: diranno che bisogna rifare i progetti, le valutazioni ambientali e quant’altro), anche perché pare che i finanziamenti europei scarseggino, ci sono altri terreni sui quali lo scontro sarà inevitabile e non aggirabile: in primo luogo, i conti pubblici fuori controllo (debito pubblico oltre il 108% del Pil, deficit 2005 al 4,1% e tassi d’interesse in salita); in secondo luogo, l’urgenza di padroni di rilanciare la competitività con un nuovo giro di vite nelle fabbriche.

La borghesia e l’Unione

La classe dominante è cosciente delle contraddizioni profonde che possono esplodere sotto un governo dell’Unione. Non a caso, pur affidando a Prodi un mandato molto chiaro, lavorano già a preparare le alternative, a disegnare nuovi scenari politici ancora più spostati a destra, opzioni di “grande coalizione” che escludano dal governo non solo il Prc e il Pdci, ma che mettano alle strette anche i Ds. Di questo si discute non tanto perché la classe dominante tema il programma “troppo spostato a sinistra” dell’Unione, ma perché dubita, con ragione, che una coalizione eterogenea formata da dieci partiti possa tenere a freno un movimento operaio che dal 2001 in avanti ha dimostrato di essere in grado di produrre mobilitazioni di grande portata e radicalità. La parola d’ordine della borghesia nei confronti della sinistra che si appresta a governare (e del gruppo dirigente della Cgil) è: usare, screditare per poi emarginare. Solo i politici rampanti del gruppo dirigente diessino, i vari D’Alema, Bersani e compagnia, possono davvero illudersi di essere sulla soglia del potere vero, dei salotti buoni, del definitivo inserimento “in società”: così come li hanno malamente messi da parte nell’operazione Unipol-Bnl, li metteranno brutalmente da parte estromettendo i Ds dal governo quando non serviranno più.

Ma la cosa grave è che mentre la classe dominante si prepara apertamente a demolire la sinistra nel nostro paese, il gruppo dirigente del Prc non ha alcuna idea di come fronteggiare questo pericolo: l’unica risposta è quella di aggrapparsi spasmodicamente a Prodi e al programma e… fare gli scongiuri.

La nostra prospettiva

Si prepara dunque una situazione nella quale il nostro partito sarà sottoposto a pressioni e tensioni senza precedenti. Le contraddizioni accumulate dovranno esplodere, il contrasto stridente fra le parole e i fatti, fra le attese proposte e la dura realtà produrrà una inevitabile e forte reazione fra i militanti del partito. Compito nostro, come area di opposizione, è quello di stringere fin d’ora legami sempre più stretti con tutti quei militanti che percepiscono la deriva del partito e la crisi di prospettiva che si sta aprendo. Dopo il congresso di Venezia abbiamo intensificato un lavoro di costruzione e di radicamento che ci ha visto avanzare significativamente in molti terreni, primo fra tutti quello dell’intervento nei luoghi di lavoro e nella Cgil. Il lavoro prezioso che stiamo mettendo in campo su tutti i terreni, dalla formazione alle pubblicazioni, dall’intervento nelle vertenze alle campagne internazionaliste, non deve essere considerato patrimonio esclusivo di un gruppo ristretto di compagni o di un’area politica. Deve essere proposto e messo a disposizione di tutti quei militanti che cercano e cercheranno sempre più dei punti di riferimento politici e organizzativi e che vorranno opporsi alla deriva governista e ai suoi effetti distruttivi sul partito. La conferenza dei Giovani comunisti, in preparazione per i prossimi mesi, potrebbe essere un primo banco di prova: lavoreremo per verificare se, come crediamo, esiste un terreno di azione comune con altri settori del partito, a partire ovviamente da quelli critici dell’attuale corso, che metta in rilievo quei punti comuni di opposizione alla prospettiva di entrata nel governo e le necessarie proposte per sviluppare le rivendicazioni necessarie a un serio lavoro di radicamento fra i giovani.

10-03-2006 

 
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