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La Thyssen Krupp chiude il Magnetico Stampa E-mail
Scritto da FalceMartello   

Il 26 febbraio è stato firmato l’accordo tra azienda e sindacati per l’Acciai Speciali Terni (AST), dopo 13 mesi di blocchi e scioperi. Pochi giorni dopo l’accordo è stato approvato, tramite referendum, dal 70% dei lavoratori. Così, entro la fine dell’anno chiuderà l’unico sito in Italia dove si produce lamierino magnetico, un prodotto d’avanguardia, ed il nostro paese invece di esportare questo prodotto, dovrà importarlo dall’estero. Inoltre, tutto il sito di Terni perde uno dei suoi punti di forza, cioè quello di essere un polo integrato e polifunzionale.

Dopo averci provato un anno fa (vedi FalceMartello n°173), in autunno la multinazionale annuncia la chiusura entro il 2005 (riassorbendo gli operai del reparto, facendo investimenti nell’inox, ma sulla chiusura del Magnetico… non si discute!). Dopo aver stracciato gli accordi sottoscritti, dopo mesi di finte trattative, la Thyssen Krupp ha scelto lo scontro duro. Di fronte alla reazione decisa dei lavoratori, la multinazionale è passata alla pura ritorsione: cassa integrazione per gli operai del Magnetico, messa in libertà per gli altri, minacce legali per il sindacato. E anche il tentativo di dividere il fronte dei lavoratori, promettendo l’assunzione di alcuni operai del Magnetico. Gli operai hanno mostrato tutta la loro determinazione a non mollare con i blocchi alle portinerie, gli scioperi articolati e con lo sciopero generale del 21/2 che ha coinvolto tutta la città. Questo perché in gioco c’era tutta l’AST, con ricadute non solo sull’economia di tutta la provincia, ma sull’intero sistema industriale italiano. Era chiaro come al Magnetico sarebbero seguite la Società delle Fucine, lo stabilimento di Torino e prima o poi anche Titania (visto il taglio degli investimenti). Con una visione miope (o forse motivata da altri interessi), si getta nel secchio la polisettorialità del polo di Terni, puntando tutto solo e unicamente sull’inox. Così si espone tutta l’AST alle fluttuazioni di un solo prodotto: l’inox oggi vede un forte aumento della domanda, ma quando questa diminuirà? E’ facile prevedere che per l’inox si ripeterà la storia del magnetico. In questo modo la Thyssen Krupp ha rivelato la sua mentalità “mordi e fuggi” nei confronti di Terni.

L’accordo

La sostanza dei 12 punti dell’accordo prevede la chiusura del Magnetico entro il 2005, il riassorbimento degli operai in altri reparti e nuovi investimenti per 124 milioni di euro. Ma è quello che l’azienda diceva fin dall’inizio! Non capiamo allora l’esultanza dei dirigenti sindacali, fra i quali anche il compagno Cremaschi, che parla di “accordo alla tedesca, inedito in Italia. […]il primo che argina le delocalizzazioni […] un modello da cui partire” (il manifesto, 28/2/’05). Basta vedere l’accordo firmato dopo la lotta dell’anno scorso, in cui si prevedeva il mantenimento del Magnetico e investimenti per 200 milioni di euro in 4 anni. La Thyssen Krupp quest’autunno ha stracciato quell’accordo e ha dichiarato che avrebbe chiuso il Magnetico, senza fare licenziamenti. Molti operai si sono chiesti a cosa sono servite 180 ore di sciopero se alla fine i vertici sindacali hanno accettato, di fatto, la politica della multinazionale. Il problema di fondo resta: la polifunzionalità è legata a vaghe promesse sullo sviluppo di nuove produzioni e gli investimenti si concentrano sull’inox. In realtà, di questi 94 milioni di euro, molti non andranno alla produzione, bensì alla commercializzazione. E i livelli occupazionali? Garantiti fino al 2009. Peccato che nel 2010 comincerà a produrre il nuovo impianto in Cina, il che non fa presagire nulla di buono per Terni.

Dobbiamo dire che se da un lato gli operai ce l’hanno messa tutta, la linea dei vertici sindacali non è stata all’altezza. Si è continuato a chiedere l’intervento del governo, mentre questo faceva da sponda (convocando e rinviando tavoli e trattative che nascevano già morti) alla strategia della multinazionale, che era quella di prendere tempo e prepararsi allo scontro con gli operai. Non sono partite delle vere casse di resistenza a livello nazionale, per sostenere lo sciopero e soprattutto gli operai messi “in libertà”. Così, il blocco delle merci ha riguardato solo i prodotti finiti verso l’esterno, perdendo d’incisività. E alla fine è arrivato quest’accordo.

Va rimessa in discussione tutta la parabola che ha portato alla situazione di oggi, alla condizione (a prima vista assurda) in cui un’azienda che triplica gli utili, licenzia e chiude un reparto d’eccellenza. Alla fine è questo il risultato della privatizzazione del ’94. Purtroppo, allora, i vertici sindacali hanno accettato quella scelta e, negli ultimi anni, non si sono saputi opporre allo spostamento di 140 mila tonnellate di acciaio a grano non orientato, sottraendo una parte importante del ciclo produttivo e causando così un calo dell’efficienza di Terni. Bisogna invertire la rotta! Di fronte allo smantellamento dobbiamo lottare per la nazionalizzazione senza indenizzo! Si potrebbe partire da subito con il rilancio, con una domanda nazionale di 250mila tonnellate per l’acciaio a grano non orientato e di 100mila per quello a grano orientato ed un sito che senza bisogno di investimenti potrebbe già aumentare la produzione. L’AST deve essere pubblica e controllata dai lavoratori!

 
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