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Scritto da Claudia Cernigoi   

Una pessima fiction piena di falsi storici

Anche dopo l’istituzione della giornata della memoria del 27 gennaio, anniversario della liberazione del lager di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, la destra nazionalista ed anticomunista non ha perso occasione, come le è consueto, di farsi avanti per pretendere un altro anniversario da celebrare come contraltare, e tanto ha brigato che è riuscita ad ottenere, con la sconsiderata approvazione di parte del centrosinistra, che il 10 febbraio, anniversario della firma del trattato di pace che chiudeva definitivamente la seconda guerra mondiale, diventasse la “giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo”.

Questa giornata, che cade a ridosso del 27 gennaio, è ora talmente propagandata che arriva al punto di oscurare e mettere in secondo piano le celebrazioni della “giornata della memoria”, ottenendo di mistificare la storia, paragonando carnefici a vittime e mancando di rispetto a tutti coloro che hanno perso la vita nel corso di quell’immane tragedia che fu la seconda guerra mondiale, voluta dall’imperialismo nazifascista e dai “padri” spirituali di alcuni fra gli stessi promotori di questa seconda “giornata del ricordo”.

Mai come quest’anno abbiamo assistito ad un bombardamento mediatico di tale entità sulle problematiche delle “foibe” e dell’“esodo”. Ma, a parere di chi scrive, la più disgustosa tra tutte le iniziative programmate nell’occasione è stata la messa in onda del “Cuore nel pozzo”. Questa “fiction” sulle “foibe”, che era stata fermamente voluta da Maurizio Gasparri, ministro delle telecomunicazioni, è stata prodotta da Angelo Rizzoli, già piduista, e realizzata da un regista, Alberto Negrin, che aveva già realizzato un altro sceneggiato storico, quello su Giorgio Perlasca.

Un’opera infarcita di falsi storici

Il film ci è stato presentato come un’opera di pura fantasia, che avrebbe però dovuto servire a far conoscere a tutti gli spettatori la tragedia delle foibe. Già di per se stesso questo esordio è contraddittorio: se l’opera è di “pura fantasia”, quale è la sua attendibilità dal punto di vista storico?

Infatti lo sceneggiato al quale abbiamo assistito non ha alcun fondamento storico: l’esercito jugoslavo non ha mai agito, in nessuna località istriana o di altre regioni, come si vede nel film: non sono mai stati svuotati paesi interi, portati via i bambini dai genitori, non ci sono state esecuzioni di massa di persone gettate nelle foibe, non c’erano in Istria paesi interamente abitati da italiani che quindi dovevano venire “svuotati” a forza.

Le scene alle quali abbiamo assistito nel film sono esattamente le scene che si trovano nei film che parlano dei crimini nazisti: perché i nazifascisti, quelli sì, rastrellavano civili, svuotavano i villaggi, ne bruciavano le case, dividevano i bambini dagli adulti e massacravano senza ritegno. Forse il regista Negrin avrà pensato che parlare di “storia condivisa” significa attribuire a tutti i “totalitarismi” gli stessi crimini e gli stessi comportamenti, senza verificare se ciò ha fondamento storico oppure no.

Il consulente storico per questo film era l’autore di testi scolastici Giovanni Sabbatucci. Sabbatucci è però anche uno storico che dichiara (“Corriere della Sera” del 24/1/05), che nella Repubblica Sociale Italiana comandavano i nazisti e quindi la responsabilità dei fascisti di Mussolini in merito alle deportazioni degli ebrei è relativa. Ecco il tenore della consulenza storica di Sabbatucci per questo film: abbiamo visto i partigiani togliere una bandiera sabauda quando, stante che i fatti si svolgono nel 1945, in Istria non si usavano più bandiere sabaude ma repubblichine; abbiamo poi assistito alla messa in onda di tutti gli stereotipi della decennale campagna sulle “foibe”: la teoria dei “cani neri” che i partigiani gettavano sugli “infoibati” per una “superstizione balcanica” in modo da impedire che le anime dei morti potessero riposare in pace, superstizione che, va spiegato, è più siciliana che balcanica; il filo di ferro con il quale venivano legati i prigionieri (usanza questa più nazista che partigiana, diciamo per inciso) prima di essere “infoibati”, prigionieri che però nel film non si vedono legati né sul camion che li trasporta, né quando vengono fatti scendere e condotti verso la “foiba”: solo quando il bambino si cala nella “foiba” (ma il regista ha mai visto una vera “foiba”, visto che l’ha descritta come una facile discesa per un bambino di quell’età?) si vedono polsi legati da filo di ferro; e via di seguito.

La trama sembra un misto tra Liala e lo spaghetti western: il perfido partigiano Novak rivuole il figlio che ha avuto da una donna (che sostiene di essere stata da lui violentata, ma al sacerdote Gullotta-Novak ad un certo punto confida che l’accusa di violenza carnale era stata fatta dalla donna per liberarsi di lui, perché non voleva legarsi ad uno “slavo”), e per trovarlo fa sequestrare (in perfetto stile Erode) tutti i bambini dell’età del suo, portandoli via ai genitori che poi fa “infoibare” assieme a tutta la popolazione arrestata. Troviamo il militare “buono”, schifato dalla guerra che getta via il fucile, ma dopo essere stato trattato da traditore e codardo dal terribile ragazzino viziato, violento ed egoista che è il protagonista della storia, decide di riprendere le armi per difendere i bambini, aiutato in questo da alcuni militari che si erano nascosti nella zona (ovviamente repubblichini, anche se questo nel film non viene detto), dalla sua fidanzata (“slava”, ma che sceglie di fuggire con gli italiani invece di restare nella sua terra) e dall’immancabile prete.

Il risultato è un bagno di sangue: tra tutti gli “infoibati” muoiono anche i genitori del bambino che racconta la storia, muore la madre del figlio di Novak, muore Novak con quasi tutti i suoi uomini, muoiono i militari che sono venuti ad aiutare il gruppetto, muore il sacerdote Gullotta mentre cerca di impedire al ragazzino, che s’è impossessato di una pistola, di uccidere Novak, che verrà ucciso invece dal “buon” militare italiano, unico sopravvissuto coi bambini e la fidanzata. Che alla fine si troveranno in una enorme colonna
di “esuli” che marciano dalle montagne verso il mare, verso il piroscafo Toscana che li porterà in Italia.

Dal punto di vista qualitativo, questo sceneggiato è imbarazzante: dialoghi stentati, recitazione pessima, le caratterizzazioni dei vari personaggi rasentano la caricatura. Però tutto l’insieme trasuda una violenza enorme: il bambino protagonista, già aggressivo ed egoista finché viveva nella bambagia coi genitori, quando li trova morti nella “foiba” decide di cercare Novak per ucciderlo; inoltre il regista indugia troppo a lungo su scene raccappriccianti (le esecuzioni, il bambino che ritrova il corpo della madre “infoibata”, il combattimento finale che si conclude con una carneficina).

La messa in onda di questo sceneggiato sulle “foibe”, così intriso di una violenza che spinge lo spettatore a condividere i sentimenti di odio feroce del piccolo protagonista nei confronti di chi gli ha ucciso i genitori può produrre, a parere di chi scrive, solo altre tensioni ed altri odi, e non farà sicuramente “luce” su alcunché. Ma sappiamo bene che non sempre la verità fa comodo alla propaganda, e che molto spesso è meglio diffondere falsità ad effetto per ottenere il risultato voluto, che in questo caso sembra essere uno solo: riscrivere la storia per criminalizzare la Resistenza e riabilitare, di conseguenza, quelli che furono i veri criminali di guerra.

 
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