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La crisi industriale colpisce l’Emilia Romagna Stampa E-mail
Scritto da Davide Bacchelli   

La crisi economica colpisce anche Bologna. Una crisi che non risparmia nessun settore produttivo. Ad Ozzano dell’Emilia vicino a Bologna, a gennaio la Orem (ricambi elettrici per autoveicoli) cessa l’attività e i 60 lavoratori finiscono in cassa integrazione; a febbraio chiude la Hawthorne SpA; a maggio la cassa integrazione alla Woman gruppo La Perla (abbigliamento intimo), e la mobilità per 20 lavoratori della Grafica Calderini; a giugno l’annuncio del trasferimento di tutti i 37 lavoratori dell’Agrati divisione Fev (bulloneria) negli stabilimenti della Brianza e di Torino, e l’apertura della procedura di mobilità per 85 dei 135 dipendenti della SEI Sinudyne (televisori) con chiusura di tutta la produzione; a luglio la Pelliconi (produzione tappi) non conferma gli stagionali e rallenta la produzione.

Nella fabbrica di Ozzano della Sinudyne, 135 dipendenti, si assemblano televisori con schermo al plasma o LCD. Parte dei componenti viene prodotta negli stabilimenti in Cina e Lituania. Nel 1997 il comune di Ozzano delibera che il terreno dove sorge lo stabilimento possa essere convertito in area per l’edilizia abitativa.

Ad aprile 2005 viene rinnovato il contratto aziendale, poi viene annunciato il trasferimento nella nuova area industriale. Quando la Fiom propone un accordo secondo il quale il trasferimento non avrà conseguenze sull’occupazione, la direzione aziendale rifiuta e scopre le sue carte: chiusura dei reparti produttivi e mantenimento del solo magazzino e della struttura commerciale, tutta la produzione spostata in Cina e Lituania. Subito iniziano i primi scioperi.

Contemporaneamente il gruppo Agrati Fev (un migliaio di dipendenti in 3 stabilimenti) decide che la produzione di Ozzano, viteria per l’industria edile e del mobile, non è più strategica per gli interessi dell’azienda. Anche qui si inizia a scioperare trovando subito l’intesa con i delegati ed i lavoratori degli altri stabilimenti.

Il 29 giugno la Fiom convoca una riunione di tutti i delegati delle fabbriche del territorio di Ozzano. Partecipano 15 delegati in rappresentanza di Sinudyne, Fev e altre aziende. Anche se la discussione assume un carattere prevalentemente organizzativo, il confronto tra i delegati pone la questione di una lotta di lunga durata mantenendo l’unità tra i lavoratori. Si decide di fare un volantino informativo che invita al dibattito in occasione del consiglio comunale, giornata in cui si sarebbe tenuto un presidio davanti alla Sinudyne da parte dei lavoratori delle due aziende in sciopero affiancati da delegati delle altre fabbriche.

Lo sciopero è un successo. Ogni 15 minuti, i lavoratori bloccano il traffico della via Emilia per un paio di minuti e distribuiscono volantini incontrando una diffusa solidarietà.

Alla sera, 300 persone prendono parte al consiglio comunale straordinario. La giunta di centrosinistra è costretta a sollecitare l’apertura di tavoli di crisi ad ogni livello istituzionale, e a richiedere il ritiro della procedura di mobilità aperta dalla Sinudyne e del trasferimento della Fev. Nei loro interventi, i delegati si rivolgono agli altri lavoratori e ai dirigenti sindacali, sottolineando che solo la lotta può portare ad una soluzione positiva per i lavoratori, soprattutto se saprà generalizzarsi. Quando un delegato Cgil della Fatro Farmaceutici propone lo sciopero generale di tutte le aziende di Ozzano, scoppia un lungo applauso dall’assemblea.

I tentativi della Fiom di organizzare lo sciopero generale “unitario” ad Ozzano hanno trovato non pochi ostacoli sia nelle altre categorie Cgil che da parte di Cisl e Uil.

Delegati e lavoratori possono dare un impulso decisivo alla vertenza, a partire da un coordinamento dei delegati Fiom di Ozzano che riprenda la discussione avviata il 29 giugno. Attivare una cassa di resistenza e fare appello alla Cgil perché indica uno sciopero generale di tutte le aziende di Ozzano a sostegno dei lavoratori della Sinudyne e della Fev possono essere i primi obiettivi.

Se i padroni hanno deciso di chiudere o ridurre la produzioni a causa della crisi, allora è necessario ridistribuire il lavoro restante tra tutti i lavoratori e gli stabilimenti.

Se i padroni vogliono cambiare aria, lo facciano: ma alla sola condizione che gli stabilimenti e i macchinari rimangano. Questo è il senso della rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che chiudono o licenziano, e del controllo dei lavoratori sulla produzione.

Porteremo questa proposta tra i lavoratori della Sinudyne e della Fev e saremo comunque sempre a loro fianco a sostegno di questa lotta.

07-09-2005 

 
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