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La Seconda Guerra mondiale Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Riatti   

L’inferno scatenato dal capitalismo

 

Quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo vero conflitto totale che costò la vita ad oltre 50 milioni di persone.

La Germania usciva dalla prima guerra mondiale completamente schiacciata dalla Francia che avrebbe voluto trasformarla in un paese oppresso. La pace di Versailles implicava la perdita di territori, il pagamento di enormi somme per le riparazioni e un drastico ridimensionamento dell’esercito tedesco. Il paese era sconvolto da un profondo malessere sociale che sfociò in due sollevazioni rivoluzionarie nel ’18 e nel ’23 che avrebbero potuto portare i comunisti al potere in Germania sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre. Ma gli errori del giovane partito comunista tedesco prima e in seguito l’intervento nefasto dello stalinismo nella politica tedesca pregiudicarono la vittoria della rivoluzione tedesca, preparando il terreno per l’avanzata reazionaria dei nazisti in Germania.

Ma non era solo il paese tedesco in quegli anni a sprofondare nell’abisso della crisi del capitalismo. L’affermazione fascista in Italia, il movimento per l’occupazione della fabbriche in Francia nel ’36, la rivoluzione e la guerra civile spagnola tra il ’31 e il ’37, sono la testimonianza della natura turbolenta di quel periodo storico. La crisi economica che colpiva gli Stati Uniti e l’Europa in maniera profonda, aveva alimentato i contrasti economici e diplomatici fra le potenze. Solo l’alternativa della rivoluzione avrebbe potuto allontanare il pericolo della guerra mondiale. Ma prima le sconfitte della rivoluzione in Germania, Italia, Ungheria, nel primo dopoguerra, e in seguito l’esito drammatico della lotta in Spagna, aprirono la strada al conflitto che insanguinò il mondo tra il ’39 ed il ’45.

In questo senso il ruolo devastante della politica di Stalin non fece che favorire la dinamica dell’imminente scontro armato. Nell’ottobre del ’38 Trotskij scriveva: “Il solo ostacolo sulla via della guerra è il terrore delle classi possidenti davanti alla rivoluzione. Finchè l’Internazionale Comunista è rimasta fedele ai principi della rivoluzione proletaria, rappresentava, al fianco dell’Armata Rossa alla quale era strettamente legata, il più importante fattore di pace. Avendo prostituito il Komintern e decapitato e paralizzato la forza militare dei soviet, Stalin ha definitivamente slegato le mani a Hitler, così come ai suoi avversari, e ha spinto l’Europa alla guerra.”

I veri motivi del conflitto

Lo scenario mondiale che precedette lo scoppio della guerra vedeva il crescere delle tensioni fra le potenze che volevano attraverso le armi portare avanti una nuova spartizione del mondo. L’esigenza della guerra nasceva dalla volontà delle nazioni imperialiste di trasformare i rapporti di forza che si erano consolidati dopo la Prima Guerra Mondiale. La suddivisione delle colonie, in mano soprattutto alla Gran Bretagna, non poteva soddisfare la classe dominante tedesca che voleva quindi ridisegnare l’intera cartina delle zone d’influenza nel panorama mondiale.

All’inizio la Francia e la Gran Bretagna non sembravano molto preoccupate dalla ascesa al potere di Hitler. Salutarono con simpatia la vittoria del nazismo in Germania, che schiacciava il proletariato più forte e organizzato d’Europa e rappresentava una minaccia all’Unione Sovietica. Fu proprio per questo motivo che le prime annessioni dei tedeschi vennero avallate dalle potenze “democratiche” che a Monaco (ottobre 1938) regalarono a Hitler la Cecoslovacchia. Allo stesso modo, Francia e Gran Bretagna avevano assistito senza alzare un dito all’intervendo nazifascista nella guerra civile spagnola. Tuttavia i loro calcoli furono ridotti in polvere quando Hitler, dopo aver ottenuto per via diplomatica il massimo dalle potenze occidentali, cercò l’accordo con l’Unione sovietica.

All’inizio del conflitto i generali tedeschi temevano l’apertura di due fronti e così si affrettarono a stringere un patto di non aggressione con Stalin. Questo accordo siglato nell’agosto del ’39 rese più vicina la guerra. L’Urss stabilì accordi commerciali con la Germania e anche nella sua propaganda si raccomandavano atteggiamenti amichevoli coi nazisti. Quello di Stalin fu un gigantesco tradimento verso la classe operaia internazionale.

Fin dai tempi di Lenin erano stati siglati compromessi temporanei con le altre potenze capitaliste per salvare l’Urss dall’accerchiamento, ma qui si trattava di un accordo che disorientò completamente tutto il movimento operaio internazionale che vedeva nell’Unione Sovietica un possibile baluardo per fermare la minaccia del nazismo.

Erroneamente Stalin credeva che questa tregua con Hitler sarebbe stata rispettata dai tedeschi, e per mostrarsi fedele e riconoscente verso i nazisti, distrusse le fortificazioni che erano state costruite sul confine occidentale. Questo fatto, insieme all’epurazione negli anni ’30 di migliaia di ufficiali e generali dell’Armata rossa, risultò essere un errore fatale che aumentò a dismisura le vittime nelle file dell’esercito e della popolazione russa.

Pochi giorni prima dell’accordo siglato con Stalin, Hitler teneva una conferenza segreta al Berghof in cui il capo nazista illustrava l’essenza della sua politica: “Il patto di non aggressione serve solamente per guadagnare tempo, ma alla Russia, signori, succederà esattamente quello che succederà alla Polonia: noi annienteremo l’Unione Sovietica”.

I primi successi dei nazisti

Quando l’esercito tedesco nel maggio del ’40 entrò in Francia non incontrò una seria resistenza da parte delle truppe francesi: tutto crollò, uomini ed istituzioni. Nel crollo del governo e dei comandi militari, l’unico modo per combattere efficacemente l’invasione nazista sarebbe stato quello di armare la popolazione e condurre una guerra di popolo. Ma lo spettro di una nuova Comune era ancora vivo nella memoria della borghesia francese. Nel momento in cui le armate tedesche avanzavano sul territorio tedesco, i militari francesi avvertirono con preoccupazione il consiglio dei ministri che “Parigi era in mano ai comunisti”. La classe dominante della Francia decise allora che era meglio rinunciare a difendere la capitale. Dopo che Hitler aveva occupato quello di cui aveva bisogno, fra cui i porti, le zone agricole e minerarie, firmò un armistizio con il generale reazionario Pétain, che lasciava ai francesi solo una piccola fetta di territorio, dove venne formato il governo di Vichy.

Ma lo scontro in Francia era il prologo di una guerra che si sarebbe estesa in tutto il mondo. Dall’Asia dove il Giappone scagliò una gigantesca offensiva in tutto il continente, all’Africa dove la Gran Bretagna si mosse a difesa delle sue colonie, scontrandosi con le armate naziste e dei fascisti italiani.

L’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania sull’onda delle prime vittorie di Hitler, quando si aveva l’impressione che la guerra poteva essere vinta dai tedeschi nel giro di pochi mesi. Mussolini pensava che avrebbe potuto mangiare le briciole che cadevano dal banchetto di un’Europa sotto l’egida nazista. Ma ancora una volta questo calcolo si rivelò errato.

Si stava infatti aprendo lo scontro decisivo che segnò la sorte della Seconda Guerra Mondiale e ne rovesciò l’esito: l’attacco tedesco all’Unione Sovietica.

Dopo i rapidi successi in Polonia, Norvegia, Belgio, Olanda, Francia, Jugoslavia e Grecia, i nazisti decisero che era arrivato il momento di attaccare l’Urss. Lo stato maggiore nazista si sentiva invincibile. Nel maggio 1941 la svastica sventolava sulla maggior parte dell’Europa.

L’“Operazione Barbarossa”, iniziata nel giugno 1941, vedeva impegnate 190 divisioni tedesche, 8mila carri armati, 4mila aerei, 47mila pezzi di artiglieria, per un totale di 3 milioni e mezzo di uomini.

Stalin, che fino all’ultimo non volle credere alla minaccia incombente di un attacco tedesco, mandò “per gli archivi” le prime informazioni che riferivano i primi movimenti tedeschi nei pressi del confine sovietico.

Solo quando le armate tedesche erano ormai avanzate per parecchi chilometri in territorio russo, l’Armata Rossa venne realmente mobilitata. Dopo i primi mesi nei quali i tedeschi inflissero gravi perdite ai russi, l’esercito rosso iniziò a mettere in atto una seria resistenza: un fatto nuovo nella guerra, la prima volta che i tedeschi venivano impegnati davvero da un esercito che faceva una reale opposizione.

Usa e Gran Bretagna ritenevano che l’Urss avrebbe potuto resistere al massimo pochi mesi; la loro prospettiva era di sostenere l’Urss con aiuti economici con l’obiettivo di assistere comodamente a una contesa che avrebbe sfiancato entrambe le potenze, per poi raccogliere i frutti. Fu un gigantesco errore di calcolo, politico e militare.

A Stalingrado non passano

Ecco cosa scriveva il corrispondente di guerra del giornale tedesco Schwarze Korps dopo i primi contrattacchi dei russi: “L’esperienza ci ha insegnato a tenere conto della ostinazione del nemico e le particolarità dell’uomo bolscevico, che va misurato con un metro nuovo. Nel singolo si riflette la testardaggine di tutto il sistema, che non conosce compromessi. A noi europei pare fenomenale che i soldati bolscevichi vadano all’attacco, un mese dopo l’altro, incontro alla morte sicura, e sacrificando la vita nel tentativo di difesa, senza pensarci.”

Ma fu soprattutto l’economia pianificata, il lascito più importante della Rivoluzione d’Ottobre, a rappresentare il punto di forza della riscossa dell’Armata Rossa. Intere industrie ed altre infrastrutture venivano smontate e rimontate nella zona est della Russia per sottrarle al nemico. La produzione bellica sovietica riuscì a sovrastare quella tedesca e ad assicurare un costante rifornimento all’armata rossa. Solo nel 1943 i sovietici produssero 130mila pezzi di artiglieria, 24mila carri armati e 29mila aerei, contro i 73mila pezzi di artiglieria, 10mila carri armati e 19mila aerei prodotti dai tedeschi.

Gli operai nelle fabbriche continuavano a lavorare anche sotto pesanti bombardamenti: sapevano di stare contribuendo alla difesa della Rivoluzione d’Ottobre e alla sconfitta dei nazisti. Ecco cosa racconta un operaio del clima che si respirava nelle fabbriche di Leningrado, assediata dai nazisti per 900 giorni: “…in condizioni infernali, con otto gradi sotto zero nei padiglioni, avevamo delle stufe di ferro o di mattoni che riscaldavano l’aria per il raggio di un metro. Le condizioni erano veramente incredibili, ma la nostra gente lavorava ancora, con ostinazione frenetica, come in una sfida disperata. E avevamo fame, una fame incredibile.”

La riscossa dell’Armata Rossa passa attraverso tre battaglie decisive: prima a Mosca nel ’41, dove i nazisti vengono fermati efficacemente nella loro avanzata, poi a Stalingrado nel ’42, dove i soldati sovietici riescono ad accerchiare le truppe tedesche dopo 7 mesi di combattimenti e infine nella battaglia di Kursk nel ’43, dove realmente inizia la mastodontica avanzata che porterà l’Armata Rossa fino a Berlino.

Fino alla battaglia di Stalingrado le potenze Alleate erano state quasi praticamente a guardare, ed intervennero nella guerra solo quando capirono che l’Unione Sovietica avrebbe sconfitto la Germania. Scesero in campo solo per difendere i loro interessi imperialisti e per arginare l’avanzata dell’Urss che minacciava di conquistare una forte influenza su tutta l’Europa.

Questa nostra tesi è dimostrata poi da tutto il comportamento che inglesi e americani tennero nell’arco del conflitto.

Lo sbarco in Normandia e quello in Sicilia avevano degli obiettivi chiari: fermare l’avanzata dell’Armata Rossa e il pericolo di una rivoluzione in Europa. Con il crollo del fascismo in Italia si apriva una fase rivoluzionaria dove gli operai insieme al movimento di resistenza avrebbero potuto avanzare sulla via del socialismo. Il Partito Comunista, che aveva l’egemonia fra la classe operaia e fra i partigiani, era però guidato da Togliatti e da una direzione che seguiva fedelmente gli ordini di Stalin, che non aveva nei suoi progetti una rivoluzione in Italia.

Gli Alleati sbarcarono in Italia e avrebbero potuto in breve tempo liberare tutto il paese, ma si fermarono a metà strada, lasciando occupare il nord dalle truppe naziste. Inglesi e americani volevano che i tedeschi sfiancassero la lotta partigiana e i comunisti.

Lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944) è stato sempre dipinto come punto di svolta della seconda guerra mondiale. La realtà è però assai diversa: gli angloamericani si decisero a sbarcare solo dopo che la guerra aveva avuto una svolta decisiva sul fronte orientale, una svolta che rendeva credibile la prospettiva di un’avanzata sovietica in Europa occidentale.

Il “contributo” delle potenze alleate

Mentre in Sicilia gli alleati combattevano contro 2 divisioni tedesche, l’Armata Rossa ne stava fronteggiando quasi 200. Anche se guardiamo alle cifre delle vittime della Seconda Guerra Mondiale il ruolo determinante dello sforzo sovietico emerge con chiarezza. Il totale delle vittime inglesi risulta di 370mila persone, quello statunitense di 300mila, mentre quello dell’Unione Sovietica di 27 milioni.

Non ci dimentichiamo inoltre che lo sterminio di innocenti non fu prerogativa solo delle belve naziste, che come è risaputo mandarono nei forni crematori sei milioni di ebrei. Più sconosciuta è la vicenda dei bombardamenti a tappeto che inglesi e americani soprattutto in Germania e Giappone. A Dresda gli alleati provocarono la morte di 135mila persone in una notte. Un bombardamento difficile da giustificare sul piano militare, perché la città era priva di difese, perché mancavano veri obiettivi strategici o industriali. Le ragioni che indussero gli Alleati a radere al suolo la città, quando ormai la guerra era vinta, si possono addebitare al fatto che l’Armata rossa si trovava a meno di cento chilometri, laddove le truppe alleate erano ancora sulle Ardenne in Belgio. L’offensiva aerea terroristica era un monito all’Urss e allo stesso tempo aveva la funzione di indebolire il morale del popolo tedesco, cominciando da quello degli operai. E gli alleati non si limitarono alla sola Dresda visto che su tutto il territorio tedesco nel 1943 vennero sganciate 100mila tonnellate di bombe su Amburgo, Lubecca, Rostock, Brema, Stoccarda, Norimberga, sugli abitanti della Ruhr e su Berlino colpita da 50mila tonnellate di bombe che seminarono rovine per 28 chilometri quadrati e fecero un milione di senzatetto.

Allo stesso modo quando gli Stati Uniti avevano di fatto annientato l’avanzata giapponese in Asia e il paese nipponico era stato sconfitto, la classe dominante americana decise comunque di sganciare sull’inerme popolazione di Hiroshima e Nagasaki il più potente mezzo di distruzione di massa: la bomba atomica. Questo gigantesco crimine contro l’umanità fu portato avanti col solo proposito di mandare un avvertimento all’Urss affinché terminasse la sua avanzata con l’Armata Rossa e abbandonasse le mire espansionistiche nel continente.

Controrivoluzione democratica

La seconda guerra mondiale sfociò in un’ondata rivoluzionaria di proporzioni gigantesche, così come era avvenuto per la Prima. In Europa i movimenti di resistenza avevano posto le premesse per la rivoluzione in Francia, Italia, Grecia, Jugoslavia, Albania; in Asia i vecchi imperi coloniali (inglese, francese, olandese) cadevano a pezzi. La rivoluzione avanzava in Indocina, in India e soprattutto in Cina, dove l’armata di Mao uscì grandemente rafforzata dalla lotta contro i giapponesi.

Anche in Gran Bretagna, paese “vincitore”, la volontà di cambiamento sociale si esprimeva nella valanga di voti con cui nel 1945 il “grande eroe” Churchill veniva mandato a casa mentre il partito laburista conquistava una schiacciante maggioranza in parlamento. In generale in Europa, con la distruzione del fascismo, del nazismo e dei loro satelliti, non esisteva più alcuna forza reazionaria con una seria base di massa.

La forza dei partiti riformisti e stalinisti era molto consistente, anche per il ruolo dirigente che ebbero nei movimenti di resistenza.

Tuttavia le rivoluzioni dell’immediato dopoguerra non presero la stessa via delle rivoluzioni seguite alla guerra del 1914-18: il ruolo preponderante dello stalinismo, enormemente rafforzato dalla vittoria sovietica, impedì che i partiti comunisti si ponessero nella prospettiva insurrezionale che nel 1917 aveva portato i bolscevichi al potere. Con la collaborazione dei dirigenti comunisti e socialdemocratici, la borghesia poté rifarsi una verginità. I partiti socialisti e comunisti vennero coinvolti dalle borghesie europee in governi di coalizione con partiti borghesi per scongiurare il pericolo di una rivoluzione. Nuove costituzioni vennero elaborate, nuovi parlamenti vennero rimessi in piedi, la borghesia si riscoprì tutto di un colpo fedele ai principi della democrazia. La disponibilità al compromesso dei riformisti e degli stalinisti costituì quella stampella che tenne in piedi il capitalismo, un sistema enormemente screditato fra le masse e che era direttamente responsabile dello scatenarsi del conflitto.

La rottura col capitalismo avvenne solo sulla base di guerre contadine (Jugoslavia, Cina) o in zone sotto il ferreo controllo di Mosca (Europa orientale): due condizioni che limitavano il rischio di “contagio” rivoluzionario e permisero la salvaguardia del sistema capitalista in Europa occidentale.

Fu questa la base dell’equilibrio di Yalta, la divisione del mondo in blocchi che per circa mezzo secolo garantì gli equilibri mondiali e la sopravvivenza del sistema capitalista in occidente e del blocco sovietico sotto il dominio della burocrazia.

07-09-2005

 

 
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