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Un primo bilancio della legge regionale della Campania
A più di un anno e mezzo dall’approvazione da parte della giunta regionale campana della legge sul reddito di cittadinanza è necessario trarre un primo bilancio di questo strumento, anche perché la sua approvazione fu accolta dal Prc come una propria vittoria, e come la dimostrazione della possibilità di poter spostare realmente l’asse del centrosinistra.
n realtà i risultati sono tutt‘altro che rosei e lo stesso obiettivo primario del contrasto della povertà è nei fatti disatteso dall’esiguità del reddito e dei fondi complessivamente stanziati.
La legge infatti, come è noto, prevede una sperimentazione triennale durante la quale viene offerto un contributo di massimo 350 euro mensili più un pacchetto di servizi sociali (sostegno per l’affitto, agevolazioni per i trasporti, buoni per l’acquisto di libri di testo, ecc) per le famiglie con reddito annuo non superiore ai 5.000 euro e residenti da almeno 5 anni in Italia.
Il problema è però che i 77 milioni di euro stanziati per il primo anno coprono un massimo di 20.000 richieste, quando le domande presentate complessivamente a livello regionale sono state 146.753. Per capirci, solo a Napoli città, sono state presentate 34.620 richieste, di cui più di 32.000 risultate idonee, ma i soldi stanziati bastano per coprirne soltanto 3.700.
Quello che più sorprende in realtà è il livello di impoverimento della regione il cui dato più lampante è costituito dalle 450.000 famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà relativa. In questo contesto abbiamo assistito a un vero e proprio slittamento delle stesse parole d’ordine del partito per adeguarle alla realtà e renderle digeribili dall’intera Unione.
Più che lo spostamento a sinistra dell’Unione si sta verificando l’esatto contrario e, nonostante i limiti che molti compagni di base vedono nella legge regionale, essa viene vista e proposta come un passo in avanti.
In realtà si è passati in poco tempo dall’idea già criticabile del salario sociale, che comunque apriva nel partito il dibattito sul salario ai disoccupati, a quella del reddito come sussidio compatibile con i bilanci delle regioni che, come dimostra il caso campano, si riduce ad un’elemosina. Data per di più su base familiare, senza considerare il suo utilizzo in termini di clientele e tornaconto elettorale da parte di settori delle amministrazioni locali (del centrosinistra come del centrodestra).
Dai dati forniti dalla stessa regione emerge, come era ovvio che fosse, che la maggior parte delle richieste vengono da disoccupati, ma la situazione è ulteriormente aggravata dal processo di precarizzazione che negli ultimi anni ha investito il mercato del lavoro e il più generale processo di peggioramento delle condizioni di lavoro.
Tutto questo tra l’altro avviene in un periodo in cui la crisi industriale in Campania coinvolge 20.000 lavoratori di aziende dei diversi settori in crisi.
Non ci sono scorciatoie quindi, si tratta di portare avanti una battaglia per la difesa di ogni singolo posto di lavoro e contro la precarietà attraverso l’abolizione della legge 30 e del pacchetto Treu e la trasformazione di tutti i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.
Allo stesso modo va rilanciata la proposta del salario garantito per i disoccupati. Una proposta realmente in grado di unificare i lavoratori e i disoccupati sarebbe quella di un salario per i disoccupati pari all’80% di un salario operaio e collegato a un contratto nazionale di lavoro.
Questo consentirebbe di unificare la battaglia per l’occupazione e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, attraverso aumenti salariali significativi che rispondano alla perdita del potere d’acquisto avvenuta negli ultimi anni rilanciando così la controffensiva operaia.
07/09/2005
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