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Mille lavoratori in piazza contro lo sgombero del palazzo verde! Stampa E-mail
Scritto da Francesco Giliani   

Unità di classe fino alla vittoria!

Dopo lo sgombero poliziesco delle 58 famiglie proletarie residenti nel cosiddetto palazzo verde di via San Pietro 6 a Sassuolo la Giunta di centrosinistra credeva di aver piegato la lotta. Pensava forse che la repressione avrebbe generato paura e divisione. Non è stato così. Sin dalla sera stessa dello sgombero il Comitato di lotta ha iniziato ad occupare per protesta il sagrato del Duomo e a preparare la manifestazione di sabato 2 luglio contro lo sgombero e per il diritto alla casa. Il corteo ha visto sfilare per le vie di Sassuolo più di 1.000 lavoratori. La manifestazione era aperta dallo striscione “immigrati e italiani, operai uniti nella lotta”. Il giorno prima, sotto l’impatto della lotta, l’assessore alla casa, membro del Prc, aveva rassegnato ufficialmente le dimissioni mentre il partito usciva dalla maggioranza. Si apre ora la fase decisiva nella lotta degli abitanti del palazzo verde.

All’inizio fu l’elemosina!

Il 13 giugno il sindaco di Sassuolo Graziano Pattuzzi (Margherita) emette un’ordinanza di sgombero operativa dal 16 giugno. I pretesti addotti sono l’ordine pubblico, sotto il palazzo si ritrovano la notte bande di spacciatori, e l’impossibilità di ristrutturare lo stabile, in seguito implicitamente smentita dalla stessa Giunta. Le motivazioni reali dell’ordinanza sono la volontà di alimentare il razzismo come strumento per dividere i lavoratori in un momento di forte crisi industriale, con licenziamenti di massa e cassa integrazione, e la decisione, più volte ribadita dal sindaco, di cambiare la destinazione d’uso di quell’area. Forse per lanciare un’ennesima speculazione edilizia (centro commerciale? direzionale?) sulla pelle di chi lavora?

Cosa viene offerto dal sindaco ai proprietari, circa 35, ed agli inquilini del palazzo verde? Una bella elemosina: tra i 12 ed i 15mila euro per gli ex proprietari che dovrebbero passare ad appartamenti in affitto a 250 - 300 euro al mese ed un “caloroso in bocca al lupo” per gli ex inquilini cui si propongono posti letto a prezzi proibitivi o di tornare a dormire in macchina. La risposta dei lavoratori del palazzo verde è stata quella di organizzarsi in un comitato per iniziare la lotta contro questo esproprio mascherato. Sin dall’inizio il Comitato casa di via san pietro 6 ha cercato di estendere la mobilitazione lanciando appelli alla solidarietà di classe ai lavoratori sassolesi ed alle organizzazioni sindacali e di sinistra. Fin dal primo giorno hanno partecipato attivamente a questo Comitato alcune decine di militanti di Rifondazione e della CGIL.

I primi passi sono stati il presidio contro lo sgombero del 16 giugno e la manifestazione del 18 cui hanno partecipato 300 persone. Tutti i passaggi importanti della lotta sono stati e sono tuttora decisi nell’assemblea generale del Comitato, per evitare che qualcuno possa decidere ed eventualmente trattare sulla nostra testa.

False trattative e violenza

Costretto ad iniziare una trattativa sotto la pressione della mobilitazione, il sindaco ha accettato un incontro con una delegazione eletta dal Comitato per il 23 giugno. E’ stato un negoziato farsa in cui la Giunta non ha avanzato nessuna risposta concreta. Il giorno seguente è partito il primo atto dello sgombero.

In seguito, alle sei di mattina di lunedì 27 giugno almeno 150 agenti di polizia, carabinieri, GdF e polizia Municipale hanno barbaramente sgomberato tutte le nostre famiglie, residenti nel “palazzo verde”. Addirittura, un elicottero della polizia ha accompagnato le operazioni, durante le quali a nessun esterno, nemmeno ai giornalisti, era consentito avvicinarsi al palazzo. Cosa c’era da nascondere? Le porte e i mobili sfondati, bambini ma anche lavoratori adulti in lacrime, gente onesta svegliata mentre sta preparandosi per andare al lavoro da agenti in assetto antisommossa a manganello spiegato. Un ragazzo di 16 anni, Kamal, è stato picchiato mentre aiutava alcuni parenti a fare in fretta e furia le valigie e poi trattenuto per due ore in Questura. Il 27 giugno è continuata la repressione poliziesca in grande stile iniziata il 24 giugno che aveva causato già l’arresto di Khalid Soukri, elettricista, di cui chiediamo l’immediata liberazione. Il sindaco Pattuzzi (Margherita) sostiene ipocritamente che si è trattato di “allontanamento assistito” ma la realtà è un’altra: c’è stato uno sgombero alla Pinochet! In documenti consegnati dal sindaco al legale del Comitato, però, il Comune parla di 195.214 euro spesi per sostenere lo “sgombero forzato”. E’ questa l’ipocrisia rivoltante del centrosinistra, preoccupato di mettersi una maschera democratica anche quando attacca brutalmente i lavoratori. Finito lo sgombero, il sindaco ha offerto alloggi inaccettabili. 25 nuclei hanno rifiutato e sono ora senza tetto, ma anche chi ha accettato un’abitazione provvisoria, magari perché ha bambini piccoli, non ha firmato la cessione dell’appartamento e continua a lottare.

Fin da piccoli ci insegnano che gli uomini con la divisa blu lavorano per la nostra sicurezza, per proteggerci dai delinquenti. Ci dicono, in pratica, che la polizia è un organo neutrale che difende tutti. Quando la lotta di classe si inasprisce appare qual’è invece il ruolo della polizia e dell’apparato statale: la difesa degli interessi della borghesia contro i tentativi dei lavoratori di cambiare la società. Mai si era visto a Sassuolo un tale dispiegamento di polizia, usato però contro famiglie operaie in lotta per terrorizzarle e non certo contro delinquenti di qualsiasi natura.

L’intervento degli imam

L’inizio della mobilitazione ha chiarito la natura e le intenzioni di tutte le forze politiche e sociali in campo. Le due moschee di Sassuolo, ad esempio, hanno sin da subito rifiutato ogni appoggio alla lotta, arrivando perfino a sostenere, falsamente, che la manifestazione del 18 giugno non era autorizzata come strumento di pressione per far abortire il movimento.

Paolo Brini, Comitato Centrale Fiom-Cgil,
al comizio finale

Più del fatto di essere marocchini, pesano la posizione sociale privilegiata dei capi della moschea ed i loro legami politici col sindaco. Ancora venerdì 1 luglio, infatti, gli imam di Sassuolo hanno difeso le posizioni del sindaco secondo il quale a tutti erano state date buone condizioni. Il giorno della manifestazione le due moschee di Sassuolo si sono offerte di negoziare col sindaco, ovviamente scavalcando il Comitato e senza aver mai partecipato alla lotta. L’offerta è stata rispedita al mittente da tutti i membri del Comitato.

Il dibattito nel PRC

La direzione provinciale del PRC ha brillato per la sua assenza. Il primo comunicato ufficiale della segreteria federale data 28 giugno, giorno seguente allo sgombero definitivo. Criticare uno sgombero dopo che questo è già stato realizzato, e magari da una Giunta di cui fai parte, sono lacrime di coccodrillo. Inoltre, il giorno prima dello sgombero, al congresso regionale del partito una mozione di solidarietà incondizionata con la lotta del palazzo verde era stata prima considerata “irricevibile” dalla commissione politica e poi sonoramente bocciata.

Nel CPF di Modena del 30 giugno si è deciso all’unanimità l’uscita dalla Giunta di Sassuolo. E’ stato un passo in avanti, realizzato grazie al carattere combattivo e di classe della lotta degli abitanti del palazzo verde. Tuttavia, diversi interventi di dirigenti provinciali hanno sottolineato che si dovrà lavorare per ricucire questo “strappo”. Affermazioni di questa natura sono preoccupanti perché indicano una ostinata volontà di non cambiare strada, di non mettersi in maniera incondizionata dalla parte degli oppressi. Purtroppo, inoltre, la segreteria ha proposto di non aderire ufficialmente alla manifestazione del 2 luglio criticando la piattaforma del Comitato.

Il successo del 2 luglio

La manifestazione del 2 luglio è un grande passo in avanti. Prova ne sia che al Resto del Carlino qualcuno ha perso completamente il senso della misura ed ha scritto, tra l’altro, che alla manifestazione c’erano poco più di 200 persone! Televisioni ed altri giornali locali davano invece cifre vicine a quelle stimate dal Comitato. La coscienza e la determinazione dei manifestanti erano davvero alte: gli slogan più gridati sono stati “la lotta è dura / ma non ci fa paura”, siamo lavoratori / non spacciatori” e l’ormai classico “italiani e immigrati / operai uniti nella lotta”. Significative sono state le adesioni di realtà operaie della provincia, come le RSU della Ferrari, della Terim e della Smalti, ma anche nazionali, come l’adesione di Cremaschi a nome del dipartimento immigrati della Fiom-Cgil e di Delle Donne dello Slai-Cobas dell’Alfa Romeo di Arese. Riflettendo l’aprirsi di un dibattito all’interno del partito a livello nazionale, sono pervenute anche le adesioni della federazione del PRC di Parma e di Avellino, dei circoli di Licata e di Agrigento, ma anche dei dipartimenti immigrazione di Bologna e Cosenza. Grazie all’aiuto militante di centinaia di compagni è stato possibile far uscire la lotta del palazzo verde dall’isolamento che l’avrebbe condotta alla sconfitta. Siamo davanti ad una Giunta filo-padronale che, a lavoratori i quali faticano tutto il giorno in fabbrica, vuole offrire la sera, dopo la ceramica o l’officina, case fatiscenti o addirittura posti letti. I lavoratori italiani devono partecipare a questa mobilitazione perché se oggi la lotta del palazzo verde vince domani saremo più compatti nel lottare per migliorare le condizioni di vita in fabbrica senza che i padroni riescano a dividerci.

4 luglio 2005.

 
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