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Abolire la Direttiva “Bolkenstein” Stampa E-mail
Scritto da Francesco Merli, direttivo Nidil-Cgil Bologna   

E quella sull’orario di lavoro!

Da oltre un decennio l’Unione Europea, in particolare la Commissione, è stato il principale strumento in mano ai padroni di ogni nazione (che fosse aderente o che aspirasse ad entrare nell’Unione, poco importa), per giustificare politiche di aggressione frontale alle conquiste maturate nei decenni precedenti dal movimento dei lavoratori.

Il trattato di Maastricht per la convergenza verso l’unione monetaria fu ovunque sventolato come una bandiera da chi voleva imporre drastici tagli alle spese sociali e privatizzazioni in ogni paese. Lo spauracchio di “restare fuori dall’Europa” è stato ripetuto fino alla noia per far ingoiare il rospo a chi subiva le conseguenze di queste politiche.

La netta vittoria del no nel voto francese sulla costituzione europea dimostra che per milioni di lavoratori la misura è colma e tale ricatto non fa più presa. Le conseguenze politiche di questo semplice fatto non sfuggono ai capitalisti più lungimiranti. Il voto francese potrebbe rappresentare lo spartiacque della ripresa della mobilitazione sociale su scala continentale contro le politiche di lacrime e sangue ispirate dall’Unione europea.

Dov’è finita la tanto sospirata (a sinistra) “Europa sociale”? La risposta viene dal sindacalista belga Georges Debunne, fondatore ed ex Presidente della Confederazione europea dei sindacati (Ces): «John Monks, l’attuale segretario generale afferma che la Ces è l’artefice della Costituzione Europea. Questo è inammissibile! Noi abbiamo lottato per essere riconosciuti, per ottenere un dialogo sociale europeo. Ma la Commissione Europea - anche quella presieduta da Jacques Delors - ha sempre favorito il predominio del padronato».

L’Unione Europea su basi capitaliste non ha mancato di mostrare fin dal principio di essere nient’altro che un potente veicolo di politiche totalmente sbilanciate a favore del grande capitale.

Basti guardare alle politiche sul cosiddetto “mercato del lavoro”. Il bilancio per le masse lavoratrici è negativo, se non drammatico, con conseguenze sociali devastanti, come il dilagare della precarietà a tutti i livelli su scala continentale.

L’obiettivo dei padroni è di aumentare la flessibilità e lo sfruttamento della forza lavoro in tutto il continente mettendo in competizione tra loro, in una gara al ribasso delle condizioni di vita, i lavoratori dei diversi paesi, per garantire al grande capitale maggiori margini di profitto e di competitività sull’arena mondiale.

Forse molti ignorano che le principali misure su questo terreno prese dal governo Berlusconi traggono ispirazione o sono state effettuate in attuazione di direttive della Commissione europea.

Il decreto legislativo n. 368/2001 che abolisce i vincoli preesistenti alla stipula di contratti di lavoro a tempo determinato (determinando le basi giuridiche per l’attuale crescita esponenziale delle forme contrattuali a tempo determinato) e dispone, conferendo una assoluta discrezionalità all’azienda, che il contratto a tempo determinato potrà essere stipulato quando ricorrono “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” (art. 1), ovvero praticamente sempre (salvo che per la sostituzione di lavoratori in sciopero). Tale decreto è stato varato in applicazione della direttiva Comunitaria 1999/70/CE.

Persino la famigerata “legge Biagi” (n.30 del 14 febbraio 2003: legge delega di riforma del mercato del lavoro) si situa nel solco tracciato dalle politiche della Commissione. La legge Biagi stabilisce il venir meno del divieto della somministrazione e l’appalto di mere prestazioni di lavoro ed ha introdotto nell’ordinamento, in forma ancora più radicale di quanto fosse già stato stabilito dal Pacchetto Treu, la possibilità che determinate agenzie, enti e soggetti possano effettuare “somministrazione di manodopera” per “esigenze tecniche, organizzative o produttive”, legalizzando il caporalato e privando il lavoratore del fondamentale diritto alla certezza del datore di lavoro quale proprio referente.

La direttiva sull’orario di lavoro

L’aggressione ai diritti dei lavoratori sta vivendo un’ulteriore accelerazione con la direttiva sull’orario di lavoro. In sintesi la direttiva prevede:

1) L’annualizzazione dell’orario di lavoro, in virtù del quale salta il limite massimo della settimana lavorativa e si introduce il criterio per cui il lavoratore “deve” all’azienda 2304 ore di lavoro all’anno, da fare, ovviamente quando ce ne fosse bisogno. Questo conferisce al padrone la possibilità di programmare sull’arco dei 12 mesi una media settimanale di lavoro pari a 48 ore, con oscillazioni della settimana lavorativa anche consistenti in base a fantomatiche necessità produttive e di mercato.

2) Si introduce la possibilità di concordare liberamente (al di fuori di qualsiasi contrattazione collettiva) tra singolo lavoratore ed azienda una deroga per effettuare settimane lavorative fino a 65 ore settimanali.

3) La direttiva propone di considerare diversamente e con pesi diversi i cosiddetti tempi morti e la prestazione in condizione di reperibilità, non più da considerare orario di lavoro.

Tale direttiva è stata approvata nel silenzio generale dal parlamento europeo il 12 maggio 2005, con l’avvallo della Ces e delle segreterie confederali di Cgil-Cisl e Uil che non hanno nascosto la loro soddisfazione per aver “vinto la battaglia” per il riconoscimento del loro ruolo di soggetti contrattuali, in cambio della tacita accettazione della filosofia della direttiva! Rispetto a questa decisione la Fiom nazionale ha aperto giustamente una polemica contro la posizione presa dalle tre confederazioni.

Una tale dimostrazione di miopia da parte dei vertici sindacali confederali e della Ces non deve sorprendere, è conseguenza dell’adesione delle direzioni sindacali alla trappola della concertazione. Per questo diventa ancora più necessario portare avanti la mobilitazione e la pressione sulle strutture del movimento operaio europeo per fermare l’attacco in corso e imporre un drastico cambiamento di rotta da parte dei dirigenti.

Registriamo con piacere l’opposizione dei dirigenti della Fiom a questa vera e propria capitolazione. Rinaldini e i dirigenti della Fiom dovrebbero però spiegare ai lavoratori per quali motivi non siano oggi fra i promotori di un documento alternativo nel prossimo congresso della Cgil, ma stanno invece apprestandosi ad aderire al documento di maggioranza di Epifani.

Come sempre la debolezza dei vertici sindacali invita ad un’ulteriore aggressione: le associazioni padronali, incassata l’approvazione della direttiva, chiedono ulteriori modifiche alla commissione, tra le quali la cancellazione delle “concessioni” fatte ai sindacati e che la norma preveda che in assenza di accordo sindacale l’allungamento dell’orario di lavoro sia materia esigibile, per via legislativa, da parte delle imprese.

La direttiva Bolkenstein

Fino ad oggi però la pressione a generalizzare la cosiddetta “flessibilità del mercato di lavoro” si era esercitata esclusivamente all’interno di un quadro nazionale. Con la direttiva Bolkenstein siamo di fronte ad un ulteriore salto qualitativo.

La direttiva Bolkenstein (IP/04/37) si prefigge di imporre ai 25 Stati membri dell’Unione le regole della concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le “attività di servizio”; dove, per servizio si intende (art. 4) “ogni attività economica che si occupa della fornitura di una prestazione oggetto di contropartita economica”. Praticamente tutto.

Nell’art.16, relativo al principio del paese d’origine, l’UE rinuncia definitivamente alla pratica dell’armonizzazione fra le normative dei singoli Stati, pratica che finora era stata elemento quasi fondativo dell’Unione stessa.

Secondo il nuovo principio, un fornitore di servizi sarebbe sottoposto esclusivamente alla legge del paese in cui ha sede l’impresa, e non a quella del paese dove fornisce il servizio.

Vale a dire che un’impresa qualsiasi potrà assumere i lavoratori e poi trasferirli in un altro stato dell’Unione, mantenendo leggi, contratti, norme di sicurezza e di controllo del paese d’origine. I lavoratori potranno essere assunti nei paesi a più basso salario e con meno diritti e poi trasferiti a lavorare in paesi ove le condizioni di lavoro sono migliori senza che questo produca nessun mutamento della loro condizione.

Niente più contratti nazionali di lavoro, norme di legge e di sicurezza uguali per tutti. Facile immaginare chi guadagnerà e chi perderà da questa situazione.

Questi sviluppi non mancheranno di suscitare una crescente opposizione fra i lavoratori mano a mano che la portata dell’attacco a cui le condizioni di vita di milioni di persone sono sottoposte diventerà più chiara.

Già ora emergono critiche persino fra un settore della burocrazia sindacale che si rende conto di aver imboccato un vicolo cieco nel quale rischia di perdere ogni credibilità. Di questo settore si è fatto portavoce il già citato Georges Debunne, che ha dichiarato che “la Costituzione Europea non fornisce risposte alle rivendicazioni essenziali. I sindacalisti e la sinistra europea devono reagire per mettere fine a questa spirale di arricchimento di una minoranza e all’accrescimento della disoccupazione, della povertà e della precarizzazione del lavoro. La Ces non deve essere la cinghia di trasmissione degli interessi capitalistici. Questa Costituzione rinforza i meccanismi che favoriscono il dumping sociale, la svendita dello stato sociale...”.

Noi rivolgiamo un appello ad ogni delegato, ad ogni lavoratore nelle fabbriche e nei posti di lavoro ad unirsi a noi nella costruzione di una vera sinistra sindacale di classe all’interno della Cgil per far sì che queste parole si trasformino in una reale opposizione, pretendendo che si passi dalle parole ai fatti. Una vera lotta su scala europea non solo è possibile, è ora più che mai necessaria.

 
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