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I lavoratori occupano contro la chiusura La crisi economica non ha risparmiato la Toscana. Al contrario, il 2005 è stato finora segnato da una crisi industriale inedita per profondità ed estensione. È tutta l’industria ad essere in crisi:vetro, metalmeccanica, abbigliamento, tessile, chimica, edilizia.
Dall’inizio dell’anno solo nella provincia fiorentina si sono aperte 66 crisi industriali, con un totale di 2mila posti di lavoro coinvolti. La Gkn (componentistica per automobili, principalmente Fiat) ha dichiarato 80 licenziamenti, la multinazionale svedese Electrolux 240 nello stabilimento di Scandicci (700 operai). Alla Matec (macchine per calzetteria) i 320 lavoratori sono tutti in cassa integrazione. La Ciatti (66 dipendenti) ha già trasferito tutta la produzione in Romania e licenziato 34 dipendenti. La multinazionale italiana Bracco ha deciso di vendere l’Esaote, 250 dipendenti (apparecchi per ecografie e risonanze magnetiche). I 380 lavoratori della Richard Ginori di Sesto Fiorentino hanno scoperto che i proprietari, il gruppo trevigiano Pagnossin, ha messo in vendita stabilimento e terreni. Alla Manetti&Roberts (370 dipendenti) i sindacati denunciano il «rischio spezzatino». A Prato nel 2004 si sono persi 5mila posti di lavoro nel settore tessile ma la crisi ha raggiunto solo recentemente l’apice. Nel settore del vetro e delle concerie, altro settore tradizionale della regione, sono a rischio 2.500 posti di lavoro su 3.500 totali solo nella zona tra Firenze e Pisa. A Livorno è crisi per la componentistica per automobili (un settore che occupa 2.500 lavoratori) a cui va sommato lo stato di continua incertezza della cantieristica navale e delle acciaierie di Piombino (appena comprate da un gruppo russo). A Pisa, nella zona di Pontedera è crisi continua per l’indotto Piaggio. Nel Casentino, tra Arezzo e Firenze, sono calcolati circa 1.000 posti a rischio. La stampa locale ha finora insistito molto sul carattere “toscano” della crisi. Si tratta del tentativo di creare una psicologia di solidarietà tra lavoratori e imprenditori toscani: una grottesca versione di “patto tra produttori” su base regionale. In passato il governatore regionale Martini si è già reso protagonista di iniziative come il conferimento dell’attestato di “marchi di qualità” a varie produzioni locali. Poi è stata la volta del “patto per lo sviluppo industriale”: un testo infarcito di timide promesse per i lavoratori (“una flessibilità meno selvaggia”), di qualche inutile consiglio per il capitale (“investire meno nella rendita immobiliare”, “rilanciare gli investimenti”) a cui siamo sicuri seguiranno concessioni reali e sostanziose al padronato come ulteriori finanziamenti regionali alle imprese. La cosa peggiore è che simile propaganda pregni completamente la concezione dei vertici sindacali. Prese da un acuto attacco di vocazione manageriale, le direzioni sindacali si sono finora guardate dal proporre una strategia di lotta complessiva per le aziende in crisi, spendendosi invece in approfonditi consigli agli imprenditori su come dovrebbero fare il proprio mestiere. Così si è espresso in diverse interviste il segretario Gramolati della Camera del Lavoro di Firenze: “È l’ora di rilanciare il patto con gli industriali(…) Un retroterra, ancora, che vede imprenditori tradizionalmente attenti al dialogo con il sindacato - l’Associazione degli industriali guidata da Sergio Ceccuzzi, qui, è stata da subito dalla parte di Montezemolo e del rinnovamento di Confindustria(...) Per far crescere la competitività dell’area occorre in ogni caso un sapiente lavoro di marketing territoriale.” È imbarazzante doverlo ricordare, ma l’attuale crisi non è una crisi “toscana”. Se esiste una peculiarità toscana, questa riguarda semplicemente l’accelerazione che la crisi ha subito negli ultimi mesi. Gli investimenti crollano addirittura ad un ritmo più sostenuto della media nazionale. Solo nell’ultimo trimestre del 2004 sono calati del 6,7% rispetto al 2003, contro una media nazionale che ha registrato una debole crescita dell’1,7%. L’indice di investimento in macchinari e impianti è calato da 140 nel 2002 all’attuale 120. L’investimento da parte dei privati nella ricerca è un terzo del già misero livello di investimenti in regioni come Lombardia ed Emilia. A macchinari obsoleti e piccole aziende prive di una presenza sindacale corrisponde tra l’altro una media di infortuni sul lavoro più alta della media nazionale (a sua volta una delle più alte a livello europeo). Ed è con questo ceto produttivo che i vertici sindacali propongono il “patto per lo sviluppo toscano”. Fare un accordo contro i licenziamenti insieme a chi licenzia è una tattica che si commenta da sola. Si tratta dell’agnellino che si accorda con il lupo per venire sgozzato con educazione. La realtà è che non esiste nessun patto né incentivo regionale o nazionale che possa fermare su basi capitaliste la fuga dei capitali e la chiusura delle aziende. L’arrendevolezza ed il “senso di responsabilità” mostrato dai vertici sindacali non potranno mai reintegrare i profitti che attualmente un imprenditore può fare andando a produrre laddove il costo del lavoro è dieci volte minore o spostando i propri capitali verso la rendita immobiliare proprio in una regione che detiene il record di crescita del valore dei terreni (+400% tra il 2000 ed il 2004). Laddove al contrario sono state convocate mobilitazioni la risposta operaia è stata entusiasta. Basta pensare al corteo con oltre 1.000 partecipanti a Pontedera in difesa dell’indotto Piaggio, ai 1.000 partecipanti al recente corteo delle aziende in crisi nel Casentino o all’adesione del 95% dei lavoratori allo sciopero della zona Signa-Scandicci (dove ha sede appunto l’Electrolux). A questo va aggiunta la generosità con cui si sono battuti o si stanno battendo i lavoratori delle singole aziende per evitare chiusure o licenziamenti. Tuttavia tale generosità non è sufficiente. Se la lotta non viene unificata, i lavoratori rischiano di essere sconfitti fabbrica per fabbrica. Ma se l’unificazione della lotta delle aziende in crisi è condizione necessaria per la vittoria, in sé non è ancora sufficiente. E’ necessario anche cambiare i metodi con cui tale lotta è stata condotta finora. L’unica via è attrezzarsi per imporre come un dato di fatto la sopravvivenza dell’azienda, impedendo con i picchetti che vengano portati via i macchinari e se necessario arrivando all’occupazione dell’azienda stessa. Se questa prospettiva pare fantascienza agli occhi dei dirigenti sindacali, non sembra invece lontana dall’istinto stesso dei lavoratori. Il 4 aprile, stremati da un anno di prese in giro, i lavoratori della Stimet, fabbrica di 150 lavoratori, hanno deciso di occupare lo stabilimento. --- Questa è l’intervista che abbiamo fatto ai delegati Rsu della Stimet: Pierozzi Giancarlo, Fabbri Alvaro e Vigiani Nicola pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione: Descriviamo le tappe del percorso che ci ha portato fin qui. La tappa scatenante dell’occupazione sono stati gli stipendi. Mezzo personale deve avere il 40% dello stipendio mentre si prevede che il prossimo mese nessuno prenderà l’intero stipendio. È iniziata un anno fa, con vari incontri dove la Stimet doveva essere venduta e non hanno mai trovato un accordo, è stata rinviata, rinviata, sempre rinviata, poi cambiava l’interlocutore, una volta vendevano a uno, una volta ad un’altro e alla fine siamo arrivati al punto che quando gli stipendi non sono stati pagati, come Rsu abbiamo proposto l’occupazione della fabbrica, sabato mattina in assemblea straordinaria gli operai hanno avvallato la nostra idea. Che partecipazione sta avendo? L’occupazione è molto ampia, con la partecipazione anche degli impiegati Quali sono le rivendicazioni che portate avanti? Il posto di lavoro sicuro e lo stipendio, queste sono le nostre rivendicazioni. Quindi andrete a oltranza? Occupazione a oltranza con diverse iniziative: avremo un incontro con i sindaci, uno con i politici e un concerto interno alla fabbrica. Nella manifestazione della settimana scorsa c’erano anche i lavoratori del lanificio... C’erano i lavoratori del lanificio, Mabo, Baraclit, tutto il Casentino praticamente perchè i posti a rischio sono un migliaio con l’indotto, ci mettiamo la Borri, il lanificio, noi. Per il Casentino è un brutto colpo. Per noi è un ritorno indietro, ma molto peggio perchè una volta si emigrava e si trovava lavoro ma oggi non si trova lavoro nemmeno nelle città. Non ci sarebbe la possibilità di estendere la lotta anche agli altri lavoratori come quelli del lanificio? Senz’altro si, però al momento attuale il lanificio aveva da fare il campionario della lana, però anche loro arriveranno a questa situazione qui di occupazione, credo. Che prospettive vi hanno dato le istituzioni locali? Abbiamo incontrato il presidente Martini che ha dato uno spiraglio, poi Fanfani, la Bettoni, il sottosegretario al lavoro Sestini. Le prospettive sono un compratore o l’affitto dell’azienda. E la prospettiva di prendere in mano la produzione? Anche se fosse non sarebbe subito. Sono state fatte assemblee nelle altre aziende per discutere di questa situazione? No, almeno per il momento C’è una cassa di resistenza nelle altre aziende per sostenere l’occupazione? Non lo so, non ho parlato con rsu di altre aziende. Non rischiate di essere presi per stanchezza se rimanete soli? Si resiste, tanto cosa abbiamo da perdere? |