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Un inganno sulla testa dei lavoratori
L’inedita alleanza che ha dato l’assalto a Banca Nazionale del Lavoro (Bnl), Antonveneta e Rizzoli-Corriere della Sera (Rcs), giunta agli onori della cronaca con lo scandalo scaturito dalle intercettazioni telefoniche di quest’estate, merita di essere analizzata in quanto è rivelatrice non solo del carattere parassitario della borghesia italiana ma anche delle trasformazioni che sono intervenute al suo interno. È altresì interessante osservare il ruolo che in questa vicenda hanno assunto le diverse forze politiche, a partire dai Democratici di sinistra.
Da diversi anni a questa parte si è fatto strada quel processo di finanziarizzazione che ha spinto il capitalismo italiano ad abbandonare progressivamente i rami produttivi per rivolgersi alla più profittevole speculazione finanziaria e immobiliare. Parallelamente c’è stata la grande abbuffata delle privatizzazioni condotte prevalentemente dai governi di centrosinistra (per un valore di oltre 100 miliardi di euro).
Ed è così che in questi anni, la Fiat entra in Edison, Pirelli (attraverso una lunga catena di scatole cinesi) si assicura il controllo di Telecom e si trasforma in una holding immobiliare e Benetton mette i propri artigli su Autostrade e Autogrill. La lista potrebbe continuare a lungo.
Mentre crescono a dismisura i profitti, l’industria italiana precipita. Gli investimenti sono al minimo storico, la produzione industriale e la produttività vanno a picco.
Il capitalismo italiano, incapace di competere sui mercati internazionali, vede le famiglie storiche in forte crisi di egemonia. Non è sorprendente dunque che compaiano sul mercato nuovi soggetti rampanti che si rendono protagonisti di scalate “audaci”; quello che sorprende caso mai è che di questi personaggi si innamori perdutamente il gruppo dirigente dei Ds.
Colaninno, Gnutti, Ricucci, Fiorani e compagnia da qualche anno a questa parte si sono lanciati all’assalto dei “salotti buoni” e chiedono al gotha della borghesia di fare spazio.
Lo si è visto ai tempi del governo D’Alema con la scalata a Telecom (dove Colaninno ha messo in un angolo la famiglia Agnelli) lo si rivede oggi con la cordata che prova a scalare Bnl, Antonveneta e Rcs e che oltre a ricevere la benedizione di Fassino ha potuto contare sui capitali delle cooperative che sono arrivati con Consorte, presidente dell’Unipol.
È sintomatico della crisi, che il gotha della borghesia trovi dall’altra parte della barricata, oltre ai palazzinari e ai finanzieri d’assalto, anche il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che dopo aver fatto in questi anni le fortune di Fiorani, ex amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, ha dato la propria copertura all’intera operazione.
La Confindustria entra nella partita
Montezemolo non è stato a guardare. Il presidente di Confindustria nella relazione all’assemblea annuale dell’associazione, aveva già criticato “la malintesa battaglia per l’italianità delle banche” e criticato “l’emersione di nuovi soggetti e di capitali misteriosi”, aggiungendo che: “nel paese, soprattutto nella sinistra, abbiamo sentito troppi silenzi”.
Parisi e Rutelli ne hanno preso immediatamente le parti attaccando frontalmente i Ds dalle pagine del Corriere della Sera.
Si è visto così chiaramente qual’è la forza politica che all’interno dell’Unione rappresenta direttamente gli interessi della grande borghesia. Se la Confindustria punta sulla Margherita, ai Ds non restano che le cooperative e i parvenu. Questi ultimi non si fanno problemi a usare i dirigenti diessini quando sono utili a far soldi, per guardare in altre direzioni quando non servono ai loro scopi.
Non a caso Gnutti, un imprenditore considerato da molti come “rosso” e che nel 2003 aveva sostenuto la campagna elettorale dei Ds alle amministrative a Brescia (perché interessato alla privatizzazione dell’Asm) oggi non si fa alcun problema a sostenere Silvio Berlusconi staccandogli, con un gruppo di amici, un assegno di 650.000 euro per la campagna elettorale. C’entra qualcosa col fatto che il gruppo Fininvest è entrato con ingenti capitali nella Hopa, l’holding finanziaria di Gnutti, concorrendo così alla sua partecipazione alla scalata?
In fondo si tratta di business.
D’Alema e i “capitani coraggiosi”
Il termine “capitani coraggiosi” venne coniato da Massimo D’Alema per apostrofare l’allegra brigata a cui l’allora premier consegnò la Telecom, pensando di costruire un gruppo di potere politico-editoriale-finanziario che potesse contrapporsi sul piano politico all’impero di Silvio Berlusconi aprendo nuovi orizzonti al capitalismo italiano. Ma a dispetto di ciò, questi signori sono passati all’incasso e hanno girato l’azienda a Tronchetti Provera.
Si trattava di un’idea bizzarra in virtù della quale il presidente dei Ds ha regalato migliaia di miliardi del patrimonio pubblico a Colaninno e Gnutti. Ecco i frutti dell’ utopia riformista che ritiene si possa “governare” il capitalismo attraverso le leve della politica, democratizzando per questa via il sistema economico.
Il solo pensare che degli squali della finanza potessero giocare un ruolo progressista dimostra fino a che punto sono degenerati i dirigenti diessini. Non possiamo dare torto a Follini che replicando a Fassino nella recente polemica sul Sole 24 Ore dice che: “c’è un certo eccesso di zelo in una cultura politica che ha scoperto il mercato in tarda età e ha finito per farsi affascinare dai suoi aspetti più ambigui e tortuosi”.
Come Craxi negli anni ’80 si era legato a Berlusconi, così D’Alema stringe oggi relazioni con i “capitani coraggiosi”.
Dietro le scalate di Fiorani, Ricucci, Gnutti, Consorte e compagnia bella, la burocrazia diessina vede una lotta contro l’egemonia delle famiglie storiche del capitalismo italiano.
Loro invece, i soggetti impegnati nell’operazione includendo Consorte e le stesse Coop, vedono solo i loro affari.
Si tratta di business.
Guarda caso però quando viene messo in discussione il ruolo delle famiglie storiche del capitalismo italiano l’apparato dello Stato reagisce e la magistratura inizia ad operare. È così che il tentativo di scalata di Fiorani ad Antonveneta fallisce sotto i colpi delle inchieste giudiziarie, la scalata a Rcs può considerarsi conclusa e Ricucci rischia di affondare.
Resta in piedi quella su Bnl, la quale però non è affatto detto che vada in porto. Lo vedremo nei prossimi mesi. Anche se c’è il via libera della Consob l’operazione resta un azzardo considerando che la banca ha una capitalizzazione di borsa quattro volte superiore a quella del gruppo Unipol. Non a caso la potente Coop Firenze (legata al Monte dei Paschi di Siena) annusando i pericoli se ne è tirata fuori sin dall’inizio.
Le Coop oggi
Alla Confindustria la mossa di Consorte di scalare la Bnl non è piaciuta perchè mette in discussione i ruoli e gli assetti del capitalismo italiano. Secondo Montezemolo le Coop devono restare al loro posto, nel loro “recinto sociale” e devono lasciare che siano i veri imprenditori (e cioè loro) ad arricchirsi con la speculazione. Una volta a stabilire chi aveva diritto a fare questo tipo di operazioni erano Cuccia e Mediobanca. Oggi le cose sono un po’ più complesse.
Non è escluso però che una volta depotenziata l’operazione si possa anche trovare un accordo tra le due bande impegnate nello scontro. Sia perché la Margherita e i Ds dovranno governare insieme, sia perché il peso economico delle cooperative in questi anni è oggettivamente cresciuto.
Hanno sfruttato bene le agevolazioni fiscali e la presenza sempre più diffusa di amministratori diessini che hanno elargito generosi contratti all’Unipol e alla Lega delle Coop.
I soldi per la scalata alla Bnl vengono proprio da lì. Il punto forte dell’operazione sta nelle 28 cooperative presenti in Holmo spa, la holding di Bologna che controlla Unipol e che fattura 15,6 miliardi di euro e ha un capitale sociale di 17 miliardi che per l’88% proviene dalle tasche di oltre cinque milioni di soci.
Le cooperative che aderiscono alla Lega Coop hanno sommato nel 2004 un fatturato di 45,75 miliardi di euro con una crescita del 5,11% rispetto all’anno precedente e del 7,69% tra il 2002 e il 2003.
Se negli anni ’70 le Coop occupavano il 2% dei lavoratori italiani, oggi questa percentuale supera il 5% con oltre un milione di dipendenti a livello nazionale.
Ovviamente non rappresentano il nuovo orizzonte del capitalismo italiano. Non essendo presenti nell’industria è impensabile che risollevino le sorti dell’economia. Verranno travolte anch’esse dall’inevitabile declino di un paese sempre più schiacciato dalla competizione globale. Le imprese chiuderanno, i consumi si ridurranno, la bolla immobiliare scoppierà. Emergerà a quel punto chiaramente che l’alternativa al capitalismo in crisi non è il cooperativismo e che solo il socialismo può liberare la società da questi parassiti che accumulano ricchezze favolose senza produrre nulla, limitandosi a giocare in borsa e a lucrare sulle nostre teste.
12-10-2005
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