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Non aspettiamo le elezioni Stampa E-mail
Scritto da La redazione di Falce Martello   

Con le lotte possiamo mandarli via!

Il governo Berlusconi si avvia a concludere degnamente una legislatura con un ultimo fuoco d’artificio nel quale si mescoleranno con fantasmagorici effetti tutte le nefandezze e le indegnità che abbiamo vissuto negli anni recenti.

Si comincia con una legge finanziaria che si aggira sui 20 miliardi di euro. Nel mirino soprattutto i Comuni, che subiranno un taglio dei trasferimenti di 1 miliardo e 700 milioni di euro (3,1 miliardi il totale dei tagli che ricadranno sugli enti locali) pari a circa il 7 per cento dei trasferimenti che ricevono dallo Stato. Asili nido, istruzione, sport, trasporto locale, servizi sociali di ogni genere finiranno inevitabilmente sotto la scure dei tagli. Tremonti realizza qui il delitto perfetto, pur essendo il “mandante” dei tagli non dovrà neppure sporcarsi le mani a dire dove e quanto tagliare, lasciando l’ingrato compito a sindaci e giunte comunali.

Restando in dubbio la legittimità della “tassa sul tubo”, è invece ben certo l’arrivo della ennesima stangata sulle bollette, sospinte dall’alto prezzo del petrolio: si stima un più 5 per cento per la bolletta elettrica nell’ultimo trimestre dell’anno. A seguire un’altra infornata di “cartolarizzazioni”, leggi svendita di patrimonio pubblico, i cui introiti, peraltro, sono più che aleatori.

Ma se “la copertà è corta”, come ha detto Berlusconi, non tutti resteranno al freddo. La chiesa cattolica, ad esempio, incassa l’ennesimo regalo con l’esenzione dall’Ici di tutti i suoi immobili, non soltanto i luoghi di culto (già scandalosamente esenti), ma anche quelli ad uso commerciale: ostelli, strutture ricreative, ecc: al governo devono aver pensato che una bella genuflessione prima di una impegnativa campagna elettorale, non può che venire utile.

Tutto questo, peraltro, non impedirà affatto che il deficit aumenti ulteriormente se già nella prima metà di quest’anno il Fondo monetario internazionale stima il deficit annuo al 5,1 per cento del Pil mentre anche la massa del debito accumulato ricomincia ad aumentare.

Nel paese dei telefonini e degli amanti instancabili, intanto, aumenta la povertà. L’Istat, non certo nota in questi anni per il suo particolare spirito polemico, rileva che il 13,2 per cento della popolazione, oltre 7,5 milioni di persone, è povero e un altro 7,9 per cento è “quasi povero”. Precipita il mezzogiorno, dove una famiglia su quattro è sotto la soglia e dove si registrano gli aumenti più significativi (Puglia dal 20,4 per cento del 2003 al 25,2 del 2004; Campagnia, dal 21,2 al 24,9 per cento).

A questi dati si affiancano i rilevamenti di Federdistribuzione, l’associazione delle imprese della grande distribuzione. A luglio le vendite alimentari negli iper e supermercati (che pure negli scorsi anni crescevano, a spese dei piccoli negozi) sono calate dell’1,7% rispetto all’anno precedente. Nel 2001 si andava a fare la spesa ogni 4,7 giorni; ora si va ogni 5,2 giorni. Si va di meno, si spende di meno, si compra sempre di più in offerta (dal 18,8 per cento nel 2001 al 23 per cento attuale sul totale delle spese effettuate).

A coronare questo “gran finale” della destra al governo, un’altra infornata di leggi su misura, che non solo aiuteranno il Cavaliere e i suoi amici a risolvere qualcuno dei loro annosi contenziosi, ma rischiano di mettere una pietra sopra a inchieste quali quella sui fatti del G8 di Genova nel 2001, sulla “sanitopoli” siciliana e, si calcola, a un buon 80 per cento dei processi già avviati per casi di corruzione.

La destra sa, nonostante l’ottimismo di facciata di Berlusconi, che le speranze di vincere le prossime elezioni sono quasi inesistenti. Berlusconi sembra sempre di più il capitano di un equipaggio sull’orlo dell’ammutinamento. Berlusconi riesce (ancora) a governare giocando proprio sulle divisioni che lacerano la sua coalizione, facendosi arbitro di un gioco di ricatti incrociati interno alla Casa della libertà. Ma è un gioco di breve respiro e lo sanno bene tutti i capipartito della destra. Tutti i loro calcoli sono palesemente volti a posizionarsi al meglio non per vincere le elezioni, ma per fronteggiare la prevedibile sconfitta.

E l’Unione? Racconta un giornale molto amico di Prodi, che il candidato primo ministro faceva le prove, la mattina della domenica 9 ottobre, in vista della manifestazione dell’Unione tenuta quello stesso pomeriggio a Roma. Provava, riferisce la Repubblica con involontario umorismo, a fare la voce tonante per galvanizzare la piazza. Ma il problema non sono i toni di voce. Il problema è che l’Unione, e Prodi per primo, non ha voce per dare risposte convincenti a quei milioni di persone che hanno subito in questi anni il massacro sociale del governo e la stagnazione economica. Milioni di lavoratori che si sono mobilitati massicciamente e generosamente in questi anni, ma non hanno trovato negli stati maggiori del centrosinistra alcuna risposta alla loro volontà di mandare a casa questo governo e di invertire la rotta. Di fronte salari e pensioni che precipitano, di fronte un vero e proprio massacro dello Stato sociale (senza il quale, ricordiamolo, si calcola che il 44 per cento delle famiglie precipiterebbe nella povertà), non si sente una sola parola che possa far sperare in un effettivo cambio di rotta da parte del centrosinistra rispetto alla sua lunga subalternità alle politiche dettate dal capitale, che hanno gettato le premesse di questo sfascio e che sono state completamente fatte proprie anche dalla sinistra riformista ben prima che arrivasse Berlusconi a completare l’opera.

Quando 200mila metalmeccanici devono scendere in piazza per ottenere uno straccio di contratto nazionale, non sentiamo “tuonare” né Prodi né Fassino; quando un ambasciatore americano, con la tradizionale insolenza, assicura che anche se vince Prodi l’Italia non uscirà dall’Iraq, non sentiamo Prodi indignarsi, anzi: lo stesso Prodi assicura che, poiché sarà lui a decidere la politica estera, i soldati italiani resteranno nei Balcani e in Afghanistan, e Bertinotti “si dovrà adeguare”.

Ce n’è a sufficienza per dire che non possiamo aspettare passivamente le prossime elezioni: dobbiamo scendere in campo ora, riprendere il filo delle mobilitazioni; far saltare la finanziaria e far cadere il governo è possibile. Lo sciopero generale di 4 ore convocato da Cgil Cisl e Uil appare come il classico “atto dovuto”, ma la rabbia e la voglia di mobilitarsi ci sono. Tutte le forze che si definiscono critiche e d’alternativa, dal Prc alla Fiom, sono di fronte a una prova importante. Saranno i fatti a dire, nelle prossime settimane, se la loro critica vive solo nelle parole dei documenti e dei comizi, o se si pone l’obiettivo di creare quei punti di riferimento indispensabili al rilancio di una vera lotta di massa di cui c’è più che mai bisogno. Se così non fosse, allora si tratterà di lavorare a costruire dal basso, dai luoghi di lavoro, di studio, dai quartieri, quelle strutture che possano farsi carico di rispondere alle domande inevase dai capi dell’Unione. Quale che sia la strada che si imboccherà, nel nostro piccolo, come sempre, ci saremo.

11 ottobre 2005.

 
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