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Scritto da Paolo Grassi   

Cgil

Nello scorso numero abbiamo iniziato a trattare la questione del prossimo congresso della Cgil che si svolgerà tra l’autunno 2005 e la primavera del 2006. Come è noto l’area programmatica Lavoro Società, l’erede della sinistra sindacale che negli ultimi tre congressi ha presentato un documento alternativo a quello della maggioranza, è attraversata da un lacerante dibattito su quale posizione assumere. La maggioranza del gruppo dirigente sostiene che esistono le condizioni per un documento unico con Epifani. Una minoranza ritiene invece che non esistano queste condizioni e che è necessario un documento alternativo.

Per quanto ci riguarda sosteniamo ovviamente questa seconda ipotesi e crediamo che il dibattito che si sta aprendo nella sinistra del principale sindacato del paese sia una grande opportunità per fare chiarezza. Il congresso deve essere l’occasione per aprire un confronto su quali devono essere le posizioni più avanzate per difendere gli interessi della classe operaia.

La sinistra sindacale

La maggioranza del vertice di Lavoro Società ha prodotto all’inizio di marzo un documento con l’obiettivo di “dialogare” col segretario generale Epifani per approdare a un documento unico.

Non una critica all’operato della maggioranza di questi quattro anni, non un giudizio netto sulla moltitudine di contratti vergognosi firmati. Non un accenno al fatto che se in questi anni il lavoro precario ha visto un aumento senza precedenti, se i salari hanno perso ulteriore potere d’acquisto, la responsabilità non può essere imputata solo al governo di destra ma anche a chi avrebbe dovuto difendere gli interessi dei lavoratori.

Eppure non mancano gli esempi scandalosi che dimostrano l’incapacità dell’attuale maggioranza della Cgil di difendere i lavoratori. Potremmo ricordare la firma del contratto nazionale degli autoferrotranvieri del dicembre del 2003, quando la Cgil firmò un accordo vergognoso con Cisl e Uil, avversato dai lavoratori che continuarono i blocchi dei mezzi pubblici anche dopo la firma dell’accordo. Oppure il contratto nazionale del commercio siglato la scorsa estate che oltre ad accettare aumenti salariali da fame fece nuovi e gravi aperture alla precarizzazione facendo entrare dalla finestra la cosiddetta legge 30 che si dice a parole di voler abrogare.

E proprio sulla legge 30 varrebbe la pena soffermarsi per vedere quanta ambiguità si cela tra le dichiarazioni che la Cgil fa sulla sua abrogazione e quello che poi viene fatto nella pratica di tutti i giorni.

La Cgil Campania alla fine di febbraio ha firmato un protocollo d’intesa con le principali cooperative per i servizi alla persona della regione (Lega, Confcoop, Agci) per regolamentare la legge 30. L’intesa è stata giustificata con il fatto che, visto che in Parlamento l’abrogazione non è all’ordine del giorno, bisogna sporcarsi le mani per ridurre il danno. A gennaio, a Palermo, la Cgil con Cisl e Uil, ha siglato un accordo locale con la Cos (che cura i servizi call center di Sky e Wind ) in cui di fatto si sancisce il cottimo.

Ora il vertice dell’opposizione interna alla Cgil, con Patta massimo dirigente, si fa promotrice di una campagna senza precedenti per fare un documento unico con chi quegli accordi non solo li ha firmati ma anzi li considera dei modelli da seguire.

Vale la pena ricordare cosa dichiarava sui quotidiani esattamente un anno fa il segretario generale della Cgil a proposito della lotta dei lavoratori della Fiat di Melfi, mentre lo scontro coi padroni era nella fase più dura e delicata: “Sono deluso dalla scelta della Fiat che vuole battere vecchie strade anziché cercare di risolvere i disagi che ci sono a Melfi, se la Fiat si orienta su vecchie strade noi dobbiamo fare di tutto per non dare una risposta come quella del 1980. Spero e mi auguro, e questo è anche responsabilità delle Rsu e della Fiom, di comprendere quando e come riorientare questa forma di lotta. È evidente che non si può andare avanti per un tempo infinito con un blocco della produzione che serve certo a dare una spallata ma non è la forma con cui ti proponi di gestire una lotta che ha caratteristiche nuove.” (Il Sole 24 ore, 25 aprile 2004)

Per fortuna i lavoratori non diedero ascolto ad Epifani e continuarono la lotta fino alla vittoria, seppur parziale. Chiediamoci come sarebbe potuta andare a finire se quelle posizioni del segretario della Cgil avessero avuto la meglio.

Rifondazione comunista e il congresso della Cgil

Nella sinistra della Cgil con l’avvicinarsi del congresso si sta chiarendo, almeno parzialmente, un equivoco che durava da troppo tempo, cioè che chi si è arrogato in questi anni il titolo di opposizione alla linea di maggioranza in realtà questa opposizione l’ha fatta poco, male e controvoglia.

Rifondazione comunista che avrebbe in questo contesto l’occasione di rilanciare una vera opposizione, mobilitando i propri iscritti nel sindacato, si astiene dal prendere una posizione a sostegno della sinistra sindacale. Una parte significativa dei compagni del Prc che hanno un ruolo dirigente in Cgil, capeggiati da Nicolosi (candidato da Patta alla successione nella segreteria nazionale) marciano spediti verso il documento unico, mentre una minoranza guidata da Cremaschi e Danini stanno cercando di organizzare quello che dovrebbe essere il documento alternativo.

La segreteria del partito a livello ufficiale non prende una posizione netta a favore o contro il documento unico ma, nei fatti, appoggerà Patta. Questa è la logica conseguenza di quanto sostenuto al congresso del partito appena conclusosi: se non si ha fiducia nel ruolo decisivo della classe operaia per cambiare questa società e ci si illude che andando al governo con il centro sinistra si può aprire una fase di riforme a favore dei lavoratori (sostituendosi dunque ai lavoratori), è chiaro che a quel punto ogni battaglia nelle fabbriche e nel sindacato perde significato e il congresso della Cgil assume importanza solo per garantire una presenza adeguata dei propri rappresentanti nella spartizione delle poltrone.

Ferrero (responsabile lavoro del Prc) ha ribadito questo senso di sfiducia nella classe operaia anche all’ultima riunione nazionale del dipartimento lavoro, spiegando che nonostante lotte importanti come quella di Melfi non si é aperto un nuovo ciclo di mobilitazioni generalizzate in tutto il paese, e che i danni creati dalla legge 30 sono tali che è sbagliato credere che si possa contrastarla a colpi di sciopero, ribadendo che l’unico modo per abolirla è andare al governo.

Invece di porsi alla testa dei lavoratori per conquistare posizioni più avanzate, la maggioranza del Prc si assume il ruolo di difensore delle posizioni di Epifani.

Per una vera opposizione

Lotte come quella di Melfi non si sono generalizzate per responsabilità dei vertici sindacali che sistematicamente isolano qualsiasi lotta da altre fabbriche che avrebbero interesse a unirsi alla mobilitazione. Sono loro i primi a temere una mobilitazione più ampia dei lavoratori. Nonostante questo stiamo assistendo da tre anni ad una serie di lotte sempre più radicali: prima i lavoratori degli appalti ferroviari, poi gli autoferrotranvieri e la Fiom, poi Melfi e a seguire le acciaierie di Terni.

Queste lotte dimostrano che i lavoratori guardano con attenzione alle vertenze più significative e cercano di riprendere i metodi più efficaci per raggiungere i propri obiettivi. Non capire questo significa consegnare le sorti della classe operaia nelle mani della burocrazia riformista responsabile degli arretramenti di questi anni.

Una generazione di lavoratori e attivisti si sta affacciando sulla scena della lotta di classe. Abbiamo il dovere di porci alla testa di questa nuova generazione nei luoghi di lavoro e nella Cgil per combattere le politiche opportuniste dei vertici. È arrivato il momento di rilanciare la battaglia in Cgil, consapevoli che solo con un programma rivendicativo e metodi di lotta adeguati ai compiti della fase attuale potrà aprirsi una nuova fase di conquiste per la classe operaia.

 
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