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Gruppo Safilo - 500 posti a rischio Stampa E-mail
Scritto da Stefano Pol   

La crisi dell’occhiale provoca la reazione operaia

“Un sacrificio necessario”: queste le parole utilizzate da Lorenzon e Tabacchi, principali dirigenti del gruppo Safilo, per illustrare alla stampa i circa 500 licenziamenti che si prospettano con la chiusura dei 3 stabilimenti di Calalzo a Belluno (260 operai), ed a Coseano e Ronchis (145 e 90 addetti) in provincia di Udine; questo è in realtà il proseguimento del progetto di ridimensionamento iniziato nel 2003 con l’analoga chiusura dello stabilimento austriaco di Traun e il licenziamento di 500 operai.

Il secondo gruppo dell’occhialeria italiana (6.300 dipendenti di cui 3.740 in Italia) ha comunicato le sue intenzioni alla stampa il 10 maggio evitando accuratamente d’informare le Rsu e i sindacati, convocate solo successivamente per cercare di far ratificare loro l’apertura della procedura di mobilità.

Nonostante il bilancio 2004 in attivo di 940 milioni di euro, i manager e le banche hanno confermato il loro progetto avvalendosi della consulenza dei tecnici dell’agenzia di “tagliateste” americana McKensey. Adducendo le solite argomentazioni pretestuose, “per essere competitivi sul mercato internazionale e nazionale” o “per difendersi dal pericolo asiatico”, hanno spiegato che era necessario licenziare, chiudere e spremere di più gli operai per salvare la Sàfilo.

Non una parola sulla politica fallimentare degli ultimi anni: una serie di acquisizioni dissennate del gruppo che hanno aumentato notevolmente il debito finanziario che ora le banche sperano di colmare cercando liquidità in borsa; per farlo la proprietà intende presentare una struttura produttiva “smagrita” con titoli azionari appetibili per i “pescecani” di Piazza Affari e Wall Street.

Di fronte a questa proposta, devastante per il futuro di centinaia di famiglie e interi territori, gli operai (prevalentemente donne e giovani) si sono da subito mobilitati dimostrando la propria disponibilità alla lotta: dopo alcune astensioni spontanee, lo sciopero del 31 maggio in Cadore (sostenuto anche dai lavoratori di altri stabilimenti della zona) è stato caratterizzato dal clima combattivo e da slogan come “La lotta è dura e non ci fa paura” e canti come Bella Ciao; il 14 giugno lo sciopero dei quattro stabilimenti friulani (che occupano circa 1.100 operai) è stato altrettanto compatto e determinato.

La Cassa integrazione non salvaguarda i posti di lavoro

I dirigenti della Cisl hanno subito capitolato dichiarando la propria totale disponibilità alle richieste della Safilo in cambio di qualche briciola, la Cgil non ha per ora proposto nulla di alternativo attestandosi, con voce un po’ più grossa sulle stesse richieste orientandosi verso un accordo complessivo a luglio che punterà, in cambio della Cassa integrazione straordinaria concessa dal Ministero sbandierata come “blocco della mobilità”, a confermare la chiusura di tutti e tre gli stabilimenti.

Tutto questo, e sfidiamo chiunque a dimostrarci il contrario compreso il funzionario Femca-Cisl di Udine, Salvador (particolarmente orgoglioso e tempestivo nel vendere ai media locali questa truffa alle spalle dei lavoratori come una “grande soluzione alla crisi”) è in realtà il preludio alla mobilità che si trasformerà in disoccupazione un minuto dopo la firma: una volta espulso dalla fabbrica nessun cassaintegrato ci rimetterà più piede.

Inoltre, per tentare di ridimensionare il numero di esuberi, verranno introdotti numerosi contratti flessibili estendendo ulteriormente la precarietà e l’insicurezza per tutti i lavoratori Sàfilo.

Quanto questa formula sia sbagliata ed inefficace lo conferma anche la vicenda della DeLonghi di Ampezzo i cui operai, dopo aver lottato a lungo, si ritrovano oggi per lo più per strada e appesi al destino di una Cassa integrazione precaria e perennemente in discussione.

Siamo intervenuti di fronte ai cancelli delle fabbriche e durante le mobilitazioni, portando la nostra solidarietà militante a tutti i lavoratori e le lavoratrici

Abbiamo proposto la riduzione d’orario a parità di salario come uno degli elementi da avanzare nella vertenza per salvare tutti i posti di lavoro.

Perché sia efficace è necessario che la lotta sia dura: si occupino le strade, gli stabilimenti minacciati dalla chiusura - queste le proposte del materiale che abbiamo diffuso - e si scioperi in modo articolato nelle fabbriche ancora produttive per colpire i padroni efficacemente; si organizzi lo sciopero generale del gruppo e dei territori coinvolti per generalizzare la lotta, che dev’essere supportata da un’adeguata Cassa di Resistenza utile sia al sostegno economico della vertenza e sia alla diffusione delle informazioni sulla crisi Sàfilo nel territorio perchè tutti capiscano che è una lotta per il futuro di tutti noi contro un futuro di disoccupazione e miseria.

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Stefano: 3472594868

 

 
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