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Il barometro dell’economia italiana volge al peggio. Le cifre recentemente pubblicate riguardo lo “sforamento” della soglia del 3% del deficit pubblico nel 2004 non sono altro che la punta di un iceberg assai più vasto. Alle radici delle difficoltà, va detto con chiarezza, non ci sono solo le scelte economiche del governo Berlusconi o la “finanza creativa” di Tremonti e Siniscalco. C’è invece una profonda crisi di competitività dell’industria italiana che viene ormai regolarmente schiacciata dai suoi concorrenti sia sul mercato interno, sia su quelli esteri, europei e non.
Nel primo trimestre del 2005 la produzione industriale è calata, secondo le stime, dello 0,6%, e le previsioni per ordinativi e scorte confermano il dato negativo. Il calo dell’industria italiana si spiega facilmente. In primo luogo, gran parte dei redditi fissi (lavoratori dipendenti, pensionati) sono stati duramente erosi dall’inflazione di questi anni, col risultato di una seria contrazione dei consumi. Contrazione che non riguarda solo i consumi “di lusso”, che anzi in generale tengono, ma tocca invece i comportamenti quotidiani di massa, se è vero per esempio quanto afferma un’indagine del Corriere della sera secondo la quale chi lavora nel centro di Milano (si parla quindi soprattutto di impiegati; nel cuore dell’area più ricca del paese) non ha più soldi per mangiare nei bar e dilaga nelle aziende il ritorno alla schiscetta (in italiano: pranzo portato da casa). Anche quei settori di piccola borghesia (commercianti) che pensavano di avvantaggiarsi dell’inflazione da euro sono stati a loro volta schiacciati dalla grande distribuzione. Povertà e riduzione dei consumi non riguardano quindi solo strati “deboli” della popolazione (pensionati, malati, anziani, immigrati, ecc.) ma anche importanti settori di lavoratori che in passato sarebbero stati considerati dei “garantiti”. Secondo fattore: crolla la competitività delle merci italiane all’estero. Nel 2002 la bilancia commerciale italiana ebbe un attivo di circa 7,8 miliardi di euro; nel 2003 l’attivo si era ridotto a 1,6 miliardi; nel 2004 si è trasformato in un passivo di 1,5 miliardi. Nei primi due mesi del 2005 il passivo è stato di circa 3,7 miliardi di euro (erano 3,3 nei primi due mesi del 2004). Fuori dall’Unione europea le merci italiane vengono penalizzate dal “super-euro” che le rende costose. All’interno dell’Ue subiscono la concorrenza sia delle economie più forti e avanzate (Francia, Germania), sia delle merci importate dai paesi dell’est europeo e dall’Asia. Dopo l’entrata nell’euro i padroni italiani hanno perso l’arma della svalutazione che in passato ridava fiato alle esportazioni nei momenti più duri (ovviamente a prezzo di una maggiore inflazione). Terzo fattore: le industrie non investono, e se lo fanno è soprattutto per trasferire produzioni all’estero. C’è una vera e propria fuga dell’industria che comincia da grandi multinazionali come la Thyssen-Krupp e finisce con le imprese medio-piccole dei distretti tessili. Traballa pericolosamente quella che per generazioni è stata l’architrave dell’industria italiana, la Fiat. Riassumendo: si chiudono i mercati all’interno, all’estero e gli investimenti: inevitabile quindi che l’industria abbia l’acqua alla gola. Secondo la Cisl ci sono almeno 3.500 aziende in difficoltà; centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio e la cassa integrazione è aumentata del 40%. Appare in tutta la sua evidenza l’incapacità del padronato italiano di garantire un reale sviluppo dell’economia e della società. Crisi nei conti pubblici La situazione della finanza pubblica è stata molto dibattuta nelle scorse settimane, quando il governo ha menato vanto della revisione dei criteri del patto di stabilità. Si vuol fare credere che la flessibilizzazione del patto permetterà di intervenire con maggiore libertà sui problemi dell’economia italiana. In realtà, accettando di rendere “interpretabili” i famigerati parametri e in particolare la norma che obbliga a contenere il deficit annuo dello Stato al di sotto del 3% del Pil, i principali governi europei non hanno affatto inteso aiutare l’economia italiana; al contrario, si tratta di un modo per dissociarsi dalle prevedibili sventure della nostra finanza pubblica. Sono ormai dieci anni che la borghesia italiana spinge per abbattere il debito pubblico. Su questa strada hanno attaccato sistematicamente le pensioni, lo stato sociale, hanno svenduto a pezzi l’industria pubblica, le infrastrutture, ecc. Sotto il governo Berlusconi si è poi passati ai condoni, alle cartolarizzazioni, alle operazioni di finanza creativa. Il tutto in un decennio ha prodotto disastri economici, sociali, ambientali col “grande” risultato che il debito pubblico italiano è ancora attorno al 106% del Pil. In questa operazione di “risanamento”, tuttavia, va detto che una parte importante l’ha giocata il calo dei tassi d’interesse su scala mondiale, che negli scorsi anni ha permesso di abbattere significativamente la spesa per tassi d’interesse. La borghesia italiana si illudeva che entrando nell’euro l’economia italiana sarebbe stata posta al riparo dalle speculazioni internazionali e che le virtù economiche dei partner europei, Germania innanzitutto, si sarebbero positivamente riverberate anche sulla finanza pubblica italiana. Ora però tutti i nodi arrivano al pettine. Lo Stato ha ormai poco da svendere, e tutti si rendono conto che nei prossimi anni i conti italiani rischiano di andare nuovamente fuori controllo. L’avanzo primario, ossia l’attivo dello Stato netto delle spese per gli interessi sul debito, è sceso dal 5-6% del Pil all’1,2%. Il deficit annuo è stato pari al 3,1% del Pil nel 2004, si prevede il 3,6 per il 2005 e, in assenza di interventi, del 4% nel 2006. Ma la prospettiva più preoccupante riguarda i tassi d’interesse. Da circa un anno in Usa è in atto una lenta risalita dei tassi che inevitabilmente si rifletterà su scala mondiale. Ma questo fattore esterno si ripercuoterà con forza moltiplicata in Italia. Sui mercati finanziari il debito pubblico italiano verrà considerato maggiormente a rischio e questo significa che lo Stato italiano dovrà offrire interessi più alti. Quindi ci saranno maggiori uscite per lo Stato, e la conseguente necessità di ulteriori tagli e un generale effetto depressivo sull’economia. Commenta Marcello De Cecco su Repubblica (11 aprile): “Ci fu un tempo, all’inizio degli anni novanta, quando il nostro debito pubblico era quasi tutto in mano a risparmiatori italiani (…) detenuto da individui intenzionati a trattenerlo fino alla scadenza. (…) i titoli di stato italiani sono ora posseduti da investitori professionisti, per la gran parte stranieri, che li comprano e li vendono sulla base di calcoli di profitto di breve periodo, e cercando di battere in velocità i mercati. La volatilità dei titoli italiani è quindi molto forte e altrettanto forte è la loro esposizione ai venti che spirano nella finanza internazionale”. Su questo scenario economico si sviluppa la crisi del governo Berlusconi. Pochi dubitano che se Berlusconi, come appare sempre più probabile, riuscirà a governare ancora per i prossimi mesi, gli effetti sui conti pubblici saranno negativi dato che il centrodestra cercherà di ribaltare le proprie sorti elettorali spendendo a destra e a manca. Ma ancora più importante è capire la prospettiva per un governo di centrosinistra, che appare ormai sempre più vicina. Prodi si troverà a gestire non la “grande riforma” e il sogno di un “europeismo di sinistra” sognati da Bertinotti, ma una nuova politica di lacrime e sangue, nuove richieste di sacrifici per i lavoratori, i pensionati, i giovani. Il movimento operaio italiano è ormai uscito dal letargo, e dopo un decennio di costante arretramento, dopo aver dovuto ingoiare precarizzazione, calo dei salari, peggioramento delle condizioni di lavoro e dei servizi sociali, dopo aver subito l’arroganza del governo di destra, si attende un cambiamento sostanziale. Lo scontro fra queste attese e la politica proposta da Prodi sarà inevitabile quanto aspro. |