La destra affonda sotto il peso di una sconfitta elettorale senza appello. Il risultato delle regionali, ribadito dal voto in Basilicata, parla da solo. Non solo per il 12 a 2 subito dalla destra sui governi regionali, ma soprattutto perché la sconfitta colpisce direttamente Berlusconi e il suo partito. Forza Italia ha perso un milione e 200mila voti rispetto alle europee del 2004 e ben 4 milioni e mezzo rispetto alle politiche del 2001. Questo tracollo mette a rischio l’intera Casa delle Libertà, considerato che Forza Italia ne è (era?) la forza fondamentale ed il collante.
È una situazione gravida di rischi non solo per il governo, ma per l’intera classe dominante. La borghesia vede con timore la prospettiva di una disintegrazione della destra che la spinga verso un lungo periodo di opposizione; sono preoccupati non perché temano un governo Prodi, ma perché per loro una destra comunque “in piedi”, sconfitta ma comunque in grado di competere per il governo nella fase successiva è una garanzia, uno strumento importante per fare pressione sul centrosinistra. Diversamente stanno le cose se la coalizione di destra si frantuma definitivamente. Trasparente la preoccupazione nell’editoriale (uno fra i tanti di queste settimane) del Corriere della Sera del 5 aprile: “Già adesso è chiaro che, nella maggioranza, la sconfitta (una sconfitta così bruciante da non lasciarsi ridimensionare, circoscrivere o depotenziare) apre una crisi politica. E che di questa crisi l’epicentro è Forza Italia, il partito-non partito fatto a immagine e somiglianza di Silvio Berlusconi (…) Perché Forza Italia è, nel migliore dei casi, un grande comitato elettorale (…) così forse si può governare una proprietà o un’azienda, non un partito”. Berlusconi ha dovuto sottoporsi a quella che considera una pubblica umiliazione, ossia la crisi di governo. Crisi di breve durata, ma che ha messo a nudo la profondità delle fratture nella coalizione. Non sono solo i sogni berlusconiani, infatti, ad essere andati in frantumi. Fini ha dovuto aprire una guerra per la riconquista del suo stesso partito, scaricando brutalmente il capo dei “berluscones” Gasparri e appoggiandosi come mai prima alla Destra sociale, che mette Storace al Ministero della sanità; un passo indietro considerevole per un Fini che negli ultimi anni aveva fatto di tutto per accreditarsi come liberale doc, lontano dai rigurgiti e dalle nostalgie della destra del suo partito. Follini ha reputato decisamente più sicuro ascoltare Berlusconi standosene seduto fra i suoi deputati anziché sui banchi del governo; tuttavia l’Udc rischia di uscire lacerata in diverse direzioni: un settore, capeggiato da Giovanardi, continua ad orbitare attorno a Berlusconi, mentre altri, soprattutto localmente, sentiranno sempre più forte il richiamo del centrosinistra e tenteranno di traghettare voti e clientele verso la Margherita, mai così accogliente. Insomma, se è vero che si apre la corsa alla successione di Berlusconi come capo della destra, è altrettanto vero che questa corsa rischia di vedere la coalizione andare in pezzi sotto l’urto delle diverse fazioni in lotta; l’irrigidimento di Berlusconi (“si fa il partito unico e chi non ci sta va da solo alle elezioni”) non farà altro che esacerbare lo scontro. Il copione peraltro sarà conforme a quanto già visto in questi giorni: Berlusconi tenterà di tenere duro, ma dovrà alla fine ingoiare molti bocconi amari. Lo dimostra la composizione del “nuovo” governo. I 72 sottosegretari nominati mostrano il tentativo di tirare una coperta drammaticamente troppo corta. Berlusconi sta promettendo tutto a tutti: soldi per le aziende, soldi per il sud, per il nord, per i contratti del pubblico impiego, dei medici, persino delle aziende private, per i partiti e per le correnti interne ai partiti… è fin troppo chiaro che la politica economica del governo sarà un vestito di Arlecchino, il cui conto finale peraltro non dubitiamo che sarà passato sempre ai soliti noti, ai fedeli sostenitori delle finanze statali: lavoratori dipendenti, pensionati, consumatori a reddito fisso, malati, ecc. Se la destra verrà allontanata dall’area di governo per un periodo di tempo prolungato, tutte le pressioni della classe dominante si dovranno trasferire all’interno del centrosinistra. Useranno tutte le leve a loro disposizione (e quindi non solo i transfughi dal Polo) per condizionare ancora più pesantemente la coalizione di centrosinistra, i suoi programmi e i suoi “uomini forti”. La sinistra si troverà ancora più ingabbiata all’interno della coalizione, e così la Cgil, per giunta in una fase nella quale inevitabilmente ci verranno riproposte politiche di “lacrime e sangue” dettate da una situazione economica sempre più deteriorata. Sarebbe un grave errore tuttavia limitarsi a tracciare una prospettiva guardando “in alto”, a quanto avviene nelle stanze parlamentari e negli stati maggiori dell’Unione. La sconfitta della destra non è un fatto casuale, ma riflette la profonda insoddisfazione, frustrazione e rabbia che milioni di persone hanno sviluppato in questi anni pieni di promesse miracolose regolarmente smentite dalla dura realtà. Se è vero che ci sarà una fase di attesa anche fiduciosa nei confronti di Prodi e del centrosinistra, questa non tarderà a trasformarsi nel suo contrario quando il centrosinistra verrà messo alla prova dei fatti. Quanto più sarà evidente la disfatta delle destre, tanto prima questa contraddizione è destinata ad esplodere. È davvero un paradosso amaro che Rifondazione comunista sia oggi la forza che meno mette in discussione questo assetto, presentandosi come il più fedele sostenitore di Prodi fino al punto da pregiudicare lo stesso esito elettorale del partito. Sono i frutti della linea decisa dal recente congresso del partito, di una scelta sbagliata (quella di buttarsi a capofitto nell’Unione) applicata per giunta in modo oltranzista. Questa linea non tarderà ad infrangersi sugli avvenimenti. All’orizzonte non c’è nessuna “grande riforma” della società italiana (questo il sogno di Bertinotti), ma un inevitabile conflitto fra la linea borghese che egemonizza il centrosinistra e le attese di milioni di lavoratori che hanno respinto la destra nelle piazze, nelle lotte e ora anche nelle urne, e che domani torneranno a farsi sentire con forza raddoppiata. È su di loro che contiamo perché la linea di collaborazione di classe che oggi domina la sinistra e il sindacato venga messa in discussione e infine rovesciata in favore di una coerente difesa degli interessi dei lavoratori e di tutti gli sfruttati. 27 aprile 2005 |