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1905 Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Savino   

La "prova generale dell'Ottobre"

 

Il proletariato ha raggiunto il potere grazie all'esperienza fatta dai predecessori nel 1905", scrisse Trotskij nella prefazione a 1905. La rivoluzione era figlia delle contraddizioni di una società ancora dominata dal bastone dell'autocrazia, ma in cui si sviluppava il capitalismo, con enormi impianti industriali (all'epoca la Russia era il primo paese per le dimensioni delle imprese: praticamente il 60% delle aziende erano al di sopra dei 500 operai), e un crescente impoverimento delle campagne.

Nelle fabbriche le giornate di lavoro duravano anche 12 ore, e ogni minima protesta era punita in modo severo: dal licenziamento alla deportazione. Rivolte e scioperi avevano già avuto luogo nel 1902-1904 annunciando il risveglio della classe operaia russa. Lo scoppio della guerra russo-giapponese nel gennaio 1904, causata dallo scontro degli interessi in Cina, congelò l'esplosione della situazione all'interno della Russia, ma le continue umiliazioni e sconfitte militari, dalla presa di Port Arthur alla catastrofe di Tsushima nel maggio 1905, ebbero l'effetto di un terremoto per l'autocrazia.

Cresceva la domanda di libertà in Russia, si susseguivano riunioni degli zemstva (organismi di limitato autogoverno nelle campagne: essenzialmente si occupavano dell'assistenza sanitaria e della prima istruzione, nonché della costruzione di ponti e strade) nelle quali si dibatteva su come uscire dalla situazione. I liberali si illudevano che attraverso pressioni avrebbero ottenuto qualcosa. L'ala più "dura" del liberalismo, facente capo a Struve (ex "marxista"Š) e al suo gruppo dell'Unione di Liberazione, diede vita sul finire del 1904 a una campagna di "banchetti", dove si brindava alle libertà civili e alla democrazia, ma anche qui le illusioni vennero infrante dai decreti del 12 dicembre, i quali riportavano la conferma dei principi dell'autocrazia, e le misure repressive contro le riunioni antigovernative.

Il 7 gennaio 1905 Struve scrisse "in Russia non c'è un popolo rivoluzionario". I fatti stroncheranno questa dichiarazione nel giro di 48 ore…

La classe operaia pietroburghese conobbe un processo di radicalizzazione enorme sul finire del 1904: assemblee e comizi erano pane quotidiano nei quartieri della capitale, solo che l'organizzazione di riferimento non erano i gruppi socialisti (in clandestinità e vittime di deportazioni), ma l'Assemblea degli operai russi di fabbrica e di officina, una formazione guidata dal pope Gapon. Sindacati come quello promosso dal prete ortodosso rientravano nella politica di Zubatov, uomo dell'Ochrana (la polizia politica) e sostenitore della mediazione del trono fra classe operaia e padronato, con la speranza di mantenere i conflitti sociali in un quadro economico. La lotta di classe farà saltare in aria questo progetto: il licenziamento di quattro operai iscritti al sindacato alle officine Putilov scatenò una sequenza di eventi imprevedibili, e fuori dal controllo dello stesso pope. Il fallimento delle trattative per la riassunzione dei lavoratori, il venir meno del ruolo di mediazione del governo, spinsero a convocare un'assemblea combattiva nel quartiere operaio dell'isola Vassilevskij, dove venne deciso lo sciopero alle officine Putilov. Lo sciopero incominciò il 3 gennaio, e nemmeno la riassunzione di tre dei quattro operai servì a fermare il dilagare del movimento: dal 6 gennaio nessuna fabbrica lavorava a Pietroburgo, i due terzi dei lavoratori avevano incrociato le braccia.

La "Domenica di sangue"

Nei giorni dello sciopero nacque l'idea di una pacifica processione verso il Palazzo d'Inverno, con una petizione da consegnare allo zar. Questo documento, riportato in 1905, opponeva alle confuse e aleatorie frasi liberali le parole chiare delle rivendicazioni della democrazia politica, come il suffragio universale e l'Assemblea Costituente, e le parole d'ordine più importanti sono la giornata lavorativa di otto ore e il diritto di sciopero.

Il corteo avrebbe portato soltanto paramenti sacri e ritratti dello zar, e solo inni religiosi sarebbero stati permessi, ma l'ottusità del governo diede luogo a uno spargimento di sangue senza precedenti. A tutt'oggi non si ha notizia di cifre certe sul massacro, ma di certo si può parlare di centinaia di morti e migliaia di feriti, anche perché la polizia nottetempo trafugò i cadaveri. L'accoglienza ricevuta dai manifestanti, con scariche d'artiglieria e le cariche dei cosacchi, causò una reazione violenta da parte del proletariato pietroburghese: già dopo i primi scontri apparvero le bandiere rosse (vietate dal pope), e si eressero barricate.

Secoli di fede nello zar buon amico del popolo erano scomparsi nell'arco di una mattinata. Un bolscevico usò queste parole per descrivere il mutamento dell'umore delle masse: "Osservai i volti attorno a me e non vi lessi né paura né panico. No, le espressioni reverenti, quasi oranti di prima avevano fatto posto all'ostilità, all'odio. Scorsi quello sguardo di odio e di vendetta su tutti i visi di vecchi e di giovani, di uomini e di donne. Era davvero nata la rivoluzione, era nata dal profondo, dalle viscere stesse del popolo."

Il 10 gennaio, dopo già una settimana di sciopero, erano 160mila i lavoratori pietroburghesi che avevano incrociato le braccia. E le reazioni non erano limitate soltanto alla capitale: migliaia e migliaia di operai davano vita a scioperi e agitazioni di massa in 122 città, le miniere del Donec erano ferme, così come parte del sistema ferroviario. Anche gli atenei furono coinvolti dall'ondata di indignazione: l'università di Mosca fu il teatro di un raduno in cui 3.000 studenti fecero a pezzi un ritratto dello zar e sventolarono bandiere rosse, il conservatorio pietroburghese invece fu chiuso per le agitazioni studentesche. Persino la stampa liberale fu costretta a riconoscere come bastarono pochi giorni di agitazione proletaria a sconvolgere il regime, come scrisse il settimanale Pravo: "Si può adesso dopo le sanguinose giornate di gennaio porre in dubbio la missione storica del proletariato urbano della Russia? Tale questione, almeno per l'attuale momento storico, è evidentemente risolta, e non da noi, bensì dagli operai, che, in quelle memorande giornate di cruento orrore, hanno scritto i loro nomi nel Libro d'oro del movimento sociale russo"

Le notizie dei disordini nelle città raggiunsero le campagne, dove, dal maggio 1905, vennero lanciati attacchi contro le tenute signorili, organizzati in modo diverso dalle sporadiche rivolte dei tre secoli precedenti: le azioni erano coordinate da provincia a provincia, e il bestiame e le terre erano divisi fra i contadini. Il lato debole di queste insurrezioni era dovuto alla mancanza di legame con quello che avveniva nei centri urbani: non esisteva ancora una guida comune e unificante. Questo aspetto, venuto a mancare nel 1905, sarà fondamentale nella vittoria della rivoluzione nel 1917.

L'agitazione si diffuse anche nelle fila della marina, la cui truppa era tradizionalmente composta da operai: il 26 giugno si ammutinò nel Mar Nero la corazzata Potemkin, sulla quale erano imbarcati marinai di tendenza bolscevica, e la nave accorse immediatamente a dare man forte allo sciopero generale in corso ad Odessa. La rivolta venne soffocata nel sangue, ma l'equipaggio riuscì a rifugiarsi nel porto rumeno di Costanza grazie agli altri ammutinamenti scoppiati sulle navi da guerra. Questi avvenimenti costrinsero il governo a concludere la pace con il Giappone il 29 agosto, ma le speranze di aver soffocato definitivamente la rivoluzione vennero meno nel settembre.

Lo sciopero di ottobre

Il 20 settembre incrociarono le braccia i poligrafici della Sytin di Mosca, che esigevano la riduzione delle ore lavorative e l'aumento del salario a cottimo. La vicinanza con l'università permise di unificare le lotte degli studenti con quelle operaie, e i cosacchi provarono a disperdere ripetutamente le assemblee tenute nelle strade, sparando sulla folla. Invece lo sciopero dilagò.

Entrò sulla scena l'Unione panrussa degli operai e impiegati ferroviari, che dall'estate dibatteva della necessità di uno sciopero generale nazionale per perseguire la convocazione dell'Assemblea Costituente a suffragio quadruplice. L'Unione, formatasi nell'aprile 1905, aveva nel suo Comitato Esecutivo simpatizzanti e sostenitori dei partiti socialisti. Durante una conferenza convocata dalle autorità a proposito dei problemi relativi al pensionamento dei dipendenti ferroviari, i delegati cacciarono via i rappresentanti delle autorità ed estesero le competenze dell'assemblea a problemi politici. Lo sciopero iniziò il 6 ottobre. Uno dopo l'altro le linee vennero bloccate, nonostante i telegrammi dell'Ochrana che minacciavano punizioni severe agli scioperanti, e sull'esempio dei ferrovieri, scesero in sciopero i metalmeccanici, gli impiegati postali, e persino i ballerini dei teatri imperiali!

"Lo sciopero si serve di ogni mezzo: invita, esorta, scongiura, supplica in ginocchio - come a Mosca, dove una donna-oratrice si inginocchiò sulla banchina della stazione per Kursk - minaccia, spaventa, scaglia sassi e infine usa la pistola. Vuol raggiungere i suoi scopi, a qualunque costo. La posta è troppo alta: il sangue dei padri, il pane dei figli, il buon nome stesso delle forze rivoluzionarie. Tutta una classe è ai suoi ordini e se una minima parte del mondo operaio, fuorviata dagli avversari, gli intralcia il cammino, che meraviglia se, con uno spintone, toglie di mezzo i recalcitranti?" Così Trotskij descrisse l'imponente partecipazione popolare allo sciopero. Cominciarono ad essere erette barricate in molte città, come ad Odessa, dove il 14 ottobre durante gli scontri con i cosacchi ci furono 8 dimostranti morti e un cosacco e un gendarme feriti. A Ekaterinoslav, dopo tre giorni di disordini, 28 persone morirono.

La nascita del Soviet

Il grande cambiamento qualitativo avvenne con la nascita del Soviet dei Deputati Operai di San Pietroburgo il 10 ottobre 1905. Questo avvenimento segnerà non soltanto la rivoluzione del 1905, ma l'intera storia russa e mondiale, creando lo strumento di autogoverno e contropotere del proletariato mondiale. Ogni rivoluzione conoscerà processi che porteranno al costituirsi di organismi eletti democraticamente dai lavoratori, e ancora oggi forme embrionali di consigli operai prendono vita nei nuovi scenari della lotta di classe internazionale.

Immediatamente l'autorità del Soviet sulla classe operaia ebbe una vasta risonanza: telegrammi e delegati vennero inviati al Consiglio dei deputati operai, il sindacato dei tipografi si occupò della stampa delle Izvestija, bollettino ufficiale del Soviet. Il 17 ottobre venne eletto, durante una seduta presso la Libera Società Economica, il Comitato Esecutivo, composto da 50 delegati bolscevichi, menscevichi e socialrivoluzionari - o sr - avevano sette seggi ciascuno). La figura centrale nella politica del Soviet fu Trotskij, dapprima vicepresidente fino all'arresto di Nosar (avvocato menscevico pietroburghese), e poi presidente. I bolscevichi agli inizi ebbero un atteggiamento settario nei confronti del Soviet, provando nella prima assemblea a imporre i propri punti strategici, ma il ritorno di Lenin, entusiasta sostenitore della partecipazione ai soviet, servì a correggere l'errore. Nell'articolo "I nostri compiti e il Soviet dei deputati operai", Lenin sottolineava l'importanza del Soviet come embrione del governo rivoluzionario provvisorio. Il Soviet di San Pietroburgo divenne il quartiere generale dello sciopero generale, facendo pressioni sui lavoratori esitanti, imponendo il blocco delle attività ai padroni delle fabbriche e tenendo informati, attraverso le Izvestija, degli sviluppi degli avvenimenti.

La differenza tra il Soviet e un comitato di sciopero (tanti ne sorsero durante il 1905) consisteva nel fatto che il Soviet svolgeva funzioni di governo e di ordine pubblico: aveva abolito la censura sulla stampa, dichiarando che gli organi di stampa che non sottomettevano i propri articoli al governo potevano essere pubblicati dai lavoratori, imposto gli orari di apertura ai magazzini d'alimentari e costituito una milizia operaia, che permise di evitare pogrom antisemiti a San Pietroburgo.

Di fronte al pericolo di poter essere rovesciato (una battuta circolava in quei giorni riguardo al dualismo di potere: sarà Witte ad arrestare Nosar o Nosar ad arrestare Witte?), lo zar e il suo ministro Witte cercarono di correre ai ripari emanando il Manifesto del 17 ottobre, nel quale si prometteva la garanzia di libertà civili, di assemblea, e la convocazione di una Duma (parlamento) a suffragio "in futuro universale". Queste promesse mai vennero mantenute, ma bastarono a scatenare scene di gioia nelle strade dell'Impero, dove la gente al suono della Marsigliese e sventolando bandiere rosse dava vita a enormi cortei. I liberali continuarono a sperare in una monarchia costituzionale, mentre invece i bolscevichi della sezione pietroburghese in un volantino scrissero che la libertà zarista era quella di sparare, impiccare,terrorizzare la gente onesta. Il Soviet, attraverso le Izvestija, prese una posizione simile a quella bolscevica.

Verso lo scontro finale

La reazione cominciò a dispiegarsi ancora più in maniera virulenta: si susseguirono pogrom contro la popolazione ebraica, mentre arresti e deportazioni di attivisti politici erano all'ordine del giorno. La campagna del Soviet sulle otto ore, avviata dai lavoratori pietroburghesi con l'utilizzo dello sciopero all'inizio di novembre, si scontrò con una borghesia sempre più impaurita dall'avanzata proletaria, e i padroni delle fabbriche cominciarono ad organizzarsi contro la rivoluzione. Il colpo più devastante inferto dalle autorità fu l'arresto, il 26 novembre, di Nosar, il presidente del Soviet di San Pietroburgo, assieme ad alcuni deputati.

Il Soviet elesse immediatamente un presidium di tre uomini, tra i quali spiccava Trotskij, e decise di colpire al cuore il governo, mettendo in crisi il già precario sistema finanziario, ritirando i risparmi dalle banche, rifiutando i versamenti e ricevendo i pagamenti soltanto in oro. Il 2 dicembre uscì il Manifesto, redatto da Parvus, e firmato dal Posdr, dagli Sr, dall'Unione contadina e dal Partito socialista polacco: i rimborsi nel dicembre 1905, a detta di Trotskij, superarono le entrate dello Stato di 90 milioni di rubli. Era un'ulteriore dimostrazione di forza del Soviet, ma il 3 dicembre il Comitato Esecutivo e 256 deputati furono arrestati, su ordine del governo.

I deputati scampati all'arresto diedero vita a un nuovo Soviet e a un nuovo Comitato Esecutivo, capeggiato da Parvus, che proclamò lo sciopero generale politico per l'8 dicembre. Ma la lotta si spostò a Mosca.

Il Soviet moscovita il 4 dicembre aderì al Manifesto finanziario, mentre due giorni dopo venne proclamato lo sciopero politico generale per il 7, da trasformarsi in un'insurrezione armata. La conferenza dei deputati ferrovieri del 5-6 dicembre si concluse col grido "Non stiamo cominciando uno sciopero, ma la vittoria della rivoluzione!". Circa 100mila lavoratori moscoviti avevano abbandonato i posti di lavoro fin dai primi giorni dello sciopero, mentre i commercianti chiudevano i loro negozi. Le strade erano presidiate dalle milizie operaie. L'8 dicembre anche le banche private, i teatri e le scuole vennero chiuse, la vita cittadina sembrava spegnersi. L'unica linea ferroviaria funzionante era la Nikolaevskaja linia, ovvero il collegamento fra Mosca e San Pietroburgo: l'esitazione nel bloccare il traffico su questa tratta, come ricorderà Trotskij, consentirà il transito dei rinforzi per le autorità moscovite.

Il primo scontro grave avvenne il 9 dicembre all'Accademia Fiedler, durante un'assemblea del Sindacato dei Ferrovieri: le truppe circondarono il palazzo intimando la consegna delle armi, che non avvenne. Venne usata l'artiglieria leggera, e, nonostante la milizia avesse offerto la resa, le truppe attaccarono ugualmente la folla, causando 5 morti e 16 feriti. 120 persone vennero arrestate e il risentimento crebbe a vista d'occhio.

In seguito agli avvenimenti del giorno prima, il 10 dicembre vennero issate le prime barricate. Il governatore adottò le più severe misure contro l'insurrezione, autorizzando anche la creazione di una milizia dell'UPR (Unione del Popolo Russo, formazione antisemita dai caratteri prefascisti) subordinata all'autorità degli ufficiali locali.

L'Organizzazione di Combattimento del Comitato Moscovita del Posdr l'11 dicembre affisse un manifesto che era un manuale di tecniche di guerriglia partigiana. La scelta della tattica partigiana era sintomo e limite della debolezza fatale della rivoluzione del 1905: la mancanza di collegamento organico con i contadini, nelle campagne e nelle caserme. In ultima analisi qualsiasi insurrezione, in un modo o nell'altro deve regolare i suoi conti con l'apparato repressivo dello stato: può sopraffarlo militarmente o deve spaccarlo politicamente, attraendone la base. La mancanza di collegamento con i contadini e quindi con le truppe (in gran maggioranza provenienti dalle campagne) non lasciava scelta e, in definitiva, nemmeno scampo alla rivoluzione del 1905. La rivoluzione del 1917 fece tesoro anche di questa esperienza.

In molte parti della città, i moscoviti accorsero in aiuto delle milizie per erigere barricate, costruite con ogni cosa fosse possibile: pali del telegrafo, pietre, pezzi di legno, porte, lampioni…

Il cuore della rivolta moscovita era nel quartiere operaio della Presnja, polo tessile dove il soviet distrettuale assunse pieni poteri di governo. Le autorità cinsero d'assedio il quartiere, bombardandolo con danni mortali per la popolazione, così come venne data l'autorizzazione di sparare ad ogni gruppo di tre persone per strada. Le vie del quartiere si riempirono di cadaveri, una scena infernale. La mattina del 18 dicembre, dopo essere stata praticamente distrutta, la Presnja si arrese, e la popolazione scappò, timorosa degli ulteriori massacri.

L'insurrezione terminò, con 1059 moscoviti uccisi durante i bombardamenti e migliaia di deportati e carcerati. La reazione guadagnava appoggi nel campo liberale. Il bilancio delle vittime del regime zarista, tra metà ottobre 1905 e l'aprile 1906, fu di quindicimila persone giustiziate, ventimila feriti o morti da colpi d'arma da fuoco e oltre quarantacinquemila deportati e esiliati. L'atrocità di queste cifre, come ricordò Karl Liebknecht in un discorso commemorativo dell'insurrezione moscovita, è che nel periodo tra il 1825 e il 1905 in Russia vennero condannati a morte 625 uomini politici, di cui ne furono giustiziati solo 191. Il sistema "parlamentare" nasceva nel trionfo della brutalità e dell'arbitrio militare; verrà seppellito dallo stesso zar con il colpo di Stato del 3 giugno 1907.

Una nuova epoca si è aperta, con il 1905, vera e propria "prova generale" (Lenin) della rivoluzione d'Ottobre: un'epoca di guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni. E, da comunisti, con gli occhi rivolti alle lotte rivoluzionarie in Venezuela e in Sudamerica, siamo convinti che quest'era, l'era della rivoluzione socialista, non sia ancora terminata.

17-11-2005 

 
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