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A che punto č il programma dell’Unione? Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   

Le elezioni politiche si avvicinano. Le speranze di vittoria per il centrodestra si assottigliano sempre più, se anche a Messina il candidato della Casa delle Libertà viene sconfitto. Ci avviamo quindi ad una vittoria dell’Unione, che guardando baldanzosamente al futuro, ha annunciato di aver finalmente delineato il proprio programma di governo.

Romano Prodi si è dimostrato sicuro di sé, spiegando che l’Unione si impegnerà in riforme “radicali, forti e coraggiose”. Anche Bertinotti si è dichiarato soddisfatto del “conclave” tenutosi, ci informano i quotidiani, in una lussuosa villa umbra, in località San Martino al Campo. Dello stesso parere Fassino e Pecoraro Scanio, Rutelli e Diliberto.

Come è possibile che si sia trovato un accordo che fa contenti tutti, quando le varie formazioni politiche che costituiscono l’Unione, partivano da posizioni molto distanti?

La risposta è semplice: su molte questioni si è deciso di rinviare una decisione finale, mentre su altre le formulazioni sono così vaghe che è difficile poter esprimere un’opinione, a favore o contro. Ciononostante, una serie di orientamenti non promettono niente di buono per i lavoratori e le loro famiglie.

L’economia, punto centrale di scontro

Bertinotti e la maggioranza del Prc hanno ribadito pubblicamente in più occasioni (compreso il Comitato politico nazionale del Prc tenutosi a novembre) di non essere disposti ad accettare una riedizione della “politica dei due tempi” di funesta memoria. Tuttavia, con altrettanta chiarezza Romano Prodi ha detto pù volte che la sua strategia sarà di scontentare tutti e subito, per poi recuperare: in altre parole, prima le stangate, poi le riforme. I lavoratori italiani hanno imparato a loro spese negli ultimi trent’anni come il “poi” non arriva mai.

Dove si troveranno le risorse per lo sviluppo? Non è dato sapere, anche se sul “programma per l’Italia”, la carta dei principi dell’Unione, possiamo leggere che “l’equilibrio della finanza pubblica dovrà essere ristabilito per fornire un quadro sicuro e stabile alle politiche pubbliche, ai consumi e agli investimenti privati rilanciando la competitività del sistema produttivo.” Quindi pare che i conti pubblici si dovranno risanare, e Romano Prodi più volte ha ribadito che per rilanciare la competitività bisogna ridurre il costo del lavoro. Nessun commento, invece, sugli enormi utili realizzati dai primi cinque istituti di credito italiani: 6,7 miliardi di euro nel 2004, con un incremento del 46,8% rispetto all’anno precedente. (Corriere Economia, 5 dicembre 2005) Con questi superprofitti si potrebbe con facilità risanare gran parte del deficit dello Stato, ma forse si metterebbe anche a rischio l’alleanza, irritando non poco i poteri forti. Ed allora meglio continuare con le politiche nefaste dell’ultimo decennio, privatizzando gli enti pubblici, dal trasporto locale all’acqua, come ci spiegano i relatori del tavolo dell’Unione, oppure andare avanti sulla vendita di pezzi di Eni e dell’Enel. Su questo argomento il Prc si attesta su una posizione minimalista, ovvero “la richiesta di mantenere una quota minima di proprietà pubblica”, (il Manifesto, 30 novembre) quando visti i danni nei confronti di milioni di famiglie di lavoratori dovuti alla privatizzazioni, l’unica proposta difendibile per i comunisti sarebbe quella della rinazionalizzazione integrale di tutte le aziende pubbliche privatizzate.

Il lavoro

Sul mercato del lavoro, la legge 30 non verrà abrogata. Verranno abolite le forme di lavoro precario dal nome americano, come il “job on call”, o lo “staff leasing”. Ma questo non è un problema per le imprese, visto che non venivano utilizzate.
Tutto il resto non si tocca. Sulle collaborazioni si stabilisce che “non dovranno costare di meno del corrispondente lavoro subordinato”. Conclusione: un lavoratore a progetto sarà sempre più conveniente, perché più ricattabile e senza diritti. I precari dovranno ancora penare, il “tavolo” non ha partorito nulla di meglio che un fumoso impegno ad “adottare iniziative legislative per rendere certi i percorsi di stabilizzazione”.

Ricordiamo poi che Romano Prodi si è sempre pronunciato a favore della Bolkestein, promulgata d’altra parte quando era presidente della Commissione Europea. L’applicazione di tale direttiva costituirebbe un attacco devastante ai diritti dei lavoratori, come abbiamo spiegato nei mesi scorsi. Qui Prc e Pdci hanno posto un “paletto”, cioè che la Bolkestein non si debba applicare ai servizi pubblici essenziali.

Immigrazione ed istruzione

Un altro tema caldo è quello dell’immigrazione. La Margherita non ha alcuna intenzione di abolire i Cpt ed ha fatto muro su questo. Il Manifesto del 6 dicembre ci spiega che non è svelata la formula adottata, per il superamento di quella vergogna chiamata “Centro di permanenza temporanea”. Non vorremmo che a questi centri si cambi solo nome e si adotti una qualche misura cosmetica, come un periodo più breve di permanenza, ma la sostanza, cioè l’espulsione per “immigrazione clandestina” rimanesse. Il mito della sinistra italiana, Zapatero, in Spagna sta applicando una politica approntata sul massimo rigore, come dimostra il massacro perpetrato a Ceuta e a Melilla

Sull’istruzione, tutti giurano e spergiurano di voler far dimenticare le nefandezze della Moratti. Poi, leggendo fra le righe, si scopre che la questione dell’abolizione del 3+2 all’università è “controversa”, mentre in un documento firmato un paio di mesi fa dai gruppi parlamentari dell’Unione si difende l’autonomia scolastica ed universitaria (Liberazione, 23 settembre 2005), che ha permesso l’entrata dei privati nell’istruzione pubblica. Quindi l’Unione non vuole mettere in discussione due fra le architravi fondamentali delle controriforme che stanno portando allo sfascio l’istruzione pubblica.

Sull’Iraq, l’Unione proporrà un calendario per il ritiro delle truppe, concordato con il governo iracheno. Che il governo
iracheno sia illegittimo e un pupazzo dell’imperialismo americano non sembra interessare i leaders dell’Unione. Nessun ostacolo alla partecipazione ad una forza Onu nel paese mediorientale, mentre verso gli interventi negli altri luoghi del conflitti (Afghanistan, Balcani), i dissensi hanno consigliato di… rinviare la discussione!

C’è chi si accontenta di alcune conquiste sulla questione dei diritti civili. Ma i Pacs sono di fatto negati mentre l’ipoteca della chiesa cattolica sul programma dell’alleanza si fa ogni giorno più pesante, come dimostra l’offensiva martellante contro la 194 e i diritti delle donne.

Interessi di classe divergenti

La direzione in cui i partiti del centrosinistra si stanno orientando è chiara. Si cerca di fornire al prossimo governo una faccia responsabile, di chi vuole “risolvere l’emergenza del paese”. Il programma è volutamente vago, perché per Prodi, Rutelli e buona parte dei Ds è già scritto. È custodito nei cassetti di
Confindustria, che batterà cassa dal 10 aprile davanti al nuovo inquilino di Palazzo Chigi. E chiederà di far pagare la crisi ai lavoratori, come ha fatto il governo Berlusconi. Nessun “tavolo programmatico” può conciliare interessi di classe profondamente diversi, quelli dei padroni e quelli dei lavoratori.

Solo con un programma che attacchi gli interessi dei grandi capitalisti di questo paese si potrebbe garantire la difesa e la riconquista di tutta una serie di diritti dei lavoratori. Il comportamento del Prc è indicativo di quello che succederà nel futuro. Nessuno spostamento a sinistra, nessun unione influenzata dai movimenti, o dal bagno di “democrazia partecipativa delle Primarie”, ma una trattativa a porte chiuse dove i dirigenti del Prc nel miglior caso vengono raggirati con una sequenza di formulazioni vuote.

Un’anticipazione del conflitto tra le aspirazioni della classe lavoratrice e le esigenze della borghesia la vediamo in queste settimane in Val Susa. Il centrosinistra è sordo alle richieste della popolazione, anzi, molti dei suoi dirigenti giustificano le cariche delle “forze dell’ordine”. Il Prc balbetta e non riesce né desidera uscire da un’alleanza che ogni giorno che passa conferma di essere una vera e propria gabbia. L’esperienza già dei primi mesi di governo dimostrerà a tanti lavoratori che ogni conquista potrà essere difesa solo rompendo quest’alleanza su basi di classe.

20-12-2005 

 
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