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Preparare la vera alternativa di sinistra Scriviamo a poche ore dal previsto sciopero generale della Val di Susa contro lo scempio della Tav. Uno sciopero nato su una spinta tumultuosa cresciuta dal basso, che ha faticato, e tutt’ora fatica, non poco a smuovere non solo l’attenzione dei mass media, ma anche gli stati maggiori del sindacato. La Cgil, infatti, non appare tra i promotori mentre vi figurano infatti i sindacati di base e la Fiom, alla quale si sono aggiunte successivamente altre categorie. Un’altra lotta di popolo, dopo quelle di Scanzano Ionico e di Acerra, in difesa di un territorio e delle condizioni di vita di chi lo abita.
Ma questo non importa ai capi del centrosinistra: la diessina Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, assicura che si andrà avanti ugualmente. Rinunciare alla Tav, ci informa Rutelli, sarebbe “suicida”. A seguire gli studenti, che da settimane sono in fermento e che si preparano in molte città a scendere in piazza il 17 novembre per poi replicare il 25, in occasione dello sciopero generale. Dopo gli anni nei quali la controriforma Moratti avanzava apparentemente senza ostacoli, scuole e università vedono nuovamente il protagonismo degli studenti, che si ribellano a una “riforma” classista, all’aumento inarrestabile dei costi dello studio e della selezione, all’asservimento dell’istruzione pubblica agli interessi delle aziende e della Chiesa. Peccato che i “pensatoi” dell’Ulivo stiano proponendo, per l’istruzione pubblica e in particolare per l’università, politiche di autonomia e privatizzazione ancora più radicali di quelle del Polo. D’altra parte, non sono forse stati i ministri ulivisti Berlinguer e Zecchino ad avviare questo scempio, approvando l’autonomia (ossia l’aziendalizzazione) della scuola e il famigerato 3+2 dell’università? Il 25 novembre Cgil, Cisl e Uil hanno convocato quattro ore di sciopero generale contro la finanziaria. Una data importante, nella quale è necessario fare di tutto perché l’adesione sia alta e soprattutto perché emerga una spinta ad allargare e continuare la mobilitazione, a non limitarsi alle rituali quattro ore di sciopero e a passare invece da una iniziativa dimostrativa a una lotta che punti davvero alla caduta del governo. Il 2 dicembre sciopereranno i metalmeccanici, che da undici mesi tentano di ottenere la “astronomica” cifra di 105 euro di aumento mensile (più 25 per le aziende che non firmano contratti integrativi). I padroni ne offrono circa 60 e sono disposti ad andare oltre solo in cambio di ulteriore mano libera sulla flessibilità (come se questa fosse una merce rara nelle aziende italiane!). Ma quale politica economica propone Prodi al posto di quella fallimentare e truffaldina di Berlusconi e Tremonti? La solita ricetta: “risanamento dei conti pubblici” (e sappiamo chi lo paga), “rilancio della competitività” (cioè soldi ai padroni e sacrifici per i lavoratori), liberalizzazioni e privatizzazioni. La concertazione, che ha bloccato i salari reali per circa un decennio, facendo esplodere il bilancio di milioni di famiglie, rimane il dogma centrale della politica economica non solo dell’Ulivo, ma anche dei dirigenti sindacali. Il 3 dicembre sarà la volta degli immigrati, con la manifestazione nazionale convocata a Roma per la chiusura dei Centri di permanenza temporanza (Cpt), questi veri e propri centri della vergogna; una vergogna documentata una volta di più, dopo le decine di racconti e denunce mai raccolte da nessuno, da un giornalista coraggioso dell’Espresso, che fingendosi un clandestino ha raccontato gli abusi che sono moneta corrente all’interno del Cpt di Lampedusa. Ma no, ci spiega ancora una volta l’ineffabile Rutelli, i Cpt si devono mantenere, altrimenti l’Italia diventa la base del terrorismo internazionale. Livia Turco, che i Cpt li ha inventati, aggiunge che magari potremmo cambiare il nome… E intanto si prosegue a suon di sgomberi, a Bologna ma anche a Napoli o a Sassuolo. Le prossime settimane paiono dunque una specie di appello di tutti i settori sociali colpiti dalla politica del governo e dalla crisi sociale più generale che investe il nostro paese. Non proteste rituali, ma un lungo elenco di malattie sociali, effetti della crisi che colpisce l’economia e la società italiana, aggravati dall’azione nefasta del governo Berlusconi. Basta questo breve elenco per capire come non si sia affatto spenta nel paese la volontà di lottare, di reagire contro condizioni sempre più precarie e intollerabili. Ma quello che colpisce come un vero pugno nell’occhio è l’abissale distanza tra gli stati maggiori del centrosinistra, da Prodi in giù, e le ragioni dei milioni di persone che sono parte di queste mobilitazioni. Il vertice si raggiunge sulla questione irachena. Ormai è di pubblico dominio che gli Usa hanno compiuto a Falluja un massacro indiscriminato e orrendo di migliaia di persone usando armi convenzionali e non, compreso il napalm e il fosforo bianco. Lo dice non solo l’inchiesta della Rai (pudicamente trasmessa alle 7,30 del mattino), ma anche le pubblicazioni ufficiali del Pentagono, così come decine di altre fonti indipendenti. E cosa rispondono i Fassino, i Rutelli, i Prodi, di fronte a questa ennesima conferma del carattere criminale dell’occupazione dell’Iraq? Vedremo, faremo, chiederemo… certo non vorremo andarcene così tutto d’un colpo, parleremo, concorderemo con gli Usa, con gli iracheni… Ma a quali iracheni Fassino pensa di andare a chiedere? A quelli del governo fantoccio, o a quelli che vengono massacrati nelle operazioni “scuoti e cuoci” – shake and bake –, come le chiamano i banditi in alta uniforme del Pentagono? In tutto questo Rifondazione comunista viene lentamente macinata. Il partito è chiamato direttamente e drammaticamente in causa da tutti questi avvenimenti; partecipa alle giunte di Cofferati e della Bresso, è inserito a pieno titolo nell’Unione a guida Prodi, si appresta a far parte di un governo. La contraddizione è stridente, ma ancora più drammatico è che non si discuta di nulla di serio. Si parla e si chiacchiera di tutto, tranne che delle cose realmente importanti. In questo processo la coerenza del partito, la sua identificazione con la causa dei lavoratori, degli studenti, degli immigrati, è sempre più logorata. Per dirla brutalmente, ma realisticamente: ci si avvicina al palazzo, ci si allontana da chi dovremmo rappresentare e organizzare. È per contrastare questa deriva che questa rivista e i suoi sosenitori lottano ogni giorno, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, in ogni lotta che si sviluppa, nel sindacato e nel Prc. Unisciti a noi! 15 novembre 2005 |