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Nuovo pilastro dell’Europa capitalista
Il 16 febbraio è stata approvata dal Parlamento europeo, la famigerata direttiva Bolkestein, del commissario al mercato interno ai tempi della presidenza alla commissione europea di Prodi.
La direttiva, in una nuova versione, ha avuto il voto favorevole dei partiti del Partito popolare europeo, con l’eccezione di alcuni partiti dell’est Europa, di quelli del Partito socialista europeo, Ds compresi, ad eccezione dei partiti socialisti francese e belga, e di buona parte dei partiti liberali. Le modifiche apportate al testo originario fanno dire alla Ces, la Confederazione europea dei sindacati, di cui fa parte anche la Cgil, che il risultato del voto del Parlamento europeo è un vero successo per i lavoratori europei.
In effetti, nella versione originale, vi era il principio del “paese d’origine”, secondo il quale, un’azienda che avesse aperto un’attività in un altro paese dell’Ue poteva applicare le regole del paese d’origine. In un contesto di aumento dell’esternalizzazione di servizi avremmo potuto avere uno scenario in cui nello stesso luogo di lavoro avrebbero potuto lavorare fianco a fianco un lavoratore italiano, secondo le leggi e i contratti nazionali italiani, e un lavoratore estone o moldavo con norme, salario e condizioni di lavoro dello Stato d’origine. La modifica della versione originale dell’art. 16 della direttiva ha fatto votare “no” alcuni partiti di destra e ha fatto protestare la Confindustria europea che voleva andare fino in fondo. La Bonino, che come si sa si presenta con la Rosa nel Pugno alle prossime politiche italiane all’interno dell’Unione, ha persino gridato allo scandalo dicendo che “è una vergogna che all’interno dell’Ue ci sia ancora così tanta conservazione” (Corriere della Sera del 17/02/06).
Nella direttiva approvata, tuttavia, vengono eliminati gli ostacoli legali che impedivano ad imprese di svariati settori, tra cui quelle edili e di pulizie, e a professionisti quali avvocati, architetti e ingegneri, a servizi di consulenze alle imprese e ai “servizi economici di interesse generale” di circolare liberamente. Dunque vi sarà la liberalizzazione dei servizi.
In un contesto in cui l’Europa chiude sempre più le frontiere ai lavoratori immigrati, “extracomunitari” ma non solo, apre alla libera circolazione di imprese e capitali e decide di permettere la “libera concorrenza”, ossia la corsa al ribasso nei diritti, nei salari e nelle garanzie sociali
La “libera concorrenza” per i padroni è sempre a geometria variabile, tant’è che in un settore dove la liberalizzazione avrebbe potuto creare loro qualche problema, come quello delle banche, è escluso dal campo di applicazione della direttiva. La Confindustria sa bene che la concorrenza con aziende dell’Europa dell’est, dove salari, normative e condizioni di lavoro sono nettamente peggiori dei paesi capitalisti avanzati d’Europa, si traducono in un ennesimo attacco alle condizioni di vita e di lavoro del movimento operaio europeo e ad un’ennesima stretta che può portare ad un aumento dei profitti.
Sullo stesso principio del paese d’origine, del resto, nonostante venga cancellato dal testo e sostituito dal principio dell’apertura del mercato, si resta ambigui e si lascia la partita aperta ad altre istanze, quali la Commissione e la Corte di Giustizia con tutti quegli scenari di cui si parlava in precedenza. Del resto, è bene ricordarlo, lo stesso Trattato dell’Ue si basa in ultima istanza proprio su tale principio.
Già nel 2005 vi era stata una combattiva manifestazione a Bruxelles con 100mila persone, che si proponeva di rispedire al mittente la Bolkestein. Il 14 febbraio, due giorni prima l’approvazione in Parlamento, c’è stata un’altra mobilitazione di massa. Nonostante i limiti di una convocazione durante un giorno di lavoro, c’erano 50mila persone che manifestavano contro questo provvedimento liberista e antioperaio.
La parziale modifica è avvenuta proprio sulla base di questa mobilitazione che ha costretto i partiti socialdemocratici a spingere per un compromesso: un voto favorevole alla versione originale sarebbe stato insostenibile. E’ con la lotta e la forza che il movimento operaio ha dimostrato in Francia, in particolare con il No al referendum sulla costituzione europea, con una straordinaria campagna che ha visto coinvolti numerosi luoghi di lavoro, che si può spiegare il voto contrario alla Bolkestein da parte del Partito socialista francese.
Di fatto solo l’arrendevolezza della Ces ha permesso che una lotta promettente finisse su un binario morto con un compromesso che è comunque a perdere. Come dimostra anche il caso Enel-Suez, i padroni possono essere divisi su tutto, ma si uniscono sempre quando si tratta di usare l’Unione europea come grimaldello per scassinare i diritti dei lavoratori.
10-03-2006
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